“Le città invisibili” di Italo Calvino

Le città invisbili | Italo Calvino

Ricordo di avere letto Italo Calvino ai tempi del liceo (“Il barone rampante” ed “Il visconte dimezzato”, se la memoria non mi tradisce).
Non ricordo più il contenuto, però mi è rimasta la bella sensazione che avevo provato nel leggere queste storie un po’ strane.
(E di tempo ne è passato parecchio…!)

Tornare quindi ad immergersi nel mondo di questo scrittore così enigmatico (almeno per me), e a distanza di così tanti anni, è stato un bel match.

C’era già stato un primo incontro sotto Natale: uno dei suoi racconti è infatti contenuto nel libro “Il giorno più crudele”, che era stato scelto da Zelda Was a Writer (al secolo Camilla Ronzullo) per l’incontro di Natale del Bookeater Club.
Ricordo che tutta la lettura della “fiaba natalizia” di Calvino (“I figli di Babbo natale”) era filata via liscia fino alle ultime battute, che mi avevano spiazzato. Tant’è che ero tornata a leggerle più e più volte per essere sicura di non essermi persa qualche pezzo per strada.

E (col senno di poi) questa lettura inaspettata all’interno del libro di racconti ha avuto un che di profetico visto che – dopo qualche mese – ho incontrato di nuovo Calvino con “Le città invisibili”. Testo scelto come libro di apertura del nuovo ciclo di incontri (dedicato al viaggio) del bookclub di Open Milano dei BeBookers.

I BeBookers con Simone di Open Milano al primo incontro del bookclub
I BeBookers con Simone di Open Milano al primo incontro del bookclub

E’ stata una esperienza di lettura.
Sotto molto punti di vista.

E penso che si possa considerare come un libro leggibile su più livelli.

Come un libro di viaggio.
Come un libro composto da diversi itinerari, da seguire anche separatamente (se non lo avete letto, vi lascio scoprire il perché senza anticipare nulla; se lo avete letto capite senz’altro il perché).
Come un curioso libro di urbanistica e di architettura. (A tale proposito andate a dare una occhiata a questo interessante Tumblr: Seeing Calvino)

Senza dimenticare l’aspetto linguistico e narrativo: più volte il racconto mi ha ricordato la tradizione orale della narrazione, fatta di impressioni e ricordi che non sai fino a che punto intervengono nella restituzione di una realtà oggettiva.

Momenti di intrattenimento culinario durante il bookclub
Momenti di intrattenimento culinario durante il bookclub
Le città inivisibili | Be Bookers | Open Milano
Immagini tratte dal bookclub, durante la discussione sul libro di Calvino. Qui si intravede il prossimo libro: “Il turista nudo” di Lawrence Osborne.

All’inizio ho fatto molta fatica ad entrare nel modo di narrare di Calvino.
E questa situazione ha continuato a sussistere finché ho usato la logica.

Poi – nel momento in cui ho deciso di smettere di ragionare e ho deciso di lasciare fluire liberamente le parole – sono “entrata” nel libro e mi sono lasciata trasportare dai racconti. Praticamente ho zittito l’emisfero sinistro, dando pieni poteri all’emisfero destro.

Per poi scoprire che la struttura del libro pare sia regolata da una matrice (stante alcuni studi fatti, non da me).

I miei tentativi di costruire la matrice.
I miei tentativi di costruire la matrice.

Interessante. E suggestivo.
Credo che sia un libro da rileggere ogni tanto, perché penso che riservi sempre delle sorprese ad ogni “nuovo giro”.

Quindi buona lettura! (O buona ri-lettura…!)

Per chi vuole, di seguito c’è la consueta videoriflessione. [Durata: 11 minuti circa]

Mentre qui sotto il riepilogo dei link di questo post:
BeBookers – http://www.bebookers.it/
Seeing Calvino – http://seeingcalvino.tumblr.com/
Open Milano – http://www.openmilano.com/
“I figli di Babbo Natale” – Docs Google a libero accesso

Tre libri per rompere gli schemi

Sto iniziando a fare videoriflessioni su gruppi di libri per i quali intravedo dei “fili rossi” che li legano fra loro.

Ho iniziato con un video dedicato alla scrittura e alla narrazione personale (“Quattro libri”).
E nel post precedente mi sono cimentata in una “videoriflessione congiunta” di tre libri di narrativa (più per un motivo legato a questioni di ritardo sulla tabella di marcia del benedetto piano editoriale… Anche se ho in mente di fare a breve qualche riflessione su alcuni romanzi di storie strambe che – letti in sequenza – potrebbero dare un bello scossone a convinzioni linguistiche dal sapore classico).

Qualche giorno fa mi sono invece cimentata in un video nel quale raccontavo di tre saggi anticonvenzionali, che mi sono piaciuti e che mi hanno fatto vedere le cose da un punto di vista un po’ diverso, rompendo schemi lavorativi (legati al management) e operando dei cambi di paradigma (sulla professione in generale).

Rework manifesto del nuovo imprenditore minimalista

Sto parlando di:

“100 Euro bastano” l’ho letto nell’estate del 2014 e – complice il tempo a disposizione e lo stato di rilassamento mentale – mi è piaciuto molto: l’ho trovato un libro snello, agevole ed interessante.
Quello che mi ha colpito in particolare sono gli esempi di “startup” che l’autore porta come esempio.
Non affronta la solita analisi delle mega-multinazionali che sono – sì – tanto belle ed interessanti, ma lasciano un po’ il tempo che trovano.
Racconta invece di micro-imprese, messe su con pochi soldi anche in contesti che per noi sarebbero proibitivi (per esempio racconta di due piccole iniziative imprenditoriali in Africa ed in India, Paesi notoriamente un po’ “complessi”).
Ed è proprio questo che – secondo me – dà valore aggiunto al lavoro dell’autore: ti fa riflettere e ti fa anche pensare che l’iniziativa personale, l’inventiva e la determinazione, possono voler dire molto, al di là del contesto in cui ti trovi a vivere.
Piacevolissima lettura, è scorsa via in una sequenza di racconti che stimolano e fanno riflettere, senza essere roboanti.

100 euro bastano

Per quanto riguarda il libro di Magnus Lindkvist (“Quando meno te lo aspetti”), la lettura è avvenuta per pura curiosità: infatti dopo averne sentito parlare, e avere letto diverse recensioni per un riscontro incrociato, ho iniziato a leggerlo un po’ prevenuta (temevo un prodotto “gonfiato” dell’ennesimo super-guru).
Invece è stata una piacevole sorpresa: man-mano che andavo avanti, mi entusiasmavo e mi trovavo d’accordo su quasi tutto quello scritto dall’autore.
E’ un libro sulla incertezza ed è un suo elogio (che scritto così può suonare provocatorio).
Ma io l’ho interpretato come un tentativo (secondo me, efficace) di far accettare l’incertezza, approcciandola con uno spirito costruttivo (e non ottusamente e pericolosamente ottimista).
Ho poi particolarmente apprezzato la rimessa in discussione di tecniche di leadership e management che hanno fatto il loro tempo, perché non più adeguate alla velocità (e soprattutto alla alta imprevedibilità) del mondo di oggi.
Interessante anche l’excursus nell’ambito delle neuroscienze (trattate in modo divulgativo) e nell’analisi del comportamento dell’uomo davanti alla imprevedibilità.
Non offre soluzioni, offre spunti per vedere le cose in modo diverso.
E questo è molto positivo (secondo me), perché ti costringe a pensare.

Quando meno te lo aspetti

L’unico mio rammarico (e confesso di esserci rimasta un po’ male) è stata una critica piuttosto aggressiva che mi è stata mossa alla condivisione del video su Facebook. Critica rivolta alla persona (e non al contenuto) che credo sia stata scatenata dal titolo del libro di Chris Guillebeau, “100 euro bastano”.
La imputo alla mia mancanza di chiarezza nella condivisione delle mie impressioni (che non erano rivolte alla bontà del concetto “con 100 euro fai impresa”, cosa a cui non credo, ma erano rivolte alle idee che la lettura del libro di Guillebeau può generare).
La cosa che mi è spiaciuta di più è stata che al mio tentativo di cercare di dialogare sul contenuto del libro, la persona ha alzato un muro rifiutando anche una lettura del testo per poterne conoscere il contenuto e parlarne poi con serenità e con spirito costruttivo.
Pazienza. Ho perso l’occasione di potermi confrontare serenamente e di potermi spiegare.
Ho imparato qualcosa di nuovo, mio malgrado.

Per chi lo desidera, come di consueto qui sotto c’è il video delle riflessioni.

Buona lettura e buona visione!

Fabio Genovesi, Paul Auster e Ivano Mingotti: tre storie

Torno a riflettere sui libri che leggo, con un ritardo che stento a colmare. Sì, perché nonostante i miei buoni propositi di tenere un certo ritmo (abbozzando un piano editoriale), ho accumulato un po’ di cose da dire. E quindi – piano piano – senza seppellire di pubblicazioni a raffica, riprendo i post sugli ultimi libri letti. Ripartendo dalle storie. Infatti in questo alcuni racconto di alcuni romanzi incontrati di recente. Che arrivano dai bookclub che frequento e da un suggerimento di lettura. Sto parlando di Fabio Genovese con il suo romanzo “Chi manda le onde”, de “Il paese dei poveri” di Ivano Mingotti e del libro scritto da Paul Auster “Leviatano”. Chi manda le onde di Fabio Genovesi “Chi manda le onde” di Fabio Genovesi è stato il libro scelta dal BookEaterClub di Zelda Was a Writer nel mese di aprile. Ed è stata per me una piacevole sorpresa. Non avevo mai letto nulla di questo autore (correrò ai ripari quanto prima), e mi sono ritrovata catapultata in una storia raccontata con un linguaggio stravagante e polifonico, popolata di personaggi ai quali mi sono affezionata pagina dopo pagina. Una storia corale, dove ogni capitolo da voce ad uno di loro. Nel mentre lo leggevo, spesso la memoria riandava ad un altro romanzo letto qualche anno fa, e che ricordo con tanto affetto: “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve”. Atmosfere sgangherate, personaggi particolari, una provincia “verace” ma anche tremenda (per certi aspetti), storie (anche sofferte) che si intrecciano fra loro… Un romanzo vivace, che mi ha anche offerto spunti inaspettati di riflessione sull’amicizia e sulla diversità (e la sua percezione verso gli altri) e sulla sincerità. Sempre con una vena di leggerezza. Consigliato. Leviatano di Paul Auster “Leviatano” di Paul Auster invece era il libro scelto dal bookclub dei BeBookers, nel ciclo di letture legate al tema della coppia (i precedenti letti furono “L’Avversario” di Emanuel Carrère e “Revolutionary Road” di Richard Yates). E’ stato il primo lavoro di questo autore che ho letto e devo dire che sono rimasta interdetta. Ho sempre sentito parlare molto bene di Auster, quindi ho affrontato fiduciosa la lettura di questo romanzo. Ma – non me ne vogliano gli estimatori dello scrittore – sono rimasta impassibile. Pur apprezzando la semplicità di linguaggio (merito anche del traduttore) e la linearità della storia, non ne ho capito il motivo, la morale. Ho finito il libro (a fatica, proprio perché non coinvolta), domandandomi: “Ok, e allora?” E ad oggi non sono ancora riuscita a trovare risposte alle domande che mi sono posta: Qual’è il significato di questa storia? Cosa mi ha voluto dire l’autore? C’è una morale? Forse non ho gli strumenti adatti per comprenderlo… Proverò a leggere qualche altro suo lavoro più avanti. Fra un po’. (Proprio Ivano Mingotti, autore del terzo ed ultimo libro di questo articolo, mi ha suggerito “Timbuctù”) Per ora sospendo il giudizio sull’opera di quello che viene considerato uno dei massimi esponenti della letteratura americana. Il paese dei poveri di Ivano Mingotti E proprio il romanzo di Ivano Mingotti (“Il paese dei poveri”) chiude questo articolo. Anticipo che la sua lettura non è una passeggiata. Sia per la storia, sia per la struttura narrativa (e di linguaggio) utilizzata. Ho letto recensioni su Amazon ed alcune di esse raccontano della fatica sperimentata durante la lettura. Una fatica, mista a “soffocamento” e pesantezza. Ebbene, ho riflettuto su queste parole e mi viene da ipotizzare che fosse proprio l’intenzione dell’autore quello di utilizzare la linguistica come veicolo principale per descrivere una atmosfera ed uno stato mentale alienato. Un esperimento interessante e non facile. Dove il linguaggio ossessivo e da corto circuito, ti porta dentro la storia (meglio: la “situazione” del protagonista), trasferendoti la cupezza. Non per tutti. Ma da leggere con uno stato emotivo distaccato, se si vuole provare ad analizzarne il linguaggio. Tre libri. Tre storie. Molto diverse fra loro. Dove si confrontano la leggerezza che veicola valori importanti (Chi manda le onde), una (stranamente) fredda cronaca di ricordi (Leviatano) e un’alienazione espressa in forma di linguaggio (Il paese dei poveri). Leggere storie può sembrare una attività amena e leggera. Ma può riservare sorprese ed inaspettati insegnamenti. Magari variabili da persona a persona, a seconda della propria storia personale. Buona lettura e buona visione!

Cartaceo Vs Digitale

Cartaceo vs Digitale

Non è la prima volta che mi trovo a riflettere sulla faccenda “meglio il libro in formato cartaceo o in formato ebook?”.
E già in passato avevo fatto qualche considerazione, individuando (ai tempi) una differenza di approccio alla lettura e al supporto a seconda dei generi.

Poi è venuto il tempo de “Il cardellino” di Donna Tartt: un romanzo monumentale (anche nel senso fisico del termine: quasi 900 pagine di racconto…).
Un libro che mi ha “costretto” all’uso del formato ebook (regalando la copia cartacea a mia mamma, che ha usato un leggio…), ma di cui ho comunque apprezzato la storia, appassionandomi.

E ieri – sulla pagina pubblica di “Imparare leggendo” – l’argomento è tornato in auge: un’amica mi ha chiesto quando è consigliabile leggere un libro di carta e quando digitale.
Ho risposto così:

Diciamo che una variabile di scelta può essere la dimensione del libro. Quello, per me e per chi va in giro sui mezzi pubblici (per esempio), è una variabile che fa la differenza.
[…]
Sì, direi il peso fisico (la dimensione) è una variabile di scelta abbastanza importante.
Poi dipende dal testo […]

Infatti, il testo.
Altra questione non sottovalutabile (secondo me).
Perché?
Perché ci sono alcuni romanzi (ma anche manuali) per i quali la lettura su carta è altamente consigliabile.

In questi giorni sto leggendo “Le città invisibili” di Italo Calvino (prossimo libro del book club di BeBookers).
Ho iniziato con il formato kindle (facendo fatica ad entrare nella struttura narrativa dell’autore).
Poi – complice un blitz alla libreria Feltrinelli della Stazione Centrale di Milano – ho acquistato anche il libro.
E sfogliandolo (andando avanti indietro tra le pagine, per cercare di avere un quadro generale del romanzo) ho scoperto per caso una cosa: la numerazione insolita dei capitoli.

Italo Calvino
La numerazione insolita dei “capitoli” de “Le città invisibili”

Mi ha fatto subito pensare a possibili diverse modalità di lettura: non solo sequenziale (pagina dopo pagina), ma anche per percorsi dedicati che ti fanno vivere la storia (le storie) come se fossero viaggi tematici.

E’ una considerazione che mi è venuta così, sfogliando il testo.
E questo – leggendo l’ebook (con il quale si procede pagina dopo pagina) – non è così facile da fare.

Ma non è finita qui…

Ci sono dei libri che vanno letti su carta perché sono una gioia (anche) per gli occhi e per il tatto.
Sono esperienze di lettura molto particolari.
(Diverse dalle altrettanto affascinanti “letture integrate” di ebook corredati di link che rimandano a fonti esterne. Un paio di esempi? “#Luminol” di Mafe De Baggis e “Promuovere e raccontare i libri sui social network” di Davide Giansoldati.)

Un esempio di queste “letture fisiche”?
Date una occhiata alle foto qui sotto: si tratta di un volume molto particolare che racchiude una storia.
Non l’ho ancora letto, ma solo a sfogliarlo genera un effetto di meraviglia!
E tutto quello che vedete nelle foto fa parte del libro. Nulla è stato aggiunto dalla sottoscritta…!

Digitale vs cartaceo

JJ Abrams

Lettura esperienziale

Storytelling

Narrazione

Libri cartacei

Finzione o realtà

 

 

“Narrarsi online” di Francesca Sanzo [VIDEO]

PANZALLARIA

“[…] le persone inserite in una rete sociale fatta di legami deboli (conoscenze personali e professionali basate sulla stima reciproca) hanno maggiore possibilità di essere coinvolte in progetti professionali valorizzanti piuttosto che le persone che tesoro solo relazioni forti (parenti, amici). I social media e il web più in generale sembrano essere il luogo ideale per creare legami deboli efficaci, in grado di generare relazioni virtuose e che ci mettano in contatto con idee e progetti in cui vogliamo e possiamo essere coinvolti.
Riuscire a trovare il posizionamento narrativo giusto sui social media è diventato oggi fondamentale per offrire un’immagine di noi che generi fiducia e stima in chi ci sta attorno: è finito il tempo in cui gli altri, quelli che fanno lavori simili al nostro sono solamente competitors da cui tenerci precauzionalmente alla larga ed è iniziata una stagione nuova, fatta di condivisione, collaborazione e perché no, co-creazione di valore.”

Questo è uno dei brani illuminanti del libro “Narrarsi online”, scritto da Francesca Sanzo e edito da Area 51 Publishing.
Perché? Perché – nello specifico – mi ha offerto un punto di vista diverso rispetto a quei legami che si creano attraversano i social network e che, per un migrante digitale come me, possono creare dei problemi di “interpretazione” (tante e tante volte ho pensato al significato della parola “amicizia” nell’ambiente social network, significato nel quale personalmente non mi riconosco… ma questo è un altro discorso…)

Ma la citazione di apertura non è l’unico brano che mi ha particolarmente colpito, anzi!
Ecco un altro esempio:

“[…] come una pianta che ha bisogno di cure e i cui fiori non spunteranno immediatamente, se avremo pazienza e riguardo nei confronti dello storytelling che componiamo online, a un certo punto vedremo i frutti del nostro lavoro e quello che potrebbe anche sembrare tempo “rubato” alle cose importanti, si trasformerà in un ottimo investimento che genera un circolo virtuoso in Rete.”

Ebbene, la lettura di questo libro è stato motivo di tante riflessioni.
Riflessioni che si sono dipanate tra i concetti di blog (personale e non), social network (veloci come Twitter o più lenti come Facebook), narrazione visiva (pensando ad Instagram) e narrazione scritta, profili personali e pagine pubbliche…
Offrendomi anche l’occasione di prendere coscienza della mia struttura narrativa.

E’ stata una lettura piacevolissima ed assai istruttiva.
Dove il tema del “personal storytelling” viene affrontato in modo molto semplice, utilizzando un linguaggio alla portata di tutti, senza tecnicismi incomprensibili ai più.

Consigliato. Vivamente.

Sia a chi è online (e utilizza i social in modo un po’ “naïf”) per prendere un pochino di consapevolezza in più su quello che si dice e si scrive (e della ricaduta che questo ha su chi legge e segue).
Sia (soprattutto) a chi nutre diffidenza verso i social (e sono ancora tanti), per comprendere che – se usati correttamente – si rivelano strumenti molto utili e per nulla “malati” (o dannosi).

Buona lettura e buona navigazione!

Questi sono i link ai blog/siti dell’autrice:
Francesca Sanzo – http://www.francescasanzo.net/
Panzallaria – http://www.panzallaria.com/

[Fonte dell’immagine di copertina: sito dell’autrice]

Bookclub, smartphone e libri da leggere

DopoZelda

Ieri sera ho partecipato alla serata del Book Eater Club di Zelda, dopo una pausa di un mese (il libro scelto la volta precedente mi risultava troppo sofferto ed io necessitavo di leggerezza).
Questa volta invece, complice la scelta del racconto assai strambo (“Chi manda le onde” di Fabio Genovese, che sto ancora leggendo), sono andata e sono stata contenta di esserci.

Inattesa

Chiaramente andare senza aver terminato il libro, ti espone a “spoiler” vari ed eventuali.
Però è stata l’occasione per trascorrere un’oretta e mezza in compagnia di altre persone che – come te – amano i libri, amano viverli e analizzarli, e desiderano condividere le loro impressioni e ciò che hanno imparato dalla loro lettura.
(E scoprendo ancora una volta sfumature narrative che non sarei mai stata in grado di cogliere da sola…)

Qui sotto un po’ di foto scattate:

Uno dei brani che mi ha particolarmente colpito
Uno dei brani che mi ha particolarmente colpito
Camilla scatta foto alla fine della serata
Camilla scatta foto alla fine della serata
Appunti presi in fretta e furia con strafalcioni linguistici annessi
Appunti presi in fretta e furia con strafalcioni linguistici annessi
Un pezzo del tavolo dei bookeater
Un pezzo del tavolo dei bookeater
Birra, patatine, cartaceo e digitale...
Birra, patatine, cartaceo e digitale…

Foto 11

Appartamento Lago
Appartamento Lago

La serata si è poi conclusa con il consueto annuncio del prossimo libro: “Zazie nel metrò” di Raymond Queneau.
Ma non solo! Per rendere più sfidante la lettura (e la caccia al libro), la scelta è caduta sulla edizione Einaudi che contiene anche un breve saggio di Roland Barthes

Così, ieri sera – tornando a casa – mi domandavo: “E dove la trovo questo edizione così specifica?”
Mi è venuta in mente la applicazione Libricity: una “applicazione geolocalizzata” (se così si può chiamare) che ti dice in quale libreria si trova il libro che cerchi. Partendo da quella più vicina a te nel momento in cui cerchi (sfruttando proprio la funzione di localizzazione).

Presto detto (e fatto): ho digitato il titolo e ho trovato le librerie che lo avevano, scoprendo che una di esse si trova sulla strada che faccio per andare in ufficio.

Libricity

Così stamattina rapido blitz alla Libreria Aleph (fermata Lima della MM1 di Milano) e acquisto del libro.
Ho raccontato ai proprietari che ero arrivata a loro grazie alla applicazione sviluppata dai ragazzi di Tworeads, ed è stato piacevole stupore da parte loro, misto a contentezza per questi primi passi di questa bella iniziativa.

TestOpen
A febbraio di quest’anno risposi all’annuncio di Tworeads che cercava volontari per un test su una applicazione di ricerca sui libri nella tua città (o comunque più vicini a te). Applicazione che poi è sfociata in Libricity.

Ora non mi resta che leggere il libro (prima finisco “Chi manda le onde”, poi “Leviatano” di Paul Auster [fermo anche lui] e poi sarà galoppata per Queneau e Calvino (con “Le città invisibili”), libro – quest’ultimo – del prossimo ciclo di incontri del Book Club di Be Bookers, ma questa è un’altra storia…).

Quattro libri [VIDEO]

Non so se accade anche a voi di leggere dei libri seguendo un po’ l’ispirazione del momento…
Magari vi muovete anche per filoni: leggete manuali, poi vi stufate e passate alla narrativa, poi – ancora – passate ad un altro genere, e così via, differenziando…

Poi – ad un certo punto – succede che nel vostro navigare tra libri, seguendo l’istinto, intravedete un filo rosso (non così scontato) che raggruppa alcuni di loro per famiglie.

Nel mentre li leggevate, non coglievate legami.
Poi “da lontano”, trascorso un po’ di tempo, vi accorgete che testi letti in momenti diversi, per ragioni diverse, possono essere legati assieme in una sorta di minibiblioteca tematica.

Ebbene, è quello che ho tentato di raccontare nel video qui sotto (della durata di circa 12 minuti).
Un esperimento che mi sono divertita a fare e che mi ha fatto pensare ad altri libri letti in momenti diversi, che hanno un comune denominatore (e che gradualmente saranno oggetto di video dedicati per argomento, secondo me).

I libri trattati in questo video sono:

  • “Identità al lavoro” di Herminia Ibarra (qui il link ad un post che ho scritto quasi 3 anni fa)
  • “Raccontarsela” di Alessandra Cosso (qui il link alla videoriflessione dedicata)
  • “Il sogno di scrivere” di Roberto Cotroneo (qui il link all’articolo nel quale parlo anche del libro di Cotroneo)
  • “Due gradi e mezzo di separazione” di Domitilla Ferrari (qui il link alla videoriflessione contenuta in un post che ho scritto quasi un anno fa)

Buona visione e (soprattutto) buona lettura!

“Tecniche di resistenza interiore” di Pietro Trabucchi [VIDEO]

2015-04-16 15.28.51Tanto ho apprezzato i precedenti lavori di Trabucchi (“Resisto dunque sono” e “Perseverare è umano“), quanto – leggendo “Tecniche di resistenza interiore” – ho avvertito un senso di incompletezza.

Ricordo molto bene l’impatto che ebbero su di me i suoi primi due libri.
Li lessi un’estate nella quale ero in vacanza da sola, e me li godetti come non mai, forte – forse – di uno stato mentale favorevole.
E ricordo che mi motivarono molto.
Oggi li conservo ancora gelosamente nella mia specialissima biblioteca personale alla quale attingere nei momenti difficili.
(Magari ci farò un video su questa biblioteca specialissima)

Ricordo perfettamente anche il momento esatto nel quale sentii parlare per la prima volta del suo libro “Resisto dunque sono”: durante uno speech di un socio Toastmasters, che lo citò come fonte di ispirazione a supporto della preparazione alla partecipazione alla Stramilano. Fui colpita e alla fine del meeting lo presi in mano, lo sfogliai un po’, presi nota e successivamente lo acquistai.

Quindi forse tutto questo, unito anche all’avere partecipato al corso organizzato da “La Grande Differenza”, aveva creato una aspettativa molto elevata.

Diciamo che questo libro può essere considerato un approfondimento della trattazione della “resilienza” applicata in ambito quotidiano, con particolare attenzione rivolta ai mezzi di comunicazione monodirezionali (media) e bidirezionali (social).
Però (senza nulla togliere alla competenza, serietà e professionalità dell’autore) ad una analisi impietosa della società odierna e di alcune sue dinamiche, non fa seguito una elencazione vera e propria di “tecniche di resistenza” come fa supporre il titolo (fatto salvo una menzione al “Mindfulness“).

Resta comunque un testo di piacevole lettura, fonte di spunti di riflessione e motivante ad assumere una maggiore consapevolezza di alcune cose che diamo per scontate e che sono entrate a far parte della nostra quotidianità.
E forse il vero obiettivo dell’autore sta proprio qui: nel far prendere coscienza al lettore di alcune cose.
E la presa di coscienza è forse uno dei migliori strumenti di resistenza (meglio “resilienza”) che l’individuo ha a disposizione per destreggiarsi nella quotidianità.

“Le parole sono importanti” di Alessandro Zaltron [VIDEO]

Copertina ZaltronDopo una pausa di qualche giorno, complice anche lo stop pasquale, eccomi di nuovo qui a condividere le considerazioni sui libri che leggo.

E questa volta è il turno del nuovo lavoro di Alessandro Zaltron, “Le parole sono importanti”, edito da Franco Angeli.

Dello stesso autore avevo già letto “Guru per caso” (scritto a quattro mani con Demetrio Battaglia), “Crociera e delizia” e “¡Viva Maria!” e ne ho sempre apprezzato lo stile agile, condito di sottile ironia e arguzia.
Stile che – ormai ne sono quasi convinta – penso sia una caratteristica peculiare dell’autore.

Infatti leggendo il suo ultimo lavoro, che si colloca nell’area della manualistica, ho ritrovato le medesime affilate peculiarità.
Unite ad uno stile insolito di trattazione dell’argomento: la lingua italiana ed il suo utilizzo.
E penso non sia un caso che lo stesso autore definisca il suo ultimo libro un “manuale pop”.

“Pop” forse per il ritmo (a tratti saltellante e sincopato) e per le argomentazioni attorno all’utilizzo della nostra lingua (argomentazioni che – sempre secondo me – mescolano diversi stili che vanno dal racconto, al vocabolario, al libro di grammatica…).

Leggendolo ho sorriso (ho anche sogghignato, se è per questo), sono rimasta perplessa, ho imparato cose nuove e – spesso – mi sono sentita colta con la mano nel vasetto di marmellata (ho trovato diversi “svarioni” nei quali scivolo con sistematicità…)
Tutto ciò lasciando da parte i miei avvitamenti linguistici che spesso spiazzano chi legge e potrebbero far venire l’orticaria allo stesso Zaltron…

Lo considero un libro da leggere in diverse modalità: ad una prima lettura discorsiva, possono esserne associate successive mirate a specifici aspetti.

Costellato di “chicche” linguistiche (bello lo “Sciocchezzario” al termine del libro, che raccoglie e critica con ironia tante espressioni linguistiche che usiamo senza accorgercene), è – secondo me – uno di quei libri da tenere sempre a portata di mano e da consultare all’occorrenza.

Il libro in due parole?
(Molto) divertente ed (assai) istruttivo.

Buona lettura!