La scrittura di Joan Didion

Con questo nuovo anno ricomincio a scrivere (e a parlare) dei libri che leggo.
Non limitandomi alla sola condivisione sui social, bensì scrivendone anche sul blog.
Ma non solo.
Avevo già fatto un piccolo esperimento qualche tempo fa e ho pensato di farla diventare una buona abitudine: rendere disponibile la traccia audio dell’articolo, per poterlo ascoltare se non si ha la possibilità di leggerlo.

Torno quindi a scrivere (e parlare) di libri e lo faccio con i primi due letti in questi (primi) giorni del 2022, scritti da una autrice che purtroppo ci ha lasciato alla fine dell’anno scorso: Joan Didion.
Una scrittrice che ci lascia testimonianza del suo lavoro, del suo pensiero e del suo modo di scrivere e che – personalmente – sta influenzando sottilmente il mio modo di concepire la lettura e la scrittura.

Scoprii Joan Didion con “The white album”, grazie ai BeBookers (di cui stavo seguendo un bookclub).

In prima battuta rimasi interdetta dal suo linguaggio che definii (tra me e me) “anodino”. Come i metalli.
Non so perché mi venne in mente questo aggettivo, ma mi suscitò esattamente questa sensazione: la sensazione di qualcosa di metallico, essenziale e freddo.
Un linguaggio al quale non ero abituata, che trovai strano, che feci anche un po’ fatica ad accettare ma che col tempo imparai ad apprezzare (ci volle qualche settimana perché le parole e le storie di “The white album” iniziassero a sedimentare e a lavorare in profondità).
E la cosa interessante era che la “freddezza” con cui narrava evidenziava ancora di più il significato delle storie che raccontava.

La ritrovai qualche anno dopo con “L’anno del pensiero magico”: una narrazione dei gravi lutti che la colpirono, scritto nel suo stile asciutto e – forse proprio per questo – molto più intenso.
[Lessi il libro durante la mia fase di elaborazione del lutto e fu terapeutico. Forse proprio grazie al suo stile poco incline al drammatico, bensì al limite del pragmatico e della iper-razionalità.]

Ebbene, “Prendila così” è un libro di un vuoto straniante.
Vuoto di emozioni, vuoto di valori, vuoto di contenuti, vuoto di umanità… che permea la storia di Maria e dei protagonisti che le ruotano attorno.
Nel mentre leggevo avevo davanti a me i quadri di Edward Hopper (che amo per le sensazioni di sospensione e sottrazione che mi trasmettono) e il lavoro che Robert Venturi (insieme a Denise Scott Brown e Steven Izenour) fece su Las Vegas e i suoi non-luoghi (“Learning from Las Vegas” è un libro che incontrai all’università e che mi colpì profondamente).
Un senso di squallore e di solitudine profonda.
E di assenza di punti di riferimento.

[Immagine tratta dal sito ArchiObjects – Learning from Las Vegas – Venturi, Scott Brown, Izenour]

Idee fisse” è invece un saggio breve che raccoglie le parole che Joan Didion scrisse dopo l’11 settembre.
Diviso tra ricordi e analisi culturali, è anche una verbalizzazione (un chiarimento) ed un riepilogo di quello che abbiamo letto, o anche solo intuito, sulla gestione della narrazione attorno agli attentati alle Torri Gemelle.
E’ anche un faro puntato contro un certo tipo di retorica che può innescare e giustificare reazioni disfunzionali.

Joan Didion “ti arriva”.
Magari disturbandoti un po’.
Magari non chiaramente.
Magari non da subito.
Ma ti arriva.

E la sua capacità di sintesi linguistica, senza orpelli, è forse la caratteristica che mi ha colpito di più, che ha “eroso” il personale muro del giudizio, insegnandomi col tempo ad apprezzare il suo lavoro.
Spingendomi così a proseguire nella lettura delle sue opere.

[La foto di copertina: Joan Didion nel 1977 ca. © Mary Lloyd Estrin/Everett/REX/Shutterstock]

Medicina e letteratura

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Photo by picjumbo.com from Pexels

Il tempo è una variabile direttamente collegata alle nostre aspettative. Fugge o rallenta seguendo dispettoso il nostro piacere o il nostro dolore, rubando o ammassando le ore in un contrappunto di trepidazione e di noia che scandisce il nostro esistere. Per questo cerchiamo di intrappolarlo negli orologi: per inchiodarlo alle sue responsabilità, per poterne soggiogare l’esistenza con un’osservazione obbiettiva. Ma nel sogno il tempo riprende totalmente la sua inconsistenza e si abbandona senza remore all’anarchia delle nostre sensazioni.

Questa citazione è tratta dal libro “Si è fatto tutto il possibile” scritto da Marco Venturino, direttore del reparto di Terapia Intensiva e Anestesia all’Istituto Europeo di Oncologia.

Ho “incontrato” l’autore (da un punto di vista letterario) per puro caso, grazie ad un suggerimento di lettura di Amazon che – visto il mio acquisto del libro “Il grande lucernario” (di Maria Giovanna Luini), interessante e curiosa lettura estiva di cui parlerò in un post successivo – mi ha proposto i romanzi da lui scritti.

Ma non solo: nel mentre percorrevo le pagine del libro, mi sono improvvisamente ricordata che forse questo signore lo avevo incontrato anche di persona.

Anno: 2006-2007.
Luogo: Istituto Europeo di Oncologia.
Con lo studio con cui collaboro, ricopriamo il ruolo di Direzione Lavori per gli impianti elettrici e speciali per la ristrutturazione di alcuni reparti, tra cui la Terapia Intensiva.
E – preparando e studiando le fasi di adeguamento degli impianti – il Direttore Tecnico organizza un incontro con i responsabili del reparto per conoscere le esigenze e le procedure. Fu allora che incontrai il dottor Venturino, a cui fu chiesto di condividere con noi le informazioni utili a pianificare al meglio le fasi di intervento.
Ricordo un personaggio vivace che – insieme alla Caposala – ci fornì un numero impressionante di indicazioni operative e di sicurezza di cui prendemmo nota. Seguito poi da una riunione tra noi tecnici nella quale pianificammo e ripetemmo fino allo sfinimento tutte le fasi della operazione.

Venturino_Si è fatto tutto il possibileMa veniamo ai due libri oggetto di questo articolo.

“Si è fatto tutto il possibile”, il primo dei due che ho letto, è un libro tosto.
Appena terminato, l’unico pensiero che mi ha attraversato la mente è stato: “Benvenuti all’inferno…”.

Perché?
Perché scandaglia a grande profondità – nel bene e nel male – la mente di un medico che ricopre un ruolo particolare: nello specifico il protagonista è il Direttore di un reparto di Terapia Intensiva di un non meglio specificato ospedale milanese.

Le emozioni che si vivono leggendolo possono essere piuttosto forti, talvolta disturbanti e scomode davanti a certe dinamiche (anche di potere) e riflessioni.
Se poi si ha avuto a che fare con l’ambiente in qualità di “utente” (inteso anche come parente di un paziente), i ricordi e le riflessioni emergono da ogni dove.

L’impressione è quella di leggere la genesi e lo sviluppo di un burnout (su Wikipedia una definizione di massima), un “fenomeno” che colpisce quei medici che svolgono funzioni particolari (molto “limite”).
Una discesa – in avvitamento – nella paranoia, nella frustrazione e nella paura.
Una descrizione molto accurata di uno stato di esaurimento molto grave, accompagnato da riflessioni e dialoghi interiori molto duri.

Venturino_CosaSognanoiPesciRossi Di taglio leggermente diverso è invece Cosa sognano i pesci rossi.

Libro di esordio dell’autore, mi è stato caldeggiato da alcuni contatti di Facebook, che lo hanno preferito rispetto al precedente.

Personalmente confesso di avere fatto fatica ad iniziarlo.
Perché avevo intuivo dalla sinossi che sarebbe stato un ripercorrere le recenti vicende.

Qui le voci sono due: il paziente ricoverato in Terapia Intensiva ed il medico Responsabile del reparto, che lo ha in cura.
Due voci diametralmente opposte, accomunate dallo stesso ambiente e dalla stessa storia.
Due punti di vista diversi.
Due esperienze diverse.
Due vite diverse. Ma più vicine di quanto si pensi.

Un racconto con dei passaggi difficilissimi da digerire. Almeno per me.
Inevitabile ripensare e riandare al delirium da Terapia Intensiva (molto ben descritto “dal di dentro”, dal punto di vista del paziente).
Al pensare cosa può provare una persona che si sveglia in un ambiente simile: collegato alle macchine e totalmente dipendente da esse e dal personale del reparto. Ostaggio di una situazione che fa fatica a comprendere e ad accettare in stato di lucidità, e che non accetta in stato di delirio.

Ho procrastinato la lettura fino a che – mossi i primi passi – sono stata inghiottita e completamente coinvolta dalla storia.
Empatizzando con i protagonisti, emozionandomi e tifando per il buon esito della vicenda.
Rischiando anche di perdere le fermate dei mezzi pubblici, tanto ero immersa nella narrazione.

Due libri non per tutti, ma che tutti dovrebbero leggere.
Per sapere, per capire, per comprendere e per (nella eventualità) saper accettare e gestire.

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Foto tratta di Pixabay da Pexels

E nel mentre preparavo questo articolo, cercando in internet conferme di alcune notizie dell’autore, sono incappata in un articolo-intervista di un paio di anni fa rilasciata dall’autore al Corriere della Sera.
Leggendola ho compreso (credo) che quello che muove Marco Venturino allo scrivere è condividere e dare voce ai malati che incrocia sul suo cammino.

Ma credo che non sia tutto.

Credo che l’autore scriva queste storie anche per una personale necessità di metabolizzare, di elaborare, di esorcizzare (e anche di onorare) quanto quotidianamente vive e sperimenta sulla sua pelle.
In un atto terapeutico.

I libri dell’autore (tutti editi da Mondadori):

  • “Cosa sognano i pesci rossi”
  • “E’ stato fatto tutto il possibile”
  • “Le possibilità della notte” [di mia prossima lettura]

Checklist e complessità

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Immagine tratta da http://www.wbur.org

Il signore nella foto si chiama Atul Gawande e sulla corposa pagina in italiano di Wikipedia, viene descritto come “medico, chirurgo e giornalista statunitense”.

Non sapevo chi fosse fino a qualche settimana fa quando – grazie ad uno scambio di informazioni su libri con la psicoterapeuta “in forze” all’Hospice il Tulipano e alla Terapia Intensiva del Blocco Dea di Niguarda – lei ha semplicemente chiesto: “E lei conosce Gawande?” [Io le avevo appena segnalato l’ultimo lavoro di Yalom, “Diventare se stessi”].

La prima reazione al nome è stata (tra me e me): “Ossignore… non sarà mica qualche libro spirituale sulla elaborazione del lutto…!”  (complice il nome dell’autore che mi ha fatto pensare ad un “guru spirituale”).
Però – bypassando il “check-point mentale” – sono andata su Google prima, e su Amazon poi, facendo una rapida ricerca e scoprendo qualcosa di straordinariamente affine a ciò che mi interessa da tempo (e al “percorso di elaborazione e ricerca” che sto facendo).
[Mi resterà il dubbio su come sia stato possibile che il suggerimento abbia intercettato con così grande precisione – stile cecchino – argomenti che mi interessano da ben prima di quel che accaduto quasi cinque mesi fa, già ai tempi della progettazione e ristrutturazione di alcune Terapie Intensive.] 

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E’ stato immediato l’acquisto dei libri in foto (editi da Einaudi) ed è stata altrettanto immediata la lettura di uno di essi: Checklist. Sollecitata dalla quarta di copertina che ha ulteriormente accresciuto la mia curiosità.

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Infatti “Checklist” si è rivelato un libro molto interessante, a carattere interdisciplinare.

Perché racconta della ricerca (fatta dall’autore) e della divulgazione delle checklist in ambito ospedaliero, aprendo (a te lettore) una finestra sul mondo ad alta complessità di reparti critici quali il Blocco Operatorio e la Terapia Intensiva (sono rimasta impressionata dal numero medio di operazioni – intese come mansioni – che vengono fatte quotidianamente su un paziente ricoverato in ICU [Intensive Care Unit]: 178… un numero inimmaginabile… vuol dire una medicazione, somministrazione, prelievo, monitoraggio, ecc. ecc. ogni 8 minuti circa).

Ma la cosa ancor più interessante è la “contaminazione conoscitiva”: Gawande non si ferma al mondo sanitario (che ben conosce), bensì esce dal suo perimetro operativo e va a vedere cosa fanno gli altri.
Dove gli “altri” sono ambiti altrettanto ad alta complessità: il mondo delle costruzioni e – specialmente – il mondo della aeronautica civile (dove i tempi di reazione a possibili criticità devono essere molto più rapidi rispetto a quello delle costruzioni nel quale, invece, la fase di progettazione e costruzione ha tempistiche molto diverse e temporalmente dilatate).

Ne risulta un libro dal taglio divulgativo e avvincente. Incalzante nella narrazione di alcuni episodi (su Spreaker ho caricato un podcast dove leggo l’incipit del libro).
Utile non solo per gli addetti ai lavori, ma anche (e forse soprattutto) per chi osserva dal di fuori questo mondo che può risultare incomprensibile e/o traumatizzante (quando ci entri in contatto per “cause di forza maggiore”).
Ed altrettanto utile per chi svolge professioni ad alta complessità, dove può offrire qualche spunto di riflessione per “fare andare meglio le cose” (come recita il sottotitolo).

E a prova della interdisciplinarità dell’autore (e della validità della interdisciplinarità in sé, con tutti i rischi che comporta), è di qualche settimana fa un articolo (in inglese) pubblicato su Forbes dove si dà notizia della sua nomina a CEO della (futura?) “istituzione sanitaria” creata da Amazon, JP Morgan Chase e Berkshire Hathaway:

Why Atul Gawande Will Soon Be The Most Feared CEO In Healthcare

Chiudo questo post con il link al Talk che Atul Gawande ha tenuto al TED 2012, nel quale condivide l’idea su come si può migliorare il mondo medico e della cura (sottotitoli in italiano disponibili).

 

Narrando terapie

©Pixabay

Questo post si presterebbe ad una lunga riflessione sulla bontà della lettura non solo in termini ludici o informativi, ma anche in termini terapeutici.
E non mi sto riferendo solo alla Biblioterapia (una disciplina frutto della fusione – come dice il termine stesso – della terapia, nella accezione psicologica del termine, con la lettura di specifici libri suggeriti da specialisti), ma anche agli incontri “casuali” con testi che “ti capitano” e che si rivelano essere adatti a superare momenti complessi che ci si trova ad attraversare.

Ma cercherò di raccontare solo della mia recente lettura di due libri che mi hanno aperto un mondo (da un lato) e stanno facendo la differenza (dall’altro lato).

Il mio “incontro letterario” con Irvin D. Yalom risale a qualche anno fa.
In un momento in cui ero stufa di leggere manuali di crescita personale.
In un momento in cui cercavo stimoli per fare “quel passo in più”, ma non riuscivo a trovare nulla che mi coinvolgesse a sufficienza.

Ed un giorno, aggirandomi tra gli scaffali di una Feltrinelli, mi cadde l’occhio su “Il problema Spinoza”.
Incuriosita, lo presi e me lo rigirai tra le mani (la sensazione tattile dei libri di carta, in particolare quelli con la copertina morbida, che sembrano ancora più malleabili… adattabili a te e alla tua mano).
Lessi la trama e la curiosità aumentò.
Decisi così di acquistarlo, iniziai quasi subito a leggerlo e fu una epifania.

In breve venni coinvolta ed assorbita dalla storia.
Diventò uno di quei libri per i quali non vedi l’ora di trovare briciole di tempo per poterli leggere.

Ma c’è di più: mi resi conto che le parole mi emozionavano e – talvolta – mi disturbavano in modo inconsueto.
E solo allora andai a leggere le righe che raccontavano dell’autore, scoprendo che si trattava di uno psichiatra.
Il mio primo pensiero fu: “Ecco perché!”
“Ecco perché le sue parole mi coinvolgono così tanto!”, pensai.
Il suo modo di narrare era diverso.
Era qualcosa di sottile che si insinuava e lavorava in background in me che leggevo.

Avevo scoperto un nuovo autore (nuovo per me, perché parlando con amici mi resi conto che era ben noto e – anzi – ricevetti suggerimenti di altri suoi titoli).
Ma soprattutto avevo scoperto una nuova narrativa.

Passò il tempo, lessi altri libri.
Di recente rincontro Yalom.

Non ricordo se e come sono stata “catturata” da “Diventare se stessi”.
Forse – molto semplicemente – ho visto il suo nuovo libro e l’ho comprato a scatola chiusa, forte dell’esperienza positiva, scoprendo solo dopo che era adatto per questo momento. Leggendo un’autobiografia ricca di spunti di riflessione.
Una storia di una vita piena (e non priva di difficoltà), pregna di conoscenza e che invita alla riflessione. Narrando.

Già, la narrazione.
Uno strumento potente per trasmettere conoscenza e sapere.
Capace di arrivare dritto al cuore e alla mente di chi ascolta.
E – nel mio caso – uno strumento importante per affrontare un momento complesso, di transizione.
Di grande aiuto alla comprensione della serena inevitabilità che trasmette.

Ma gli incontri (ed i secondi incontri) non finiscono qui.

“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” di Oliver Sacks è l’altro libro che ho incontrato in questa fase della vita.

Qui si è trattato anche di una rappacificazione con l’autore perché il primo approccio con Sacks fu piuttosto “complesso”: “Zio Tungsteno” mi fu caldamente consigliato diversi anni fa da Giorgio Antonelli (autore del bellissimo – e temo ormai introvabile – libro “La ballata della luce”), che intervistai per la rivista “Casa 99idee”.
Accettai con entusiasmo il consiglio ma la lettura fu assai difficoltosa: un trattato di Chimica in forma narrativa, con tanto di tavola periodica e complesse dissertazioni.
E vista la mia “allergia” alla materia (al liceo presi anche un 3 durante un compito in classe), terminai faticosamente la lettura, giurando a me stessa: “Mai più!”.

Invece – a distanza di anni – mi sono ritrovata a leggere con grande attenzione e commozione il libro di cui avevo sempre sentito parlare un gran bene, ma che per esperienza pregressa non osavo avvicinare (a differenza di Yalom).

E se con Yalom ho assaporato (e continuerò ad assaporare, leggendo altri suoi testi) la contaminazione di generi, lasciandomi trasportare da storie che trasmettono anche contenuti psicologici generatori di riflessioni, con Sacks ho scoperto cosa è la “medicina narrativa”.

La delicatezza ed il sentimento espresso nella narrazione dei “casi clinici”, che sono visti, raccontati e considerati soprattutto come persone con una loro storia, mi ha avvolto e trasportato lungo le pagine del libro.
Generando empatia verso questi protagonisti sfortunati.

Due libri capitati al momento giusto, capaci di confortare, informare, far comprendere e far riflettere.
Capaci di aprirmi a nuovi ambiti di conoscenza, aiutandomi ad attraversare una fase complessa con il giusto e delicato equilibrio tra scienza, emozioni e narrazione.

Ecco, forse è proprio questo che io considero lettura terapeutica: tu (e le tue emozioni) con il libro giusto in grado di accompagnarti e sostenerti.

Chiudo questo post con una “nuova abitudine” che vorrei mantenere.
Due tracce audio caricate sul mio profilo Spreaker inaugurato da poco, relative alla lettura dei due incipit dei libri qui raccontati:

Diventare se stessi

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

Buon ascolto. E buona lettura.

[Nelle foto in basso: da sinistra a destra, Irvin D. Yalom (©BrainPickings) e Oliver Sacks (©Pinterest)]

 

 

Leggere libri…

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Stamattina un contatto di Facebook, ha condiviso questo articolo della rivista Studio:

Leggere per piacere o leggere per dovere?

Il titolo dice già tutto e individua il nocciolo del problema.
Ma la dissertazione in esso contenuto va molto più in profondità, ponendo una questione forse non così scontata: “Se leggo per lavoro, è vera lettura?”

Questa riflessione mi ha fatto tornare in mente vecchie dissertazioni tra amici sul tema.
Una volta, ragionando attorno ad una idea di bookclub aziendali, un amico mi disse: “Mi hai fatto riflettere, perché non ho mai letto nulla al di fuori di libri legati al mio lavoro” (intendendo manuali).
E “a breve giro di posta”, chiacchierando con un altro amico sulla possibilità di partecipare ad un bookclub a cui volevamo iscriverci, mi disse: “Io non ho molto tempo per leggere libri al di fuori del mio lavoro!” (pensando al bookclub come ad una opportunità di variare letture e perdersi piacevolmente nelle storie).
E una terza persona (uno dei formatori più brillanti che conosca) seguendo un mio vecchio progetto di “un libro alla settimana”, mi disse: “Ma come fai a leggere così tanto? Quando riesci a leggere?”. E alla mia risposta (“Leggo durante gli spostamenti sui mezzi pubblici, e nei tempi di attesa vari che ci sono nell’arco di una giornata”) disse: “Leggi negli sfridi di tempo” (espressione assai suggestiva). E lui è una persona che macina libri come se non ci fosse un domani…

Ebbene, tre riflessioni di tre persone di grande vivacità intellettuale e di grande curiosità. (Ma?) Che leggono principalmente libri legati alla loro professione.

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Sì, posso essere d’accordo sul fatto che leggere solo ed esclusivamente libri legati al proprio lavoro possa alla lunga limitare la propria “visuale”. Ma è anche vero che comunque è un atto di acculturamento e aggiornamento, seppur dedicato ad uno specifico ambito.
In più, non dimentichiamoci che oggi il leggere sulla propria professione, significa anche andare in esplorazione di altri argomenti apparentemente esterni al proprio “recinto operativo”. Per ampliare ed arricchire le proprie competenze.

E poi c’è un’altra area che forse non è ancora così facilmente tracciabile: la lettura di contenuti online. Che provengono da testate giornalistiche, blog, siti,…
Una gigantesca prateria, dove pascolano indisturbate anche le famigerate bufale, ma dove si possono trovare contenuti molto interessanti (previo setacciamento paziente e certosino dei motori di ricerca).
E’ un’area che credo non sia ancora completamente mappata e che potrebbe riservare delle interessanti sorprese.
(Da tempo ho in programma di leggere un libro sull’argomento [“#letturasenzafine” di Paolo Costa, edito da Egea], che mi guarda da tempo e con insistenza da un ripiano della mia libreria.)

Ricordo anche (a tale proposito) una affermazione di Mafe De Baggis che giustamente osservò che quando vediamo una persona con lo smartphone in mano pensiamo immediatamente che stia “cazzeggiando” (mi si perdoni il termine), quando in realtà potrebbe stare lavorando e/o leggendo contenuti di alto livello e/o informandosi (ho una cara amica che usa lo smartphone anche per leggere ebook, nel mentre si sposta e viaggia, ottimizzando così anche numero di dispositivi al seguito, ingombri e pesi).

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Le “convinzioni antiche” sul termine “lettura” credo siano ancora tante.
Soprattutto legate alla lettura di libri e ancor più di classici (visti come un lasciapassare per assurgere a livelli di formazione e acculturamento superiori).
E questo potrebbe acutizzare il divario tra chi legge e chi non legge, allontanando tra loro le parti anziché lavorando per avvicinarle.

Poi, esistono anche modi di scrivere dove narrazione ed informazione si uniscono per trasmettere del sapere in un modo più coinvolgente, sfruttando la predisposizione della mente di apprezzare ed imparare attraverso esempi e storie.
Un argomento che si allontana un po’ da quanto scritto qui, e che meriterebbe una riflessione dedicata (che mi sto facendo in questo periodo leggendo “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” di Oliver Sacks, e “Diventare se stessi” di Irvin Yalom.)

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“Leggere libri” è un argomento vasto e declinabile in mille sotto-dissertazioni.
Per non andare oltre (leggasi “uscire dal seminato”) scelgo di chiudere con due spunti finali, che arrivano dal sito della Treccani.
Uno è la definizione della parola “lèggere”:

  1. Scorrere con gli occhi sopra un testo scritto o stampato, per riconoscere i segni grafici corrispondenti a determinati suoni, e formare così, mentalmente o pronunciandole, le parole e le frasi che compongono il testo stesso […]
  2. Intendere, interpretare in un determinato modo uno scritto, un passo d’autore […]

L’altro è un articolo scritto nel 2013, ma sempre attuale: “Perché leggere?”
Un testo quest’ultimo molto interessante, che apre ad ulteriori (e trasversali) riflessioni.

[Immagini tratte da Pexels]

Due libri importanti

Sono una strenua sostenitrice della lettura come mezzo per evadere, informarsi, conoscere e anche per trovare conforto e senso in momenti complessi.

E spesso i libri hanno segnato momenti importanti nella mia vita.
Due su tutti mi sono accaduti generando cambiamenti: il primo fu “Come ottenere il meglio da se stessi e dagli altri” (scritto da Anthony Robbins), il secondo fu “Shantaram” (di Gregory David Roberts, di cui possiedo anche il seguito – “L’ombra della montagna” – che però non ho ancora letto).
Il primo mi capitò per puro caso e diede inizio ad una nuova fase della mia vita, disegnando una via di uscita da una situazione professionale e personale altamente critica.
Il secondo capitò durante una estate un po’ così, durante la quale stavo trascorrendo le vacanze da sola: “Shantaram” fu un viaggio non solo nelle vicende del protagonista, ma anche all’interno della sottoscritta che leggeva la storia.

E ultimamente ho incontrato altri due altri libri molto importanti.

Importanti per il periodo nel quale sono capitati.
Importanti per il contenuto.

Curare sulla soglia della vita” l’ho incontrato nel momento in cui ho fatto una ricerca online sull’Hospice nella quale mia mamma sarebbe stata trasferita di lì a breve.

L’Hospice “Il Tulipano”: la struttura dell’Ospedale Niguarda che accoglie malati terminali (che hanno iniziato il “percorso di fine vita”, per citare la dottoressa palliativista con la quale approcciammo la fase) affetti da patologie degenerative di tutti i tipi (cardiache, neurologiche, tumorali…) incurabili.

Appena lessi del libro (di difficile reperimento, essendo stato scritto nel lontano 2009, e di non facile divulgazione), lo acquistai “al volo” su Amazon con l’intento di leggerlo in pochi giorni per prepararmi al trasferimento della mamma.
L’obiettivo era cercare di conoscere e capire di più di questa struttura, andando oltre le informazioni reperibili sul portale dell’Ospedale Niguarda e quelle avute durante i colloqui preparatori.

Chiaramente il costante, inesorabile e permanente riordino delle priorità di quei giorni resero impossibile leggerlo secondo i miei progetti.
E fu meglio così.
Perché se lo avessi letto prima, è molto probabile che avrei vissuto quella breve esperienza molto peggio di come l’ho vissuta in realtà.

L’ho comunque letto dopo.
A “vicenda” conclusa.
Ed è stato un viaggio letterario e conoscitivo molto interessante.

È la storia della nascita di questa struttura.
La storia del progetto e della sua messa in marcia.
Narrata attraverso la voce dei suoi protagonisti: il responsabile, la psicoterapeuta, il personale medico e gli infermieri.
Raccontando della nascita del team di lavoro, del processo personale e collettivo di costruzione della identità come singoli e come gruppo di lavoro.
È un viaggio intenso e istruttivo dentro una delle strutture forse più particolari all’interno di un percorso di cura: un luogo che rappresenta (per come la vedo io) una stazione, un’area di attesa, dove si attende di intraprendere un “nuovo viaggio”.

Non è un libro facile, lo riconosco.
Ma è un libro necessario. E importante.
Scomodo per certi aspetti, ma di grande interesse.

Il secondo testo (“Turno di parola“) invece l’ho incontrato attraverso un articolo condiviso qualche giorno fa via Facebook, non mi ricordo più da chi (purtroppo!): “Per fare i medici rianimatori in una Terapia Intensiva pediatrica ogni tanto bisogna urlare“.

Un piccolo libro di una intensità e delicatezza incredibili.
Un piccolo libro costruito dalle voci narranti dei rianimatori della Terapia Intensiva Pediatrica De Marchi, moderati da una psicologa di supporto.

Voci narranti che giorno-dopo-giorno raccontano (nell’arco di una settimana tipo) sensazioni, pensieri, esperienze, storie piccole e grandi, vittorie e sconfitte.

Un libro che ti entra sotto pelle e ti porta con sé dentro un reparto che già di per sé è un ambiente di confine (dove tutto sembra muoversi e svolgersi in un tempo al di fuori del normale tempo che viviamo nella quotidianità), ma che in questo caso è ancora più “limite” perché i pazienti sono speciali: sono bambini.
Una situazione (quella dei bambini in Terapia Intensiva) che non pensi possa (e debba) esistere.

Ed è stato inevitabile per me ripensare ai rianimatori (e al personale) che ho incontrato nella Terapia Intensiva del Blocco DEA Niguarda.
Nonostante la situazione, non sono state poche le volte che – osservandoli – mi sono domandata come si possa lavorare in un ambiente simile e cosa spinge una persona a fare un lavoro così intenso.

La stessa domanda che mi sono fatta osservando (per pochi giorni) i medici e gli infermieri che lavorano in Hospice: situazione diversa rispetto alla turbolenza di una Terapia Intensiva, ma comunque altrettanto emotivamente e psicologicamente intensa.

Ecco perché considero questi due libri così importanti.
Due testimonianze che dovrebbero avere – a mio avviso – una maggiore divulgazione.
Per aiutare a capire e per gettare uno sguardo controllato e filtrato (grazie alle pagine scritte) in realtà che difficilmente accettiamo e concepiamo.

Una ulteriore conferma (se mai ce ne fosse bisogno) che i libri sono un insostituibile veicolo di conoscenza e di crescita.
Dove la conoscenza – ed il sapere – sono un grande supporto utile alla comprensione (e accettazione) di eventi, vicende e situazioni che altrimenti potrebbero essere difficili da capire.

Il (mio) Tempo di Libri

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Ieri pomeriggio ho visitato la (nuova) fiera dell’editoria a Milano, della quale molto si è parlato e si parlerà, tentando – a manifestazione conclusa – di fare bilanci sulla sua riuscita, in rapporto soprattutto al Salone del Libro di Torino (della quale rappresenta un non indolore spinoff ).
[Stamattina ho letto un post di Luca Sofri su Wittgenstein, del quale condivido i toni pacati ed equilibrati.]

E questo post non vuole essere una recensione dell’evento, bensì è un piccolo resoconto personale di quello che ho vissuto domenica pomeriggio camminando tra gli stand dei padiglioni 2 e 4, ascoltando qui e là i numerosi interventi ospitati dalle case espositive, e scoprendo realtà editoriali (e non) a me totalmente sconosciute.

Nei giorni precedenti avevo preparato un personale itinerario all’interno della manifestazione mirato ad argomenti legati più o meno direttamente alla mia professione, lasciandomi comunque strade aperte ad altri stimoli che avrei colto durante la passeggiata.

In particolare ero partita con l’idea di seguire un paio di interventi legati all’architettura: la presentazione della nuova rivisita Ardeth (edita da Rosenberg & Sellier) e la tavola rotonda sulla “architettura della casa nel noir, nei gialli e in Simenon”; trascorrendo il tempo in mezzo ai due incontri curiosando tra le case editrici presenti.

Una immagine della tavola rotonda sulla architettura nei romanzi gialli, noir e Simenon. Da sinistra a destra: gli scrittori Alessandro Perissinotto e Paolo Roversi, il moderatore ed architetto Luca Molinari, la scrittrice Alessia Gazzola e Ena Marchi (editor di Adelphi).

E se purtroppo il primo l’ho perso perché arrivata in ritardo, il secondo è stato invece un interessante stimolo ad adottare una chiave di lettura specifica ad un genere che ben ospita al suo interno la trattazione degli spazi e dell’architettura, utili a supportare la struttura ed il ritmo narrativo. (Discorso estensibile anche ad altri generi letterari.)

Interessante anche l’aggancio e la citazione al cinema di Hitchcock (in effetti nelle sue pellicole è forte la presenza dell’architettura), che mi ha fatto pensare ad un suo esatto contrario: Dogville di Lars Von Trier (dove invece è completamente assente e – forse – nella sua negazione si fa sentire ancora di più).

James Stewart - rear window - & Grace Kelly
La finestra sul cortile (courtesy of The Shelter Network)

Dogville
Dogville (courtesy of 2byzantium.wordpresscom)

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Non si può non citare anche Peter Greenaway con la sua cinematografia (nella foto una immagine tratta dal film “Il ventre dell’architetto”)

Ma prima di assistere a questo intervento conclusivo (uno degli ultimi della giornata), la passeggiata tra gli stand è stata un misto di scoperte di una micro-editoria di nicchia, popolata di estimatori, e di conferme di alcune realtà conosciute.

Sono rimasta colpita dalla produzione Hazard Edizioni, che pubblica fumetti giapponesi stampati secondo lo stesso ordine di lettura dell’alfabeto del Sol Levante: si inizia a leggerli dalla (nostra) ultima pagina per finire alla (nostra) prima pagina (quindi da destra a sinistra).
Ho trovato Taschen ed Egea. Due case editrici che con la loro produzione ben intercettano aree che mi interessano, e nelle quali ho trascorso un po’ di tempo indecisa su quali testi acquistare.

Ho chiacchierato con i ragazzi di Bookabook, la realtà editoriale interessante che si poggia sul concetto di condivisione dei testi e degli strumenti di pubblicazione (“Casa editrice in crownfunding” recita la sua tagline).
Ho sconosciuto Luni Editrice che ho scoperto essere anche organizzatrice del Salone della Cultura ospitato in Superstudio Più lo scorso mese di gennaio (e che verrà replicato nel 2018), dalla quale ho acquistato due libri sul Giappone.

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E – ultimo ma non meno importante – ho sostato a lungo nel bellissimo stand dedicato alla realtà delle Biblioteche Milanesi: un angolo dove era possibile esplorare le loro molteplici attività fatte non solo di prestito libri, ma anche – per esempio – di laboratori makers, di contaminazione tra musica e letture e di molto altro.

Nella foto qui sopra due scorci dell’area dedicata alle Biblioteche Milanesi.

Come già scrivevo poco sopra, quello che mi è piaciuto di più del pomeriggio trascorso in fiera è stata la scoperta delle tante piccole case editrici, di nicchia e per appassionati; ma mi hanno incuriosito anche i grossi gruppi, la cui esplorazione mi è stata utile per capire la geografia editoriale.
E poi, amando i libri e la lettura, non nascondo che è stata una impresa titanica il trattenersi dall’acquistare l’impossibile tra saggi e narrativa. (E di molti libri ho preso nota per acquisti futuri.)

Chiudo questo post con una gallery dedicata a quello che è accaduto sabato sera: la presentazione ufficiale del Patto per la Lettura del Comune di Milano, del quale sono appena entrata a far parte. Una bella iniziativa di volontariato che porterà in giro per la città e per le strutture quali ospedali, biblioteche, scuole, case di riposo, carceri… gruppi di lettori volontari.
E sabato sera l’attore Felice Casciano, la psicanalista e formatrice vocale Laura Pigozzi e lo scrittore Hans Tuzzi, hanno condiviso alcuni insegnamenti per vincere la paura del pubblico, per controllare la voce e per entrare in sintonia con le persone che ci ascoltano.

[L’immagine di copertina è la locandina ufficiale di Tempo di Libri]

Il potere della normalità

[Avvertenza: post dal contenuto zigzagante… Partendo da un libro per arrivare a considerazioni personali, legate ad una precedente presa di coscienza in prima battuta sgradevole]

Ieri sera sono andata al primo incontro della nuova stagione del Bookeater Club di Zelda was a writer (di cui ho già scritto in tanti precedenti post).

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Lo screenshot della pagina Facebook di Rizzoli Galleria @RizzoliGalleria

E l’oggetto (o meglio, il libro) delle dissertazioni condivise è stato il nuovo romanzo di Jonathan Safran Foer, “Eccomi” (edito da Guanda).
Libro che – confesso – è stato di difficile lettura.
Per la sua monumentalità (circa 700 pagine) e per il suo contenuto.

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Un libro che mi ha lasciato interdetta e che più volte – durante la lettura – mi ha fatto pensare: “Sì, va bene… Ma dove stiamo andando? Dove mi vuole portare l’autore? Qual’è la morale? Qual’è il fine ultimo di questo lavoro?”

Ed infine ci siamo…
Stasera in @rizzoligalleria con @zeldawasawriter a discutere sull’ultimo libro di Safran Foer.
Per me una “lettura scalata” (senza rotta e senza riuscire ad intravedere la vetta), per altri un amore sin dalla prima pagina.
Sono curiosa di ascoltare coloro che lo hanno amato per capire dove non ho colto.
[Scrivevo sul profilo Instagram ieri mattina]

Ma anche un libro che – contemporaneamente – mi ha intimidito.
Non avendo mai letto nulla di Safran Foer, e sapendo che è uno dei massimi esponenti della letteratura americana, mi sono sentita in difetto nell’esprimere una mia opinione che ne “sminuisse” l’opera. (Chi sono io per esprimere un parere, se non di dissenso, per lo meno di perplessità?)

Ed avendo avuto nei giorni precedenti un primo scambio di opinioni online con Camilla Ronzullo (Zelda), ieri sera sono stata invitata a condividere con gli altri le mie perplessità.
Perplessità e “lacune” che sono state sanate grazie all’analisi molto accurata che la stessa Camilla, insieme ad altri partecipanti, ha fatto.
E che hanno composto un mosaico ricchissimo, consentendomi di apprezzare il significato (i significati) veicolato attraverso una storia di normalità.

Già, la normalità.
O anche la quotidianità se volete.
Quella “situazione” che viviamo ogni giorno in modo scontato e talvolta passivo.
Che magari facciamo fatica ad accettare e a darle un senso.
Ma che può invece essere densa di contenuti ed insegnamenti.

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#vitadaufficio è un hashtag che uso spesso per raggruppare foto che scatto relative ad una delle facce della quotidianità (© Barbara Olivieri da Flickr)

Normalità che – personalmente – è tornata prepotentemente alla ribalta dopo che qualche giorno fa, mi sono resa conto che con le strategie ed i massimi sistemi che ho “frequentato” per lungo tempo sono arrivata alla fine. Non riuscendo più a trarre nessuno stimolo o spunto di riflessione.

Uno shock (che penso a posteriori essere stato salutare) che prima mi ha fatto capitombolare (metaforicamente) con un brutto sgambetto, poi mi ha riportato coi piedi per terra (dopo che mi sono rialzata e mi sono – sempre metaforicamente – tolta di dosso la polvere).
Facendomi ora vedere, osservare ed ascoltare l’intorno in modo forse leggermente diverso. (“Per arrivare a questo ci sono voluti 9 anni?”, mi sto domandando in questi giorni.)

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#onthewayhome e #onthewaytowork sono altri due hashtag di istantanee sul profilo Instagram (© Barbara Olivieri su Flickr)

E stamattina – sulla strada per l’ufficio – non so per quale strana ragione, ripensando alla bella serata del Bookeater Club e al libro di Jonathan Safran Foer, ho pensato anche alla personale quotidianità (non priva di preoccupazioni).

E ho pensato a come un libro che mi ha lasciato in prima battuta interdetta, ma che mi rendo conto sto metabolizzando grazie a ciò che ascoltato ieri sera, possa gettare una nuova luce su me stessa e su ciò che mi circonda.
Senza scuotermi, o strapazzarmi, bensì insinuandosi sommessamente.

[Qui sotto il minivideo della serata pubblicato sulla pagina Facebook di Zelda was a writer.]

Futuro, professioni e Industria 4.0

 

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Immagine tratta da Smart Week (Le 11 professioni più richieste del futuro)

Il World Economic Forum stima che già nel 2020 (cioè fra 4 anni, praticamente domani…) si avrà una flessione del 5% delle professioni della fascia medio-alta (intendendo professioni legate alla amministrazione, ingegneria e discipline affini che definirei “intellettuali”). (A questo link è possibile leggere e scaricare il pdf del documento redatto dal WEF: “The Future of Jobs”)

L’anno scorso – in questo periodo – partecipai alla Alumni Polimi Convention dove si parlò di “Industria 3.0”. Oggi si parla già di “Industria 4.0” (semplificando: robotica + Intelligenza Artificiale + Big Data + …altro…). 

Rischi e incognite dell’Industria 4.0

Nell’articolo menzionato qui sopra (e in altri che si leggono sempre più di frequente) vengono disegnati scenari che possono preoccupare non poco. E di cui si legge comunque da un po’ di tempo (un anno fa circa avevo scritto qualche post “lato utente” sull’argomento):

Ci salverà l’esperienza?

Manualità vs progettualità

Robot e C.

E qualche mese fa ho letto il libro di Claudio Simbula “Professione robot”, dove l’autore individua 31 professioni ad alta probabilità di sostituzione da parte dei robot (alcune già in atto).

Tirando le prime somme, tra libri, articoli e rapporti sullo stato dell’arte, pare che nessuno sia escluso da questa rivoluzione sempre più incombente e più prossima. Sappiamo che non si tratta più dei soli lavori manuali e ripetitivi (operai, magazzinieri), bensì anche di attività di professionisti (avvocati, commercialisti, assicuratori, ingegneri, architetti).
Non solo.
Proseguendo nella carrellata di attività coinvolte, si parla anche di assistenza all’uomo in ambito medico e sanitario (è di questa estate la notizia del super-computer IBM Watson che ha trovato una cura per un caso di leucemia rara, grazie alle sue capacità di calcolo che hanno consentito un incrocio di dati in tempi ridotti e la conseguente individuazione di una terapia adatta). Senza dimenticare la vendita già da tempo oggetto di pesante mutazione grazie all’avvento dell’e-commerce e di sue declinazioni (più per la parte di intelligenza artificiale).
Insomma ce n’è per tutti.

Ed è comprensibile lo sconforto e la preoccupazione (anche perché personalmente non riesco a vedere quali possono essere le possibili evoluzioni e direzioni da prendere).

Ma una speranza c’è, a mio avviso (e non solo mio). E porta il nome di creatività
Quella capacità tipica dell’uomo di inventarsi cose e trovare soluzioni innovative per qualcosa.

Almeno fino a quando gli algoritmi non saranno così evoluti da apprendere e – sulla base di quanto acquisito – creare e progettare soluzioni nuove. (E se ciò avverrà mi auguro che accada il più in là possibile nel tempo.)

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In foto l’ebook del libro “L’Algoritmo definitivo” di Pedro Domingos, edito da Bollati Boringheri (lettura estiva che riprenderò a breve e che avevo interrotto perché necessita di una concentrazione che questa estate non c’era)

E restando nel campo degli algoritmi, e di Intelligenza Artificiale, proprio stamattina ho letto questo interessante articolo sul blog Nuovo e Utile:

Linguaggio naturale e intelligenza artificiale: una bella sfida

Che tratta di come la macchina può interpretare il linguaggio dell’uomo. E della differenza tra linguaggio naturale (usato dall’uomo e denso di sfumature interpretative) e linguaggio artificiale (usato dalla macchina).

[E se volete farvi una chiacchierata online con una intelligenza artificiale, provate con Mitsuku (ringrazio l’amico Antonio Tartaglia per avermelo segnalato).]

Ebbene, nonostante tutte le previsioni possibili, è difficile avere una visione nitida del futuro (anche prossimo).
Di sicuro c’è che bisogna rimboccarsi le maniche.
Cambiare i famosi paradigmi.
E non smettere mai di imparare, informarsi e annusare le possibili tendenze del futuro. Implementando competenze e conoscenze, senza soluzione di continuità.

 

allo_google

Ah! A proposito… La foto qui sopra mostra alcune schermate di Allo di Google. La app sviluppata in risposta a Whatsapp (di Facebook) con integra l’assistente di Google, in una curiosa ibridazione tra “chat” e i vari Siri, Cortana & C (le intelligenze artificiali primitive che già ci portiamo in tasca).
Testate online parlano del rilascio (sia per Android che per iOS) tra oggi e domani.
Io sono curiosa di testarne il funzionamento.

[Immagine di copertina da ThinkStock Photos]

Leggere: manuali o storie?

letture estive prima ideaQuesta è la cronaca un po’ bislacca delle mie letture estive (tutt’ora in corso). [Scritta da smartphone… Quindi scusate se l’impaginazione non sarà temporaneamente delle migliori…]

Sì, perché in prossimità della partenza condividevo sui social la foto qui sopra, annunciando a gran voce che questi sarebbero stati i libri che mi avrebbero accompagnato in vacanza (affiancati dal Kindle come “strumento di emergenza”, contenendo numerosi manuali in formato eBook).

Una scelta che per taluni può risultare banale, ma che per me costituiva una sfida: leggere romanzi, rinunciando alla lettura di manuali.

Sfidando la mia paura a non studiare, a non utilizzare i libri come strumento di apprendimento (o approfondimento) di nuove competenze.

Un timore – il mio – che farebbe la gioia di uno psicanalista…

Ma anche una verità a metà, perché in realtà due libri erano già partiti in anticipo e mi attendevano a destinazione: “La trama lucente” di Annamaria Testa e “Pensare come Leonardo” di Michael Gelb.

Invece che è accaduto?

È accaduto che ho scelto di partire solo con il Kindle con l’obiettivo di leggere i due libri sopra citati e “Pensieri lenti e veloci” di Daniel Kahneman.

Barbara Olivieri letture estive manualiCedendo così alle pressioni del mio io timoroso, abbarbicato alla ossessione dell’imparare sempre, comunque e dovunque.

E son partita proprio da lui, dal lavoro di Kahneman. Arrancando con sempre maggiore fatica.

Fino al (metaforico) collasso di qualche giorno fa.

Quando – consultando il tempo di completamento di lettura del libro che il Kindle perfidamente ti permette di vedere – mi è venuto da piangere: 6 ore e 28 minuti…

E nonostante procedessi pagina digitale dopo pagina digitale, il tempo restava inchiodato lì: 6 ore e 28 minuti…

Mi sono detta: “Tu ti stai facendo del male. Tu hai bisogno di leggere altro. Se vuoi leggere…”

Ho a bordo del Kindle le versioni digitali di alcuni dei libri della foto di apertura, ma avevo bisogno di carta.

Ed in particolare di una storia scritta su carta.

E così sono andata a curiosare nella torre di libri del babbo, appassionato di gialli (avevo scelto con lui le sue letture estive, facendogli da “consulente”, accompagnandolo alla libreria Open di Milano prima della partenza estiva).

La scelta è caduta forzatamente sul libro di Lisa Gardner, “Prendimi”.

Barbara Olivieri leggere storieMa seppur sia stata una scelta “forzata”, ha avuto l’effetto di un balsamo! Partita a razzo, sono avanzata allegramente all’interno del thriller (assaporando la storia e compartecipando alle vicende dei protagonisti).

E ripensando alla scelta un po’ infelice dei libri da portare con me in vacanza (scelta infelice adesso, perché non è detto che lo sia in altri momenti), un paio di pomeriggi fa – fissando pigramente il soffitto – mi sono domandata il perché di questa mia dipendenza dai manuali (per poi far sempre più fatica nel trovarne dall’effetto “wow”).

Ed è stata una conseguenza ripensare a quei romanzi che mi hanno catturato e mi hanno lasciato molto.

Non in termini di nozioni. Non in termini di  informazioni codificate.

Che mi hanno arricchito e di cui ne conservo ancora il ricordo.

Qualche esempio “random” (non esaustivo)?

  • Shantaram,
  • La saga del commissario Wallander,
  • La trilogia Millenium di Stieg Larsson,
  • Un giallo di cui purtroppo non ricordo più il nome ma che mi fece scoprire l’analisi comportamentale,
  • Molti romanzi di Tom Clancy (con il protagonista Jack Ryan),
  • I romanzi di Michael Chricton,
  • “Il cardellino” di Donna Tartt,
  • Un romanzo di Wilbur Smith che mi insegnò alcune cose sulla struttura sociale degli elefanti,

Quanto mi hanno dato queste storie…
In quanti posti mi hanno portato…
Quante cose mi hanno insegnato…

E forse ecco che la domanda-mamma emerge… Leggendo queste storie, questi romanzi, nel mio retrocranio una vocina timida chiede: “Ma se tu non impari cose nuove, come fai a raccontare fatti che possono interessare gli altri come i romanzi che ti piacciono tanto?”

A cui fa da contraltare un’altra voce più ferma e pacata: “Sì, va bene, ok. Ma se non vivi, non fai esperienza, non ascolti… Come fai ad imparare ed elaborare cose nuove che puoi raccontare agli altri?”