Leggere libri…

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Stamattina un contatto di Facebook, ha condiviso questo articolo della rivista Studio:

Leggere per piacere o leggere per dovere?

Il titolo dice già tutto e individua il nocciolo del problema.
Ma la dissertazione in esso contenuto va molto più in profondità, ponendo una questione forse non così scontata: “Se leggo per lavoro, è vera lettura?”

Questa riflessione mi ha fatto tornare in mente vecchie dissertazioni tra amici sul tema.
Una volta, ragionando attorno ad una idea di bookclub aziendali, un amico mi disse: “Mi hai fatto riflettere, perché non ho mai letto nulla al di fuori di libri legati al mio lavoro” (intendendo manuali).
E “a breve giro di posta”, chiacchierando con un altro amico sulla possibilità di partecipare ad un bookclub a cui volevamo iscriverci, mi disse: “Io non ho molto tempo per leggere libri al di fuori del mio lavoro!” (pensando al bookclub come ad una opportunità di variare letture e perdersi piacevolmente nelle storie).
E una terza persona (uno dei formatori più brillanti che conosca) seguendo un mio vecchio progetto di “un libro alla settimana”, mi disse: “Ma come fai a leggere così tanto? Quando riesci a leggere?”. E alla mia risposta (“Leggo durante gli spostamenti sui mezzi pubblici, e nei tempi di attesa vari che ci sono nell’arco di una giornata”) disse: “Leggi negli sfridi di tempo” (espressione assai suggestiva). E lui è una persona che macina libri come se non ci fosse un domani…

Ebbene, tre riflessioni di tre persone di grande vivacità intellettuale e di grande curiosità. (Ma?) Che leggono principalmente libri legati alla loro professione.

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Sì, posso essere d’accordo sul fatto che leggere solo ed esclusivamente libri legati al proprio lavoro possa alla lunga limitare la propria “visuale”. Ma è anche vero che comunque è un atto di acculturamento e aggiornamento, seppur dedicato ad uno specifico ambito.
In più, non dimentichiamoci che oggi il leggere sulla propria professione, significa anche andare in esplorazione di altri argomenti apparentemente esterni al proprio “recinto operativo”. Per ampliare ed arricchire le proprie competenze.

E poi c’è un’altra area che forse non è ancora così facilmente tracciabile: la lettura di contenuti online. Che provengono da testate giornalistiche, blog, siti,…
Una gigantesca prateria, dove pascolano indisturbate anche le famigerate bufale, ma dove si possono trovare contenuti molto interessanti (previo setacciamento paziente e certosino dei motori di ricerca).
E’ un’area che credo non sia ancora completamente mappata e che potrebbe riservare delle interessanti sorprese.
(Da tempo ho in programma di leggere un libro sull’argomento [“#letturasenzafine” di Paolo Costa, edito da Egea], che mi guarda da tempo e con insistenza da un ripiano della mia libreria.)

Ricordo anche (a tale proposito) una affermazione di Mafe De Baggis che giustamente osservò che quando vediamo una persona con lo smartphone in mano pensiamo immediatamente che stia “cazzeggiando” (mi si perdoni il termine), quando in realtà potrebbe stare lavorando e/o leggendo contenuti di alto livello e/o informandosi (ho una cara amica che usa lo smartphone anche per leggere ebook, nel mentre si sposta e viaggia, ottimizzando così anche numero di dispositivi al seguito, ingombri e pesi).

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Le “convinzioni antiche” sul termine “lettura” credo siano ancora tante.
Soprattutto legate alla lettura di libri e ancor più di classici (visti come un lasciapassare per assurgere a livelli di formazione e acculturamento superiori).
E questo potrebbe acutizzare il divario tra chi legge e chi non legge, allontanando tra loro le parti anziché lavorando per avvicinarle.

Poi, esistono anche modi di scrivere dove narrazione ed informazione si uniscono per trasmettere del sapere in un modo più coinvolgente, sfruttando la predisposizione della mente di apprezzare ed imparare attraverso esempi e storie.
Un argomento che si allontana un po’ da quanto scritto qui, e che meriterebbe una riflessione dedicata (che mi sto facendo in questo periodo leggendo “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” di Oliver Sacks, e “Diventare se stessi” di Irvin Yalom.)

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“Leggere libri” è un argomento vasto e declinabile in mille sotto-dissertazioni.
Per non andare oltre (leggasi “uscire dal seminato”) scelgo di chiudere con due spunti finali, che arrivano dal sito della Treccani.
Uno è la definizione della parola “lèggere”:

  1. Scorrere con gli occhi sopra un testo scritto o stampato, per riconoscere i segni grafici corrispondenti a determinati suoni, e formare così, mentalmente o pronunciandole, le parole e le frasi che compongono il testo stesso […]
  2. Intendere, interpretare in un determinato modo uno scritto, un passo d’autore […]

L’altro è un articolo scritto nel 2013, ma sempre attuale: “Perché leggere?”
Un testo quest’ultimo molto interessante, che apre ad ulteriori (e trasversali) riflessioni.

[Immagini tratte da Pexels]

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