Sogni, letture ed elaborazioni

È stata una domenica “complessa”.
A causa di un sogno fatto la cui vividezza ha influenzato la mattinata.
E facendo questo sogno, e leggendo al risveglio qualche pagina del libro di Irvin Yalom “Diventare se stessi” (libro che consiglio vivamente, nonostante sia a metà della sua lettura), qualche riflessione mi è sorta.

Premetto: non sono una psicologa e non ho competenze in materia.
Mi appassiona e incuriosisce il funzionamento della mente.
E’ dal 2007, anno nel quale ho incontrato il mondo della crescita personale, che sperimento (cercando di individuare su me stessa) dinamiche di pensiero, lavorandoci attorno e dentro.

E gli eventi degli ultimi mesi, si sono trasformati in un banco di prova e (mio malgrado) in un “laboratorio avanzato” di osservazione e sperimentazione (utile – d’altro canto – ad affrontare nel miglior modo possibile la vicenda, convivendoci e accompagnandola).

Quello che ho osservato (e vissuto) ieri credo sia una delle (tante) manifestazioni della “lunga onda” della elaborazione.

Nel pdf “Dare un senso alle cose“, racconto di sonni profondi e senza sogni (aiutati dalla Melatonina, che ho preso per contrastare l’insonnia da tensione): non ho sognato per settimane.
E solo di recente sono ricomparsi dei loro surrogati.
Ne ho ricordi labili e frammentati che dimentico molto velocemente, nel giro di poche ore, tranne una immagine nitida “accaduta” durante il soggiorno di mia madre non ricordo più se in Terapia Intensiva o in Hospice. Una immagine che conservo ancora oggi, a distanza di mesi: la ricordo che mi dice con forte convinzione “mi fido di te”, ed io che mi sono svegliata il mattino dopo animata da una cieca determinazione di sorveglianza. Sentendomi investita da un surreale compito di tutela e protezione.

L’altra notte però è stato diverso.

L’ho sognata in un letto di ospedale (degenza, perché ricordo una trave testaletto a parete).
Aveva fame e mi chiedeva di procurarle un panino che io andavo a prendere ponendomi dubbi su come dovesse essere, optando per una focaccia (tonda) con prosciutto cotto e un po’ di formaggio. (Una delle cose che mi aveva gradualmente preoccupato sempre più, prima che scattasse l’escalation, era la sua progressiva assenza di appetito. Tant’è che il personale del reparto ci aveva autorizzato a portare del cibo, per cercare di andare incontro a sue esigenze e invogliarla a nutrirsi; ed io andavo a trovarla all’ora di pranzo per farle compagnia, controllarla e stimolarla nel mangiare un po’.)
Nel sogno, rientravo nella stanza con il panino e la trovavo addormentata.
Guardandomi attorno vedevo che sul tavolino c’era una parrucca, e mi dicevo: “Bene, le stanno ricrescendo i capelli!”.
Pensando che presto sarebbe tornata a casa.
(Specifico che mia mamma non era ammalata di tumore: aveva una poliangioite microscopica, una rara forma di vasculite.)

Il sogno è stato talmente vivido che – quando mi sono svegliata – ci ho messo qualche secondo a prendere coscienza che si trattava solo – appunto – di un sogno.
E non è stato divertente.

Ma la cosa ancora più “straniante” per certi aspetti, è stato che – per riprendere possesso della realtà – ho letto un capitolo del libro di Yalom e il caso ha voluto che sia entrata nella parte nella quale racconta della sua esperienza di terapia di gruppo con malati terminali. (Un involontario e fortuito rinforzo alla elaborazione, diciamo così.)

Tutto questo è pura casualità, ma la riflessione è stata automatica: Irvin Yalom è uno dei massimi psichiatri viventi, che usa la narrativa come sapiente veicolo di diffusione della scienza terapeutica. Invitandoti (in maniera laterale ed indiretta) alla riflessione su te stesso.
Mi sono domandata se, leggendo (volutamente) il libro, la mente (l’inconscio) non stia assorbendo le informazioni e le stia rielaborando e combinandole con la propria “banca dati”.

Mentre la parte conscia scantona e si inventa qualsiasi cosa per restare occupata.

Sì, perché un’altra variabile di cui tenere conto è che la mente fugge davanti a situazioni scomode.
Una questione già affrontata durante la permanenza in Terapia Intensiva e che oggi – a distanza di tre mesi e mezzo – si sta ripresentando: dopo avere avuto la necessità di fermarsi, rallentare, sfrondare,… ora la mente ha ricominciato a correre.
E la sottoscritta (ha ricominciato) a doversi fermare per scegliere, sopprimendo la pulsione bulimica di riempirsi giornate e settimane fino a scoppiare.

Già…
La mente è come un sofisticatissimo software, il cui codice è in (gran?) parte ancora sconosciuto.
Riuscire a osservarne con consapevolezza (ponendosi ad una certa metaforica distanza) i risultati comportamentali (sia verbali, che di comprensione) è per me sempre fonte di sorprese.
E più di una volta – in questi mesi – ho osservato cose che ho detto e ho fatto, analizzandole a posteriori e rendendomi conto talvolta di essermi comportata in modi ora infantili, ora dittatoriali, ora ostinati, ora direttivi… nel mentre l’Adulto (e la razionalità, alla quale tentavo di ancorarmi) faticosamente tentava di mediare e di filtrare.

[Fatta eccezione per la foto del libro di Irvin Yalom, le altre foto sono tratte da Pexels]

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