Condividere con parsimonia

Farsi i fatti propri conservando la (propria) autonomia di pensiero.

Questa riflessione mi è sorta ascoltando questa mattina il podcast Morning de Il Post (condotto da Francesco Costa).

E ascoltando delle turbolenze interne ed esterne al nostro Paese, di spionaggio più o meno autorizzato di “Paesi terzi” e altre “amenità” (virgolettato d’obbligo)… mi sono tornati in mente post drammatici all’indomani del risultato delle Elezioni Amministrative che paventavano la fine della libertà di espressione e di pensiero.
[E forse ne avevo già scritto in un post precedente (ricordo che comunque ci avevo riflettuto soprattutto in ragione dei contenuti drammatici di cui sopra).]

Oggi questo pensiero è tornato in superficie con una diversa natura.
Perché?
Perché ascoltando determinate notizie, si è fatto sentire un senso di inquietudine.

Credo sia normale: viviamo tempi molto particolari (soprattutto la nostra generazione che arriva da un lungo periodo di relativa quiete). E il rischio è di scivolare gradualmente in uno stato simil ansiogeno (assimilabile al “guardarsi le spalle”) è abbastanza facile.

Una sensazione malsana (oserei dire “disfunzionale”) dettata anche dalla particolarità della nostra Era fatta di comunicazione costante e continua, di perenne connessione & interconnessione. Una realtà che nella sua “virtualità” ha azzerato le distanze chilometriche, mutando la nostra percezione dell’intorno (di prossimità o lontano).

Una sensazione generata da questa connessione & interconnessione che ci consente di leggere e – soprattutto – comunicare. Senza soluzione di continuità.

E senza filtri.

Quei filtri che adottiamo quando comunichiamo in presenza (sulla base delle nostre capacità di ascolto e osservazione dell’interlocutore e dell’ambiente) e che usiamo molto meno (talvolta per niente) in un ambiente digitale (esso stesso già filtro, ma di natura assai diversa).

Ebbene, valutando l’insieme (il periodo storico + i mezzi di comunicazione + le personali capacità di elaborazione dei dati + i mezzi di informazione + … [aggiungete ciò che preferite]) mi sono domandata:

“Ma è proprio necessario che io esprima sempre e comunque il mio pensiero?”

(Domanda aggiuntiva apparentemente fuori contesto: che rapporto abbiamo con i nostri amici? Diciamo loro sempre tutto [come ai tempi delle amicizie del cuore] oppure alcune cose le teniamo per noi?)

La risposta credo sia “no”.
Non è sempre necessario.

E il mio non è un “no” censorio, è un “no” mediato.
Dal contesto, dalle persone con le quali dialoghiamo online e offline.

È un “no” supportato da un approccio che aiuti a valutare costruttivamente la condivisione dei propri pensieri. Che generi un pensiero critico in grado di scegliere non solo cosa dire, ma anche come dirlo.

[Sul tema del “come” dirlo tornerò a breve, in relazione al cosa scegliere di vedere/leggere/ascoltare in base alle proprie capacità emotive e nel rispetto delle capacità emotive altrui.]

Parole chiave

Parole chiave.

Quelle parole che – nel bene e nel male – hanno specifici effetti in chi ascolta.
Ma anche quelle parole che sono diventate talmente tanto “chiave” (grazie all’uso massiccio, massivo e indiscriminato) che possono risuonare fastidiose, stonate o stancanti.

Io ne ho quattro.

Inclusivo – Esclusivo – Opportunità – Straordinario

Quattro parole che mi sono stancata di ascoltare, sentir pronunciare, leggere.
E su cui ho deciso di dedicarci questo articolo un po’ a futura memoria (mia), un po’ per riflettere per iscritto sul perché.

Inclusivo, un termine che ormai viene usato sempre e comunque.
Mi fa venire in mente (per associazione di idee) il termine “green washing”: altra parola che sta scalando velocemente le classifiche di utilizzo, alla quale – in questo caso – mi riferisco in termini di “se non la uso non sono credibile”.
Questa riflessione arriva dalla lettura di un articolo di Vera Gheno pubblicato nel numero di “Cose” (de Il Post) dedicato alle “Questioni di un certo genere”.
Uno scritto che mi ha fatto riflettere sul significato della parola in questione e sulla quale viene posta la seguente domanda (che riscrivo con parole mie): “Siamo sicuri che includere sia la cosa più giusta da fare, e che invece non sia più giusto riconoscere la diversità?”
Una sottile linea di demarcazione di significato che diventa (nello specifico di quel testo) quasi il suo contrario fatto di esclusione: perché se includi qualcosa, qualcosa d’altro lo escludi…

E così arrivo alla seconda parola: Esclusivo.
Che in questo caso interpreto come un’appartenenza ad un “gruppo di eletti”, sulla quale tanto hanno costruito (e costruiscono) operazioni di marketing e di vendita, non sempre di qualità e che comunque continuano ad avere presa su alcune nicchie di mercato.
Quanto estese lo ignoro, però. Perché – oggi come oggi – non so quanto l’esclusività abbia ancora un senso reale (e non solo evocativo).

Vado avanti.
E’ il turno di Opportunità.
Termine usato e stra-usato da un certo mondo della formazione anni ‘80/‘90 e che – secondo me – sta mostrando tutta la ruggine e la vetustà di significato del caso.
Soprattutto quando viene utilizzata da coloro che cercano di venderti qualcosa, incuranti – consapevolmente o meno – della ormai perduta “asimmetria informativa”.
Incuranti anche – consapevolmente o meno – del significato che ha assunto nel corso del tempo: un significato che talvolta odora di fregatura.

Finisco con il botto: Straordinario.
Una parola che mi provoca molto fastidio ogni volta che la sento pronunciare.
Una parola che – almeno nella mia testa – va a braccetto con le precedenti “opportunità” ed “esclusivo” e che talvolta mi sono sentita rivolgere con intenti che andavano dall’adulazione alla motivazione, passando per “l’opportunità straordinaria” (e “irripetibile”).
Un (altro ed ulteriore) termine che paga il suo significato a causa di un utilizzo diffuso e – talvolta – improprio.

Inclusivo – Esclusivo – Opportunità – Straordinario

Non sono cattive parole.
Come tutte le cose, non hanno una natura specifica.
Hanno una definizione, ma l’uso che ne facciamo fornisce loro un’ulteriore definizione (un significato) a seconda di come le decliniamo e le associamo a situazioni, facendole nostre.

Forse è necessario prestare una maggiore attenzione alle parole che scegliamo di usare, con cognizione di causa e ascoltando ciò che ci circonda.
Senza cedere alla seduzione delle parole di moda, bensì comunicando in un modo che ci rappresenta di più, che ha un significato più attinente a ciò che vogliamo realmente dire e che vogliamo far comprendere a chi ci ascolta.

Leggere 2.0

Faccio parte delle generazione analogica.
Quella generazione che vive a cavallo della transizione tecnologica, che ha visto (e vissuto) quello che c’era prima e sta vivendo in pieno quello che c’è adesso, intravedendo possibili sviluppi futuri.

E mi definisco una “migrante digitale”, proprio in virtù (e/o a causa) di questo viaggio da quello che c’era prima a quello che c’è adesso.
Con tutti i disagi del caso (ai primi approcci alla tecnologia assai poco user friendly dovevi essere quasi un programmatore per gestire i programmi in MS-DOS).
Ma anche con tutti i vantaggi del caso (la tecnologia via-via sempre più facile con interfacce dove bastano pochi tap per aprire applicazioni e muoverti al loro interno facendo una moltitudine di cose impensabili fino a poco tempo fa).

Il tutto in quasi 20/30 anni (da un punto di vista utente).

E proprio questa migrazione di utilizzo sta (se mai fosse necessario evidenziarlo) modificando nostre modalità e comportamenti.
Uno di queste modalità è la lettura.
In senso ampio e lato.

Un’attività che prediligo e sulla quale mi ritrovo spesso a riflettere, talvolta smarrita, talvolta entusiasta, talvolta preoccupata.
A seconda dell’umore della giornata.

Ci riflettevo proprio stamattina, leggendo un estratto del libro “La mente estesa”.

Lo stavo leggendo sulla app Kindle per iOS.
Quindi sul telefono, neanche sul Kindle che mi sono accorta rendermi stranamente più noioso l’atto della lettura (credo per la mancanza del colore e per la non grande capacità di rendere la lettura “estesa”, tipica degli ebook, che consente di seguire eventuali link presenti e navigare in approfondimenti).

Dopo qualche minuto di lettura dell’estratto, mi sono spostata “altrove” (su altre piattaforme) a leggere altri contenuti e mi sono ritrovata a riflettere su questa modalità che di primo acchito appare alla vecchia me (cresciuta a ore concentrata su un singolo libro) caotica e inconcludente, con forse anche delle tracce di “disturbo dell’apprendimento” (pensiero – questo – forse un po’ paranoico).

Ma che forse è indicativa di una modalità “reticolare” o “a propagazione”, parafrasando Giulio Xhaët che nel libro “#Ibridocene” di Paolo Iabichino scrive:

“In un mondo cosi complesso come quello Phygital non basta più avere competenze verticali, ma è necessario apprendere per “propagazione” provando nuove strade e unendo discipline anche molto distanti tra loro.”

Una modalità non per questo impoverita, bensì forse diversa.

Più orizzontale, anziché verticale.
Che si muove per link di approfondimento (negli ebook) e per contaminazioni di idee e loro collegamenti laterali.

Più adatta forse ai tempi che stiamo vivendo e che ci costringono, e ci stimolano, ad adottare nuovi modi per continuare a fare quello che facevamo prima.

Diversamente.

La calzolaia che va in giro con le scarpe rotte (di “conflitto dialettico”).

Diversi giorni fa scrivevo il post su Facebook riportato qui sotto, raccontando di un episodio accaduto qualche ora prima.

La settimana successiva a questo episodio – a valle di un mini-corso sulla “comunicazione in pubblico” dedicato alle studentesse di ingegneria e architettura del Politecnico di Milano – ho fatto improvvisamente (tra me e me) un collegamento tra alcune riflessioni condivise con le partecipanti e quello che ho fatto (e detto) nel “conflitto dialettico” di quel giorno.

Fatto salvo le idee che hanno sostenuto le rispettive “uscite” (del collega e mie) e sospendendo qualsiasi tipo di giudizio sulle rispettive posizioni politiche e ideologiche, mi sono resa conto di avere commesso un errore strategico di comunicazione.
Riflettendo anche sulla effettiva (e scomoda) validità dell’osservazione del collega sulla emotività messa in gioco.

Vado a spiegare partendo con l’immagine qui sotto: un semaforo e alcune piccole parole (No, Però, Ma, Sì e…).

Questa è la slide che utilizzo per spiegare l’importanza di alcune piccole e apparentemente inoffensive “paroline” (congiunzioni) che usiamo con grande disinvoltura e che – collocate all’interno della frase strategicamente o a casaccio – possono fare una grande differenza nel significato complessivo del concetto che stiamo comunicando.

Durante il ragionamento su queste congiunzioni, e su situazioni di comunicazione in conflitto, una delle partecipanti ha raccontato della sua esperienza di persona un po’ polemica (a detta di altri) che nel tempo ha imparato a esordire nelle sue osservazioni con un tocco di ironia (“Sì, con tutto il bene che ti voglio, ma…”).

L’ironia ha fatto da ponte ad un ragionamento sulla gestione della pressione emotiva che si crea in queste situazioni, insieme all’uso delle parole (“confronto dialettico” è il sinonimo che ho usato per trasformare la situazione da “scontro” a qualcosa che risuona meno pesante: un termine ascoltato tempo fa in un podcast).

Pressione emotiva da riconoscere e da gestire. Dalla quale prendere le distanze. Per mantenere il controllo del dialogo e delle parole che lo compongono (“controparte” vs “interlocutore” è un altro escamotage linguistico per “raffreddare”).

Quindi quale errore strategico di comunicazione ho commesso?

Non sono stata in grado di gestire le emozioni.

Emozioni generate da quello che avevo letto e avevo visto quella mattina.
Che mi aveva provocato sofferenza e dolore.
(Che mi provoca tutt’ora un enorme senso di sofferenza, dolore e impotenza. [E i fatti di Bucha di queste ore – nel mentre scrivo questo articolo – stanno gettando ulteriore benzina sul fuoco; ma su questo ne scriverò la prossima settimana per lasciar(mi) il tempo per decantare e riflettere.])

Grosse emozioni in gioco che hanno schiacciato e soverchiato tutto il resto, “mandandomi fuori di testa” in una frazione di secondo.

Errore. Mio.

Un errore che – se visto su diverse scale – può creare conseguenze difficili da riparare.
(E di errori simili – in contesti diversi – ne ho commessi in buon numero nel passato, imparando nel tempo – con fatica – a gestirmi.)

Quindi cosa avrei potuto rispondere alla frase del collega “a Mariupol non sta succedendo nulla” (con un linguaggio del corpo che supportava le sue parole, amplificando la mia interpretazione emotiva)?

Anziché scattare come un rettile dicendo “Ma cosa stai dicendo???”, proseguendo con una neanche tanto velata accusa di “negazionismo”, avrei potuto – con calma – porre una domanda:

Cosa intendi dire con non sta succedendo nulla?”

Proseguendo poi, domanda dopo domanda, ad estrarre informazioni e pensieri del collega.
Valutando di volta in volta cosa chiedere, a seconda delle risposte.

Avanzando con ulteriori domande.
Ancora e ancora.

Estraendo informazioni.

Riconoscendo nel contempo le (mie) emozioni in corso e mettendole momentaneamente da parte, in funzione di un chiarimento dei concetti utili a sostegno della mia argomentazione.

Forse non avrebbe risolto, ma sicuramente sarebbe stato utile a “tamponare”.
Un “tamponare” utile (a sua volta) a non farsi sopraffare, e che non deve essere visto come un processo di disumanizzazione e un segnale di assenza di empatia.
Bensì un “tamponare” utile a mantenere stabilità ed equilibrio (emotivo), utili (a loro volta) a gestire conversazioni, riflessioni ed azioni.

[La foto in evidenza è di Alice Yamamura su Unsplash]

Di errori di comunicazione. Miei.

Di recente ho commesso un errore.
Importante, secondo i miei parametri.

Ho ceduto alla lusinga dal “vago sentore primitivo” (leggasi “intervento del cervello rettile”) di quella benedetta/maledetta piattaforma che si chiama Facebook: ho ceduto alla pulsione di voler esprimere un opinione personale su una vicenda di grande risonanza mediatica che “fa scopa” (termine mutuato dal celebre gioco a carte) con un tema fortemente polarizzante.

Praticamente una tempesta perfetta che – se ben condotta – può generare engagement (che non era il mio obiettivo) ma che se sfugge al controllo genera un flame (che si stava generando) su cui bisogna cercare di intervenire rapidamente, con tutta la difficoltà derivante da una comunicazione temporalmente non allineata e priva di tutta una serie di canali comunicativi che possono smorzare eventuali malintesi (tono di voce, espressioni del volto, sguardi, ecc. ecc.).

Foto di Antenna su Unsplash

Anzi, l’errore non è stato uno.
Bensì sono stati due.
Il primo è stato quello di voler esprimere una opinione sulla questione (non necessaria, anche se pubblicata sul profilo personale).
Il secondo è stato quello di toccare uno degli argomenti più sensibili in circolazione negli ultimi giorni.

Parto dal secondo per poi collegarmi al primo.

Di solito un suggerimento che si da a chi muove i primi passi nella comunicazione in pubblico, e al pubblico, è di evitare di trattare argomenti relativi a politica, religione e sesso (a meno che non siano esattamente i temi di cui si deve parlare, nel qual caso si lavora sul come trattarli a livello di linguaggio utilizzato e “tono di voce”).
Perché questo?
Perché sono temi che bisogna saper gestire (anche a livello emotivo), così come bisogna saper gestire quello che si muove a valle. Cioè quello che le tue parole scritte (o dette) generano in chi ti legge (o ascolta).

Ai tre argomenti sopra citati se ne devono però aggiungere altri due: lo sport (ma di questo già si sapeva, in particolare sul tema calcio, e oggi anche in estensione su altre discipline) e la questione vaccini (anche se non esprimi opinioni contro chi non la pensa come te).

Foto di Frank Busch su Unsplash

Una ingenuità mia, lusingata da vecchi insegnamenti male interpretati: il prendere posizione per (mi si perdoni la ripetizione) posizionarsi.
(Dove per “posizionarsi” intendo acquisire autorevolezza su qualcosa.)

Ma il posizionarsi non si accompagna necessariamente all’esprimere opinioni su argomenti che non sono attinenti al tema su cui vuoi acquisire (o hai) – appunto – autorevolezza.
Anche se esprimere opinioni (anche su argomenti “esterni” alla tua area di competenza) ti posiziona. Irrimediabilmente. Nel bene e nel male.
(E quando sei posizionato/a devi saperti gestire e devi saperne gestire le conseguenze.)

Recentemente – a valle del post (che ho poi rimosso) – mi è tornato in mente quello che aveva riflettuto qualche giorno prima un contatto (sempre su Facebook): la decisione di non condividere più opinioni su tutto, constatandone il beneficio (anche mentale) che ne stava traendo.

Una scelta editoriale.

Così facendo qualcunә potrebbe pensare che questo vada a compromettere la libertà di espressione.
Ma non è così.
Si è liberә di pensare ciò che si vuole ma non ci si deve sentire obbligatә (dal proprio Ego) ad esprimere le proprie idee.
Anzi, questa scelta può essere l’occasione per esercitarsi nella misurazione delle parole, nella osservazione e nell’ascolto. Senza esprimere un giudizio e senza cedere alla pulsione indotta dalle emozioni che i contenuti altrui possono generare.

Non dico che l’adozione di questo comportamento sia un percorso facile.
Continueremo ad arrabbiarci, o a indignarci, davanti a ciò che non è allineato con il nostro pensiero: siamo umanә e siamo fatti di emozioni. E’ giusto che sia così.
Ma se desideriamo instaurare dialoghi costruttivi, anche se i nostri interlocutorә si trovano su posizioni opposte alle nostre, la strada da percorrere è questa: sospendere il giudizio, riconoscere le nostre emozioni (mettendole momentaneamente da parte) e – soprattutto – predisporsi all’ascolto (anche attivo).

Foto di Wonderlane su Unsplash

Forse i canali di comunicazione a nostra disposizione (i social media), con la loro modalità di comunicazione asimmetrica (nei termini di cui scrivevo all’inizio), non sono il luogo ideale per affrontare temi importanti.
A meno che si sviluppino competenze emotive e di linguaggio (in senso ampio) tali da consentirci confronti dialettici “calibrati” e approfonditi.

Perché queste piattaforme offrono indubbiamente potenzialità immense e sono – di conseguenza – strumenti molto potenti. E come tutti gli strumenti (potenti o meno) la bontà (o meno) dell’uso che se ne fa, dipende solo ed esclusivamente da noi.
E – nello specifico – dalle nostre competenze emotive e di linguaggio.

(Nota finale “ludica”: parallelamente ho avuto modo di “apprezzare” la velocità di risposta dell’algoritmo che – al mattino successivo alla pubblicazione del disgraziato post – mi mostrava con solerzia contenuti analoghi di contatti che non ricordavo neanche di avere e che mi hanno generato qualche “mal di pancia”. Confido che la rimozione del post e il riordino del profilo sollecitino a breve l’algoritmo ad un aggiustamento altrettanto rapido della timeline.)

Questioni di “Ә” e di genere

Si scrive “ə”, si pronuncia Scevà (dal tedesco Schwa, a sua volta derivato dall’ebraico shĕwā).
Il suo suono dovrebbe collocarsi – se ho ben compreso – tra la “a” e la “e” (una sorta di “e rilassata”)

[Immagine tratta da Wikimedia Commons]

Non è una lettera introdotta di recente.
Esiste da tempo negli alfabeti esteri.

Ma il suo impiego nella nostra lingua sta avvenendo in tempi recenti, in modo sempre più pervasivo.
Si colloca al termine di quelle parole che si distinguono tra il maschile e il femminile, sostituendosi per rendere il termine utilizzato inclusivo anche per coloro che non si riconoscono nella identità binaria (maschile o femminile).

Non mi dilungo nella presentazione e spiegazione di questa piccola lettera che sta generando grandi discussioni più o meno “polarizzanti”: c’è chi è a favore e c’è chi è contro (quando ho scritto un post su Facebook, nel quale raccontavo della sperimentazione personale in corso, mi sono trovata a dover moderare commenti anche un po’ veementi).
E’ interessante invece il lungo articolo che l’Accademia della Crusca dedica alla differenziazione di genere nel linguaggio: Un asterisco sul genere.

Per quanto mi riguarda continuo nella sperimentazione (ho preso “coraggio” introducendola anche nella homepage del sito), procedendo per piccoli passi e tastando il terreno.

I primi esperimenti sono stati all’interno di slide di un webinar che ho tenuto di recente dove – anziché utilizzare asterischi o “o/a” (“e/a”) – ho inserita la “ә” come “declinazione inviluppo”. Anche se nel parlato ho continuato a declinare le parole in femminile e maschile.

Perché l’ho fatto?

Perché ho iniziato a prestare attenzione a coloro che stanno scrivendo (anche da tempo) della dominanza della coniugazione al maschile nella definizione di ruoli e professioni (maschile sovraesteso).
Una particolarità che sino ad oggi ho acquisito come dato di fatto, non avendo mai vissuto la questione come una discriminante.

Apparentemente. Forse.

Perché un passaggio che faccio molta fatica a fare è la declinazione al femminile della parola “architetto”: architetta.
Lo faccio (sforzandomi) in ambienti esclusivamente al femminile, ma all’interno di situazioni professionali miste (soprattutto cantieri, e vi lascio immaginarne il motivo per chi conosce un po’ l’ambiente…) continuo a prediligere la declinazione “al maschile” (“si tratta di un ruolo, non di una identità”, rifletto tra me e me).
(Avrei preferito – confesso – il termine Architettrice, come pittrice [ho sentito dire anche “pittora”, e mi si sono rizzati i capelli in testa], che è anche il titolo del bel libro di Melania Mazzucco sulla figura di Plautilla Bricci.)

[L’Accademia della Crusca si è espressa anche su questo tema: Nomi di mestiere e questioni di genere.]

La lingua si evolve. Sempre.
L’italiano che usiamo oggi è diverso dall’italiano usato anche solo 50 anni fa.
Quindi non mi sento di condannare l’uso della schwa, così come non mi sento di escludere a priori l’uso del termine “architetta”.

C’è sempre un po’ di attrito iniziale davanti ai cambiamenti.
Soprattutto nel linguaggio che ha anche il potere di definire, descrivere e quindi di dare una identità ed un riconoscimento a ciò che viene nominalizzato (finché non lo nomini non esiste).

Da parte mia continuo a provare e ad osservare.
Il tempo mi/ci dirà se alcune scelte e sperimentazioni linguistiche recenti continueranno la loro strada o se verranno abbandonate a favore di altre opzioni ad oggi magari non ancora disponibili.

Vi lascio con il video del Talk di Vera Gheno dedicato proprio alla schwa:

Una chiacchierata sul public speaking

Prima dell’estate sono stata contattata dalla giovanissima associazione Thesis4U, un bel progetto nato a dicembre dello scorso anno (2020) che ha l’obiettivo di mettere in contatto studenti universitari ed aziende, per dare modo di realizzare “tesi d’azienda”.
Non scendo nello specifico della descrizione della loro mission per non dare informazioni errate e invito ad andare a visitare il loro sito a questo link: https://thesisforyou.com/.
Credo ne valga la pena.

Per quanto riguarda il mio contributo, con Stefano Perego abbiamo chiacchierato di public speaking, condividendo spunti e riflessioni per comunicare in modo efficace. Cercando di offrire uno sguardo d’insieme su un tema abbastanza vario e abitato da diverse variabili.

Buona visione!

[Durata del video: 1h30min]

Sto scrivendo un libro

“Se volete diventare scrittori, dovete leggere e scrivere un sacco”
[Stephen King, “On writing: Autobiografia di un mestiere”.]

Vuoi scrivere? Leggi tanto e scrivi tanto!
Concetto espresso anche da Haruki Murakami nel suo libro “Il mestiere dello scrittore”.

Touché!

Con buona pace di tutti i corsi di scrittura creativa (e di “scrittura creativa” e suo anatema dedicato ho letto [o forse ascoltato] di recente da qualche parte e – tristemente – non ricordo più dove: un podcast? un libro?… non mi ricordo più… ed è stato solo 24 ore fa…).
Ma avevo già letto sul tema, nel lontano 2017, un articolo su Linkiesta che “non le mandava a dire” (come si suol dire).

Ma non sono qui a riflettere di scrittura creativa. E/o ad alimentare polemiche sul tema. No.

Sono qui a mettere per iscritto su questo blog, esponendomi e prendendo pubblicamente un impegno, che sto scrivendo un libro.

Ecco. L’ho dichiarato.
Lo vedo scritto nero su bianco.
E l’ansia ha fatto un altro (salutare) saltino in avanti.

Pensavo fosse facile!

“Ho tutto il materiale. Devo solo metterlo in ordine, stando attenta a non creare ridondanze e ripetizioni. Legandolo assieme.”, mi dicevo prima di iniziare.
Sì, più o meno…

Riprendere in mano del materiale scritto in tempi diversi, legato comunque da un filo rosso, e organizzarlo in modo che scorra e persegua un obiettivo ben preciso, è tutto un altro paio di maniche rispetto a quello che ti sei prefigurato nella testa.

Sicuramente il leggere tanti libri (soprattutto romanzi, anche di generi assai diversi tra loro, ma anche saggi) aiuta molto.
Ti permette di accedere a fonti, linguaggio e ricordi diversi tra loro, che vanno a comporre un mosaico.

Ma scrivere un libro è una sfida.
Anche se sei abituata a scrivere sui social media e se hai un blog (che aggiorno con scarsa frequenza).

Scrivendolo qui [Barbara ripeti con me: “Sto scrivendo un libro], mi do una sorta di pedata nel sedere da sola (visto che son settimane che cincischio, adducendo le scuse più strampalate e creative, disturbata dalla scimmia della procrastinazione).
E visto che ci sono mi do anche un tempo:

  • (massimo) metà ottobre per la chiusura
  • (massimo) metà novembre per la pubblicazione (tempo per raccogliere i contributi ospiti, che saranno tre).

Andando in autopubblicazione. Sì.
Per alcune ragioni.

Foto di James Tarbotton su Unsplash

La prima perché mi ha urtato profondamente sentire che per essere pubblicati devi pagare (avevo contattato una casa editrice per sondare la possibilità di pubblicazione di un “progetto di scrittura corale” a sfondo etico [momentaneamente fermo per problemi di altra natura], ma mi è stato fatto capire che un contributo alla stampa del libro era necessario; cosa che poi mi è stata confermata anche da un’altra persona).
Allora tanto vale che l’investimento di tempo e denaro, servano per l’autopubblicazione.

La seconda è perché essendo uno scritto un po’ particolare è bene che mi assuma in toto la responsabilità di questa operazione (niente di complottista, beninteso!).

La terza è indirettamente legata al fatto che l’intero ricavato delle vendite andrà a finanziare un progetto/ricerca. Devo ancora capire “chi” (anche se l’area è individuata), ma andrà in beneficenza per un motivo molto preciso che racconterò a pubblicazione avvenuta e in fase di presentazione del libro.

Ecco, è tutto qua.

Probabile che nei prossimi giorni (e nelle prossime settimane) venga colta da un desiderio di narrare questo progetto di scrittura e ciò che imparo strada facendo. Ma per ora mi fermo qui.

Vado a scrivere. Il libro.

[Headline di Pereanu Sebastian su Unsplash]

Parole e Realtà

Una breve introduzione al post

Confesso che scrivere questo post non è stato semplice.
Così come trovargli un titolo.
Perché prende le mosse da due protagonisti della comunicazione (e della politica) che sono stati a loro volta protagonisti (perdonate la ripetizione) di episodi molto lontani tra loro (sia geograficamente che dal punto di vista argomentativo), ma che mi hanno spinto a fare alcune riflessioni che condivido qui.

Oscar Di Montigny

Foto di Samuel Pereira su Unsplash

Qualche sera fa ho letto questo articolo di The Social Post: Oscar al Fatto. Non stavamo cercando di comportarci meglio?

Parla della candidatura (poi ritirata/rifiutata) di Oscar Di Montigny a Sindaco di Milano e – soprattutto – del “trattamento verbale” ricevuto dal protagonista della vicenda da parte de Il Fatto Quotidiano (“trattamento” che corre lungo il sottile confine che separa il disaccordo educato e lo sbeffeggiamento, pendendo abbondantemente verso quest’ultimo).

Giorni addietro avevo ascoltato Francesco Costa su Morning (il podcast mattutino de Il Post) che leggeva la dichiarazione con la quale Oscar Di Montigny declinava l’invito a candidarsi:

Non significa che avrei accettato ma che sarei potuto andare dai miei figli e dirgli che sarei partito per un viaggio.
Loro mi avrebbero chiesto: “Come parti? Con una caravella? Con un zattera? O con una nave da guerra?”
Gli avrei detto: “Ragazzi sono con una zattera, fatevi il segno della croce” oppure gli avrei detto “state tranquilli, salpo con una super nave da guerra e 10 ammiragli, ci vediamo tra cinque anni”.
E siccome non so con che nave sarei partito, la questione non c’è più.

La citazione è tratta da un articolo de Il Post che rimanda ad una intervista rilasciata dal protagonista della vicenda al Corriere della Sera.

Quello che qui mi interessa evidenziare nello specifico è il linguaggio usato (in questo caso metaforico ed evocativo, quasi da Viaggio dell’Eroe, ed indicatore dello stile di comunicazione di Oscar Di Montigny).

Ma per ora fermiamoci qui e passiamo al successivo protagonista.

Boris Johnson

Foto di Evangeline Shaw su Unsplash

Boris Johnson non ha mai nascosto la sua ammirazione per Churchill, da cui ha tratto spesso ispirazione e di cui ha curato anche la biografia “The Churchill Factor”.

E al di là del personale apprezzamento (o meno) dell’uomo politico, da più parti viene riconosciuta la sua capacità oratoria.
Simon Lancaster (speechwriter), nel suo libro “Winning Minds”, apre analizzando il discorso che il Premier diede ad Hyde Park nel 2012 in occasione dell’apertura dei giochi olimpici (apprezzandone la struttura) che iniziò con contestazioni e fischi, e finì tra le ovazioni.
Più recentemente (un anno fa circa) è stato analizzato con interesse il suo discorso di ringraziamento al personale sanitario dopo la sua dimissione dalla Terapia Intensiva: fu evidenziata l’emozione, il dare un nome e cognome agli infermieri che lo avevano assistito, ecc. ecc.

Ma ci sono altri tre “momenti comunicativi” del Primo Ministro inglese su cui ho riflettuto per la loro efficacia emotiva immediata e che stanno mostrando debolezze sulla distanza e sul piano concreto:

  • La comunicazione attorno alla Brexit (che ha fatto la sua fortuna politica ma che – come un’onda lunga – sta evidenziando problemi non da poco)
  • All’inizio della pandemia la celeberrima ed inquietante proposta di non chiudere nulla puntando all’”immunità di gregge” (puntualmente smentita all’incrementare esponenziale dei contagi, dei ricoveri e dei decessi che portò al lockdown anche in Gran Bretagna)
  • La più recente dichiarazione dell’imminente ritorno alla normalità entro metà/fine giugno (forte del successo [dal verbo “succedere”] della campagna vaccinale), smentita dalla diffusione della variante Delta che sta facendo fare dei comprensibili passi indietro.

Cercando di chiudere il cerchio

Foto di Timon Studler su Unsplash

Cerco di arrivare al punto, conscia del fatto che il ragionamento può non essere così lineare.

Oscar Di Montigny e Boris Johnson sono due ottimi oratori che provengono da due mondi diversi ed operano in contesti diversi, ma che mi spingono a fare delle riflessioni sulla comunicazione e sulla sua persuasione.

La prima riflessione parte dalla candidatura di Oscar Di Montigny.

Il curriculum professionale e la capacità oratoria non rendono automaticamente una persona in grado di comunicare all’interno di un ambiente civico e/o politico.
Ho avuto modo di ascoltarlo diversi anni fa al primo congresso della Singularity University Italia e – pur preferendo una retorica più pragmatica – non posso non riconoscere la sua capacità di evocare ed emozionare.
Ma da qui ad entrare in politica, c’è una linea di demarcazione che richiede un adattamento di linguaggio che porta ad una maggiore precisione, concretezza e chiarezza di intenti (nel bene e nel male), a scapito di suggestioni perfette per Convention “tra pari”, e/o fortemente “targetizzate”, ma non per realtà politiche e cittadine.

La seconda riflessione prende le mosse dalla retorica di Boris Johnson per evidenziare l’altra faccia della comunicazione che emoziona, suggestiona, motiva ed evoca. Ma in modo diverso rispetto al precedente protagonista.
Una comunicazione che seduce ed infiamma platee, disegnando scenari apparentemente concreti e fattibili (perfettamente funzionali a guadagnare molti consensi). Ma che spesso – al confronto con la realtà, che è sempre molto più complessa di quanto siamo in grado di comprendere – porta a risultati che possono essere profondamente diversi sulla media/lunga gittata.

C’è un detto di Cicerone che riassume perfettamente l’obiettivo della comunicazione e che ben si applica – a diverso titolo – ai due protagonisti di questo post:

Non c’è nulla di più nobile che riuscire a catturare l’attenzione delle persone con la parola, indirizzare le loro opinioni, distoglierle da ciò che riteniamo sbagliato e condurle verso ciò che apprezziamo.

Una citazione che, nella sua eleganza, trovo sia utile non solo per chi comunica, ma anche per chi ascolta.

Per sviluppare un orecchio più attento, facendo spazio allo sviluppo/potenziamento dello spirito critico e della capacità del “leggere tra le righe”, entrambi adatti ad interpretare quanto le parole pronunciate – più o meno abilmente – possono celare. Nel bene e nel male.

Immagine di copertina di Joakim Honkasalo su Unsplash