Ripartenze

E si riparte (riparto) con l’anno lavorativo.
Carica di mille dubbi e mille domande.

In queste due settimane un po’ più rallentate mi sono presa del tempo per pensare in modo più approfondito al futuro professionale (nei limiti del possibile dell’oggi, con le conoscenze di cui dispongo e le informazioni che ho; cercando di gestire stati emotivi che hanno spaziato tra lo sconforto, illuminazioni varie e profonde perplessità).

E anziché stabilire dei punti fermi e costruire qualche certezza, i dubbi e le domande sono aumentati.

Ho esplorato gli annunci di lavoro su LinkedIn per capire qual è il vento che tira, simulando possibili (mie) candidature.
Ho letto post di contatti e persone che seguo (sempre su LinkedIn).

Ed il quadro che mi sono fatta non è molto positivo.
Almeno dal mio punto di vista: cioè dal punto di vista di chi ha un certo tipo di esperienza e appartiene ad una certa fascia di età (più di 50 anni, a ridosso dei 55).

La prima impressione che ho avuto (molto netta) è che nella mia situazione si è fuori target (competenze richieste, linguaggi utilizzati, posizioni aperte, ecc. ecc.).

La seconda impressione (più sfumata e quindi passibile di imprecisioni) è che c’è molta offerta (e dimostrazione) di soft skill (e – talvolta salutari – ragionamenti collettivi) che sembra però non incontrare le esigenze di mercato (per lo meno non molto).

Queste (personali) osservazioni dell’ambiente e delle conversazioni mi hanno fatto fare due ulteriori considerazioni.

La prima è che forse la strada da percorrere non è sempre cercare un lavoro presso altri.
Forse una possibile strada da percorrere è crearsi un lavoro.
Questa ipotesi non è nuova: viene sostenuta da tempo da persone e professionistә che hanno intravisto certe tendenze con largo anticipo.

La seconda si collega alla prima e si declina nella pubblicazione di contenuti (soprattutto su LinkedIn, il social professionale per eccellenza).

Di cosa voglio parlare?
Cosa desidero condividere sulle piattaforme?
Ciò che asseconda il mercato? Oppure ciò che è di mio interesse, che stimola la mia curiosità e (ad un livello sottostante) contribuisce a costruire nuove competenze e una nuova professionalità?

Allo stato attuale sono più orientata alla seconda opzione (condivisione di contenuti che stimolano curiosità e desiderio di personale formazione e informazione).
Poi non escludo che le carte in tavola possano cambiare in corsa, vista la grande aleatorietà dell’era che stiamo vivendo… (aleatorietà che diventerà – forse – uno stato permanente).

[Foto di Gabrielle Henderson su Unsplash]

Avere cura del proprio capitale

Avere cura del proprio capitale.
Questo pensavo questa mattina, dopo un sopralluogo dei muratori nel condominio in cui abito (sopralluogo per piccole opere di manutenzione.)

Un pensiero che – nel contesto – può apparire per certi aspetti un po’ stravagante, ma che credo abbia un senso.

Soprattutto se per “capitale” non si intende solo l’accezione monetaria del termine (quanti soldi ho, per intenderci), bensì lo si legge in modo più ampio (Treccani ne dà un significato abbastanza esteso a questo link).

Ed è a questo significato a cui pensavo:

  • capitale di competenze;
  • capitale di conoscenza;
  • capitale di beni immobili;
  • capitale finanziario (piccolo o grande che sia);
  • capitale fisico.

E avere cura del proprio capitale significa anche (direttamente o indirettamente) farlo fruttare.

Che non significa “faccio lavorare i soldi per me” (concetto parecchio ascoltato in tempi recenti, anche a supporto di business talvolta non chiari e/o che nascondono – nel peggiore dei casi – forme di speculazione di cui ne godono i frutti solo alcuni).
Bensì significa dargli valore attraverso operazioni di cura.

Una valorizzazione che passa attraverso attenzione, informazione, osservazione e valutazione.
Con ponderatezza.
Con oculatezza (intesa come “oculatus ” – fornito di occhi – ossia fondato su una visione diretta).

Avere cura del proprio capitale (intellettuale, fisico, di beni mobili ed immobili) credo sia la strada migliore per salvaguardare ciò che si ha, crescere alla giusta velocità e delle giuste dimensioni.
Ed è un mestiere – questo – che richiede presenza e capacità.
Capacità che si possono tranquillamente acquisire.
Presenza che comporta scegliere su cosa direzionare la propria attenzione e dove investire le proprie energie.

[Foto di Towfiqu barbhuiya su Unsplash]

Infuturazione

“Infuturazione” (e relativa capacità di).

Un termine che ho sentito per la prima volta qualche tempo fa, ascoltando un podcast dedicato alle emozioni primarie (rabbia, disgusto, gioia, tristezza e paura): Le Basi.

Ma cos’è la Infuturazione?
Sintetizzo con parole mie: capacità di proiettare, immaginare il futuro. Anche il proprio, aggiungo.

Se vogliamo dare uno sguardo ad una fonte autorevole, il sito Treccani definisce la parole Infuturare in questo modo:
v. tr. [der. di futuro], letter. – Estendere nel futuro. Come intr. pron., infuturarsi, prolungarsi nel futuro, spec. nella memoria dei posteri: Poscia che s’infutura la tua vita Via più là che ’l punir di lor perfidie (Dante).

E questo termine mi è venuto in mente ieri sera leggendo questo articolo di The Vision: A forza di imparare a sopportare il dolore del mondo, per difenderci, ci stiamo spegnendo.

Ebbene, non so come sei messә, ma negli ultimi tempi (con sempre maggiore e graduale aumento) faccio fatica ad immaginare il (mio) futuro. Soprattutto in termini professionali e progettuali.
Questo a causa degli avvenimenti degli ultimi due/tre anni che si sono succeduti (quasi affastellati uno sull’altro) senza intervalli di recupero (“entriamo ed usciamo costantemente da emergenze”, ha detto un collega qualche tempo fa).
Togliendomi – o comunque abbassando – la “capacità di infuturazione”.
E di cui avvertivo già una certa fatica da ben prima del 2020, i cui eventi non hanno fatto altro che dare una accelerata ai cambiamenti già in essere, ma che viaggiavano quasi sotto traccia e silenziosamente (e forse un po’ più lentamente).

E ieri sera, leggendo l’articolo, ho avuto una sorta di riscontro su quanto percepito.
Facendomi però anche pensare al suo opposto.
Cioè a quanti – per reazione uguale e contraria – corrono a ritmo indiavolato (quasi isterico) scivolando nella deriva della “psicologia positiva” (e motivazionale) contrapposta allo “spegnersi” citato da The Vision: la prima fugge (talvolta quasi senza meta), la seconda si rifugia nella caverna.

Due facce della stessa medaglia che necessiterebbero di entrare in contatto con una terza variabile: il pragmatismo.
Quel pragmatismo oggi forse un po’ “brutale” che ti fa guardare in faccia la realtà, che ti fa entrare in contatto con cose difficili, che ti fa ascoltare e osservare, portandoti a prendersi dei momenti per stare fermә (altrimenti come diavolo fai ad ascoltare?) per cercare di capire quale direzione prendere.
Cercando di cogliere i segnali deboli.
Prontә a cambiare strada, mantenendo un buon grado di fluidità.

[Foto di Drew Beamer su Unsplash]

Idee per il 2023

#BigIdeas (seguito dall’anno imminente) è l’hashatg con cui LinkedIn ragiona e ascolta delle prossime tendenze alla vigilia del nuovo anno: Big Ideas 2023: 16 tendenze che segneranno i prossimi mesi

E quest’anno ho raccolto l’invito di LinkedIn Notizie ad una personale escursione nelle Big Ideas sulle quali presterò attenzione e cercherò di percorrere nella mia vita professionale nel 2023. Muovendomi soprattutto nel mondo delle soft skill.

Provo a tracciare un ragionamento.

Innanzitutto penso sia ormai necessario esplorare (e sperimentare su di sé) la Interdisciplinarità.
La verticalizzazione spinta delle nicchie professionali temo abbia fatto il proprio tempo: la velocità con la quale le cose cambiano, porta alla loro rapida saturazione. E a tale proposito, riprendo un tema già trattato nel libro di Giulio Xhaet, #Contaminati: siamo passati da competenze I shape a Comb shape (le competenze a “pettine”) – attraversando le competenze a T e a “Pi greco” (perdonatemi… non trovo il simbolo…).

[Immagine tratta dal sito CertiBanks]

Credo sia ormai necessario fare uno sforzo nel mettere in dialogo fra loro l’emisfero destro e l’emisfero sinistro (tra creatività e razionalità), lavorando allo sviluppo di questa propria meta-competenza (che potrebbe anche essere diversa per ognuno di noi).

E questo si collega (per lo meno nella mia testa) ad una seconda necessità, che sembra in conflitto con la prima: il Less Is More (di cui avevo già scritto in un recente post).
Una necessità di pulizia del “rumore di fondo” (perlomeno di sua individuazione e suo isolamento) per avere una maggiore chiarezza di lettura, ascolto ed individuazione delle tendenze e di ciò che si profila all’orizzonte.

Una terza variabile è il Linguaggio.
Un linguaggio inclusivo, inteso come riconoscimento di ciò che è altro da noi, ma che – proprio per questo – non sconfini nella cancel culture: l’esclusione di tutto ciò che è “sbagliato” (non politicamente corretto, diverso, ecc. ecc.) e quindi oggetto di rimozione (Vera Gheno ha scritto una interessante riflessione sul tema della necessità di riconoscimento della diversità nella pubblicazione de Il Post dedicato a “Questioni di un certo genere“).
Una deriva rischiosa che potrebbe portare all’oblio e quindi (nei casi più delicati) alla possibile incapacità di individuazione di ritorno di alcuni fenomeni, anche sotto aspetti diversi.

Forse la sintesi di questo mio ragionamento può essere raggruppato in una ulteriore parola chiave: Complessità.
Un concetto – ma anche una “situazione” – con il quale ci confrontiamo sempre più quotidianamente e che non possiamo più ignorare.
E che quindi necessità di una nostra graduale, progressiva e costante familiarizzazione con essa.

Less is more

Less is more

“Meno è più”, recita l’iconico motto di Mies Van Der Rohe.

Un motto che sintetizzava una corrente di pensiero nata dalla Bauhaus e diventato – nel tempo – un mantra del minimalismo odierno.
Un motto però che è anche valido in altre aree, interpretabile ed applicabile in una sua accezione più ampia.
Un motto che trasportato nella propria vita quotidiana (personale e professionale) ha un suo perché.

Un perché che si fatica a raggiungere, ma che una volta raggiunto ti lascia in un primo momento un po’ spaesatә, assumendo poi una identità di ampiezza di respiro.
Di tempo che rallenta.
Di momenti di silenzio dai quali una volta saresti fuggitә a gambe levate e che invece – gradualmente – impari ad apprezzare.

Sono periodi di alleggerimento graduali e sequenziali durante i quali si chiudono (talvolta con fatica) cicli che hanno rappresentato molto.
Chiusure che sovente vedono – nelle prime settimane – momenti stranianti (con la mente impegnata a blaterare a ciclo continuo).

A cui seguono momenti di silenzio e cura di sé.
Non sempre accompagnati – almeno in prima battuta – da chiarezza del (proprio) domani.
Momenti nei quali possono permanere difficoltà di immaginazione del futuro interiore ed esteriore, a media e lunga visione. Momenti non privi di preoccupazione.

Ma per quanto questo possa risultare faticoso e a tratti imperscrutabile (impegnatә come siamo a correre e rincorrere, quasi senza soluzione di continuità), per vedere – o meglio, prepararsi ad immaginare – cosa c’è dopo, è necessario fare pulizia di spazi. Fisici e mentali.
Sgombrando. Alleggerendo. Priorizzando.
Rinunciando e scegliendo.

Con fatica (prima), con levità (dopo).

Less is more.
Meno è più.
Meno è (forse?) meglio.
Meno è (forse) più (chiarezza mentale).

[Photo by Harper Sunday on Unsplash]

Fermarsi e Ascoltare

Fermarsi talvolta è faticoso.
Sembra quasi un paradosso.
Anzi forse lo è proprio, un paradosso.

Però a volte è necessario.

Perché si corre, si pensa, si progetta, si rumina, si ipotizza ed immagina… senza soluzione di continuità.
Preda del confronto, della performance, dei numeri, della filosofia della competizione.
Della velocità e del suo incalzare.
Dell’esserci.
Del dimostrare.

(Quasi) incuranti di ciò che sta attorno.
Di ciò che si muove attorno.

E accade anche se si crede di avere qualche strumento in più per non cadere in certe trappole.
Anche se si pensa di avere una sensibilità maggiore nel cogliere certe criticità.
Anche se ci si fa qualche (vana?) riflessione in più.

E così sembra che debbano accadere delle “cose robuste” per far fermare e far riflettere.
L’evento dirompente che fa saltare il banco o lo incrina in modo evidente (e talvolta preoccupante).
L’evento dirompente che serve (purtroppo o per fortuna… dipende dal tipo di evento) a mettere in discussione variabili che forse si stava già (inconsapevolmente o meno) mettendo in discussione.

Per spingere alla (quasi) immobilità.
Al back to basic per decidere scientemente di mettere in pausa.
Per lasciare decantare la turbolenza (quella turbolenza che potremmo rappresentare come una polvere in agitazione dentro un liquido)
Per capire.
Per osservare.
Per ascoltare.

Senza (provocatoriamente) fare nulla.
Senza (provocatoriamente) progettare nulla.
Navigando in modalità back to basic.

Restando in ascolto di quei segnali deboli indicatori di possibili future tendenze (micro e macro).
Segnali deboli forse più difficili da cogliere proprio perché preda di attività convulse spinte dalla velocità, dalla turbolenza dei tempi e dalla costante fluidità.

E così facendo ci si rende conto di quanto fermarsi sia talvolta faticoso.

[La foto è di César Couto on Unsplash]

Ho scritto un libro e ho imparato alcune cose

Alla fine, come avevo “annunciato” in un articolo di qualche tempo fa, ho scritto un libro.

Per la precisione ho scritto il libro (almeno per me).
Perché questo libro è come la chiusura di un cerchio, la fine di un percorso iniziato il 9 febbraio del 2018, che ha visto una catarsi il 28 marzo dello stesso anno, e i cui effetti sono proseguiti ancora per qualche tempo. In forma chiara, prima, in forma più intimista, dopo.

Il libro si intitola “Dare un senso alle cose” e narra di quello che mio padre e me abbiamo vissuto con mia madre dal (appunto) 9 febbraio al 28 marzo (la data in cui lei ci ha lasciato).

È la storia di un lutto, ma anche della successiva fase di elaborazione.
Ed è anche (e forse soprattutto) una storia di umanizzazione delle cure.
Perché è la storia di quello che abbiamo sperimentato “vivendo” per tre settimane in Terapia Intensiva, a fianco di mia madre.

Della vicenda ne avevo già narrato – in una sorta di diario online – sui social (durante la fase più intensa) per poi passare (quando tutto è finito) qui, sul blog, raccontando del dopo.

Oggi, dopo quasi quattro anni, ho preso tutto quel flusso di parole (alcune condivise solo con gli operatori del reparto) e l’ho organizzato in un libro, aggiungendo delle riflessioni a distanza di tempo. Chiedendo ad alcuni degli attori direttamente coinvolti nella vicenda, di scrivere qualcosa.
E così il diario, la storia, di quello che è accaduto si è arricchita delle testimonianze del Dott. Paolo Brioschi (Responsabile della Terapia Intensiva 1 dell’Ospedale Niguarda), della Coordinatrice Infermieristica Isabella Fontana e della psicologa D.ssa Barbara Lissoni (psicologa consulente della Terapia Intensiva).

Nel fare questa operazione di scrittura ho imparato un po’ di cose.
Molto pragmatiche.

Ho imparato (ho avuto conferma) che scrivere per i social (e anche per il blog) è una cosa, scrivere per un libro è tutta un’altra faccenda.
Infatti in prima battuta avevo semplicemente raccolto ed ordinato cronologicamente gli scritti, revisionandoli un po’.

All’atto però della rilettura, mi sono resa conto che alcune parti erano “impresentabili”. Ripetitive, scritte male, scoordinate… Tra loro non dialogavano.
Così ho rivisto, e riletto, più e più volte il testo fino a renderlo organizzato nella sua totalità.

E poi ho imparato che la versione cartacea di un libro non sempre può essere identica alla sua versione in eBook.
Soprattutto se al suo interno ci sono rimandi a fonti, accompagnate da link. (Tanto è stato il personale lavoro di documentazione durante la vicenda, per razionalizzare l’evolversi della situazione, e dopo, per aiutarmi a metabolizzare, ad elaborare.)

Vi è mai capitato di avere in mano una copia cartacea e trovarvi dentro dei link (anche piuttosto lunghi) a siti che – per ovvie ragioni – non vi è possibile cliccare e seguire?
A me sì.

E così – dopo avere caricato la versione digitale su Amazon (sì, ho usato KDP di Amazon autopubblicandomi, ma di questo ne parlo più avanti) – quasi pronta ad autorizzare la versione cartacea (dopo innumerevoli passaggi e controlli sulle bozze), mi sono fermata e ho riorganizzato le note in modo diverso: tolti i link alle fonti (semplicemente citate), si sono estese (diventando esplicative).

E ancora, ho imparato che le pagine bianche sulle copie cartacee (utili a mantenere un certo tipo di impaginazione), nella versione digitale non servono.

Ho imparato questo e molto altro durante il caricamento sulla piattaforma KDP (Kindle Direct Publishing) di Amazon.

Perché sì, ho scelto di autopubblicare.
Perché non avevo tempo per cercare una casa editrice (volevo che il libro uscisse secondo una tempistica precisa).
E (memore di un paio di esperienze che sicuramente non rappresentano l’intero universo editoriale, ma amareggiano assai) non volevo pagare una casa editrice per pubblicare il libro.

Anche perché – e questa è la cosa più importante – l’intero ricavato delle vendite va al progetto di “H for Human” di Wamba Onlus dedicato alla Umanizzazione delle cure in Terapia Intensiva.

Quella umanizzazione (quella umanità) che mio padre ed io abbiamo avuto modo di sperimentare direttamente e che molto ci ha aiutato in quei difficili giorni del 2018.
Che – pur nell’esito nefasto della storia – ha lasciato un buon ricordo delle persone che operano all’interno di quel reparto.

Un progetto (H for Human) importante che merita di essere supportato e ampliato, e di cui vi lascio qui il link per andare a conoscerlo: H FOR HUMAN.

Vi lascio il link al libro: Dare un senso alle cose.
Una piccola testimonianza di una vicenda molto intensa.
Una vicenda tra le tante che accadono in quel luogo.
Una vicenda che racconta di donne e uomini veramente straordinari.

Grazie a chi lo acquisterà, contribuendo al progetto.
Grazie a chi lo condividerà, contribuendo a far camminare questo libro e la storia che porta con sé.

Complessità e incertezza

Il periodo che stiamo vivendo (e non mi riferisco solo alla pandemia in corso, ma anche alle altre vicende che agitano il mondo negli ultimi tempi), mi hanno fatto immergere nelle realtà parallele del comportamento umano.
Talvolta sfiorando la morbosità e comunque vivendo un certo disagio (mi è capitato di leggere su Internazionale un reportage scritto da Wu Ming 1 [un collettivo di scrittori] sul mondo di QAnon, che mostra una realtà che si fa fatica ad accettare come esistente: Il mondo di QAnon: come entrarci, perché uscirne. Prima parte).

E proseguendo in questa assai particolare esplorazione “dell’animale uomo” (come lo chiama mio padre), l’altro giorno ho letto un altro interessante articolo (sempre su Internazionale): L’intreccio tra complotti e populismo in Italia

Al suo interno vi è un passaggio secondo me interessante.
Lo ri-coniugo qui sotto, come introduzione alla lettura dell’articolo.
Partendo da un episodio abbastanza surreale, perché coinvolge un giornalista sempre abbastanza assennato, l’autore dell’articolo (Alessandro Calvi di Voxeurop) scrive:

“[…] anche per i più “insospettabili”, scivolare dall’analisi della realtà verso teorie di natura complottistica le quali, in genere, semplificano la complessità del reale, rassicurando chi le ascolta o costruendone l’identità.”

Semplificazione di una realtà sempre più complessa, che talvolta stentiamo a comprendere.
Una sorta di due velocità (la nostra, di creature analogiche con un numero “limitato” di sinapsi, e quella là fuori che viaggia ad una velocità molto più elevata) che genera un divario profondo.

E questa incomprensibilità può portare a due comportamenti, secondo me:

  • una continua, costante (e faticosa) corsa al cercare di comprendere (e di anticipare),
  • un rifiuto generato dal non comprendere che genera a sua volta paura e porta al rifugiarsi all’interno di una fortezza.

Una fortezza le cui mura sono costituite da certezze acquisite nel tempo che fu ma che – in confronto alla realtà là fuori – hanno (nel bene e nel male) fatto il loro tempo.
Certezze che rifiutano a priori qualsiasi cosa sia diversa dal proprio schema consolidato.

E questo atto di proteggersi dalla “paura del là fuori” mi fa pensare anche al fare gruppo/branco: l’aggregarsi con chi la pensa come noi rinforzando i nostri bias, in un corto circuito vizioso.

Foto di Ishan @seefromthesky su Unsplash

A questo punto il post che avevo inizialmente pensato di scrivere avrebbe preso una direzione di appello all’informarsi, alla verifica delle fonti, ecc. ecc.

Ma stamattina in “Morning” (il podcast de Il Post) ho ascoltato di un post scritto su Facebook da Daniele Ranieri (giornalista de Il Foglio) che sono andata a leggere e che – ahimè – mi sono ritrovata a condividere nel ragionamento.
E che sintetizzo in questa frase qui sotto (che è una personale sintesi).

E’ uno spreco di tempo ed energie il voler convincere persone a fare cose che non vogliono fare: più insistiamo più confermiamo i loro bias; più ne parliamo e li coinvolgiamo, più li facciamo sentire persone speciali e quindi importanti, rinforzando la loro identità.

Ed è quello che – con grandi scrupoli e a modo mio – sto facendo da qualche giorno a questa parte anche sui miei piccoli profili social (soprattutto Facebook, dove lo scontro è molto acceso): sto rimuovendo (e talvolta bloccando) persone i cui post mi compaiono in timeline e narrano di complottismi, sostenendo teorie negazioniste.

Questo non mi fa di certo stare bene, eticamente parlando (mi faccio una montagna di scrupoli).
Un’amica commentava il suo timore (da me condiviso) di chiuderci a nostra volta in una bolla contrapposta all’altra.
Ma in questi tempi così complessi mi vedo costretta a fare “di necessità virtù”.

Coltivando il dubbio (che ha modalità espressive ben diverse dal negazionismo e dal complottismo).
Cercando di aprirsi un varco nella foresta di parole, per cercare di intravedere possibili strade valide da percorrere.

[La foto di intestazione e dì Waldemar Brandt su Unsplash]

Che cosa potevamo aspettarci (di diverso)?

7 luglio 2021, un aggiornamento

Dopo avere pubblicato il post che potete leggere qui sotto, che partiva dalla vicenda di Malika Chalhy per fare alcune considerazioni sulla cultura intesa come modo di vivere e vedere le cose (indipendemente da qualsiasi giudizio di sorta), scoppia il caso Imen Jane e Francesca Mapelli.

Ci ho pensato un po’ su (se scrivere un post dedicato o meno), e alla fine ho scelto di aggiornare questo articolo con alcune considerazioni aggiuntive che – per “dovere cronologico” – ho aggiunto in coda.
Perché le due vicende così apparentemente lontane, hanno in realtà molti punti in comune. Pur partendo da due posizioni diverse.

5 luglio, partendo dalla vicenda di Malika Chalhy

Non ho seguito la vicenda, ne ho letto solo qualche giorno fa dopo averne ascoltato un breve cenno nel podcast Morning de Il Post (e successivamente ho letto dei commenti di alcuni contatti di Facebook).

Mi riferisco alla vicenda di Malika Chalhy.

Ascoltando di questa storia mi facevo alcune considerazioni (condite di ampie generalizzazioni, lo riconosco, e di una abbondante dose del bias del “senno di poi”) che stanno sotto una domanda:

“Che cosa potevamo aspettarci (di diverso)?”

Che cosa potevamo aspettarci da una persona che – per denunciare la sua situazione – ha pubblicato sui social i messaggi dei suoi famigliari?

(Tra parentesi gli screenshot di varie tipologie di messaggi – con i mittenti più o meno mascherati – sono diventati il nuovo modo di denunciare alcune dinamiche, esponendo [in taluni casi] alla pubblica gogna i protagonisti di turno. Attenzione, non sto scusando i famigliari della ragazza che hanno scritte cose inenarrabili: sto solo evidenziando delle modalità di comunicazione che sono diventate di pubblico uso anche da parte di persone insospettabili [ricordate gli screenshot di una conversazione privata tra Calenda e Mastella, pubblicati su Facebook dal primo?].)

Che cosa potevamo aspettarci da una persona che – quindi – considera i social come il medium per eccellenza (sicuramente veicolo di diffusione più efficace della stampa classica) attraverso il quale portare a conoscenza una situazione drammatica ma – come un Giano bifronte – capace di darti una notorietà improvvisa che provoca ubriacature difficili da gestire, se non hai gli strumenti adatti?

“Nel futuro, tutti saranno famosi nel mondo per 15 minuti”

E – di conseguenza – che cosa potevamo aspettarci da una persona che probabilmente è cresciuta dentro un certo tipo di cultura (dal lat. cultura, der. di colĕre «coltivare», part. pass. cultus [Treccani]) che considera normale acquistare beni di lusso con i soldi (indipendentemente dalla loro provenienza)?
Perché semplicemente non si pone il problema e – d’altronde – ritiene naturale fare di quei soldi ciò che vuole, semplicemente perché ormai sono suoi (visto che gli sono stati donati).
(Se ci pensate questo pensiero non fa un piega. Possiamo ragionarci e dibattere quanto vogliamo, ma è governato da una logica di ferro. E – se ci pensate – richiama la busta coi soldi data dagli zii e dai nonni, accompagnata dalla frase: “Comprati quello che vuoi”.)

Che cosa potevamo aspettarci di diverso da una persona che vive in uno specifico “layer” (in un livello) che vede questo sistema come unico modo possibile di vita (la cultura di cui accennavo sopra)?

Uso il termine layer (mutuandolo da funzioni di alcuni software) perché mi sembra particolarmente adatto, ma possiamo benissimo sostituire questa parola con “recinto”: da tempo ormai immemore si parla dei social come di “recinti” governati da algoritmi che tracciano le nostre attività mostrandoci di conseguenza – e gradualmente – solo ciò che è più affine ai nostri gusti e alle nostre abitudini.
Limitando sempre più le nostre capacità di pensiero critico e rinforzando i nostri bias di conferma.

Quindi (sempre con il senno di poi) non mi meraviglia particolarmente il modo di agire della ragazza.
Rientra in uno schema di comportamento molto preciso.

E proprio ieri leggevo sul numero di Internazionale, in edicola questa settimana, un articolo di Oliver Burkeman molto lungo, molto complesso, ma estremamente interessante: “Siamo davvero liberi di scegliere?”
Parla del libero arbitrio e del dibattito filosofico che ruota attorno ad esso: tra sua “negazione” e “compatibilità tra libertà di scelta e negazione della stessa”.

Come possiamo essere liberi di scegliere se non siamo in effetti liberi di scegliere?
(Oliver Burkeman su Internazionale)

E questa citazione mi riporta al “cosa potevamo aspettarci (di diverso)?”

Malika Chalhy (ma non solo lei, tutti noi a vario titolo e su diversi layer) orbita attorno ad un certo tipo di cultura.
E purtroppo ha fatto esattamente quello che sapeva (e sa) fare.
Sulla base di quanto ha imparato ed acquisito all’interno del suo ambiente.
(Con strumenti e competenze che potrebbero crearle enormi problemi a breve-medio-lungo termine.)

D’altro canto comprendo benissimo il “disappunto” (per usare un eufemismo) di chi ha partecipato alla raccolta fondi.

Una raccolta fondi nata sicuramente con tutte le buone intenzioni del mondo, ma nata sotto una forte spinta emotiva: “è stata buttata in mezzo ad una strada e non ha nulla di cui vivere, aiutiamola”.
Una leva che fa perno sulla generosità, l’aiutare il prossimo, il dare manforte…

Con il bias del senno di poi, forse era meglio offrirle un lavoro per darle strumenti con cui costruirsi una vita.

Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita.
[Proverbio cinese]

E – pensando alle “reazioni di pancia” che sono assai più rapide delle decisioni a tavolino – spero che questo episodio non abbia una ricaduta a pioggia sul meccanismo della raccolta fondi in senso lato, generando diffidenza.
Ma che sia un monito per imparare a gestire le emozioni forti a favore di decisioni magari più lente, ma più razionali.

7 luglio, arrivando alla vicenda di Imen Jane e Francesca Mapelli

Come ho anticipato nelle righe di introduzione di questo post, che anticipano a loro volta l’aggiunta della nuova “sezione” dedicata al caso scoppiato nelle ultime 72/48 ore, dopo avere riflettuto sul caso di Malika Chalhy, scoppia il caso Imen Jane e Francesca Mapelli.

Un caso che – nel pieno rispetto dei flame digitali – si allarga anch’esso a grandissima velocità ai contatti delle dirette interessate, associazioni e aziende che le hanno viste presenti come ospiti, e realtà che le vedono come collaboratrici a vario titolo.

Non entro nello specifico della vicenda, ma lascio qui alcuni articoli per avere un quadro della situazione per chi non sa cosa è accaduto:

Le due vicende sembrano appartenere a mondi diversi.
Invece, non credo sia così.

Ci sono degli importanti punti in comune: la “cultura” (quel “coltivare” da cui deriva il termine) che genera una visione della realtà che ci fa muovere su layer (o “recinti” o anche “bolle”) nelle quali alcuni comportamenti o non sono contemplati o sono semplicemente “naturali” (nel bene e nel male).
Tal quale la vicenda di Malika Chalhy.

Cosa potevamo aspettarci (di diverso)?

In questo caso forse potevamo aspettarci sì qualcosa di diverso.
Qui la situazione assume un aspetto disorientante, perché da persone che lavorano presso testate giornalistiche e/o si interessano di argomenti specifici non ti aspetti un comportamento simile.
E invece è accaduto.

A prova – forse – della natura dei social: quel Giano bifronte che amplifica esponenzialmente la visibilità, iniettando un senso di onnipotenza in chi non ha gli strumenti culturali adatti per saperla gestire.
Che fa adottare – di conseguenza – specifiche dinamiche comportamentali.

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