Effetti collaterali [2]

Questo post “arriva un po’ lungo”.

Sono considerazioni fatte intorno a metà giugno, nel mentre mi approssimavo a Villa Litta ad Affori, che ospita la Biblioteca di quartiere (facente parte del Sistema Bibliotecario Milano), per ritirare due libri: “Percezioni” di Beau Lotto e “Tutto il ferro della Torre Eiffel” di Michele Mari (che hanno inaugurato un mio piccolo progetto che ho denominato #1tweet1libro e #microrecensioni, che condivido sui profili Instagram [in una Stories dedicata] e Twitter).

Ma lo scopo di questo articolo non è una dissertazione sui due libri (di cui peraltro consiglio la lettura).
E’ invece il cercare di raccontare della sensazione che ho provato entrando al parco della Villa.
Un parco che non conosco bene, confesso!, e che ho ad oggi esplorato solo in minima parte.

Ebbene, varcando la soglia quel sabato di giugno è stata meraviglia.
Meraviglia e stupore.

Stupore della bellezza e del verde che erano ovunque.
Come se li vedessi per la prima volta.
Una sensazione strana.

Forse complice il maltempo dei giorni precedenti ed il sole che aveva fatto esplodere la natura, rendendola ancora più rigogliosa, aveva reso più vividi i colori?
Forse.

O forse è stato l’effetto manifesto di uno degli ulteriori effetti collaterali?
Forse l’esperienza del lockdown ha acuito i sensi?
Forse il periodo di silenzio e immobilità è stato un momento per recuperare alcune cose di cui mi ero dimenticata?

Chi lo sa?

Di sicuro però, l’occhio ha (re)imparato a vedere le cose in maniera diversa.
Nuova.

Così come l’orecchio che – complice le notti dal silenzio assordante di quei giorni, intervallato dai rumori delle ambulanze – ha (re)imparato ad ascoltare tutti quei rumori che prima davo per scontati (il fruscio delle foglie mosse dal vento, per esempio…).
E la pelle, che ha (re)imparato a percepire la vivida sensazione del vento sul viso, assaporato durante una passeggiata nel verde qualche settimana fa…

Sì, penso che sia un ulteriore effetto collaterale della esperienza vissuta.
Una “deprivazione motoria” necessaria che ha aumentato la percezione dei sensi, in una sorta di allenamento isometrico.
Preparandoli inconsapevolmente al momento in cui si sarebbero ritrovati (i sensi) nell’ambiente esterno, in una rinnovata condizione di lettura e percezione.

[La gallery delle foto di quel giorno è a questo link: Villa Litta]

Coronavirus e informazione

[Aggiornato con nuove fonti – 26 febbraio 2020]

Le foto qui sotto sono state scattate ieri sera da il babbo e me nelle due Esselunga di Cusano Milanino e Settimo Milanese. Due comuni che – per chi non è di Milano – si trovano ai lati opposti della città.

In questi ultimi giorni (e nello specifico nelle ultime 72 ore) ho letto di tutto e di più su profili social (soprattutto Facebook).
Opinioni che rasentavano il delirante in taluni casi.

E stamattina – scorrendo le informazioni su testate giornalistiche e agenzia di stampa (Ansa, Il Post, Corriere della Sera con escursioni [ieri] su Le Formiche [con un bel pezzo scritto da Andrea Fontana sulla “Infodemia”] e Oggi Scienza) – ho letto un editoriale di Luigi Ripamonti sul Corriere: Una prova di maturità.
Mi ha colpito un passaggio nello specifico.

I generi acquistati in eccesso non soltanto saranno poi indisponibili per chi, più debole, non avrà avuto la possibilità di partecipare alla corsa, ma ricadranno in diversa misura sulla filiera economica e contribuiranno ad amplificare l’ondata di irrazionalità.

E questa menzione del “più debole” mi ha fatto tornare in mente una immagine di domenica (sempre in Esselunga, in piena fase di assalto alle provviste).
Io e pochi altri con pochi generi alimentari, in coda alle casse self-service dei cestini.
Una signora anziana con nipote adolescente.
Entrambi un po’ intimiditi e spaesati (domenica pomeriggio sembrava fosse scoppiato un conflitto, non scherzo).
Coda (la nostra) un po’ disordinata; compressi e sopraffatti da carrelli stracolmi.
Ci siamo regolamentati stile studio medico: “Chi è l’ultimo?”
Nel movimento della coda ci siamo trovati un po’ disordinati e quando si è liberata una cassa, la signora anziana mi ha fatto cenno di andare avanti che toccava a me, quando in realtà toccava a lei.
L’impressione che avevo era che il caos e la folla la intimidissero non poco.
(Io osservavo stranita.)

Ecco, i “deboli” sono anche queste persone (così anche come coloro che soffrono di intolleranze alimentari o altre problematiche/patologie più o meno gravi, come mi ha fatto giustamente notare un contatto su Facebook, che sono costrette a tenere un determinato regime alimentare e che potrebbero non trovare gli alimenti adatti a loro perché precedentemente – compulsivamente – saccheggiati).

Photo by Markus Spiske on Unsplash

Persone sopraffatte da questa “mandria” (e uso il termine con discernimento, intendendo proprio il “comportamento epidemico” adottato in determinate situazioni) di individui fuori controllo nella cui testa scatta una dinamica primordiale governata dal cervello rettile (con la nota reazione “Fight or fly“) e assimilabile anche alla “Not In My BackYard” [NIMBY – il link rimanda alla versione inglese di Wikipedia, perché più neutrale rispetto alla versione italiana] che tante volte ci fa comportare in modo assolutamente illogico, distruttivo e inconsulto.
[Mi ha fatto pensare alla sindrome NIMBY anche questo trafiletto su La Stampa, che invita a riflettere su come muta la nostra percezione dei problemi in funzione della loro prossimità: Il coronavirus terrorizza, il clima no: come nasce la percezione del rischio]

“Mandria” facile preda di fake news e articoli strutturati secondo il sistema del click bait.

E come ho anticipato poco sopra Andrea Fontana, esperto di comunicazione, ha scritto un pezzo molto interessante (di cui condivido la riflessione) dedicato alla Infodemia:
Quando l’infodemia è più pericolosa di una epidemia
[Nel mentre scrivo questo articolo, il sito è irraggiungibile. Spero che il link venga ripristinato al più presto.]
Ne cito un passaggio breve, invitandovi a leggere l’intero articolo:

[…] l’epidemia cognitiva sta mettendo in evidenza i limiti dell’informazione nelle emergenze quando non è chiara, tempestiva ed univoca.

Il suo è un invito ad una comunicazione ponderata, equilibrata ed allineata.
Forse anche più lenta, ma non per questo meno capace di catturare chi (e sono la stragrande maggioranza purtroppo) legge solo le prime righe e non approfondisce.

Photo by Scott Webb on Unsplash

Nel contempo il non esagerare (il “non farsi prendere dal panico”) non vuol dire prendere la direzione contraria (spesso noi essere umani passiamo da un estremo all’altro, passando dal panico iper-conservativo all’incoscienza che supera ogni livello di irresponsabilità ad oggi conosciuto).
Non vuol dire essere incuranti degli effetti del Coronavirus, né essere incuranti degli effetti che una promiscuità può avere – con un effetto domino – su i “deboli” citati da Luigi Ripamonti nel suo editoriale.
Bensì significa prendersi il tempo per informarsi, da più fonti possibili.
Attendibili.
Il che – che ci piaccia o meno – comporta uno sforzo ulteriore di verifica della veridicità di quanto viene scritto.

In tema di informazione, chiudo questo post con il link ad alcuni articoli:

Un articolo molto interessante che spiega le dinamiche del contagio:
Coronavirus, la matematica del contagio che ci aiuta a ragionare in mezzo al caos

Il sito del Ministero della Salute dedicato al Coronavirus, che divulga i dati in tempo reale:
Nuovo Coronavirus

La sezione del Corriere della Sera dedicata espressamente al tema:
Coronavirus, la parola alla scienza

L’intervista all’Infettivologo Massimo Andreoni:
Coronavirus, Massimo Andreoni: «Più casi in Italia? Perché li cerchiamo. All’estero meno»

Su Oggi Scienza:
Quel che bisogna sapere adesso che il coronavirus è in Italia

Foto di copertina di Joël de Vriend su Unsplash

Avere cura degli altri

Non so se capita anche a voi di riflettere sulla vostra quotidianità e su cosa lega le azioni ed i progetti che svolgete.
Se vi capita di fermarvi a pensare per cercare di capire.

Photo by Anastasiya Lobanovskaya from Pexels

Ebbene personalmente di fili rossi, nel corso di questi anni, ne ho tessuti e disfati molti.
Sempre alla ricerca di un perché faccio quello che faccio.
Per dare un senso allo svolgere delle azioni e del tempo.

Sì, perché pur essendo attratta da diversi argomenti (talvolta molto distanti tra loro), cerco di capire cosa lega il tutto per cercare di comprendere che scelte operare (o perché opero alcune scelte anziché altre).

E una domanda che ultimamente mi pongo spesso, costantemente e quotidianamente, quando devo scegliere cosa fare, è: “Perché voglio fare questo? Per diletto, perché mi serve per crescere personalmente/professionalmente, per altro…?“.
Domande talvolta scomode davanti al mio desiderio di voler essere ovunque e ascoltare tutto, ma utili per gestire il tempo al meglio (talvolta disperso attraversando periodi di grande caos).

Ebbene, una delle mie più forti motivazioni che rende (e mi ha reso) possibile reggere ritmi talvolta molto intensi è il “progettare per gli altri“.
Fare/progettare cose che tornino utili agli altri.
Soprattutto per quelle persone che necessitano di un maggiore supporto.
Una motivazione di cui ho già scritto un po’ dappertutto e in più riprese.

Foto di Dominic Alberts da Pixabay

Ultimamente però, riflettendo sull’esito di una simulazione di una possibile presentazione che raccontasse la mia storia, chi sono, perché percorro certe strade anziché altre, ripensando alla passione del “progettare per gli altri”, ho cercato un collegamento con altre esperienze fatte, che sto facendo e che farò.
Cercando di capire se esiste un macro-collegamento che dia un senso alla grande varietà di azioni che talvolta svolgo.
(“Gira? Ha senso nella mia testa ciò che dico?“, mi sono detta.)

Ebbene, riflettendo a distanza di giorni, ho ripensato agli eventi dell’ultimo anno e mezzo.
E ho iniziato ad elencarli: la vicenda di mia mamma (e tutta l’esperienza della Terapia Intensiva), le letture ad alta voce che faccio settimanalmente in una residenza per anziani, le attività di mentoring e speaker coach che svolgo per associazioni di cui faccio parte, alcune chiacchierate non scontate che faccio con amiche,…
Tutte esperienze che ho dovuto accettare (nel primo caso), o che ho scelto o cercato (negli altri casi), e che hanno operato un cambio di prospettiva rispetto al semplice atto del “progettare” (fortemente legato alle esperienze di progettazione di strutture sanitarie).
Che lo hanno ampliato e fatto evolvere al concetto dell’avere cura.

Foto di copertina di Matthias Zomer from Pexels

Avere cura.
Ecco il nuovo senso.
Un atto dall’ampio significato che mette al centro l’altro.
Che ha l’obiettivo di prendersi cura, sia in senso umano/personale (per certi aspetti) sia in senso professionale (per altri).
Che va a recuperare i tanti anni di scuola per coaching, le esperienze degli ultimi tempi, ma anche quelle più antiche.
Avendo sempre ben presente la persona, la sua centralità e la sua importanza.

Foto di copertina Pixabay da Pexels

Perdersi nella complessità

“Mentre cerca di affrontare la crescente complessità delle conoscenze e delle terapie, la medicina fallisce obiettivi modestissimi” [Don Berwick]

Stamattina in metropolitana leggevo alcune pagine del libro di Atul Gawande “Con Cura” (Ed. Einaudi) e mi ha colpito questa affermazione di Don (Donald) Berwick (per sapere chi è, su Wikipedia vi è una pagina in inglese a lui dedicata).

Don Berwick – © Institute for Healthcare Improvement

Mi ha colpito in modo particolare perché l’ho immediatamente associata a dinamiche della mia professione (progettazione, ingegnerizzazione, cantieri, …).

C’è sicuramente differenza tra i due mestieri, che hanno gradi di sensibilità abbastanza diversi (anche se lo stesso Gawande, nel libro Checklist, esplora il mondo dell’edilizia alla ricerca di spunti utili legati a “liste e processi di controllo” per la sua professione di medico), ma ci sono anche molti punti di contatto.

Quei punti di contatto che mi hanno fatto pensare a come sovente accade di perdersi nella complessità (che c’è, esiste e con cui dobbiamo fare i conti) a scapito del mantenimento (necessario e fondamentale) di una visione d’assieme.

[L’immagine in evidenza è tratta dal New York Times]

2019

In questi giorni di ritmo pigro e riflessioni sull’anno che è stato e su quello appena iniziato, non mi ero resa conto che il 2019 è la data nella quale fu ambientato “Blade Runner” (uno dei mie film preferiti in assoluto).

Sono stati i media a ricordarmelo attraverso servizi giornalistici e articoli che confrontano quanto veniva ipotizzato come scenario futuro (il film è del 1982) e quanto è effettivamente accaduto (o sta accadendo) oggi.
In termini di clima, tecnologia, robotica e comunicazioni.
(FanPage Tech, il Corriere ed il Secolo XIX sono alcune delle testate che hanno dedicato articoli alla celebre pellicola di Ridley Scott, che – tra l’altro, a mio avviso – ha riscritto la cinematografia.)

Foto ©Warner Bros

E se sulla tecnologia siamo “in prossimità di”, sulla questione clima siamo apparentemente lontani, ma non più di tanto.
Cosa che – confesso – mi genera non poca inquietudine.

Infatti è di qualche giorno fa il post di Internazionale (Tutti i semi del mondo conservati tra i ghiacci dell’artico) che condivide un breve documentario sullo stato di fatto e di gestione della “Banca delle sementi” ospitata sulle isole Svalbard, raccontando della emergenza dello scioglimento dei ghiacci che sta compromettendo la tenuta della struttura e la conseguente salvaguardia di quanto conservato al suo interno.

Immagina dal sito http://www.green.it

Ma non è finita qui.

E’ di stamattina un articolo di “The Vision” (testata giornalistica online alla quale sono iscritta, che invia una newsletter ogni mattina, facendo un resoconto delle principali notizie dal mondo) che anticipa che, se proseguiamo in questa direzione e con questo ritmo, entro il 2030 potremmo (ri)trovarci nelle condizioni climatiche del Pliocene:
In due secoli l’uomo ha distrutto un equilibrio climatico che esisteva da 50 milioni di anni.

Non ho soluzioni in tasca per problemi di questa portata.
E da comune cittadina che cerca di vivere al meglio la sua quotidianità, nel rispetto degli altri e di ciò che mi circonda, non posso fare altro che continuare (iniziare, forse) a parlarne e scriverne, cercando di prestare sempre attenzione a ciò che faccio e all’impatto che le mie azioni hanno sull’intorno.

Immagine dal sito http://www.vita.it

Ma in tutto questo divagare all’interno di informazioni che si diramano per link successivi, ritornando all’origine (e cioè a Blade Runner e alla “sua” Los Angeles) mi è sorta una ulteriore riflessione a latere che riguarda il grande dibattere che in questi ultimi tempi si fa attorno alle città.
Conosco persone che ne hanno inziato a parlare con largo anticipo, indicando un ritorno delle “città stato” come “nuove” (forse mai tramontate) entità urbane.

Scenario (ed argomento) – questo – che meriterebbe un altro post dedicato ad esse, alla progettazione condivisa (legata anche alle periferie), alle “città-prototipo” che stanno nascendo in alcune aree del mondo (Cina, Paesi Arabi, per citarne solo un paio) e che forse è quello – tra l’altro – che mi sta inconsapevolmente facendo orientare ad un mio “interesse di acculturalmento localizzato” nella città in cui vivo, a discapito della pulsione esterofila e di internazionalizzazione di alcuni amici.
(Ma questo è veramente un altro discorso…)

Alcuni link interessanti (a titolo esemplificativo e non esaustivo):

[Immagine in evidenza ©Warner Bros]

La mia piccola “miracle morning”

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Foto Pixabay da Pexels

Complice la #SheTechBreakfast di lunedì (organizzata da She Tech di cui sono socia da pochi mesi), che mi ha spinto ad alzarmi prima dell’alba, e che ha inaugurato la nuova (vecchia) abitudine di (tornare a) alzarmi presto alla mattina, sto facendo una delle mie “scoperte dell’acqua calda”.

Premesso che non ho letto il libro “The Miracle Morning”, ma leggevo i post di un amico che ne condivideva dei passi su Facebook in una sorta di cronaca di lettura e applicazione del metodo.

Premesso che alcuni amici mi decantavano della bontà dell’alzarsi al mattino presto da ben prima di Hal Elrod (ed io ho sempre ascoltato ed annuito con condiscendenza, ma scarsa convinzione interiore, raccontandomi che “sono più gufo che allodola”…).

Adesso –  nel migliore rispetto della tradizione di “testa dura” quale io sono – ne sto constatando la bontà.
Per puro caso.

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Foto Pixabay su Pexels

Infatti sono già tre mattine che mi alzo intorno alle 6:00 (fascia oraria tra le 5:30 e 6:30 a seconda della sveglia impostata e del ciclo del sonno monitorato dalla applicazione Sleep Cycle, che consiglio caldamente di utilizzare) e – passato il primo giorno nel quale ero profondamente frastornata ma motivata dalla “colazione in Microsoft” – sto osservando dei benefici: umore migliore, maggiore lucidità mentale e (questo molto stranamente) maggiore velocità nel prepararmi e sistemare la casa (prima di uscire).

E la maggiore lucidità e velocità operativa (pur restando sempre un bradipo – animale che adoro – in confronto ad altri) sono associate ad una maggiore focalizzazione sulle attività da svolgere di prima mattina (ma anche durante la giornata).

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Foto di Ryan McGuire su Gratisography

Non faccio nulla di strano, di nuovo o di differente, ma forse la solita routine che eseguo, la svolgo in modo diverso:

  • mi alzo procrastinando meno;
  • faccio la mia colazione (come da indicazioni della mia nutrizionista, che seguo da due anni);
  • leggo mentre sorseggio il caffè…
    e qui spendo due parole in più perché leggere (libri, post,…) è una delle mie attività preferite (e di cui scrivo spesso qui sul blog). Ma la mattina mi accorgo che ho una preferenza di genere e di format: prediligo post di blog, LinkedIn o Medium… letture brevi (magari anche in inglese, con lo scopo di “scaldare un po’ i neuroni”), oppure capitoli di manuali (nello specifico ho in corso di lettura “#letturasenzafine” di Paolo Costa e “Più vendite in meno tempo” di Jill Konrath e quest’ultimo è particolarmente indicato per letture mattutine, essendo organizzato per capitoli brevi e molto chiari);

dopodiché,

  • doccia, vestizione, trucco…
    anche qui andando verso una essenzialità lenta e inesorabile: trucco sempre più minimale (man mano che si avanza con l’età ci si trucca sempre di più o sempre di meno, osservavo con alcune amiche, ed io appartengo alla seconda categoria…), abiti sempre più “standardizzati” e facilmente abbinabili fra loro (di questo discutevo proprio qualche sera fa con una amica minimalista, ragionando da tempo sulla essenzialità adottata da alcune figure influenti dei nostri giorni… essenzialità che fa riflettere sia in termini di rapidità, sia in termini di riconoscibilità).

E poi – via – verso il treno, con zainetto in spalla.

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Foto di Oswaldo Ruben su Pexels

Rapida, leggera, (stranamente, per me) lucida e flessibile.

E sul sentirsi e/o essere leggero e flessibile, stamattina – ferma al semaforo pedonale – osservavo la lunga coda di automobili ferme in attesa di percorrere il canonico metro e scambiando due parole improvvisate con una signora, ho detto: “Felice di essere a piedi!”. “Decisamente!”, mi ha risposto la signora, “Ci si guadagna su tanti fronti!”.
(Ripensando a poco prima quando avevo incrociato un papà in bici, trainante rimorchio con bimbo a bordo, ed un ciclista agile che sfrecciava verso qualche luogo… esempi di sistemi alternativi di trasporto…)

Tornando a la mia piccola “miracle morning”, resta aperta la questione della tendenza all’insonnia (credo dovuta all’età) che confido però si risolva “per stanchezza”: alzandosi presto, gioco forza alla sera il sonno ad una certa ora arriva e hai buone possibilità di sconfiggere l’abitudine (acquisita nel tempo) di veglie notturne, passate trafficando sul web, lavorando, progettando e leggendo, ma sottraendo ore al riposo.

 

 

Alla ricerca del minimalismo

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Immagine tratta dal sito http://www.shaneoleary.me

Sarà l’età, sarà la sempre maggiore consapevolezza del caos informativo e “oggettistico” (oggetti che uno accumula, e che neanche si ricorda di avere), sarà il decidere (per varie ragioni) di creare un foglio su Google Drive nel quale fare il punto della situazione sulle spese (individuando falle in ogni dove, soprattutto di servizi online che paghi ma non usi e che quindi sono superflui e non reggono più la giustificazione del tipo “non si sa mai!”), sarà che sto leggendo l’inaspettatamente interessante libro di Jill Konrath “Vendere di più in meno tempo” (che offre interessanti spunti di riflessione sulla propria attività, qualunque essa sia), e sarà – infine – che recentemente incontro persone che puntano all’essenziale nelle scelte,…

Ebbene fatto sta che, volente o nolente, mi rendo conto che il desiderio di pulizia, riduzione e riordino è sempre più pressante, reclama sempre più attenzione.

Muji
Il minimalismo di Muji

E non solo da un punto di vista cosmetico (nella foto sopra Muji ed il minimalismo che lo permea in ogni singolo dettaglio, persino nei cosmetici), ma anche da un punto di vista – per esempio – del “parco libri”.

La mia grande passione verso la quale nutro un atteggiamento quasi compulsivo e di possesso.
(Si contano sulle dita di una mano le volte che sono uscita da una libreria senza avere acquistato nulla.)

Acquisto più libri di quanti ne possa oggettivamente leggere. Accumulandoli e dimenticando addirittura di averli acquistati. E che – passato il momento – perdono di interesse, ma di cui non mi libero perché “non si sa mai!”,…

Riordino
Momenti di (tentativi di) riordino

Ma non solo.

Anche gli abiti.
Che per me si declinano in magliette, maglioni e pantaloni.

Conservo capi di abbigliamento (che non uso) per anni.
Perché “potrebbero sempre servire”, tornare utili, che magari c’è una occasione per la quale posso indossare quel capo lì o quella scarpa là,…

Non ha importanza se i suddetti abiti restano parcheggiati ed inutilizzati per anni.
L’idea di liberarmene fa scattare nella testa il timore che io possa perdere qualcosa di importante.

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Foto di Juan Pablo Arenas da Pexels

E così vai avanti a conservare, stoccare ed accumulare.

Poi, ad un certo punto, ti guardi intorno e ti rendi conto che non va più bene andare avanti così.

Scegliere e liberarsi diventano due azioni imperative.
Lasciare andare e creare spazio, due necessità.

Ricordo ancora un articolo scritto da Zack Andresen su LinkedIn che racconta del suo periodo sabbatico, nomade, in giro per il mondo, alloggiando grazie a prenotazioni via Airbnb. Ricordo che leggendolo provai un grande senso di libertà.

Così come ricordo bene il docu-film The Minimalist (su Netflix): un film manifesto che è anche un invito a fare a meno del superfluo. A liberarsi del non necessario, senza privarsi.

Ricordo anche la perplessità (ma anche la curiosità) che provai leggendo il libro di Gabriele Romagnoli “Solo bagaglio a mano”.
Un libro che invita alla decrescita, intesa come utilizzo solo di ciò che è necessario. Percorrendo la vita e attraversando gli spazi con poche cose essenziali, con un bagaglio leggero.

Senza contare il talk di Elena Dak (antropologa e scrittrice, autrice del libro “La carovana del sale”) che ho ascoltato proprio questa domenica al TEDxMilano.
Già il titolo, “Farsi nomade”, anticipava l’argomento, ma ascoltarlo è stato come accompagnare l’Antropologa nella sua esperienza nomade con un gruppo di Tuareg. Osservando e condividendo il concetto di essenzialità, di silenzio, di economicità di pensiero e di azione (che non esclude la profondità di riflessione che scaturisce dalla osservazione generata dal silenzio).

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© Elena Dak – https://elenadak.it/

Lasciare andare.
Fare spazio.

Due concetti cari anche ad alcune filosofie orientali.
Ben più antiche dei moderni downshifting, decluttering, Marie Kondo, ecc. ecc.

Si dice che togliere, dare via, liberarsi, provochi sensazioni di beneficio.
Per quel che ho provato io, nel mio piccolo, posso confermare.
È come se l’atto stesso di rimuovere, crei un vuoto che non è sottrazione, bensì espansione.

Uno spazio che si crea.

Da lasciare così com’è, oppure da riempire con qualcosa di nuovo, oppure – ancora – disponibile per allargare altro che prima era compresso, dandogli ossigeno e possibilità di espansione.

 

Prevedibilità vs imprevedibilità

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Non so se capita anche a te di avere a che fare con eventi complessi che richiedono tanta pianificazione e tanta resistenza fisica e mentale (a volte sono delle vere e proprie maratone)…

Ebbene, di recente – con grande entusiasmo – mi sono imbarcata in una serie di iniziative che oltre a necessitare di una programmazione di tipo generale e sequenziale (“prima faccio questo, poi faccio quello e poi faccio quell’altro…”, smarcando via-via la to do list ed il calendario sul quale religiosamente appunto e segno impegni e cose da fare), necessitano anche di pianificazioni spinte ad un livello di dettaglio discretamente elevato.

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E proprio questa super-pianificazione mi fa spesso pensare – per contro – all’imprevedibilità.
Quella cosa che sta in agguato, là fuori da qualche parte, e che personalmente vedo come l’altra faccia di una ipotetica stessa medaglia.
Per la quale una non può esistere senza l’altra.

Perché puoi pianificare tutto fino al micro-dettaglio e micro-secondo, ma devi comunque essere preparato all’imprevedibilità che sarà rappresentata da quell’unica variabile delle dimensioni di un “quanto” (visto che poco sopra ho scritto di “micro”) che non avevi previsto e che rischierà di “mandare serenamente in vacca” (perdona l’espressione… e chiedo scusa alle mucche) tutta la “bella & buona” pianificazione che hai fatto.

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E allora, che si fa?
Nulla.
Nel senso che sì – va bene – pianificare ogni minimo dettaglio, ma una cosa che ho imparato in questi ultimi 2-3 anni è che ad un certo punto devi “fermare le bocce” (giocando sulla variabile temporale).
Sospendere le attività.
E far metaforicamente decantare la “situazione”.

Perché va bene verificare che tutto sia più-o-meno pensato e che tutto funzioni.
Ma devi anche fermarti.
E lasciare spazio alla flessibilità operativa.
Flessibilità (e improvvisazione) che alleni maneggiando gli imprevisti.

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Perché “per saper improvvisare è richiesta una gran preparazione” (riflettevo tempo fa).
Una contro-intuizione che fa corto circuito con quanto ‘sto sostenendo in questo post.
Ma che conferma la mia strana regola (e convinzione) sulla esistenza dei dualismi.

L’imprevedibilità, che puoi (e devi) gestire anche con lucidità mentale.
Quella lucidità mentale che deriva dal fermarsi, e dal prendere le distanze e spostare il punto di osservazione.
Perché magari da lì, da quel punto nuovo punto di osservazione, ne scorgi l’ombra e ti prepari a gestirla.

 

[Foto tratte dal sito www.gratisography.com]

Questioni di equilibrio

[Da Google Immagini]

Ci sono giorni nei quali tutto sembra un po’ più complicato.

Progetti complessi da seguire, con variabili aggiuntive che emergono strada facendo, e tensioni che vanno ad aggiungersi alla complessità.
Tensioni — queste ultime — che posso minare l’equilibrio, la lucidità e la concentrazione richieste.

[Dal profilo Facebook, qualche giorno fa]

Ebbene trovo che in questi momenti possano venire in aiuto gli interessi extra-lavorativi.

Ossia tutte quelle attività, quegli hobby, che coltivi nel tempo libero (tanto o poco, a seconda delle disponibilità).
Che ti gratificano, ti distraggono ma anche (e forse soprattutto) creano e affinano delle abilità.

Quegli hobby che coltivi (siano essi manuali – come dipingere, per esempio – o intellettivi), che sviluppano e/o implementano delle competenze.

Innestando un circuito virtuoso di crescita che forse ti toglie del tempo dal puro relax, ma costituisce relax esso stesso.

Che ti toglie ore di sonno, che vengono compensate dalla passione che ci metti.
Che crea alleanze che fanno crescere te stesso e gli altri.

Diventando fonte di arricchimento e soddisfazione umana, morale, culturale.

Importanti per il sostegno dell’amor proprio e dell’autostima.
Utili anticorpi a salvaguardia del tuo equilibrio e della tua integrità.

Letture consigliate:

  • “Identità al lavoro”, Herminia Ibarra
  • “How to Be Everything”, Emilie Wapnick [consiglio — questo — a scatola chiusa, sulla personale e sconfinata fiducia nel suo TED Talk, che per me rappresenta una bella boccata di ossigeno che mi devo somministrare ad intervalli regolari 🙂 ]

 

Il piacere di fare le cose


Secondo te fare le cose per il gusto di farle, senza avere come scopo (più o meno evidente, più o meno conscio) quello di trarne un business, è così grave?

È così grave non avere piani B, C, D,… X, Y, Z…?

Perché non so tu come sei messo, ma io ero arrivata al punto di non fare più le «cose» (leggere libri, frequentare corsi e conferenze, …) per il solo piacere di farlo (godendo del momento, della esperienza e dell’apprendimento), ma con l’obiettivo (indotto o acquisito, che dir si voglia) di trarne possibili spunti per un business, un piano B… senza riuscire – sistematicamente – a finalizzare nulla (senza cavarne un ragno dal buco, come si suol dire).

Arrivando ad una «indigestione intellettiva», con conseguente nausea di tutto. E grande insoddisfazione. E – come ultimo stadio – frustrazione e curiose forme di auto-lesionismo (leggasi dialogo interno del tipo: «non sei capace, rassegnati»).

Ed in questo ultimo anno molto intenso, grazie a (o «a causa di», come preferisci) un’attività di volontariato che mi ha assorbito nella sua totalità, e che mi ha dato e mi sta dando tanto, dove le cose che ho fatto (e che sto facendo) le ho fatte (e le faccio) per pura passione, ho visto in modo ancor più evidente quanto l’ossessione (e la frustrazione) per il business abbia lavorato molto male su di me.


Può essere che questi ragionamenti siano frutto dell’approssimarsi dei 50 anni (con tutto il bagaglio fisiologico, ormonale e psichico che questo comporta), ma questo è.

E qualche settimana fa, in occasione di un momento nel quale ho detto no ad una cosa perché non ce la facevo a sostenerla (paradossalmente legata all’attività di volontariato che sto facendo), ho pensato e ho percepito un disagio da obbligo e da privazione.

Ho pensato che dovevo fermarmi, ripensare e riprender(mi) tempi, spazi e reali interessi.

Voglio leggere libri per il puro gusto di farlo, voglio tornare a viaggiare per il puro di gusto di farlo, voglio andare ad ascoltare persone per il puro gusto di farlo.

Qualcuno potrebbe dire: «Ma se salta il banco? [leggasi: perdi il lavoro, n.d.r]? Se le cose iniziano ad andare storte? Tu che fai?»

Risposta? Non lo so.

Se dovesse succedere, mi porrò il problema. Ma adesso ho ben poco da farmi venire il mal di testa pensando costantemente al «…e se?…». Non avendo la palla di cristallo, non posso correre il rischio di non godere del ciò che faccio perché bisogna programmare, pianificare, intuire, analizzare…

Perché in questa era ad alta fluidità (concetto caro al compianto Zygmunt Baumann), pregna di paradossi, dove la previsione, la proiezione e la progettazione a media/lunga scadenza è pressoché nulla (è già tanto se riesci ad avere una vaga idea di cosa farai fra un anno), è quasi inutile fare programmi bi-tri-quadri-quinquennali (anche se forse sarebbe necessario…).


E forse questa riflessione si è rinforzata conoscendo ed ascoltando storie di persone che – proprio in questa era ad alta instabilità – si sono licenziate [follia!, si può pensare] perché arrivate al limite, e che si sono messe alla ricerca di altro che desse loro maggiore soddisfazione. Iniettando ulteriore instabilità personale alla già alta instabilità del presente. Ma vedendo anche aprirsi insospettate opportunità.

Forse conviene vivere e coltivare i propri interessi. Quegli interessi che ci arricchiscono come persone.

Che poi – magari – il tuo bagaglio personale si arricchisce inconsapevolmente di strumenti che potrebbero attivare risorse inaspettate in caso di emergenza (ma questa – forse – è un’altra storia).

[Immagini tratte dal web]