La mia piccola “miracle morning”

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Foto Pixabay da Pexels

Complice la #SheTechBreakfast di lunedì (organizzata da She Tech di cui sono socia da pochi mesi), che mi ha spinto ad alzarmi prima dell’alba, e che ha inaugurato la nuova (vecchia) abitudine di (tornare a) alzarmi presto alla mattina, sto facendo una delle mie “scoperte dell’acqua calda”.

Premesso che non ho letto il libro “The Miracle Morning”, ma leggevo i post di un amico che ne condivideva dei passi su Facebook in una sorta di cronaca di lettura e applicazione del metodo.

Premesso che alcuni amici mi decantavano della bontà dell’alzarsi al mattino presto da ben prima di Hal Elrod (ed io ho sempre ascoltato ed annuito con condiscendenza, ma scarsa convinzione interiore, raccontandomi che “sono più gufo che allodola”…).

Adesso –  nel migliore rispetto della tradizione di “testa dura” quale io sono – ne sto constatando la bontà.
Per puro caso.

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Foto Pixabay su Pexels

Infatti sono già tre mattine che mi alzo intorno alle 6:00 (fascia oraria tra le 5:30 e 6:30 a seconda della sveglia impostata e del ciclo del sonno monitorato dalla applicazione Sleep Cycle, che consiglio caldamente di utilizzare) e – passato il primo giorno nel quale ero profondamente frastornata ma motivata dalla “colazione in Microsoft” – sto osservando dei benefici: umore migliore, maggiore lucidità mentale e (questo molto stranamente) maggiore velocità nel prepararmi e sistemare la casa (prima di uscire).

E la maggiore lucidità e velocità operativa (pur restando sempre un bradipo – animale che adoro – in confronto ad altri) sono associate ad una maggiore focalizzazione sulle attività da svolgere di prima mattina (ma anche durante la giornata).

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Foto di Ryan McGuire su Gratisography

Non faccio nulla di strano, di nuovo o di differente, ma forse la solita routine che eseguo, la svolgo in modo diverso:

  • mi alzo procrastinando meno;
  • faccio la mia colazione (come da indicazioni della mia nutrizionista, che seguo da due anni);
  • leggo mentre sorseggio il caffè…
    e qui spendo due parole in più perché leggere (libri, post,…) è una delle mie attività preferite (e di cui scrivo spesso qui sul blog). Ma la mattina mi accorgo che ho una preferenza di genere e di format: prediligo post di blog, LinkedIn o Medium… letture brevi (magari anche in inglese, con lo scopo di “scaldare un po’ i neuroni”), oppure capitoli di manuali (nello specifico ho in corso di lettura “#letturasenzafine” di Paolo Costa e “Più vendite in meno tempo” di Jill Konrath e quest’ultimo è particolarmente indicato per letture mattutine, essendo organizzato per capitoli brevi e molto chiari);

dopodiché,

  • doccia, vestizione, trucco…
    anche qui andando verso una essenzialità lenta e inesorabile: trucco sempre più minimale (man mano che si avanza con l’età ci si trucca sempre di più o sempre di meno, osservavo con alcune amiche, ed io appartengo alla seconda categoria…), abiti sempre più “standardizzati” e facilmente abbinabili fra loro (di questo discutevo proprio qualche sera fa con una amica minimalista, ragionando da tempo sulla essenzialità adottata da alcune figure influenti dei nostri giorni… essenzialità che fa riflettere sia in termini di rapidità, sia in termini di riconoscibilità).

E poi – via – verso il treno, con zainetto in spalla.

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Foto di Oswaldo Ruben su Pexels

Rapida, leggera, (stranamente, per me) lucida e flessibile.

E sul sentirsi e/o essere leggero e flessibile, stamattina – ferma al semaforo pedonale – osservavo la lunga coda di automobili ferme in attesa di percorrere il canonico metro e scambiando due parole improvvisate con una signora, ho detto: “Felice di essere a piedi!”. “Decisamente!”, mi ha risposto la signora, “Ci si guadagna su tanti fronti!”.
(Ripensando a poco prima quando avevo incrociato un papà in bici, trainante rimorchio con bimbo a bordo, ed un ciclista agile che sfrecciava verso qualche luogo… esempi di sistemi alternativi di trasporto…)

Tornando a la mia piccola “miracle morning”, resta aperta la questione della tendenza all’insonnia (credo dovuta all’età) che confido però si risolva “per stanchezza”: alzandosi presto, gioco forza alla sera il sonno ad una certa ora arriva e hai buone possibilità di sconfiggere l’abitudine (acquisita nel tempo) di veglie notturne, passate trafficando sul web, lavorando, progettando e leggendo, ma sottraendo ore al riposo.

 

 

Alla ricerca del minimalismo

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Immagine tratta dal sito http://www.shaneoleary.me

Sarà l’età, sarà la sempre maggiore consapevolezza del caos informativo e “oggettistico” (oggetti che uno accumula, e che neanche si ricorda di avere), sarà il decidere (per varie ragioni) di creare un foglio su Google Drive nel quale fare il punto della situazione sulle spese (individuando falle in ogni dove, soprattutto di servizi online che paghi ma non usi e che quindi sono superflui e non reggono più la giustificazione del tipo “non si sa mai!”), sarà che sto leggendo l’inaspettatamente interessante libro di Jill Konrath “Vendere di più in meno tempo” (che offre interessanti spunti di riflessione sulla propria attività, qualunque essa sia), e sarà – infine – che recentemente incontro persone che puntano all’essenziale nelle scelte,…

Ebbene fatto sta che, volente o nolente, mi rendo conto che il desiderio di pulizia, riduzione e riordino è sempre più pressante, reclama sempre più attenzione.

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Il minimalismo di Muji

E non solo da un punto di vista cosmetico (nella foto sopra Muji ed il minimalismo che lo permea in ogni singolo dettaglio, persino nei cosmetici), ma anche da un punto di vista – per esempio – del “parco libri”.

La mia grande passione verso la quale nutro un atteggiamento quasi compulsivo e di possesso.
(Si contano sulle dita di una mano le volte che sono uscita da una libreria senza avere acquistato nulla.)

Acquisto più libri di quanti ne possa oggettivamente leggere. Accumulandoli e dimenticando addirittura di averli acquistati. E che – passato il momento – perdono di interesse, ma di cui non mi libero perché “non si sa mai!”,…

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Momenti di (tentativi di) riordino

Ma non solo.

Anche gli abiti.
Che per me si declinano in magliette, maglioni e pantaloni.

Conservo capi di abbigliamento (che non uso) per anni.
Perché “potrebbero sempre servire”, tornare utili, che magari c’è una occasione per la quale posso indossare quel capo lì o quella scarpa là,…

Non ha importanza se i suddetti abiti restano parcheggiati ed inutilizzati per anni.
L’idea di liberarmene fa scattare nella testa il timore che io possa perdere qualcosa di importante.

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Foto di Juan Pablo Arenas da Pexels

E così vai avanti a conservare, stoccare ed accumulare.

Poi, ad un certo punto, ti guardi intorno e ti rendi conto che non va più bene andare avanti così.

Scegliere e liberarsi diventano due azioni imperative.
Lasciare andare e creare spazio, due necessità.

Ricordo ancora un articolo scritto da Zack Andresen su LinkedIn che racconta del suo periodo sabbatico, nomade, in giro per il mondo, alloggiando grazie a prenotazioni via Airbnb. Ricordo che leggendolo provai un grande senso di libertà.

Così come ricordo bene il docu-film The Minimalist (su Netflix): un film manifesto che è anche un invito a fare a meno del superfluo. A liberarsi del non necessario, senza privarsi.

Ricordo anche la perplessità (ma anche la curiosità) che provai leggendo il libro di Gabriele Romagnoli “Solo bagaglio a mano”.
Un libro che invita alla decrescita, intesa come utilizzo solo di ciò che è necessario. Percorrendo la vita e attraversando gli spazi con poche cose essenziali, con un bagaglio leggero.

Senza contare il talk di Elena Dak (antropologa e scrittrice, autrice del libro “La carovana del sale”) che ho ascoltato proprio questa domenica al TEDxMilano.
Già il titolo, “Farsi nomade”, anticipava l’argomento, ma ascoltarlo è stato come accompagnare l’Antropologa nella sua esperienza nomade con un gruppo di Tuareg. Osservando e condividendo il concetto di essenzialità, di silenzio, di economicità di pensiero e di azione (che non esclude la profondità di riflessione che scaturisce dalla osservazione generata dal silenzio).

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© Elena Dak – https://elenadak.it/

Lasciare andare.
Fare spazio.

Due concetti cari anche ad alcune filosofie orientali.
Ben più antiche dei moderni downshifting, decluttering, Marie Kondo, ecc. ecc.

Si dice che togliere, dare via, liberarsi, provochi sensazioni di beneficio.
Per quel che ho provato io, nel mio piccolo, posso confermare.
È come se l’atto stesso di rimuovere, crei un vuoto che non è sottrazione, bensì espansione.

Uno spazio che si crea.

Da lasciare così com’è, oppure da riempire con qualcosa di nuovo, oppure – ancora – disponibile per allargare altro che prima era compresso, dandogli ossigeno e possibilità di espansione.

 

Prevedibilità vs imprevedibilità

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Non so se capita anche a te di avere a che fare con eventi complessi che richiedono tanta pianificazione e tanta resistenza fisica e mentale (a volte sono delle vere e proprie maratone)…

Ebbene, di recente – con grande entusiasmo – mi sono imbarcata in una serie di iniziative che oltre a necessitare di una programmazione di tipo generale e sequenziale (“prima faccio questo, poi faccio quello e poi faccio quell’altro…”, smarcando via-via la to do list ed il calendario sul quale religiosamente appunto e segno impegni e cose da fare), necessitano anche di pianificazioni spinte ad un livello di dettaglio discretamente elevato.

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E proprio questa super-pianificazione mi fa spesso pensare – per contro – all’imprevedibilità.
Quella cosa che sta in agguato, là fuori da qualche parte, e che personalmente vedo come l’altra faccia di una ipotetica stessa medaglia.
Per la quale una non può esistere senza l’altra.

Perché puoi pianificare tutto fino al micro-dettaglio e micro-secondo, ma devi comunque essere preparato all’imprevedibilità che sarà rappresentata da quell’unica variabile delle dimensioni di un “quanto” (visto che poco sopra ho scritto di “micro”) che non avevi previsto e che rischierà di “mandare serenamente in vacca” (perdona l’espressione… e chiedo scusa alle mucche) tutta la “bella & buona” pianificazione che hai fatto.

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E allora, che si fa?
Nulla.
Nel senso che sì – va bene – pianificare ogni minimo dettaglio, ma una cosa che ho imparato in questi ultimi 2-3 anni è che ad un certo punto devi “fermare le bocce” (giocando sulla variabile temporale).
Sospendere le attività.
E far metaforicamente decantare la “situazione”.

Perché va bene verificare che tutto sia più-o-meno pensato e che tutto funzioni.
Ma devi anche fermarti.
E lasciare spazio alla flessibilità operativa.
Flessibilità (e improvvisazione) che alleni maneggiando gli imprevisti.

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Perché “per saper improvvisare è richiesta una gran preparazione” (riflettevo tempo fa).
Una contro-intuizione che fa corto circuito con quanto ‘sto sostenendo in questo post.
Ma che conferma la mia strana regola (e convinzione) sulla esistenza dei dualismi.

L’imprevedibilità, che puoi (e devi) gestire anche con lucidità mentale.
Quella lucidità mentale che deriva dal fermarsi, e dal prendere le distanze e spostare il punto di osservazione.
Perché magari da lì, da quel punto nuovo punto di osservazione, ne scorgi l’ombra e ti prepari a gestirla.

 

[Foto tratte dal sito www.gratisography.com]

Questioni di equilibrio

[Da Google Immagini]

Ci sono giorni nei quali tutto sembra un po’ più complicato.

Progetti complessi da seguire, con variabili aggiuntive che emergono strada facendo, e tensioni che vanno ad aggiungersi alla complessità.
Tensioni — queste ultime — che posso minare l’equilibrio, la lucidità e la concentrazione richieste.

[Dal profilo Facebook, qualche giorno fa]

Ebbene trovo che in questi momenti possano venire in aiuto gli interessi extra-lavorativi.

Ossia tutte quelle attività, quegli hobby, che coltivi nel tempo libero (tanto o poco, a seconda delle disponibilità).
Che ti gratificano, ti distraggono ma anche (e forse soprattutto) creano e affinano delle abilità.

Quegli hobby che coltivi (siano essi manuali – come dipingere, per esempio – o intellettivi), che sviluppano e/o implementano delle competenze.

Innestando un circuito virtuoso di crescita che forse ti toglie del tempo dal puro relax, ma costituisce relax esso stesso.

Che ti toglie ore di sonno, che vengono compensate dalla passione che ci metti.
Che crea alleanze che fanno crescere te stesso e gli altri.

Diventando fonte di arricchimento e soddisfazione umana, morale, culturale.

Importanti per il sostegno dell’amor proprio e dell’autostima.
Utili anticorpi a salvaguardia del tuo equilibrio e della tua integrità.

Letture consigliate:

  • “Identità al lavoro”, Herminia Ibarra
  • “How to Be Everything”, Emilie Wapnick [consiglio — questo — a scatola chiusa, sulla personale e sconfinata fiducia nel suo TED Talk, che per me rappresenta una bella boccata di ossigeno che mi devo somministrare ad intervalli regolari 🙂 ]

 

Il piacere di fare le cose


Secondo te fare le cose per il gusto di farle, senza avere come scopo (più o meno evidente, più o meno conscio) quello di trarne un business, è così grave?

È così grave non avere piani B, C, D,… X, Y, Z…?

Perché non so tu come sei messo, ma io ero arrivata al punto di non fare più le «cose» (leggere libri, frequentare corsi e conferenze, …) per il solo piacere di farlo (godendo del momento, della esperienza e dell’apprendimento), ma con l’obiettivo (indotto o acquisito, che dir si voglia) di trarne possibili spunti per un business, un piano B… senza riuscire – sistematicamente – a finalizzare nulla (senza cavarne un ragno dal buco, come si suol dire).

Arrivando ad una «indigestione intellettiva», con conseguente nausea di tutto. E grande insoddisfazione. E – come ultimo stadio – frustrazione e curiose forme di auto-lesionismo (leggasi dialogo interno del tipo: «non sei capace, rassegnati»).

Ed in questo ultimo anno molto intenso, grazie a (o «a causa di», come preferisci) un’attività di volontariato che mi ha assorbito nella sua totalità, e che mi ha dato e mi sta dando tanto, dove le cose che ho fatto (e che sto facendo) le ho fatte (e le faccio) per pura passione, ho visto in modo ancor più evidente quanto l’ossessione (e la frustrazione) per il business abbia lavorato molto male su di me.


Può essere che questi ragionamenti siano frutto dell’approssimarsi dei 50 anni (con tutto il bagaglio fisiologico, ormonale e psichico che questo comporta), ma questo è.

E qualche settimana fa, in occasione di un momento nel quale ho detto no ad una cosa perché non ce la facevo a sostenerla (paradossalmente legata all’attività di volontariato che sto facendo), ho pensato e ho percepito un disagio da obbligo e da privazione.

Ho pensato che dovevo fermarmi, ripensare e riprender(mi) tempi, spazi e reali interessi.

Voglio leggere libri per il puro gusto di farlo, voglio tornare a viaggiare per il puro di gusto di farlo, voglio andare ad ascoltare persone per il puro gusto di farlo.

Qualcuno potrebbe dire: «Ma se salta il banco? [leggasi: perdi il lavoro, n.d.r]? Se le cose iniziano ad andare storte? Tu che fai?»

Risposta? Non lo so.

Se dovesse succedere, mi porrò il problema. Ma adesso ho ben poco da farmi venire il mal di testa pensando costantemente al «…e se?…». Non avendo la palla di cristallo, non posso correre il rischio di non godere del ciò che faccio perché bisogna programmare, pianificare, intuire, analizzare…

Perché in questa era ad alta fluidità (concetto caro al compianto Zygmunt Baumann), pregna di paradossi, dove la previsione, la proiezione e la progettazione a media/lunga scadenza è pressoché nulla (è già tanto se riesci ad avere una vaga idea di cosa farai fra un anno), è quasi inutile fare programmi bi-tri-quadri-quinquennali (anche se forse sarebbe necessario…).


E forse questa riflessione si è rinforzata conoscendo ed ascoltando storie di persone che – proprio in questa era ad alta instabilità – si sono licenziate [follia!, si può pensare] perché arrivate al limite, e che si sono messe alla ricerca di altro che desse loro maggiore soddisfazione. Iniettando ulteriore instabilità personale alla già alta instabilità del presente. Ma vedendo anche aprirsi insospettate opportunità.

Forse conviene vivere e coltivare i propri interessi. Quegli interessi che ci arricchiscono come persone.

Che poi – magari – il tuo bagaglio personale si arricchisce inconsapevolmente di strumenti che potrebbero attivare risorse inaspettate in caso di emergenza (ma questa – forse – è un’altra storia).

[Immagini tratte dal web]

Natale

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Quest’anno ho ancora meno voglia del solito di festeggiare il Natale.
Quel Natale dove devi adempiere a tutta una serie di doveri e devi per forza essere felice e buono.

Io quest’anno proprio non ci riesco.

Anche se vedo più discrezione in giro, e molta meno ostentazione, non riesco a farmelo mandare giù.
Non riesco a dirmi: “Sii grata e festeggia per quello che hai!”
Sì, sono grata e ringrazio Dio ogni santo giorno per quello che ho.
Ma da qui, a festeggiare e manifestare felicità, devozioni e gratitudini varie ce ne passa.

Non sto a menzionare le brutture, i drammi e le ingiustizie alle quali si assiste quotidianamente e passivamente, guardando attraverso lo schermo, o – semplicemente – camminando per strada.

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Ma proprio per questo oggi, più che mai, ostentare mi sembra uno schiaffo morale in faccia a chi non ce la fa o si trova in situazioni drammatiche che – abituata al calduccio della mia tana – non sarei minimamente in grado di affrontare (salvo forse pensando alla sopravvivenza).

Ma questo disagio penso (e spero) stia portando in superficie qualcosa di più silenzioso e più prezioso: il rapporto umano.
Una cosa talmente ricca (nel bene e nel male) da rendere tutto il resto superfluo e – talvolta – stucchevole.

Sono sempre stata una persona poco propensa a parlare.
Poco telefonica e poco chiacchierona.
Poco incline a raccontare di persona, a voce, e più propensa a scrivere qualcosa qui e là sui social e via mail. Affidando alle parole scritte pensieri che mi risulterebbero difficili da esprimere a voce.

Ebbene, in questi ultimi mesi credo di non avere mai parlato così tanto con le persone.
Di avere ascoltato storie.
Di avere cercato di trovare soluzioni a fatiche e conflitti personali miei e altrui (su questa ultima cosa dei conflitti devo lavorare ancora tanto).

Ho parlato con persone entusiaste e persone sconfortate.
Ho recuperato rapporti e ne ho persi altri, a cui tenevo molto.

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E tutto questo mi ha fatto ritrovare, ma forse soprattutto scoprire, l’importanza delle parole dette a voce.

Mi ha fatto vivere il disagio (costruttivo) di dover cercare soluzioni a situazioni complicate, parlando.

Oggi pomeriggio ho visto un video registrato con una telecamera nascosta, che mostrava una persona che regalava un pacchetto a dei senzatetto a Milano. Le loro reazioni di reale gratitudine e le lacrime a cui alcuni si abbandonavano, mi ha fatto sentire ancora di più la mia superficialità ed inutilità. (Il pacchetto conteneva un paio di guanti imbottiti. Una merce preziosissima per chi vive in mezzo ad una strada.)
Davanti a chi non ha nulla e nessuno, mi sento sempre impotente.
E questo piccolo video, unito al semplice ascolto di chi ti circonda e a quello che vedi e leggi, mi ha fatto capire ancora di più quello che è veramente importante.

Avere cura di chi ci è caro. Senza dimenticare gli altri, tutti gli altri.

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Ecco che stare a fianco dei miei genitori, di persone a cui voglio bene, di persone che magari conosco poco ma che condividono il loro tempo con me e con altri, regalandolo, è forse la sola cosa più importante per me.
E di cui sono veramente riconoscente.
Tutto il resto è relativo.

E spero che anche tu, che leggi questo piccolo post, possa apprezzare e trovare quello a cui più tieni e te ne possa prendere amorevolmente cura.

Buon Natale.

[Tutte le immagini di questo post provengono da Varese News, pubblicate come calendario dell’avvento nel 2010]

Il coraggio di scegliere

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In questi ultimi tempi mi trovo da un lato ad assistere e dall’altro ad osservare o vivere delle scelte (ossia “necessità di prendere delle decisioni”).

E, osservando le dinamiche e le variabili in gioco, riflettevo proprio un paio di giorni fa che per scegliere bisogna avere coraggio.

Coraggio di scegliere da che parte andare, spesso senza avere tutte le informazioni a disposizione.
Magari avendo a disposizione informazioni tecniche (“cose da fare”, “elenchi”, “scadenze”,…), ma non informazioni su variabili di tipo umano ed emotivo (fattori – a mio avviso – che influiscono fortemente sull’andamento delle cose).

Ed ecco quindi che – in alcuni casi – si temporeggia e si può arrivare a situazioni di stallo, dalle quali si tenta di uscirne cercando conciliazioni, punti di contatto, vie di mezzo.
Arrivando da ultimo (con grande incertezza e grande fatica) alla soluzione di non fare alcuna scelta.
Con la conseguenza che se sono coinvolti anche attori esterni, la “non scelta” può provocare una serie di reazioni non prevedibili (che possono alimentare possibili situazioni di conflitto). Mentre se la “non scelta” è a carattere personale, le conseguenze ricadono sì solo su noi stessi ma non sono comunque scevre da conseguenze.

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Ma anche la non scelta è una scelta

E se di primo acchito una affermazione simile appare come un paradosso, e fatichi a coglierne il senso, se ti soffermi un momento sul significato di questo insieme di parole (“non scegliere è scegliere”) leggi un messaggio interessante: nel momento in cui decidi di non scegliere fai una scelta subdola e – per alcuni aspetti – inconsapevole.

Scegli di delegare ad altri possibili decisioni.

Scegli di far decidere altri per te, che non è detto che andranno ad operare secondo i tuoi interessi, i tuoi desideri, i tuoi progetti, le tue necessità ed i tuoi obiettivi.

È un processo di delega diverso da quello che conosciamo (che ti consente di scegliere persone a cui dare le opportunità di gestione e sviluppo di progetti, in senso lato).
La non scelta è un processo di delega molto più pericoloso, perché non è più sotto il tuo “controllo” consapevole.

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Scegliere non è facile.

(Ed in questi giorni sto riflettendo molto attorno ad una possibile strada da intraprendere e sto leggendo, osservando, cercando di capire, parlando con persone… per arrivare a scegliere tra “sì, vado avanti” oppure “no, passo oltre”.)

Scegliere comporta talvolta dolore.
Scegliere comporta fatica.
Scegliere comporta sacrificare qualcosa a favore di qualcos’altro.
Scegliere comporta talvolta “turarsi il naso” e optare per la situazione “meno peggio”.
Scegliere comporta anche commettere degli errori (capita).

Ma scegliere è soprattutto una assunzione di responsabilità.
Che se fatta con coscienza, con etica, magari anche nel rispetto dei propri valori (soppesando anche l’influenza del proprio Ego), riduce il margine di errore (o comunque lo rende più “consapevolmente gestibile”) e riduce il disagio (almeno nella sua durata temporale).

[Immagini tratte dal web]

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Immagine tratta dall’account Twitter di Federica Rovati

“Avere ragione o essere felici?”
“Mentalità rigida vs mentalità di crescita”

Bianco o nero…?

Dualismi.
Semplificazioni.

Che hanno un senso per intravedere il bandolo in una matassa aggrovigliata, per cercare di intravedere macro-famiglie in mezzo a tante particolarità, per fornire qualche primo elemento utile a capire situazioni complesse.

Ma che non possono – secondo me – essere la Guida (con la “G” maiuscola) utile per leggere la realtà “in toto” e non posso essere usati come strumenti validi per tutte le soluzioni (come quelle chiavi universali, quei passepartout che aprono tutte le porte).

Non è così semplice.

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Immagine tratta da Tumblr

La realtà è troppo complessa e multiforme per poter essere categorizzata.
La categorizzazione va bene per vendere istant-book.
Va bene per vendere rimedi rapidi e palliativi effimeri.
Ma la realtà là fuori è altro. Ben altro.

“Aspiriamo a una soluzione, aspiriamo alla serenità, ma non abbiamo tempo, non abbiamo la pazienza, non abbiamo la tenacia per cercarla e ingoiamo riconoscenti soluzioni veloci, cibo veloce, sesso veloce, tutto ciò che promette un rimedio rapido, viviamo nel tempo dell’accelerazione. I manuali di auto aiuto ci promettono una vita migliore, dieci modi per smettere di bere, di ingrassare, di rimpiangere, di aver paura, dieci modi per vivere, raramente sono più di dieci, non ce la faremmo ad assimilarne di più, dieci come le dita, dieci come comandamenti. Dieci modi per vivere.” [Jón Kalman Stefánsson, “I pesci non hanno gambe”, Ed. Iperborea]

Stamattina leggendo un post di una pagina Facebook (“preferisci avere ragione o essere felice?”), mi sono fermata a pensare.
E ho riflettuto su questo dualismo.

Pensavo che spesso per me avere ragione equivale a (mi provoca) soddisfazione.

Ma non la ragione che si dà per il “contentino”, bensì il riconoscimento della ragione altrui. (Un riconoscimento della altrui intelligenza e identità. Un processo che può essere lungo e faticoso.)

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Dal sito chiaradinotte.wordpress.com

Per come la percepisco, per come la intendo, la felicità (il suo concetto, la sua idea) è troppo “lontana”. Irreale e staccata dalla quotidianità.

Anch’essa venduta in libricini che spacciano sogni e che fanno leva su dolore e piacere per iniettarti una idea, un bisogno, che forse non esiste (o non esiste nella forma in cui te la raccontano) e che – proprio per questo – può innescare disagio ed una sua ricerca spasmodica, inseguendo una chimera.

Lecite le domande che mi potrebbero essere poste a questo punto:

Sei mai stata soddisfatta? Sì, qualche volta.
Sei mai stata contenta? Sì, qualche volta.
Sei mai stata serena? Sì, qualche volta.
Sei mai stata felice? Non lo so, non lo ricordo.

Soddisfazione, essere contenti (che lo sento diverso dall’essere felice), serenità, sono secondo me stati raggiungibili (con scelte, dialoghi, esperienze e – talvolta – immense fatiche).

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© Stephen Clough – dal sito di Nicola D’Ardiè

Felicità (essere felici) è uno stato che dubito sia raggiungibile così come viene codificato e interpretato dal linguaggio corrente:

Stato d’animo di chi è sereno, non turbato da dolori o preoccupazioni e gode di questo suo stato. L’aspirazione alla f. è caratteristica dell’etica classica, che la chiamò eudaimonia (➔ eudemonismo). Trascurata nella filosofia moderna in seguito alla posizione rigoristica assunta da I. Kant, la nozione di f. è rimasta viva nella tradizione culturale anglosassone, ispirando il pensiero filosofico, sociale e politico. A questa tradizione si ricollega la difesa che del concetto compie B. Russel nel suo The conquest of happiness (1930). [Da Treccani – voce Felicità]

Ed il suo spaccio (come una droga a cui tutti aspiriamo) attraverso induzioni ricoperte di glassa, lascia sgradevoli tracce collose ed appiccicose, una volta che lo strato si scioglie al sole della realtà.

Di elezioni americane e bisogni

© Tgcom 24 – Mediaset

Questo è un post scritto da una persona comune, che non fa l’analista e che fatica a capire di politica (tanto più di quella americana), ma che cerca di mettere in fila un po’ di considerazioni per dare una spiegazione (forse più a se stessa che agli altri) della vittoria di Donald Trump (che — tra parentesi — non mi meraviglia poi così tanto).

Partirei subito da un assunto apparentemente scontato e banale, ma che credo generi un effetto domino anche di tipo circolare:

Il mondo sta cambiando. Pesantemente. Sotto tutti i punti di vista: politici, di lavoro e – di conseguenza – anche sociali.

Cosa vuol dire questo?

Che davanti a nuovi equilibri politici, davanti ad una rivoluzione industriale 4.0 che comporta anche una pesantissima riconfigurazione della società in cui viviamo, scatta la paura da incognita.

E la reazione davanti alla paura è paralisi o fuga. Si oppone resistenza cercando di mantenere lo status quo. Oppure ci si sente attaccati e si risponde fuggendo o attaccando a nostra volta. E questa è la prima considerazione.

La seconda è:

L’America è un Paese molto grande.

Noi – al di qua dell’oceano – spesso pensiamo che l’America sia le grandi metropoli (una su tutte New York), la loro multiculturalità ed internazionalità. Che pensiamo estesa e spalmata al di là dei loro confini metropolitani.

© Marriott

Ma non è così (ormai dovremmo saperlo).

L’America è solo in minima parte fatta di grandi metropoli.

Il resto sono paesaggi sconfinati, popolati di piccoli paesi o piccole città, che vivono di ben altra quotidianità.

© Xplore America

Dove vivono persone che appartengono anche a categorie che – dispregiativamente – vengono definite redneck («colli rossi» ad indicare la nuca bruciata dal sole durante il lavoro nei campi).

Willie Robertson – © Daily Jstor

Dove ciò che accade al di fuori della propria cittadina è vista come qualcosa di molto lontano.

E proprio a tale proposito suggerisco di guardare il film documentario di Michael Moore «Bowling for Columbine» che mostra cosa è veramente l’America, di cosa parlano le televisioni (non sono tutte come la CNN), cosa pensa la gente comune, cosa è la quotidianità.

Tra parentesi Michael Moore ha proprio dichiarato qualche tempo fa che (secondo lui) Donald Trump avrebbe vinto le elezioni: 5 motivi per cui Donald Trump vincerà (a questo link l’articolo originale comparso su Huffington Post america)

Michael Moore – © Showbiz411

L’America è fatta anche di tradizioni conservatrici che possono piacere o meno. Che possiamo condividere o meno.

© Corriere della Sera

Stamattina scrivevo a caldo su Facebook:

Non voglio esprimere nessun giudizio su quanto sta accadendo in queste ore in America.
Posso solo dire che non me lo aspettavo.
Ma forse anche sì.
Perché queste sorprese sono tipiche di alcune dinamiche (se verranno confermate).
E rappresentano come ragiona la stragrande maggioranza delle persone (che — nella fattispecie — non vive in città rappresentative del nostro immaginario “al di qua dell’oceano”).
Certi personaggi (anche nostrani), con le loro idee, rappresentano e danno voce ai bisogni più nascosti.
Se osservati con calma e distacco — questi personaggi — dicono molto dell’epoca strana che stiamo vivendo.
Staremo a vedere.

Ergo il risultato non mi meraviglia più di tanto.

Donald Trump rappresenta quello che tanti vorrebbero essere (anche chi non lo ammetterebbe mai):

  • imprenditore che si è risollevato molte volte nonostante alterne vicende
  • indicato spesso (anche da noi, non dimentichiamocelo) come modello di determinazione (nel bene e nel male)
  • scrittore di libri di successo (ho letto il suo “Pensa in grande e manda tutti al diavolo” e si tratta di un libro ad alto tasso di motivazione, nel bene e nel male)
  • conferenziere di successo.

Ora primo Presidente americano ad essere stato eletto pur non avendo alcuna esperienza politica e militare.

Questo è indicativo — secondo me — di due/tre cose:

  1. c’è bisogno di pragmatismo e di concretezza
  2. i sogni e le vision ad ampio respiro non bastano più
  3. il divario tra politica e “quotidianità” è molto più profondo di quanto ci si aspetti.

Ecco, credo che un po’ tutto questo (e forse anche altro che non individuo ancora), sia alla base dell’inaspettato (ma forse neanche poi tanto) successo di Donald Trump.

Chiudo con una frase scritta questa mattina da un contatto su Facebook e che condivido:

Quando nella vita si perde o si sbaglia è necessario capire le ragioni della propria sconfitta e non serve criticare chi vince. Anzi, criticare chi vince nasconde le ragioni della nostra sconfitta. [cit.]

Credo sia necessario un bell’esame di coscienza ed un maggiore ascolto ad intercettare i bisogni di chi abbiamo davanti.

Se non lo vivo, non lo capisco

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In questi giorni ho ricominciato a “liberarmi” di un po’ di libri.
Di manuali di gestione, di comunicazione, di crescita personale, …
Libri che magari acquisti in determinati momenti della tua vita, durante i quali sei alla ricerca di nuovi strumenti per capire, per comprendere, per imparare.
E che oggi – passati quei momenti – ti rendi conto non hanno più nulla da dirti. Restando solo come presenze coi quali condividi lo spazio.

Attenzione, non sto dicendo che non sono testi validi. Tutt’altro!
Sono testi che hanno fatto la storia di alcune discipline e alcuni di loro sono diventati dei classici.
Solo che con me hanno fatto il loro tempo.

E stamattina, non so per quale strana ragione, mi è tornato in mente un libricino di cui ho già parlato in precedenti post, che – se di primo acchito mi aveva lasciato un po’ perplessa – oggi continua (silenziosamente e subdolamente) a lavorarmi ai fianchi su alcuni concetti che colsi durante la sua lettura.
Un paio di esempi (di concetti)? Prossimità e semplicità delle cose.
(E di “prossimità” ho scritto qualche settimana fa in questo post: Stanzialità e prossimità.)

Il libricino si intitola “Quando siete felici, fateci caso” (di Kurt Vonnegut).

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Author Kurt Vonnegut Jr., wearing khakis, sitting in front of his typewriter in studio-like room. (Photo by Gil Friedberg/Pix Inc./Time Life Pictures/Getty Images)

E da questo inaspettato flash mattutino, è emerso un secondo ricordo più antico: l’esame di Fisica Tecnica e Impianti all’Università.
Esame che ho rifatto cinque (sì… 5…) volte per poi passarlo esausta con un 20.
(Era quasi più mortificato il docente della sottoscritta: avevo frequentato tutto il corso, sempre in prima fila a prendere appunti, studiato il suo libro fino a distruggerlo dalle tante sottolineature… e questo era il risultato… “Non ce la faccio a fare più di così…”, dissi al docente distrutta e sconsolata, arrendendomi all’evidenza… [Le quattro volte precedenti non avevo neanche superato la prova scritta, tanto per dire…])

Non c’era niente che potessi fare di più.
Quella materia non mi entrava in testa.
Nonostante le pazienti ripetizioni estive con un cugino laureato in Fisica e docente alla facoltà di Fisica di Napoli: due/tre volte alla settimana, di mattina – durante un agosto di tanti anni fa – con mio zio (insegnante di Matematica) che passava a prendermi e andavamo in campagna (dove soggiornava mio cugino per l’estate) e facevamo un’ora di ripetizioni di Fisica. Che proseguivano con lunghi e solitari pomeriggi di studio.

Mi ricordo che mentre cercavo di farmi entrare in testa il concetto di Entropia, nel mezzo di una delle tante crisi di incomprensione per la materia, avevo detto: “Se non riesco a capire concretamente il concetto non riesco a ricordarlo…!”
Lui (il cugino) rispose rassegnato: “Purtroppo alcune cose le devi ricordare così come sono. Senza alcuna spiegazione concreta.”

entropia-formula
La formula della Entropia (Fonte Treccani)

Ecco, probabilmente questo è un mio “baco cognitivo alla San Tommaso”: se non lo vivo, non lo capisco.
(Un “vivo” che può essere anche declinato in “vedo”)

E questo mi fa tornare alla questione dei libri (di cui ho già ampiamente scritto in vari post a più riprese).
Le tecniche, le strategie, su di me hanno una presa limitata (nella comprensione e nel tempo).
Affinché si installino nel retrocranio (o nel DNA, come preferite), devo vederle in storie e/o viverle con esperienze.

E questa considerazione mi fa sorgere una ulteriore domanda:
Sono nate prima le esperienze o le strategie?

(Una domanda che è anche l’origine delle personali crisi d’ansia da manuali… “se non leggo manuali, non imparo cose nuove”…)

[Immagine di copertina tratta dal sito http://www.medioera.it]