Coronavirus e informazione

[Aggiornato con nuove fonti – 26 febbraio 2020]

Le foto qui sotto sono state scattate ieri sera da il babbo e me nelle due Esselunga di Cusano Milanino e Settimo Milanese. Due comuni che – per chi non è di Milano – si trovano ai lati opposti della città.

In questi ultimi giorni (e nello specifico nelle ultime 72 ore) ho letto di tutto e di più su profili social (soprattutto Facebook).
Opinioni che rasentavano il delirante in taluni casi.

E stamattina – scorrendo le informazioni su testate giornalistiche e agenzia di stampa (Ansa, Il Post, Corriere della Sera con escursioni [ieri] su Le Formiche [con un bel pezzo scritto da Andrea Fontana sulla “Infodemia”] e Oggi Scienza) – ho letto un editoriale di Luigi Ripamonti sul Corriere: Una prova di maturità.
Mi ha colpito un passaggio nello specifico.

I generi acquistati in eccesso non soltanto saranno poi indisponibili per chi, più debole, non avrà avuto la possibilità di partecipare alla corsa, ma ricadranno in diversa misura sulla filiera economica e contribuiranno ad amplificare l’ondata di irrazionalità.

E questa menzione del “più debole” mi ha fatto tornare in mente una immagine di domenica (sempre in Esselunga, in piena fase di assalto alle provviste).
Io e pochi altri con pochi generi alimentari, in coda alle casse self-service dei cestini.
Una signora anziana con nipote adolescente.
Entrambi un po’ intimiditi e spaesati (domenica pomeriggio sembrava fosse scoppiato un conflitto, non scherzo).
Coda (la nostra) un po’ disordinata; compressi e sopraffatti da carrelli stracolmi.
Ci siamo regolamentati stile studio medico: “Chi è l’ultimo?”
Nel movimento della coda ci siamo trovati un po’ disordinati e quando si è liberata una cassa, la signora anziana mi ha fatto cenno di andare avanti che toccava a me, quando in realtà toccava a lei.
L’impressione che avevo era che il caos e la folla la intimidissero non poco.
(Io osservavo stranita.)

Ecco, i “deboli” sono anche queste persone (così anche come coloro che soffrono di intolleranze alimentari o altre problematiche/patologie più o meno gravi, come mi ha fatto giustamente notare un contatto su Facebook, che sono costrette a tenere un determinato regime alimentare e che potrebbero non trovare gli alimenti adatti a loro perché precedentemente – compulsivamente – saccheggiati).

Photo by Markus Spiske on Unsplash

Persone sopraffatte da questa “mandria” (e uso il termine con discernimento, intendendo proprio il “comportamento epidemico” adottato in determinate situazioni) di individui fuori controllo nella cui testa scatta una dinamica primordiale governata dal cervello rettile (con la nota reazione “Fight or fly“) e assimilabile anche alla “Not In My BackYard” [NIMBY – il link rimanda alla versione inglese di Wikipedia, perché più neutrale rispetto alla versione italiana] che tante volte ci fa comportare in modo assolutamente illogico, distruttivo e inconsulto.
[Mi ha fatto pensare alla sindrome NIMBY anche questo trafiletto su La Stampa, che invita a riflettere su come muta la nostra percezione dei problemi in funzione della loro prossimità: Il coronavirus terrorizza, il clima no: come nasce la percezione del rischio]

“Mandria” facile preda di fake news e articoli strutturati secondo il sistema del click bait.

E come ho anticipato poco sopra Andrea Fontana, esperto di comunicazione, ha scritto un pezzo molto interessante (di cui condivido la riflessione) dedicato alla Infodemia:
Quando l’infodemia è più pericolosa di una epidemia
[Nel mentre scrivo questo articolo, il sito è irraggiungibile. Spero che il link venga ripristinato al più presto.]
Ne cito un passaggio breve, invitandovi a leggere l’intero articolo:

[…] l’epidemia cognitiva sta mettendo in evidenza i limiti dell’informazione nelle emergenze quando non è chiara, tempestiva ed univoca.

Il suo è un invito ad una comunicazione ponderata, equilibrata ed allineata.
Forse anche più lenta, ma non per questo meno capace di catturare chi (e sono la stragrande maggioranza purtroppo) legge solo le prime righe e non approfondisce.

Photo by Scott Webb on Unsplash

Nel contempo il non esagerare (il “non farsi prendere dal panico”) non vuol dire prendere la direzione contraria (spesso noi essere umani passiamo da un estremo all’altro, passando dal panico iper-conservativo all’incoscienza che supera ogni livello di irresponsabilità ad oggi conosciuto).
Non vuol dire essere incuranti degli effetti del Coronavirus, né essere incuranti degli effetti che una promiscuità può avere – con un effetto domino – su i “deboli” citati da Luigi Ripamonti nel suo editoriale.
Bensì significa prendersi il tempo per informarsi, da più fonti possibili.
Attendibili.
Il che – che ci piaccia o meno – comporta uno sforzo ulteriore di verifica della veridicità di quanto viene scritto.

In tema di informazione, chiudo questo post con il link ad alcuni articoli:

Un articolo molto interessante che spiega le dinamiche del contagio:
Coronavirus, la matematica del contagio che ci aiuta a ragionare in mezzo al caos

Il sito del Ministero della Salute dedicato al Coronavirus, che divulga i dati in tempo reale:
Nuovo Coronavirus

La sezione del Corriere della Sera dedicata espressamente al tema:
Coronavirus, la parola alla scienza

L’intervista all’Infettivologo Massimo Andreoni:
Coronavirus, Massimo Andreoni: «Più casi in Italia? Perché li cerchiamo. All’estero meno»

Su Oggi Scienza:
Quel che bisogna sapere adesso che il coronavirus è in Italia

Foto di copertina di Joël de Vriend su Unsplash

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