Effetti collaterali

Foto di Wolf Zimmermann su Unsplash

Qualche notte fa mi sono svegliata di soprassalto a causa di un incubo.

Un sogno in cui non si vedeva nulla, ma nel quale fuggivo da un qualcosa che mi braccava, e dal quale mi nascondevo insieme ad un’altra persona a me totalmente sconosciuta.

Non so interpretare i sogni, ma è quasi sicuro che la dinamica dell’incubo sia stata generata dalle settimane di lockdown (che hanno messo a dura prova la tenuta mentale di molti di noi) e dalla – personale – preoccupazione della Fase 2 (che io ho ribattezzato Fase 1.1).

Uno stato d’animo che mi ha indotto ansia e mi ha fatto tendere all’isolamento al momento della prima, timida, riapertura.
E che per combattere il quale mi sono sforzata di uscire a passeggiare, per prendere un po’ di aria ed un po’ di sole.

Sì perché, non so voi, ma la tanto agognata (nei giorni di quarantena) passeggiata è diventata qualcosa di “troppo impegnativo” (la scusante) al momento della sua fattibilità.

Mi sono così “scoperta” in un nuovo equilibrio che nascondeva un desiderio di bolla protettiva.
Una bolla consolidata e assecondata dalla mia atavica pigrizia e dai due mesi di quarantena che hanno riorganizzato la quotidianità in modo conservativo.

Foto di Sharon McCutcheon su Unsplash

Un mix di pensieri ed emozioni abbastanza pericoloso di cui ero (e sono tuttora) cosciente del suo essere infido.
Ma non per questo meno seducente nella sua forma di protezione (quella sensazione che provavo solitamente quando tornavo a casa dopo una giornata di lavoro, e che verbalizzavo – riferito alla casa – come “la mia tana”, portata qui all’estremo).

Un “conforto” (o per meglio dire, “conferma”) a questo comportamento l’ho trovato in questi articoli:

Sindrome della capanna (o del prigioniero) – pubblicato sul sito GreenMe

Lo strano desiderio di voler restare a casa – pubblicato su Rivista Studio

Tre mesi di Coronavirus – pubblicato su Rivista Studio

Tre articoli che ben descrivono una sensazione tuttora presente (e comune anche ad altre persone con le quali mi sono confrontata).
E che nella sua presenza mi ha messo gradualmente in difficoltà attraverso un progressivo sovraccarico di attività al computer che – ad un certo punto, in questa settimana che è appena passata – ha fatto saltare tutti i ritmi e le alternanze fondamentali che contraddistinguono uno smart working sano.

Disturbo post-traumatico da stress” potrebbe dire qualcuno (in forma lieve, aggiungo io).
Burnout“, potrebbe dire qualcun altro (anche se impropriamente, per alcuni aspetti).
Qualsiasi cosa sia quella che in questi giorni mi è accaduta (attacco di ansia, progressivi disturbi del sonno sotto forma di insonnia e di incubi), si è presentata credo per “logoramento”.

Foto di Drew Beamer su Unsplash

Ma c’è dell’altro.
Scontato ma forse non così banale, e con una traccia di positività che può essere catturata.

Questa “esperienza Coronavirus” ha cambiato le mie abitudini (le ha cambiate a molti di noi).
Dimostrando – se mai ce ne fosse stato bisogno – che nuove modalità di lavoro sono possibili (confermate anche da telefonate con colleghi, con i quali abbiamo scambiato anche riflessioni personali).
Tratteggiando nuovi scenari ancora difficili da comprendere ma comunque diversi dai precedenti.
In costante divenire.

Per quanto riguarda l’operatività, la personale area di attenzione resta la disciplina.

L’imparare a stabilire quando “mettermi al computer” e quando staccare (soprattutto alla sera, se non voglio crearmi ulteriori problemi di insonnia grazie alla luce blu emessa dai monitor che altera i ritmi circadiani).
Il reintrodurre l’attività fisica, mantenendo la buona alimentazione che sono riuscita inaspettatamente ad applicare (che mi ha fatto perdere qualche chilo a beneficio del fisico).
Il ricominciare a leggere libri (visto che un altro effetto collaterale è stata la grande fatica nella lettura, a favore della consultazione di notizie che – dopo una prima ubriacatura – sono andata a ridimensionare a favore di una maggiore “pulizia informativa” e conseguente ricerca di migliore sanità mentale).

Ridisegnando la propria realtà.

Che è forse il compito che mi attende da adesso in avanti.

[Immagine di copertina di Andrew Neel su Unsplash]

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