L’esperienza di TEDxNavigliWomen

Il video di chiusura di TEDxNavigliWomen

Organizzare un TEDx è sempre una impresa molto “impegnativa” (per usare un eufemismo).

E organizzarlo durante una pandemia (in lockdown), lo è ancora di più.
Se poi decidi di farlo in diretta con le/gli speaker collegati in remoto da varie parti d’Italia (e del mondo), la complessità aumenta.

Piattaforme, connessioni più o meno stabili, condivisioni sui canali, fusi orari molto diversi, gestione dei dispositivi…

E preparazione di speaker che – magari – non sono avvezzi al mezzo digitale, oppure risentono della assenza del pubblico (un po’ perché non abituati, un po’ perché – al contrario – provati dai lunghi mesi di connessioni quasi interamente digitali), oppure – ancora – devono adattare la modalità di comunicazione per ottimizzarla.

Il backstage prima dell’inizio della diretta (screenshot di Marta Caroti – Licenziataria TEDxNavigliWomen)

Si poteva fare meglio?
Sicuramente.

Ma ritengo sia stato fatto un grande lavoro.
Di comunicazione, di lancio, della conduzione della diretta (grazie alla competenza di Florencia Di Stefano-Abichain e al Service che ha gestito la regia dell’evento).

La performance e l’impianto scenico, così come lo associamo all’idea delle conferenze TEDx, ha ceduto il passo alla gestione da remoto assoggettata all’idea.

E se la forza delle idee e delle storie sono le variabili attorno alle quali si costruiscono i Talk, qui le si sono valorizzate ancora di più per attraversare i filtri digitali e arrivare al pubblico in ascolto (nel momento di picco della diretta si registrarono quasi 900 persone, che continuavano a commentare e interagire con le parole condivise dalle e dagli speaker).

Sono onorata di avere dato il mio contributo, aiutando alcune(i) speaker a orientarsi e focalizzarsi sul cosa dire e come dirlo al meglio delle possibilità, e dei mezzi a disposizione.

Aiutandoli a prendere confidenza con il mezzo, con un occhio rivolto al tempo e l’altro allo standing, rimanendo concentrati sull’obiettivo da condividere (non è facile parlare ad un webcam, soli in una stanza, immaginando dall’altra parte un pubblico che ti ascolta, guardando l’obiettivo come se fosse una persona).
Cercando di metterle(i) nella migliore condizione possibile, compatibile con la loro personalità e le loro storie.

“Fatto è meglio che perfetto”, recita un antico adagio.
Ma “la forza delle idee” è anche un altro importante mantra da tenere (sempre) presente.

TED ha approvato pochi giorni fa i video di TEDxNavigliWomen che – ora – sono visibili a questo link:

Il discorso di Arnold Schwarzenegger

Sta facendo parlare molto di sé.
Mi riferisco al discorso di Arnold Schwarzenegger.

E dopo una mia personale iniziale perplessità, qualche riflessione l’ho fatta.

Confesso che quando me lo hanno segnalato, ho nutrito qualche “pregiudizio anticipatorio” (complice qualche mio bias sul tema).
Che però è scomparso ascoltandolo.

Infatti se da un lato ho constatato un utilizzo di modi misurati (mi riferisco al tono della voce, al ritmo e alle pause: alla modalità espressiva), dall’altro il contenuto è tosto, “non mandandogliele a dire” al Presidente uscente (rappresentante – tra l’altro – del suo stesso partito: infatti Arnold Schwarzenegger appartiene al Partito Repubblicano).

Forte è il rimando alla nefasta “Notte dei Cristalli” e agli spettri che risveglia (Schwarzenegger è austriaco naturalizzato americano).

Intelligente è l’uso del “Democracy First” con un chiaro rimando al motto di Trump “America First”.

L’uso della spada di Conan può far sorridere (in gergo tecnico è un “prop” [un oggetto di scena utilizzato a supporto della propria argomentazione], e non è l’unico presente nel video), ma fa parte della sua storia e diventa strumento e metafora della tempra. Efficace e incoraggiante in chi lo ascolta.
Spada/tempra che è anche una metafora della (sua) vita.

Il video può piacere o non piacere.
Lui può piacere o non piacere.
A mio avviso va però ascoltato e studiato, tenendo a mente il pubblico a cui si rivolge.

Tenendo anche a mente quello che Schwarzenegger rappresenta.

Una icona della cinematografia popolare, con una storia interessante alle spalle: immigrato, è stato culturista prima (Mister Universo, se non sbaglio, la cui traccia si rivela nella foto alle sue spalle, affiancata alle due bandiere americana e dello stato della California), attore poi (anche con ironia) e infine Governatore della California.
Appartenente al Partito Repubblicano e sposato (fino al 2017) con Maria Shriver Kennedy (il cui nome appartiene alla storia americana).

Un percorso (ed una figura) che stupisce per la sua eterogeneità e che – sicuramente – ha presa sull’immaginario collettivo.
Rappresentando esso stesso una concretizzazione del Sogno Americano.

Il testo tradotto è stato pubblicato sul sito Per La Retorica a questo link: Schwarzenegger, Arnold, “Il presidente Trump è un leader fallito”

[La foto in evidenza è tratta dal sito Cinematographe.it]

Responsabilità, linguaggio e capacità di visione

Se non ci fosse di che seriamente preoccuparsi, questo periodo sarebbe il perfetto test in campo di una simulazione distopica degna dei migliori libri futuristici e cyber-punk.
L’esempio perfetto di un (altrettano) perfetto esperimento sociale (come scriveva Annamaria Testa in un suo articolo di qualche mese fa su Internazionale: Coinvolti in un gigantesco esperimento sociale).

Cerco di spiegare nel modo più semplice che mi riesce, perché stamattina (leggendo un paio di post su Facebook) si è attivata una sequenza di pensieri che – come un lampo – ha illuminato a giorno una situazione difficile da comprendere in ogni suo aspetto, ma comunque molto chiara.
(Lo so, suona come un paradosso…)

Parto dall’inizio.

Ieri riflettevo con una amica sulle restrizioni sotto Natale.
Ed il discorso si è – comprensibilmente – allargato.

Si è allargato al tipo di cultura ormai molto ben radicata (frutto di anni di comunicazione, TV, modelli sociali, educazione… ecc. ecc. di un certo tipo), che ha alimentato molto bene (consapevolmente o meno, non lo so) la deresponsabilizzazione del singolo e dei gruppi.
[“Non è mai colpa mia, è colpa di… [qualcun altro]” è la tecnica più collaudata utilizzata in molti ambiti per “flangiarsi il fondoschiena” (per usare una metafora ingegneristica che usiamo sul lavoro).]

In serata ho continuato a riflettere e – leggendo altri contributi sui social, dedicati agli assembramenti di domenica durante il “liberi tutti” – si è accesa una lampadina con su la scritta “cashback”.
Quella iniziativa (fatta – confido, ma con personale scarsa convinzione – con buoni propositi per supportare l’economia del territorio) che “premia” (per semplificare) gli acquisti nei negozi fisici e non online.

Photo by rupixen.com on Unsplash

La domanda sorge spontanea: la maggioranza delle persone – in una situazione simile (“liberi tutti” + “cashback” + Natale) – cosa fa? Esce per andare a fare acquisti. (“Se posso uscire e posso fare questa cosa, allora esco e lo faccio” è un pensiero logico che non fa un plissé, giusto?)

E qui apro una ulteriore parentesi: Paolo Benanti ha scritto sul suo profilo Facebook un post molto interessante del perché IO (la App con la quale si può attivare il meccanismo del cashback) ha avuto più download di IMMUNI:

Un meccanismo che ha a che fare con la ricompensa (immediato il rimando al concetto della “Gamification”).

Ma non è finita qui.

Perché stamattina un contatto su Facebook ha condiviso una riflessione interessante di Christophe Clavé (francese, autore di libri non tradotti in italiano, operante nel mondo aziendale e manageriale) che esordisce così:

“L’effetto Flynn – che prende il nome dallo scienziato che ha studiato questo fenomeno – afferma che il Quoziente d’Intelligenza (QI) medio della popolazione mondiale è in continuo aumento. Questo almeno dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni ’90. Da allora il QI è invece in diminuzione. È l’inversione dell’Effetto Flynn. […]” – Qui il testo integrale

Clavé ragiona sull’impoverimento del linguaggio (proprio qualche giorno fa avevo riflettuto in tal senso su una mia esperienza di quasi 20 anni fa con la lettura ad alta voce e alla quale dedicherò un articolo) e sulla conseguente incapacità di “guardare avanti e indietro” rispetto al presente per formulare pensieri complessi che ci aiutino a comprendere ed affrontare situazioni (altrettanto) complesse.

Ho ripensato alla riflessione di ieri che mi aveva fatto ricordare un Talk di diversi anni fa (2011) di Eli Pariser dedicato alle “Filters Bubble”.

Le Filter Bubbles, un sofisticato sistema di supporto ai Bias di conferma, che evidenziava come gli algoritmi di ricerca “ti mostrano ciò che tu vuoi vedere, sulla base di quello che tu cerchi, chiudendoti in un recinto di convinzioni che ti autocostruisci” (estrema sintesi dell’idea del Talk).
[Nel 2011 eravamo agli albori dei social media.]

Eli Pariser invitata (già nel 2011) a differenziare le ricerche per restare mentalmente aperti, curiosi e ricettivi.
E oggi più che mai (davanti alla complessità crescente) lo sforzo è necessario seppur impegnativo.

Orbene, ascoltando le conversazioni online, e osservando i comportamenti online e offline, è abbastanza evidente che il mix di impoverimento di linguaggio, che porta ad un impoverimento della curiosità (a favore di una maggiore propensione ad essere guidati [ricordiamoci che il cervello è pigro e tende a risparmiare energia] e a deresponsabilizzarsi, di conseguenza, soddisfacendo i bisogni del “qui e ora”, senza preoccuparsi di cosa sarà domani), porta a scelte e comportamenti di un certo tipo.
Con le conseguenze che questa pandemia sta evidenziando in tutta la sua cristallina chiarezza.

Se non ci fosse di che seriamente preoccuparsi, ci sarebbe da accomodarsi e osservare con pura meraviglia e stupore l’evolversi della situazione e le dinamiche che la muovono.

Foto di copertina di Timon Studler su Unsplash

Di discorsi e modalità espositive

Avevo in mente di scrivere questo articolo da parecchio tempo.
Poi – come al solito – mi sono lasciata trasportare dalle incombenze ed arrivo un po’ lunga, anche se il ragionamento che intendo fare non ha scadenza.

Mi riferisco a due “pesi massimi” della politica e della economia dei cui discorsi si è molto parlato nei mesi precedenti.

Foto tratta da “The Conversation”
Foto tratta da Forbes

Prima doverosa premessa: la sospensione di qualsiasi giudizio di tipo politico, etico, ecc. ecc. che potrebbe inficiare la capacità di analizzare e trarre degli spunti utili.
Infatti quello che mi ripropongo qui, è di fare delle considerazioni sulla tecnica e sulla performance (esposizione).

Due “pesi massimi”, dicevo: Joe Biden e Mario Draghi.

Con due discorsi di alto livello e di contenuti importanti.
Con due esposizioni molto diverse tra loro.
Che possono avere effetti diversi in termini di valorizzazione, rendendo più o meno efficace il messaggio che trasmettono.

Seconda doverosa premessa: la politica americana ha una grande cultura in tema di public speaking (oratoria). Cosa su cui noi italiani pecchiamo un po’ e su cui il mondo istituzionale, politico ed accademico ha (forse) qualche “presunzione” o ne ritiene l’attenzione una variabile secondaria, preferendo concentrarsi sul contenuto.

E una ulteriore conferma della capacità americana in tema di comunicazione in pubblico la abbiamo avuta con il discorso di Joe Biden alla Convention Democratica.

Osservate il tono di voce, le pause, lo sguardo.
Persino le espressioni del volto.
Un discorso talmente preparato sin nei minimi dettagli, tale da essere interiorizzato (concetto su cui tornerò in uno dei prossimi articoli).
Qui sotto il file con il discorso di Biden tradotto in italiano (grazie alla pagina Facebook “Elezioni USA 2020“):

Ad onor del vero, va tenuto presente che in questi casi vi è sempre il “gobbo” sul quale scorre il testo (il cui nome corretto è Teleprompter).
Questo consente di mantenere il contatto visivo con il pubblico e – fattore non trascurabile – ci deve fare riflettere su un’altra variabile non meno importante: la lettura interpretata (un modo di interpretare le parole scritte che non è “semplice” lettura).

E questo mi porta a rivolgere l’attenzione al discorso di Mario Draghi al meeting di Rimini.
Contenuto di altissimo valore penalizzato – ahimè – dalla esposizione in una modalità tendente al mono-tono.
[L’intervento di Mario Draghi è dal minuto 00:24]

In questo caso un lavoro sulla voce, sulla sua varietà, la sua velocità e le pause, avrebbe aggiunto – a mio avviso – ulteriore efficacia alle già importanti parole da lui pronunciate.
Una “colorazione vocale” fatta nel rispetto della personalità dell’oratore, per mantenerlo entro la sua “zona di comfort” senza esporlo emotivamente.

Sì perché la voce è emozione.
E’ il veicolo delle nostre emozioni.

E questo mi rimanda ad una conversazione recente avuta con un manager di una grande società digitale, in occasione di un suo contributo.
Espresse la propria difficoltà nel dare maggiore efficacia alla sua esposizione: “Non riesco a fare più di così”, disse.
Quello che mi sentii di suggerire fu di lavorare sulla velocità e sulle pause: di accelerare o rallentare a seconda del contenuto, inserendo pause strategiche per sottolineare concetti o creare attesa.
Dando maggiore dinamicità al suo discorso per tenera alta l’attenzione del pubblico, dando la possibilità di cogliere di più dalle sue parole.

Buon ascolto e buona lettura!

[Immagine di copertina di Mikael Kristenson su Unsplash]

Riprendendo i podcast

L’altro giorno pensavo (ed esternavo su Facebook):

Stavolta non mi faccio fregare come al primo giro.
No.
Perché al “primo giro” sono andata in sovraccarico emotivo e non ho letto un libro per tutto il lockdown (una anomalia per me, che sono una “lettrice forte”). Recuperando poi (tra prestiti in biblioteca, acquisti e audiolibri), viaggiando oggi sui 23 libri letti (in una sorta di recupero del tempo perduto).
Stavolta proseguo e rinforzo, registrando letture (nel rispetto dei copyright) ripartendo con Spreaker (come già scritto un paio di giorni fa).
Forte di alcuni strumenti domestici (ma efficaci) acquisiti durante la registrazione di letture per il Patto per la Lettura.
Forte anche di una centratura recuperata (e di una pulizia fatta) durante il percorso di psicoterapia.
Stavolta non mi faccio fregare.
Proprio no.

Una specie di “colpo di reni” (una reazione) rispetto le imminenti (e progressive) restrizioni, che alla prima tornata mi avevano un po’ turbato.

Uno scatto in avanti rinforzato – inoltre – dal recente ritorno nel mio profilo Spreaker per fare un controllo random e piccola manutenzione.
E che ha riservato una piccola sorpresa.

Che poi è una piccola sorpresa-non-sorpresa perché chi mastica un po’ di web, algoritmi, ecc. ecc., sa che le notizie che immettiamo in rete, camminano poi con le loro gambe.
Anche se te le dimentichi.

E così è stato per circa un anno con i miei podcast, abbandonati a se stessi.
Ma che – pur nella microscopicità dei numeri – hanno continuato a fare i loro passettini.

E così, forte di questi “numerelli”, e forte della convinzione che

leggere cura l’anima

ho ripreso in mano il canale, riattivando l’abbonamento e ricominciando a leggere ad ad alta voce.

Ripartendo oggi con le letture tratte dal sito Nuovo e Utile (di Annamaria Testa), e selezionando testi da leggere i cui diritti d’autore sono decaduti.

Ascolta "Nuovo e Utile di Annamaria Testa" su Spreaker.

Ecco quindi che un insieme di eventi e scoperte mi ha riavvicinato ai podcast

la passione per la lettura,
la scoperta degli audiolibri (da me sempre scartati a priori) che tanto mi stanno anche insegnando in tema di interpretazione del testo,
l’essere lettrice volontaria del Patto di Milano per la Lettura che si è avvicinata agli audio in questo tempo di pandemia (non potendo fare tutti gli eventi in presenza),
l’essere convinta del beneficio della lettura,
e il desiderio di condividerlo come conforto in questi tempi così complessi,

rimettendo in marcia una piattaforma dimenticata per un po’ di tempo.

[La foto in evidenza è di CoWomen su Unsplash]

DonnaONLine

Lo scorso 7/8 marzo si sarebbe dovuto svolgere a Riccione il quarto Congresso DonnaON.
Sappiamo come è andata in quelle settimane: l’epidemia dilagante, i decreti e le ordinanze sempre più restrittive, i lockdown che si sono moltiplicati in un effetto domino…
Interi eventi, fiere e manifestazioni venivano via-via posticipati di qualche mese fino ad essere rinviati all’anno successivo… e anche DonnaON non è stato da meno.

Ma dopo un momento di comprensibile smarrimento, Carina Fisicaro (Founder del progetto) ha organizzato in breve tempo due maratone in diretta su Facebook a distanza di due settimane l’una dall’altra.
La prima a metà aprile e la seconda durante il primo weekend di maggio:

Empowered Women United for a World ” DonnaONLine” (18/19 aprile)

DonnaONLine Empowered Women United for the World (2/3 Maggio)

Due weekend durante i quali circa 40 professioniste (complessivamente) si sono alternate in una staffetta di speech della durata di 45 minuti, nei quali hanno condiviso esperienze, riflessioni, suggestioni e strumenti per fare meglio e affrontare questo periodo ad alta imprevedibilità.

Nei due weekend ho avuto il piacere e l’onore di portare il mio contributo su due temi a me molto cari: le parole e la loro cura (di cui avevo già fatto una specie di test-speech qualche settimana prima) e la leadership di servizio (di cui avevo scritto un articolo per QuiFinanza a gennaio).

I video delle dirette di tutte le speaker sono disponibili sulle pagine Facebook i cui link sono elencati qui sotto, mentre – in chiusura di questo articolo – sono visibili i video dei miei due interventi (disponibili anche sul mio canale YouTube):

Empowered Women United for a World ” DonnaONLine” (18/19 aprile)

DonnaONLine Empowered Women United for the World (2/3 Maggio)

L’importanza delle parole | DonnaONLine – Maratona Facebook 18/19 aprile 2020

La leadership di servizio | DonnaONLine – Maratona Facebook 2/3 maggio 2020

Le slide dell’intervento sono disponibili su Slideshare a questo link: La Leadership di Servizio.

La difficile sopravvivenza in mezzo alle parole

Da qualche giorno ho rallentato la consultazione delle notizie.
Smettendo anche di seguire le conferenze stampa quotidiane che snocciolano numeri e raccontano (con vari “tone of voice“) delle attività attorno alla pandemia.

Perché?

Foto di Kaboompics .com da Pexels

Perché qualche mattina fa ho fatto il mio solito giro sulle testate online.
Quelle a cui sono fedele (Il Post, Internazionale, Rivista Studio e Youmanist) e le altre più comuni (le versioni online delle storiche testate cartacee).

Inutile nascondere la diversità di comunicazione tra il primo gruppo ed il secondo.

Per come l’ho percepito io, un abisso.

Ma mi sono anche osservata nel mentre navigavo in mezzo alle loro parole.

E ad un certo punto mi sono accorta che sul secondo gruppo mi stavo “avvelenando il fegato” (tra polemiche e altre “amenità” di varia gravità che – se assecondavo – mi avrebbero trasformato a breve in un essere estremamente “aggressivo” [per usare un eufemismo] e facile preda di un profondo disfattismo).

Ho chiuso tutto.
E mi sono fatta una domanda (retorica)

Quanto rischio nel non volermi più informare?
Nel non volere più leggere notizie?

[Continua dopo la foto]

Foto di Produtora Midtrack da Pexels

Nel farmi questa domanda (di cui conosco già la risposta, che rischia di infilarmi in un altro problema che cito più avanti), ho percepito una manifestazione diversa della Sindrome FOMO (Fear Of Missing Out).
Quella pulsione che ti spinge a esserci, sempre e comunque, per il timore (infondato) di perderti qualcosa.

Alla domanda mi sono risposta, dicendomi:

Segui solo quello di cui ti fidi e che è affine a quello che tu sei

Ben conscia – in questo caso – di rischiare di scivolare nei Bias di conferma.

Esercizio funambolico, di questi tempi (su cui ho riflettuto recentemente).
Che – in casi di estremizzazione – ti porta a sentire la pulsione all’eremitaggio digitale e fisico (quest’ultimo già in atto e che sta esercitando tutto il suo potere seduttivo).
Con tutti i rischi che questo comporta.

E proprio sulla gestione funambolica di questa incertezza, nei giorni successivi ho letto una riflessione interessante a firma Annamaria Testa (una certezza nel panorama della comunicazione declinata in molti modi), pubblicata sul suo blog Nuovo e Utile: 4 modi per gestire l’incertezza (solo uno è quello buono)
Blog di cui avevo iniziato a leggere ad alta voce alcuni brani sul mio canale Spreaker (attualmente in stand-by) e di cui mi è tornata la voglia di leggerne brani ad alta voce, traendone tracce audio.

4 modi per gestire l’incertezza (solo uno è quello buono)

E sempre in tema di Bias, sempre di Annamaria Testa (che ha affrontato il tema molte volte) è questa altra interessante riflessione: Bias cognitivi e decisioni sistemiche ai tempi del virus:

Bias cognitivi e decisioni sistemiche ai tempi del virus

[Immagine di copertina Public Domain Pictures su Pexel]

Decameron 4.0

Durante l’ultimo meeting (online) del Milan-Easy Toastmasters Club ho tenuto un breve discorso del nuovo percorso educativo Pathways.
E’ stata una buona occasione per condividere (e/o perseguire) due obiettivi.

Il primo relativo alla modalità di comunicazione (comunicazione in video, che tanta importanza ha assunto improvvisamente a causa della pandemia Covid19), il secondo relativo a cosa condividiamo e raccontiamo in questi giorni di isolamento sui social network.
(La qualità del video è bassa perché ricavato dalla registrazione del meeting via Zoom)

Di seguito il testo del discorso, disponibile in formato pdf qui:

Una nota esplicativa

I colori usati per evidenziare la varie parti del discorso, mi sono tornati utili per avere una memoria visiva dei vari passaggi.
Non sono necessariamente un rimando agli argomenti trattati in diversi punti del testo (non ci sono collegamenti univoci tra argomento e colore), bensì si tratta di una semplice individuazione dei vari “pezzi” di cui è composto.

Chi mi conosce sa che peroro la manualità nella preparazione dei propri discorsi (scrittura a mano, disegni, schemi, matite e pennarelli…).
In questo caso mi sono trovata a scrivere velocemente il testo al computer (dopo diversi giorni di ruminamento su “di cosa parlo?”) e a lavorarlo successivamente, cercando un modo che aiutasse la mia memoria visiva a ricordare i vari passaggi in una sequenza di colori riconoscibile anche a colpo d’occhio.

Ricominciare daccapo

A maggio di quest’anno ho concluso il percorso educativo di Toastmasters (l’associazione di cui faccio parte dal 2012).
Un percorso che si è sviluppato e articolato su un doppio binario: quello dedicato alla comunicazione (il parlare in pubblico) e quello dedicato alla leadership (forse l’aspetto che mi è più caro per il grande lavoro che si fa su stessi).

E quando arrivi al termine subentra un po’ di stanchezza e un po’ di demotivazione.

Perché è vero che il percorso Toastmasters è pressoché infinito: è un processo di apprendimento che può essere reiterato tutte le volte che si vuole. Ma quando arrivi al termine di un viaggio che è durato 7 anni , qualche dubbio ti viene.

E ti trovi ad un bivio:

  • considero chiusa l’avventura e completato il “percorso di studi”?
    oppure
  • ricomincio daccapo perché non si smette mai di imparare (e perché un sano allenamento non fa mai male)?

Ebbene, il caso vuole che da qualche anno Toastmasters abbia cambiato radicalmente il percorso di formazione: sta abbandonando gradualmente i vecchi manuali (il “vecchio ordinamento” di universitaria memoria) a favore di nuovi Path (percorso Pathways, il “nuovo ordinamento” usando la metafora universitaria).
Passando nel contempo da una fase analogico-cartacea ad una digitalizzazione spinta, portatrice (nei soci senior) di non pochi mal di pancia. (E’ un bel salto, non c’è che dire.)

Foto ©Toastmasters International

Ebbene, dopo una fase interlocutoria durata qualche mese, dove non ho mai abbandonato il mio club ma ho preso le cose con un po’ più di filosofia, ho riflettuto che restare in allenamento e avere la possibilità di sperimentare, non sia una idea così poi malvagia.

E così martedì sera (dopo avere rimandato più volte) ho ricominciato daccapo, rifacendo l’IceBreaker (il primo discorso che il socio fa davanti al club per presentarsi).
Ho mosso il primo passo nel nuovo percorso scelto (Dynamic Leadership).

Confesso essere stato faticoso.
Perché ho dovuto cercare di liberarmi di tutta la complessità accumulata in 7 anni di discorsi.
Perché non sapevo di cosa parlare.
Perché non sapevo più come si faceva.

E’ così son tornata alle basi…
La prima traccia scritta al computer per superare il trauma da pagina bianca…
Le prove a braccio, registrandomi, per affinare via-via (facendolo) il contenuto del discorso…
L’estrazione e costruzione degli schemi del discorso per rendere visibile la traccia, la mappa, con la quale muoversi…

Ero tranquilla, sì. Lo confesso.
Ma ero un po’ preoccupata.
Temevo di perdere il filo.
Temevo di divagare.

Però il tornare alle origini, il ripartire, è stata una bella cosa.
Una bella sensazione.
È stato un riavvicinamento alla semplicità.
Senza slide.
Con pochi minuti a disposizione (dai 4 ai 6 minuti).

E così il viaggio è ricominciato.

Link utili:

[Foto in evidenza ©Toastmasters International]

Networking: una meta-soft skill? [VIDEO]

E’ da molto tempo che ragiono attorno alla parola networking (e sue declinazioni).

Ed il mio rapporto con questa parola/azione/attività è sempre stato un po’ complesso. Talvolta guardingo, talvolta (addirittura) ostile quando percepivo una artificialità.

Negli ultimi tempi però, riflessioni ulteriori si sono succedute. Forti anche di un esercizio di sospensione del giudizio, di una maturità acquisita (almeno da un punto di vista anagrafico…) e di una attività di osservazione più neutra.

Da qui la nascita di ulteriori considerazioni, che ho scelto di condividere nel video che accompagna questo post.
[Durata del video: 11 minuti]

[Immagine di copertina RawPixel da Pexels]