Parole e Realtà

Una breve introduzione al post

Confesso che scrivere questo post non è stato semplice.
Così come trovargli un titolo.
Perché prende le mosse da due protagonisti della comunicazione (e della politica) che sono stati a loro volta protagonisti (perdonate la ripetizione) di episodi molto lontani tra loro (sia geograficamente che dal punto di vista argomentativo), ma che mi hanno spinto a fare alcune riflessioni che condivido qui.

Oscar Di Montigny

Foto di Samuel Pereira su Unsplash

Qualche sera fa ho letto questo articolo di The Social Post: Oscar al Fatto. Non stavamo cercando di comportarci meglio?

Parla della candidatura (poi ritirata/rifiutata) di Oscar Di Montigny a Sindaco di Milano e – soprattutto – del “trattamento verbale” ricevuto dal protagonista della vicenda da parte de Il Fatto Quotidiano (“trattamento” che corre lungo il sottile confine che separa il disaccordo educato e lo sbeffeggiamento, pendendo abbondantemente verso quest’ultimo).

Giorni addietro avevo ascoltato Francesco Costa su Morning (il podcast mattutino de Il Post) che leggeva la dichiarazione con la quale Oscar Di Montigny declinava l’invito a candidarsi:

Non significa che avrei accettato ma che sarei potuto andare dai miei figli e dirgli che sarei partito per un viaggio.
Loro mi avrebbero chiesto: “Come parti? Con una caravella? Con un zattera? O con una nave da guerra?”
Gli avrei detto: “Ragazzi sono con una zattera, fatevi il segno della croce” oppure gli avrei detto “state tranquilli, salpo con una super nave da guerra e 10 ammiragli, ci vediamo tra cinque anni”.
E siccome non so con che nave sarei partito, la questione non c’è più.

La citazione è tratta da un articolo de Il Post che rimanda ad una intervista rilasciata dal protagonista della vicenda al Corriere della Sera.

Quello che qui mi interessa evidenziare nello specifico è il linguaggio usato (in questo caso metaforico ed evocativo, quasi da Viaggio dell’Eroe, ed indicatore dello stile di comunicazione di Oscar Di Montigny).

Ma per ora fermiamoci qui e passiamo al successivo protagonista.

Boris Johnson

Foto di Evangeline Shaw su Unsplash

Boris Johnson non ha mai nascosto la sua ammirazione per Churchill, da cui ha tratto spesso ispirazione e di cui ha curato anche la biografia “The Churchill Factor”.

E al di là del personale apprezzamento (o meno) dell’uomo politico, da più parti viene riconosciuta la sua capacità oratoria.
Simon Lancaster (speechwriter), nel suo libro “Winning Minds”, apre analizzando il discorso che il Premier diede ad Hyde Park nel 2012 in occasione dell’apertura dei giochi olimpici (apprezzandone la struttura) che iniziò con contestazioni e fischi, e finì tra le ovazioni.
Più recentemente (un anno fa circa) è stato analizzato con interesse il suo discorso di ringraziamento al personale sanitario dopo la sua dimissione dalla Terapia Intensiva: fu evidenziata l’emozione, il dare un nome e cognome agli infermieri che lo avevano assistito, ecc. ecc.

Ma ci sono altri tre “momenti comunicativi” del Primo Ministro inglese su cui ho riflettuto per la loro efficacia emotiva immediata e che stanno mostrando debolezze sulla distanza e sul piano concreto:

  • La comunicazione attorno alla Brexit (che ha fatto la sua fortuna politica ma che – come un’onda lunga – sta evidenziando problemi non da poco)
  • All’inizio della pandemia la celeberrima ed inquietante proposta di non chiudere nulla puntando all’”immunità di gregge” (puntualmente smentita all’incrementare esponenziale dei contagi, dei ricoveri e dei decessi che portò al lockdown anche in Gran Bretagna)
  • La più recente dichiarazione dell’imminente ritorno alla normalità entro metà/fine giugno (forte del successo [dal verbo “succedere”] della campagna vaccinale), smentita dalla diffusione della variante Delta che sta facendo fare dei comprensibili passi indietro.

Cercando di chiudere il cerchio

Foto di Timon Studler su Unsplash

Cerco di arrivare al punto, conscia del fatto che il ragionamento può non essere così lineare.

Oscar Di Montigny e Boris Johnson sono due ottimi oratori che provengono da due mondi diversi ed operano in contesti diversi, ma che mi spingono a fare delle riflessioni sulla comunicazione e sulla sua persuasione.

La prima riflessione parte dalla candidatura di Oscar Di Montigny.

Il curriculum professionale e la capacità oratoria non rendono automaticamente una persona in grado di comunicare all’interno di un ambiente civico e/o politico.
Ho avuto modo di ascoltarlo diversi anni fa al primo congresso della Singularity University Italia e – pur preferendo una retorica più pragmatica – non posso non riconoscere la sua capacità di evocare ed emozionare.
Ma da qui ad entrare in politica, c’è una linea di demarcazione che richiede un adattamento di linguaggio che porta ad una maggiore precisione, concretezza e chiarezza di intenti (nel bene e nel male), a scapito di suggestioni perfette per Convention “tra pari”, e/o fortemente “targetizzate”, ma non per realtà politiche e cittadine.

La seconda riflessione prende le mosse dalla retorica di Boris Johnson per evidenziare l’altra faccia della comunicazione che emoziona, suggestiona, motiva ed evoca. Ma in modo diverso rispetto al precedente protagonista.
Una comunicazione che seduce ed infiamma platee, disegnando scenari apparentemente concreti e fattibili (perfettamente funzionali a guadagnare molti consensi). Ma che spesso – al confronto con la realtà, che è sempre molto più complessa di quanto siamo in grado di comprendere – porta a risultati che possono essere profondamente diversi sulla media/lunga gittata.

C’è un detto di Cicerone che riassume perfettamente l’obiettivo della comunicazione e che ben si applica – a diverso titolo – ai due protagonisti di questo post:

Non c’è nulla di più nobile che riuscire a catturare l’attenzione delle persone con la parola, indirizzare le loro opinioni, distoglierle da ciò che riteniamo sbagliato e condurle verso ciò che apprezziamo.

Una citazione che, nella sua eleganza, trovo sia utile non solo per chi comunica, ma anche per chi ascolta.

Per sviluppare un orecchio più attento, facendo spazio allo sviluppo/potenziamento dello spirito critico e della capacità del “leggere tra le righe”, entrambi adatti ad interpretare quanto le parole pronunciate – più o meno abilmente – possono celare. Nel bene e nel male.

Immagine di copertina di Joakim Honkasalo su Unsplash

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