Networking: una meta-soft skill? [VIDEO]

E’ da molto tempo che ragiono attorno alla parola networking (e sue declinazioni).

Ed il mio rapporto con questa parola/azione/attività è sempre stato un po’ complesso. Talvolta guardingo, talvolta (addirittura) ostile quando percepivo una artificialità.

Negli ultimi tempi però, riflessioni ulteriori si sono succedute. Forti anche di un esercizio di sospensione del giudizio, di una maturità acquisita (almeno da un punto di vista anagrafico…) e di una attività di osservazione più neutra.

Da qui la nascita di ulteriori considerazioni, che ho scelto di condividere nel video che accompagna questo post.
[Durata del video: 11 minuti]

[Immagine di copertina RawPixel da Pexels]

TEDxTorino: guardando la strada fatta

In un momento di relativa quiete e di bilancio della strada fatta sino ad oggi, ho pensato (più per mia futura memoria) di raccogliere in questo post i video degli speaker che ho seguito sino ad oggi per TEDxTorino.
Trasferendo all’interno della timeline del blog, quello che prima era scritto in una pagina dedicata.

Dell’esperienza di speaker curator (di ciò che si vive e si sperimenta) ne ho scritto in un post dedicato.
Questa pagina è invece una rassegna dei talk di coloro che ho avuto il piacere (e soprattutto l’onore) di seguire e preparare per il palco.
Ciascuno in modo differente a seconda della loro esperienza, della frequenza di contatto e della loro confidenza con il public speaking.

E più avanzo in questa attività, più imparo a mia volta, e affino una capacità che ritengo fondamentale per questo ruolo: l’adattabilità.
La capacità di calibrare la propria presenza ed il proprio incidere – ed influire – nella preparazione del talk a seconda di chi ci troviamo d’avanti.
Ascoltando e adattandosi come l’acqua.

In questo modo accade anche che il rapporto – in alcuni momenti e occasioni – si ribalti: osservando i tuoi speaker impari da loro.
Non solo in termini di conoscenza degli argomenti e delle storie che condividono sul palco, ma anche in termini di modalità di preparazione del discorso.
Acquisendo così nuove competenze e generando nuove idee e modalità di condivisione.

Buona visione!

[“Humans in Co” – presentando il talk di Bali Lawal – ©TEDxTorino]

I video

Ivan Ortenzi – Siamo pronti per un mondo ibrido? – “Genius ExMachina” – Febbraio 2019

Bali Lawal – Dall’Africa alla Moda viaggio tra differenze condivisione e collaborazione – “Human in Co” – Febbraio 2018

Maureen Fan – Emotions in VR – TEDxTorino Salon “Visioni” – Ottobre 2017

Parlare in pubblico – Workshop #TodayAtApple

Martedì sera (26 marzo) ho avuto il piacere, e soprattutto l’onore, di tenere un workshop di 90 minuti allo store di Apple Piazza Liberty.

Inserito all’interno del programma di formazione continua di Apple che va sotto l’hashtag #TodayAtApple, e realizzato in collaborazione con SheTech (associazione di cui sono socia da giugno dell’anno scorso e che ha come scopo principale l’avvicinare le donne alla tecnologia e all’imprenditoria attraverso una serie di iniziative mirate), in occasione del mese di marzo (dedicato alle donne) e delle attività raccolte come #MadeByWomen, è stato un momento nel quale ho condiviso nel modo più semplice ed efficace possibile alcune buone regole per presentare in pubblico in modo chiaro e comprensibile.

Una sessione che ho articolato attraverso una scaletta che rispettasse la filosofia interattiva che contraddistingue i workshop tenuti negli Apple Store (fatti di tanta pratica) e che si sposa con la personale convinzione che ho che un momento formativo ed informativo dedicato al public speaking fatto di sola teoria è privo di senso.

[Ascoltare di comunicazione in pubblico stando seduto in platea, senza possibilità di provare? Direi di no…]

Ecco quindi che in accordo e in collaborazione con il Team Creator di Apple Piazza Liberty, abbiamo costruito una agenda che si è articolata in varie parti.

Una in apertura dedicata alla teoria (la più corposa) nella quale ho condiviso alcuni suggerimenti immediatamente spendibili su come costruire un discorso.
Seguita da una di pratica individuale nella quale i partecipanti hanno potuto scrivere/tracciare/disegnare una bozza di un discorso (grazie agli iPad messi a disposizione dallo store), alla quale ha fatto seguito la sessione di pratica collettiva nella quale quattro volontari (di età ed esperienze diverse) si sono messi in gioco provando il loro mini-discorso di tre minuti davanti a tutti.
Andando poi a chiudere con la parte finale condividendo alcune pillole su come dare/ricevere un buon feedback (nell’ottica di una revisione del proprio discorso) e su come costruire delle slide efficaci.

E come sempre accade in questi casi, anche in questa occasione ho avuto l’opportunità di imparare molto.

Perché lavorare – anche solo in modo episodico – con aziende del calibro di Apple, insegna parecchio in termini di operatività, coordinamento, professionalità nella preparazione della documentazione che servirà per la comunicazione attraverso i canali (prima) e durante la sessione.
[Il preparare la tua mini-cartella stampa con la bio, scegliere quali foto inviare affinché vengano utilizzate, progettare la scaletta della sessione, recepire le linee guida, assemblare le slide rispettando le policy aziendali e con un occhio molto attento alle regole sui copyright, ecc. ecc.]

La risposta del pubblico in termini di partecipazione, di attenzione e di interazione, i primi feedback a caldo post-sessione, ed i commenti ricevuti a distanza di qualche ora, sono stati positivi.

Segnale – questo – che si tratta di un argomento molto sensibile e di sempre maggiore attualità (quasi imprescindibile ormai), e che il messaggio e gli strumenti condivisi sono arrivati all’audience “anche se” il tempo era limitato.
[Tempo limitato che – se ben organizzato e gestito – può essere molto più efficace rispetto a sessioni più lunghe che rischiano di fare i conti con il calo di attenzione di chi ti ascolta.]

Va da sé che una volta assimilati i concetti di base, il passo successivo è l’approfondimento e la preparazione “su misura” della presentazione.
Costruita e calibrata sulle singole esigenze e specificità del contesto, dell’oratore e dell’argomento, trasformando il processo di progettazione in un accurato lavoro artigianale.

Ringrazio SheTech e Apple per la fiducia e l’opportunità di calcare uno stage così importante.

[Photocredit Apple Piazza Liberty e SheTech – la gallery completa è condivisa su iCloud a questo link: Parlare in pubblico – #TodayAtApple – SheTech]

Decrescita digitale

Sta succedendo qualcosa di curioso negli ultimi tempi.
O forse sono io che me ne sto accorgendo solo di recente, quando in realtà il fenomeno è in corso da diverso tempo.

Sto parlando di un rallentamento (o forse sarebbe meglio dire “alleggerimento”) delle connessioni.

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Qualche tempo fa alcuni amici avevano espresso più o meno velatamente il desiderio di chiudere l’account Facebook (per le ragioni più disparate: dalle vicende di violazione dei dati alle timeline sempre più infestate di conversazioni rancorose e fake news).
D’altronde articoli, editoriali e riflessioni pubbliche sull’argomento sono all’ordine del giorno.

Ma la cosa interessante è che nello stesso momento tre blogger che seguo sempre con interesse (Riccardo Scandellari [noto come Skande], Luca Conti e Domitilla Ferrari) hanno cambiato più o meno radicalmente la loro modalità di comunicazione, passando dalla condivisione sui social network (che comunque continuano a fare) alla redazione di newsletter settimanali assai accurate.

Contribuendo in questo modo ad un rallentamento delle modalità di lettura, a favore di approfondimenti, informazioni utili e contenuti (senza dimenticare anche momenti di riflessione personale, come sta facendo Luca Conti con le sue comunicazioni settimanali).

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Una sorta di slow reading digitale (argomento – questo del processo lento di lettura – oggetto anche di un libro dalle dimensioni consistenti che ho in nota di leggere da tempo e che forse è giunto il momento di approcciare).

Con una variabile aggiuntiva non indifferente: l’invito a rispondere alle newsletter, stabilendo un dialogo ed una nuova forma di commento e condivisione, diverso rispetto a quello in atto sui social network, dove – se si osserva – si attivano delle dinamiche nella quali ci si parla “sopra e addosso”, senza leggere con accuratezza quanto scritto dall’interlocutore di turno bensì focalizzandosi sul dire (anche imporre) il proprio punto di vista.

E questo invito a rispondere alle mail (“se rispondi a questa mail, avrò il piacere di leggerti e di risponderti”) recupera l’antico rituale di rapporti epistolari in una moderna versione 3.0.
Rapporti – e dialoghi a distanza – per i quali era (ed è) necessario prendersi del tempo per leggere, comprendere e redigere una risposta accurata.
Avendo così anche il tempo di riflettere e di approfondire a nostra volta. Obbligandoci ad ascoltare.

Una cosa – questa – da non sottovalutare. Ed un segnale debole da osservare con attenzione.

Photo by Stokpic from Pexels.

Di seguito i link degli autori menzionati:

Un interessante e corposo articolo (in inglese) del New YorK Times sulla bontà dell’abbandono di Facebook: This Is Your Brain Off Facebook.

[Immagine di copertina tratta da Pexels]

Ambienti intensivi [Video]

Recentemente ho tenuto un discorso al club Toastmasters di cui faccio parte.
Si è trattato di un speech costruito sulla traccia di uno dei manuali avanzati del percorso formativo, riguardante “discorsi tecnici” (Technical Presentation) rivolto in particolare ad un pubblico non tecnico (The nontechnical audience).

È stata l’occasione per condividere l’esperienza delle tre settimane in Terapia Intensiva in affiancamento a mia madre traducendo in parole non solo scritte (come fatto nei mesi scorsi) ma anche dette, quanto visto ed imparato.
Infatti il discorso verte sul funzionamento del reparto visto dagli occhi di un non-addetto ai lavori (non sono un medico), ma che ha avuto l’opportunità – in tempi non sospetti – di partecipare alla progettazione di alcune di questi spazi (all’interno di progetti di strutture sanitarie più ampie), cercando di fare buon uso anche delle informazioni fornite dallo stesso reparto ospitante mia madre. Incrociando così le informazioni per organizzare i pensieri.

Questo modo di approcciare l’esperienza è servito – ai tempi – per sopportare il carico emotivo molto elevato.
E il raccontarlo oggi (a distanza di mesi) ad un pubblico è stato un banco di prova per misurare l’intensità e la vividezza di quanto vissuto, ed il personale livello di “coinvolgimento emotivo”, pur trattandosi – volutamente – di un discorso puramente informativo.
[Durata: 17 minuti circa]

[L’immagine di copertina è tratta dal web]


Colmare le distanze

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Foto di pixabay.com su Pexels

Un paio di giorni fa – scorrendo Twitter – leggo questo tweet di Trame Formazione  (associazione che si occupa di Medicina Narrativa e “Umanizzazione delle cure”, scoperto essere tra i miei follower con mia grande sorpresa):

Il link condiviso, rimanda ad un articolo pubblicato sul sito americano PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States) : Finding the plot in science storytelling in hopes of enhancing science communication.

L’articolo in questione riflette sulla necessità di usare la narrazione come strumento di divulgazione scientifica verso un pubblico “non esperto”.
Evidenziando “l’abitudine”, comprensibile, di coloro che lavorano nel settore a comunicare utilizzando un linguaggio tecnico orientato specificatamente alla documentazione di studi e ricerche scientifiche.

Anche se si tratta di una riflessione non così nuova, il fatto che sia un organo ufficiale a farla è significativo di un’apertura verso l’esterno, con la volontà di includere, di rendere partecipe e di condividere. (Tanto più nel far west quotidiano delle fake news di cui sono oggetto le informazioni scientifiche… ma mi fermo qui per non scoperchiare un pentolone…)

L’articolo però va oltre e approfondisce il tema, riflettendo sulla differenza tra story (storia) e plot (trama). Una sottile ed importante differenza (che nella nostra lingua si coglie meno, avendo la parola “storia” un duplice significato) che traccia una linea di confine tra il raccontare una sequenza di eventi (limitandosi ad un ordine cronologico) e il raccontare gli stessi eventi, motivandoli e dando loro una connotazione emotiva. Umanizzandoli e accompagnandoli con riflessioni.

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Foto rawpixel.com da Pexels

A questo punto è un attimo mettere in relazione queste autorevoli considerazioni con la provata efficacia dello strumento della narrazione.

Si sa che Leggere romanzi cambia il cervello (come scrive Annamaria Testa nel suo interessante articolo sul suo blog Nuovo e Utile) e sappiamo anche che il cervello stesso è predisposto ad apprendere attraverso le storie.
Sappiamo che le storie sono forse il più antico veicolo di trasmissione della conoscenza (un libro che mi sento di consigliare – che studiai all’università – è “Oralità e scrittura” di Walter J. Ong, che narra della trasmissione del sapere attraverso la tradizione orale e scritta).
Sappiamo anche che le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella capacità di “presa” di un concetto (e/o di una situazione): se ascoltiamo/leggiamo/vediamo qualcosa che ci emoziona, difficilmente ce ne dimentichiamo.

Di questo “leggere emozionandosi” ne avevo già scritto in passato (anche più di una volta), accusando difficoltà nella lettura di manuali e perdendomi invece nelle pagine di romanzi e di narrazioni in genere (col dubbio – allora – di non imparare nulla…).
E dove questo perdersi è coinciso con narrazioni scientifiche è stata – per me – una “epifania” (Yalom, Sacks e Gawande recentemente “insegnano”).

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Foto freestocks.org da Pexels

Ebbene, introdurre la narrazione in tutti quegli ambiti tecnici e scientifici che – ognuno a modo suo – comunicano in modo complesso, criptico, forbito, colma le distanze, divulgando e riducendo quella “ostilità” data dal fatto di non capire.

[Penso anche all’Architettura: disciplina che emoziona, che stupisce, ma che talvolta sembra distante nel suo essere troppo “saccente”, troppo imposta dall’alto. Tant’è che la “progettazione condivisa” e “del basso” sta assumendo sempre più forza ed importanza. A tale proposito suggerisco la lettura di “Design, When Everybody Designs” di Ezio Manzini e “Architettura open source” (a cura) di Carlo Ratti: due testi che offrono interessanti spunti di riflessione.]

E sempre in termini di narrazione di materie scientifiche, chiudo con il Talk che Michela Prest ha tenuto al TEDxLakeComo due anni fa: perfetto esempio di come un argomento ostico e pressoché inavvicinabile (la Fisica delle particelle) possa essere narrato in modo comprensibile ed altamente coinvolgente.

 

Un discorso da competizione

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© Toastmasters International

Si è appena conclusa a Chicago la Convention di Toastmasters International dedicata ai campionati mondiali di public speaking (“World Championship of Public Speaking®”).

Per la prima volta nella storia il podio è stato interamente al femminile:

Prima classificata – Ramona J. Smith con “Still standing”

Seconda classificata – Zifang Su (un estratto del suo speech: “Turn Around“)

Terza classificata – Anita Fain Taylor (un estratto del suo speech: It Is What It Is, It Ain’t What It Ain’t.)

Difficile (e non privo di un pizzico di presunzione) voler fare una valutazione dello discorso vincitore perché, quando si arriva a quei livelli, chi assiste ha solo da imparare.

Infatti accedere alla finale mondiale del campionato (e vincerla) significa avere superato un numero elevato di gare, sfidandosi con speaker via-via sempre più bravi (si parte dalle gare nel proprio club di appartenenza, per poi passare a quelle di Area, di Divisione e – successivamente – di Distretto, dopodiché si devono superare le semifinali e accedere alle finali; come se fossero – geograficamente parlando – gare locali, poi regionali, poi nazionali, poi europee ed infine mondiali).

Continuando – tra una gara e l’altra – ad affinare la propria performance attraverso feedback continui e l’appoggio di mentori di alto livello.

Come una gara sportiva, né più né meno.

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© Toastmasters International

Però in questo post mi diletto ugualmente a fare qualche considerazione sullo speech di Ramona J. Smith, ad uso di chi non conosce Toastmasters e di chi è incuriosito dal public speaking.

E lo faccio dopo averlo riguardato per la seconda volta.

Perché al primo “giro” (a caldo) non mi aveva convinto (più avanti spiegherò il perché). Invece rivedendolo l’ho studiato un po’ e l’ho apprezzato di più.

Focalizzandomi – da brava Toastmasterssulla performance in sé. Escludendo il contenuto (semplice, di facile comprensione e di facile presa sull’audience… e qui giace uno dei motivi della mia iniziale perplessità).

Contenuto che in genere non si prende in considerazione perché facile preda di valutazioni e percezioni soggettive che possono inficiare un contributo volto al miglioramento, quale un feedback è.

Vado ad analizzare.

Performance: molto dinamica ed energetica.

La metafora dell’incontro di pugilato aiuta, dando un ritmo ginnico allo speech.

Ed il ritmo ginnico aiuta a coprire l’intera area del palco.

Infatti è fondamentale (sempre!) considerare le dimensioni del palco e della platea: più sono ampi, più devono essere ampi i movimenti del nostro corpo e ampia la nostra “speaking area”. E’ per questo che quando si tiene un discorso è importante fare un sopralluogo preventivo, facendo possibilmente delle prove, per prendere confidenza con l’ambiente (anche da un punto di vista dimensionale).

Uso delle “ancore spaziali”: sembra un termine mutuato da un Manga, ma questa terminologia significa il “posizionare nello spazio dei contenuti”. Dare loro una collocazione precisa durante la narrazione.

Durante lo speech, Ramona racconta di tre episodi che ha vissuto e li colloca in precisi punti del palco, tornandoci fisicamente ogni volta che li menziona, senza alcuna sbavatura e nessuna incertezza.

Si tratta di una tecnica oratoria che aiuta a tenere alta l’attenzione del pubblico, costruendo nel contempo una timeline che dia consistenza alla narrazione. Se non si è sicuri di saperla gestire, meglio non utilizzarla (personalmente credo di non averla usata quasi mai in questo modo, la uso spesso aiutandomi con le mani e collocando oggetti e concetti nello spazio).

E visto che ho menzionato i tre episodi, ecco la regola del tre.

Una specie di regola aurea che suggerisce di strutturare i propri discorsi secondo tre punti: tre episodi, tre concetti… La stessa struttura base di un discorso è composta di tre parti: apertura – corpo – chiusura.

Da dove viene questa regola?

Uno dei primi ad utilizzarla è stato Steve Jobs nel famosissimo Keynote speech di presentazione dell’iPhone. E da allora la “regola del tre” è entrata di prepotenza nelle leggi che reggono il public speaking.

Titolo: “Still standing” viene ripetuto più volte a scandire il ritmo, a dare il passo alla storia. A fissarsi nella memoria di chi ascolta (grazie anche ad un altro fattore chiave: la sua brevità).

Un altro fattore interessante è l’ammiccamento verso l’audience: un gioco che tiene alto il coinvolgimento del pubblico, rendendolo partecipe e annullando la distanza oratore-pubblico.

(A mio avviso un po’ “fuori luogo” la parte cantata; un azzardo che comunque rompe lo schema, introduce una novità nel ritmo e vivacizza [infatti il pubblico risponde].)

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© Toastmasters International

Il contenuto: e qui arrivo al punto di perplessità.

Perché? Perché il contenuto, la storia che viene raccontata, non brilla sicuramente per originalità e – come giustamente altri colleghi Toastmasters mi hanno fatto notare – non trasmette particolari emozioni.

Tanti discorsi hanno per oggetto storie simili: sono speech che ricadono nelle categorie “emozionale” e “ispirazionale” (obbedendo alla legge del “racconta una storia di vita vissuta da cui trarre una morale e che sia di ispirazione in chi ascolta”).

Poi però ho riflettuto sulla sua semplicità e “ovvietà”: è un discorso facile da seguire, linguisticamente e concettualmente comprensibile da molti (non dimentichiamo che in questo caso il pubblico proviene da ogni parte del mondo e non è previsto un servizio di traduzione simultanea). Semplicemente fluisce.

E la sua semplicità favorisce una gestione migliore della performance (che è quella che viene sostanzialmente valutata: struttura del discorso, vocal variety, linguaggio del corpo, uso corretto del linguaggio, comprensibilità da parte del pubblico…)

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“Share your life” – Cathey Armillas a TEDxHickory (da YouTube)

Tutto questo mi ha fatto ricordare un interessante articolo scritto tempo fa da Cathey Armillas, Accredited Speaker di TMI e Speaker Coach per TEDx, che – evidenziando le differenze tra Talk di TED e Speech di Toastmasters in una tabella molto ben fatta – sottolineava della performance di quest’ultimo, fortemente orientata alla tecnica.

D’altronde Toastmasters viene definito anche come la “palestra del public speaking”: si è strutturati in meeting periodici, nei quali ci si trova per allenarsi a parlare in pubblico. Ecco quindi che come in tutte le palestre che si rispettino, si lavora sulla tecnica ricevendo valutazioni sulla propria performance.

Slide sì, slide no…

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In questi giorni ho partecipato ad un paio di videochiamate dedicate al public speaking e al mentoring.
Il pubblico era costituito da donne facenti parte di una Academy di formazione interamente al femminile, provenienti da diverse parti d’Italia e collegate via Zoom.

L’obiettivo di questi incontri virtuali era trasmettere alcune prime informazioni e alcuni primi suggerimenti per un buon public speaking e per un fare del buon mentoring.
Ed il mio personale dubbio, fino a qualche giorno prima, è stato se usare delle slide o meno. Pensando su quale fosse il miglior modo per condurre questi incontri online.

Alla fine ho optato per delle “chiacchierate” gestite passo-passo, avendo in mente una traccia dei contenuti che volevo trasmettere, ma lasciando spazio a chi era collegato per chiedere chiarimenti e/o condividere riflessioni.

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Questi episodi mi hanno fatto prendere coscienza che negli ultimi tempi i miei discorsi sono sempre stati supportati da slide (strutturate secondo immagini corredate di poche scritte – su SlideShare sono caricate alcune presentazioni fatte).
Che col tempo sono diventate uno strumento per me fondamentale, per tenere traccia della struttura del discorso e per sostenere il contenuto raccontato con immagini a supporto e suggestione di chi assiste e ascolta.

Questo mi ha fatto tornare in mente due Talk, condotti senza slide: quello di Susan Cain e quello – molto più recente (TED2018) – di Jaron Lanier.
Sono due dei tanti che sono visionabili sul sito di TED, ma che mi sono cari perché uno parla degli introversi (il libro Quiet di Susan Cain è uno dei miei preferiti in assoluto) ed uno l’ho scoperto perché ne ho scritto una breve introduzione per l’evento che TEDxTorino ha realizzato per lo streaming di TED2018 (scoprendo anche chi è Jaron Lanier, a me totalmente sconosciuto fino a non molto tempo fa).
Due contributi dove tutto il contenuto è “a carico” dello speaker che con la sola sua presenza, l’utilizzo della linguistica, il contenuto in sé e la sua unicità (come individuo e personalità) è in grado di coinvolgere il pubblico (Lanier fa un passo in più, controintuitivo: conduce il Talk da seduto).

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Susan Cain – ©TED

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Jaron Lanier speaks at TED2018 – The Age of Amazement, April 10 – 14, 2018, Vancouver, BC, Canada. Photo: Bret Hartman / TED

Ho anche vissuto l’esperienza di affiancare la preparazione di due Talk per TEDxTorino: quello di Maureen Fan e quello di Bali Lawal.
Due talk che hanno trattato argomenti totalmente differenti (uno sulla Realtà Virtuale come strumento utile a generare empatia, ed uno su un progetto di moda condiviso), con due delivery completamente diverse.
E se uno (quello di Maureen Fan) era fortemente supportato da immagini a riprodurre una realtà immersiva, sul secondo abbiamo optato per la forza della storia e della idea (visione) della speaker, lasciando solo alla fine lo spazio per un video.

Quindi le slide sono necessarie?
No, non sempre.

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Ricordo di avere letto tempo fa una riflessione sulla possibilità/sfida di eliminarle gradualmente per lasciare spazio – e dare forza – alle parole (al loro potere evocativo) e all’oratore che le pronuncia.
Recuperando l’antica tradizione orale della trasmissione della conoscenza e del sapere.
(Jeff Bezos da tempo ha abolito le presentazioni in Power Point dalle riunioni: Le presentazioni in Powerpoint ignorano l’interconnessione delle idee.)

Esistono tanti prop utilizzabili per varie occasioni.
Io stessa in passato ho usato fogli, post-it, libri, una scatola piena di vecchi cellulari…
E mi rendo conto che col tempo le slide sono diventate una sorta di copertina di Linus (le ho usate ancora – recentemente – in uno speech aziendale di un’ora e col senno di poi mi rendo conto che forse erano un po’ troppe, irrigidendo la struttura dell’intervento, rendendo poco agile la gestione in momenti di condivisione con l’audience che stimolavo per coinvolgere ed invitare a riflettere).

Così nelle recenti videochiamate ho preferito parlare a braccio, “guardandosi in faccia”, ascoltando le partecipanti, raccontando e condividendo passo-passo, in un dialogo continuo.
In questo contesto le slide sarebbero state una ulteriore barriera, un filtro aggiuntivo a quello già presente del video (che bisogna prendere in considerazione). Un qualcosa di non necessario che – se utilizzato – avrebbe appesantito la comunicazione, rendendo l’audience ancor più passiva. Dando rigidezza all’incontro e obbligando ad una prima fase di solo ascolto, con una sessione successiva dedicata alle domande.

In sintesi non esiste la ricetta perfetta.
Come sempre tante sono le variabili da considerare per confezionare e condividere il nostro contenuto davanti ad un pubblico.

[Ad eccezione delle immagini di TED – con didascalia – le altre immagini del post sono tratte da Pexels]

Due Talk biotecnologici e ispirazionali

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©TED

Sono una appassionata di TED.
Lo sanno anche i sassi (come dico sovente quando ribadisco i concetti fino allo sfinimento.)

Seguo il loro blog, sono iscritta al portale con un profilo personale (lo sapete che potete costruire il vostro profilo personale nel quale potete anche salvare i vostri video preferiti?), ho avuto il piacere e l’onore di vivere una esperienza con TEDx Torino dietro le quinte (imparando tantissimo) e ho letto diversi libri dedicati.

TED Talks

Ultimamente ho letto quello scritto da Chris Anderson, “TED Talks” (tradotto in italiano in “Il migliore discorso della tua vita”… non commento sulla scelta del titolo per la versione italiana, riflettendo che forse dipende dal mercato nel quale si colloca, l’Italia, dove TED inizia ad essere conosciuto solo adesso, grazie al proliferare di eventi TEDx sul territorio).
Un racconto sul format della celebre conferenza fatto da un insider d’eccezione (l’autore è il curatore e direttore di TED).
Una guida per capire come funziona un talk e che illustra quali sono alcuni strumenti utili per essere efficaci nella propria comunicazione in pubblico.

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Chris Anderson ©TED

Ma non solo.

Infatti, a supporto delle sue argomentazioni, l’autore cita dei Talk di esempio: alcuni noti, altri meno.

E proprio nel secondo gruppo (i meno noti, almeno per me) si colloca quello di Neri Oxman (“Design at the intersection of technology and biology“, TEDGlobal 2015).
Portato ad esempio su come le tecniche di presentazione possono raggiungere altissimi livelli tecnici e di coinvolgimento, l’architetto e artista israeliana spiega e racconta dell’intreccio di diverse discipline e di come queste generino nuove idee, sviluppando tecnologie (di costruzione in questo caso) molto interessanti.

Una epifania per la sottoscritta, sempre affascinata dalla interdisciplinarità e sempre alla ricerca di punti di contatto, e fili rossi inaspettati, che legano ambiti anche tra loro molto diversi.

(Ascoltando il suo talk è emerso dal fondo della mia memoria il ricordo dei Tensegrity, strutture leggere che ebbi modo di analizzare durante la preparazione della mia tesi di laurea nel lontano 1994. E poi come non pensare anche a Buckminster Fuller con le sue strutture geodetiche? O agli studi effettuati sulle tele di ragno come esempio perfetto di tensotrutture?)

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Tensegrity (Immagine tratta da Pinterest)

Ma non solo.
Ancora…

E’ recentissima la (mia) scoperta di questo altrettanto recente Talk di Hugh Herr: “How we’ll become cyborgs and extend human potential“.

Presentato all’ultimo TED Global 2018 a Vancouver (non sono ancora disponibili i sottotitoli in italiano, ma assicuro essere un talk molto comprensibile), illustra e – soprattutto – racconta del rapporto uomo e tecnologia e delle sue immense potenzialità.
Presentando anche una nuova forma di progettazione: NeuroEmbodied Design.
Un ambito dove neuroscienze, progettazione, ingegneria ed ergonomia si intrecciano creando nuove possibilità di supporto all’uomo.
(Il rimando al ben più estremo progetto Neuralink, ideato da Elon Musk, è pressoché immediato.)

Due talk suggestivi ed emozionanti, da ascoltare, vivere e assorbire nella loro visione.
Non solo da un punto di vista di tecniche di presentazione ma anche – e soprattutto – da un punto di vista di contenuti.

Buona visione!

[Immagine di copertina ©TED]

Public speaking, audience e performance

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Immagine ©TED (www.ted.com)

Qualche giorno fa un’amica ha condiviso sul suo profilo Facebook un articolo della rubrica Alley Oop de Il Sole 24 Ore:

Nel parlare in pubblico non devi essere perfetto, sii te stesso

Scritto da Valentina Capone, analizza – dietro autorizzazione e richiesta della diretta interessata – il Talk di TEDxUdine tenuto da Valeria Filì (Professore Ordinario di discipline relative al Diritto al Lavoro alla Università degli Studi di Udine).

Guardando il video del Talk, ho concordato (e apprezzato gli spunti offerti per una migliore performance) con quanto osservato e scritto in merito alla postura del corpo, il tono di voce ed il contatto visivo.
Un insieme di componenti che contribuiscono alla efficacia comunicativa dell’oratore, rinforzando o ostacolando il messaggio che esso sta condividendo.
Trasmettendo (o meno) congruenza e convinzione nella comunicazione.

Sappiamo che parlare in pubblico è motivo di grande emozione.
E a volte l’emozione – se non è ben gestita – gioca qualche brutto scherzo, generando tensione che va a scaricarsi sul corpo e sulla respirazione che – a loro volta – agiscono anche sulla voce (ed il suo eventuale sforzo) e sul contatto visivo.

Quello che dico sempre a chi mi chiede consigli è che se conosci l’argomento (e ti prepari adeguatamente interiorizzandolo e metabolizzandolo), l’emozione che si crea prima di salire su un palco può essere trasformata e vissuta come adrenalina data dalla opportunità di condivisione con il mondo della tua idea e della tua visione.

Poi, volendo fare qualche riflessione aggiuntiva (specifica anche sul talk e sul background professionale di Valeria Filì) credo intervenga anche quella che qui chiamo “l’abitudine al contesto”.
Mi spiego.

La nostra reazione davanti ad un pubblico dipende anche dall’audience davanti a cui siamo abituati a parlare. Una abitudine che può creare una nuova zona di comfort nella quale esprimere concetti e idee.
(Ne ho fatto le spese io nel recente TEDxTorino, facendomi rendere conto di quanto sia abituata alla platea del Toastmasters).

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Immagine ©TED (www.ted.com)

Entrando nello specifico, l’ambiente accademico ha codici di comunicazione molto diversi rispetto ad un TEDx (o format simili).

E’ come trovarsi davanti ad una binomio dato da “istituzionalità vs informalità”.
Che si concretizza in luoghi diversi (aule universitarie e sale convegni vs red dot) con pubblico diverso (audience di settore vs audience eterogenea).
Tutto questo si traduce in linguaggi diversi e standing diversi.

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Immagine tratta dal Salone dello Studente – Udine

Pensate alla differenza che ci può essere tra il parlare su un palco, senza protezione fisica alcuna (leggii, cattedre, tavoli da conferenza), e parlare in aula universitaria (o in una conferenza di addetti ai lavori).

Parlare su un palco “stile TED”, ti espone nella tua integrità (fisica ed emotiva) e se questo, da un lato, rende molto più forte il tuo contatto con il pubblico, dall’altro lato ti fa sentire molto più vulnerabile.

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Performer on stage in theater (©HuffingtonPost)

Luogo, audience e linguaggio sono tre ulteriori variabili da tenere in considerazione quando si viene chiamati a fare un intervento.

Sopralluoghi, prove generali nel luogo che ospiterà il nostro discorso (cercate di andarci, di “passeggiarci dentro”, di prendere confidenza e familiarità con l’ambiente) e domande agli organizzatori per capire chi sarà il nostro pubblico, sono alcuni passaggi fondamentali da non sottovalutare.

Che fanno parte della preparazione di un discorso.
E che possono aiutarti a vivere meglio il momento.

[Immagine di copertina courtesy of Huffington Post]