La scrittura di Joan Didion

Con questo nuovo anno ricomincio a scrivere (e a parlare) dei libri che leggo.
Non limitandomi alla sola condivisione sui social, bensì scrivendone anche sul blog.
Ma non solo.
Avevo già fatto un piccolo esperimento qualche tempo fa e ho pensato di farla diventare una buona abitudine: rendere disponibile la traccia audio dell’articolo, per poterlo ascoltare se non si ha la possibilità di leggerlo.

Torno quindi a scrivere (e parlare) di libri e lo faccio con i primi due letti in questi (primi) giorni del 2022, scritti da una autrice che purtroppo ci ha lasciato alla fine dell’anno scorso: Joan Didion.
Una scrittrice che ci lascia testimonianza del suo lavoro, del suo pensiero e del suo modo di scrivere e che – personalmente – sta influenzando sottilmente il mio modo di concepire la lettura e la scrittura.

Scoprii Joan Didion con “The white album”, grazie ai BeBookers (di cui stavo seguendo un bookclub).

In prima battuta rimasi interdetta dal suo linguaggio che definii (tra me e me) “anodino”. Come i metalli.
Non so perché mi venne in mente questo aggettivo, ma mi suscitò esattamente questa sensazione: la sensazione di qualcosa di metallico, essenziale e freddo.
Un linguaggio al quale non ero abituata, che trovai strano, che feci anche un po’ fatica ad accettare ma che col tempo imparai ad apprezzare (ci volle qualche settimana perché le parole e le storie di “The white album” iniziassero a sedimentare e a lavorare in profondità).
E la cosa interessante era che la “freddezza” con cui narrava evidenziava ancora di più il significato delle storie che raccontava.

La ritrovai qualche anno dopo con “L’anno del pensiero magico”: una narrazione dei gravi lutti che la colpirono, scritto nel suo stile asciutto e – forse proprio per questo – molto più intenso.
[Lessi il libro durante la mia fase di elaborazione del lutto e fu terapeutico. Forse proprio grazie al suo stile poco incline al drammatico, bensì al limite del pragmatico e della iper-razionalità.]

Ebbene, “Prendila così” è un libro di un vuoto straniante.
Vuoto di emozioni, vuoto di valori, vuoto di contenuti, vuoto di umanità… che permea la storia di Maria e dei protagonisti che le ruotano attorno.
Nel mentre leggevo avevo davanti a me i quadri di Edward Hopper (che amo per le sensazioni di sospensione e sottrazione che mi trasmettono) e il lavoro che Robert Venturi (insieme a Denise Scott Brown e Steven Izenour) fece su Las Vegas e i suoi non-luoghi (“Learning from Las Vegas” è un libro che incontrai all’università e che mi colpì profondamente).
Un senso di squallore e di solitudine profonda.
E di assenza di punti di riferimento.

[Immagine tratta dal sito ArchiObjects – Learning from Las Vegas – Venturi, Scott Brown, Izenour]

Idee fisse” è invece un saggio breve che raccoglie le parole che Joan Didion scrisse dopo l’11 settembre.
Diviso tra ricordi e analisi culturali, è anche una verbalizzazione (un chiarimento) ed un riepilogo di quello che abbiamo letto, o anche solo intuito, sulla gestione della narrazione attorno agli attentati alle Torri Gemelle.
E’ anche un faro puntato contro un certo tipo di retorica che può innescare e giustificare reazioni disfunzionali.

Joan Didion “ti arriva”.
Magari disturbandoti un po’.
Magari non chiaramente.
Magari non da subito.
Ma ti arriva.

E la sua capacità di sintesi linguistica, senza orpelli, è forse la caratteristica che mi ha colpito di più, che ha “eroso” il personale muro del giudizio, insegnandomi col tempo ad apprezzare il suo lavoro.
Spingendomi così a proseguire nella lettura delle sue opere.

[La foto di copertina: Joan Didion nel 1977 ca. © Mary Lloyd Estrin/Everett/REX/Shutterstock]

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