Fabio Genovesi, Paul Auster e Ivano Mingotti: tre storie

Torno a riflettere sui libri che leggo, con un ritardo che stento a colmare. Sì, perché nonostante i miei buoni propositi di tenere un certo ritmo (abbozzando un piano editoriale), ho accumulato un po’ di cose da dire. E quindi – piano piano – senza seppellire di pubblicazioni a raffica, riprendo i post sugli ultimi libri letti. Ripartendo dalle storie. Infatti in questo alcuni racconto di alcuni romanzi incontrati di recente. Che arrivano dai bookclub che frequento e da un suggerimento di lettura. Sto parlando di Fabio Genovese con il suo romanzo “Chi manda le onde”, de “Il paese dei poveri” di Ivano Mingotti e del libro scritto da Paul Auster “Leviatano”. Chi manda le onde di Fabio Genovesi “Chi manda le onde” di Fabio Genovesi è stato il libro scelta dal BookEaterClub di Zelda Was a Writer nel mese di aprile. Ed è stata per me una piacevole sorpresa. Non avevo mai letto nulla di questo autore (correrò ai ripari quanto prima), e mi sono ritrovata catapultata in una storia raccontata con un linguaggio stravagante e polifonico, popolata di personaggi ai quali mi sono affezionata pagina dopo pagina. Una storia corale, dove ogni capitolo da voce ad uno di loro. Nel mentre lo leggevo, spesso la memoria riandava ad un altro romanzo letto qualche anno fa, e che ricordo con tanto affetto: “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve”. Atmosfere sgangherate, personaggi particolari, una provincia “verace” ma anche tremenda (per certi aspetti), storie (anche sofferte) che si intrecciano fra loro… Un romanzo vivace, che mi ha anche offerto spunti inaspettati di riflessione sull’amicizia e sulla diversità (e la sua percezione verso gli altri) e sulla sincerità. Sempre con una vena di leggerezza. Consigliato. Leviatano di Paul Auster “Leviatano” di Paul Auster invece era il libro scelto dal bookclub dei BeBookers, nel ciclo di letture legate al tema della coppia (i precedenti letti furono “L’Avversario” di Emanuel Carrère e “Revolutionary Road” di Richard Yates). E’ stato il primo lavoro di questo autore che ho letto e devo dire che sono rimasta interdetta. Ho sempre sentito parlare molto bene di Auster, quindi ho affrontato fiduciosa la lettura di questo romanzo. Ma – non me ne vogliano gli estimatori dello scrittore – sono rimasta impassibile. Pur apprezzando la semplicità di linguaggio (merito anche del traduttore) e la linearità della storia, non ne ho capito il motivo, la morale. Ho finito il libro (a fatica, proprio perché non coinvolta), domandandomi: “Ok, e allora?” E ad oggi non sono ancora riuscita a trovare risposte alle domande che mi sono posta: Qual’è il significato di questa storia? Cosa mi ha voluto dire l’autore? C’è una morale? Forse non ho gli strumenti adatti per comprenderlo… Proverò a leggere qualche altro suo lavoro più avanti. Fra un po’. (Proprio Ivano Mingotti, autore del terzo ed ultimo libro di questo articolo, mi ha suggerito “Timbuctù”) Per ora sospendo il giudizio sull’opera di quello che viene considerato uno dei massimi esponenti della letteratura americana. Il paese dei poveri di Ivano Mingotti E proprio il romanzo di Ivano Mingotti (“Il paese dei poveri”) chiude questo articolo. Anticipo che la sua lettura non è una passeggiata. Sia per la storia, sia per la struttura narrativa (e di linguaggio) utilizzata. Ho letto recensioni su Amazon ed alcune di esse raccontano della fatica sperimentata durante la lettura. Una fatica, mista a “soffocamento” e pesantezza. Ebbene, ho riflettuto su queste parole e mi viene da ipotizzare che fosse proprio l’intenzione dell’autore quello di utilizzare la linguistica come veicolo principale per descrivere una atmosfera ed uno stato mentale alienato. Un esperimento interessante e non facile. Dove il linguaggio ossessivo e da corto circuito, ti porta dentro la storia (meglio: la “situazione” del protagonista), trasferendoti la cupezza. Non per tutti. Ma da leggere con uno stato emotivo distaccato, se si vuole provare ad analizzarne il linguaggio. Tre libri. Tre storie. Molto diverse fra loro. Dove si confrontano la leggerezza che veicola valori importanti (Chi manda le onde), una (stranamente) fredda cronaca di ricordi (Leviatano) e un’alienazione espressa in forma di linguaggio (Il paese dei poveri). Leggere storie può sembrare una attività amena e leggera. Ma può riservare sorprese ed inaspettati insegnamenti. Magari variabili da persona a persona, a seconda della propria storia personale. Buona lettura e buona visione!

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