Leggere 2.0

Faccio parte delle generazione analogica.
Quella generazione che vive a cavallo della transizione tecnologica, che ha visto (e vissuto) quello che c’era prima e sta vivendo in pieno quello che c’è adesso, intravedendo possibili sviluppi futuri.

E mi definisco una “migrante digitale”, proprio in virtù (e/o a causa) di questo viaggio da quello che c’era prima a quello che c’è adesso.
Con tutti i disagi del caso (ai primi approcci alla tecnologia assai poco user friendly dovevi essere quasi un programmatore per gestire i programmi in MS-DOS).
Ma anche con tutti i vantaggi del caso (la tecnologia via-via sempre più facile con interfacce dove bastano pochi tap per aprire applicazioni e muoverti al loro interno facendo una moltitudine di cose impensabili fino a poco tempo fa).

Il tutto in quasi 20/30 anni (da un punto di vista utente).

E proprio questa migrazione di utilizzo sta (se mai fosse necessario evidenziarlo) modificando nostre modalità e comportamenti.
Uno di queste modalità è la lettura.
In senso ampio e lato.

Un’attività che prediligo e sulla quale mi ritrovo spesso a riflettere, talvolta smarrita, talvolta entusiasta, talvolta preoccupata.
A seconda dell’umore della giornata.

Ci riflettevo proprio stamattina, leggendo un estratto del libro “La mente estesa”.

Lo stavo leggendo sulla app Kindle per iOS.
Quindi sul telefono, neanche sul Kindle che mi sono accorta rendermi stranamente più noioso l’atto della lettura (credo per la mancanza del colore e per la non grande capacità di rendere la lettura “estesa”, tipica degli ebook, che consente di seguire eventuali link presenti e navigare in approfondimenti).

Dopo qualche minuto di lettura dell’estratto, mi sono spostata “altrove” (su altre piattaforme) a leggere altri contenuti e mi sono ritrovata a riflettere su questa modalità che di primo acchito appare alla vecchia me (cresciuta a ore concentrata su un singolo libro) caotica e inconcludente, con forse anche delle tracce di “disturbo dell’apprendimento” (pensiero – questo – forse un po’ paranoico).

Ma che forse è indicativa di una modalità “reticolare” o “a propagazione”, parafrasando Giulio Xhaët che nel libro “#Ibridocene” di Paolo Iabichino scrive:

“In un mondo cosi complesso come quello Phygital non basta più avere competenze verticali, ma è necessario apprendere per “propagazione” provando nuove strade e unendo discipline anche molto distanti tra loro.”

Una modalità non per questo impoverita, bensì forse diversa.

Più orizzontale, anziché verticale.
Che si muove per link di approfondimento (negli ebook) e per contaminazioni di idee e loro collegamenti laterali.

Più adatta forse ai tempi che stiamo vivendo e che ci costringono, e ci stimolano, ad adottare nuovi modi per continuare a fare quello che facevamo prima.

Diversamente.

Una maratona di lettura, una polifonia di voci

Città, civiltà, lingue diverse, coesistenze, culture…

Sono queste parole che scrivevo sabato notte sul mio profilo Facebook, nel mentre aggiornavo la gallery caricando le foto che scattavo e condividevo sul social.

Cercavo un modo per descrivere la bellissima esperienza che stavo vivendo e nella quale mi ero calata in modo totalizzante. E che era iniziata quasi per scherzo.

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Sì, perché tutto è incominciato qualche mese fa, appena era stata annunciata e lanciata l’edizione 2016 di Bookcity Milano.
Navigando nel sito, ero incappata in una “call to action” per poter essere una delle voci della città nella lettura del testo di Italo Calvino, “Le città invisibili”. E mi ero ritrovata a compilare il form on line con leggerezza (e ignorando completamente l’evoluzione della storia).

Dopo qualche settimana era arrivata la convocazione per le audizioni (avevamo risposto in circa 180 persone e si era resa necessaria una selezione).
E lì avevo iniziato a scoprire un mondo: persone provenienti da tutte le esperienze professionali, appassionate di lettura ad alta voce e di libri. (Alcuni facenti parte del Patto di  Milano per la lettura.) Tutti lì, a fare le audizioni, in attesa (provando i testi scelti), in una atmosfera dal vago sapore di esame di maturità (o giù di lì). (Il gruppo si era un po’ assottigliato: avevamo risposto all’appello in 130 circa)
E poi il momento dell’audizione: l’impatto con una sala prove ed un microfono, con seduta all’altro lato della stanza la “commissione” composta da Giorgina Cantalini (che sarebbe stata colei che ci avrebbe preparato) e Daniele Abbado (regista della performance). Il batticuore (fuori dalla stanza ero calmissima), il controllo della respirazione a stento…

Ero già contenta così. Essere arrivata lì, avere deciso di partecipare, per me era un bel successo (vista la mia atavica natura rinunciataria.)

Ma poi è arrivata la sorpresa.
La mail di convocazione per le prove generali.
Ricordo di averla letta a tarda ora, rientrata a casa da una trasferta a Genova.
L’ho dovuta rileggere almeno un paio di volte, per essere sicura di non essermi sbagliata.

Sono arrivate le indicazioni per le prove generali nello spazio dove si sarebbe tenuto lo spettacolo (il Padiglione Visconti in zona Tortona a Milano, sala prove del Teatro alla Scala).

Due sere intense di presa di coscienza e ripensamento del proprio modo di lettura ad alta voce.
Di eliminazione della “sovrastruttura declamatoria” che applichi (consapevolmente o meno) per forzare la lettura dei contenuti.
Due sere di individuazione e comprensione della struttura del libro di Calvino “Le città invisibili”.

Poi le prove in autonomia, l’incespicamento che si fa più frequente all’approssimarsi dell’evento.
Nel mentre seguivo la pagina Facebook dell’evento, osservando il progressivo allestimento dello spazio e sentendo l’emozione farsi strada.

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Il Padiglione Visconti così come appariva dall’esterno sabato notte.

Decisamente una esperienza che porterò con me per tanto tempo.
Che seppur breve ed intensa, mi ha insegnato parecchie cose.
E che mi ha emozionato (la salita delle scale per accedere alla passerella dalla quale avremmo letto, i secondi di attesa, il batticuore nel mentre aspettavo il mio turno sotto i riflettori mentre i colleghi del gruppo leggevano la loro parte, la presenza del microfono [“Signore, ti prego, fa che non mi venga un colpo di tosse…!”])

Ma non solo…

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Il colpo d’cchio all’arrivo al Padiglione Visconti

E’ stata una occasione per ascoltare culture, musiche, voci, parole… di diverse città del mondo.
In un susseguirsi fluido, senza soluzione di continuità.

Una città ideale, polifonica, riunita nella sua molteplicità all’interno di un capannone. Che si è raccontata e – nel raccontarsi – ha composto un grande mosaico.

Ho ascoltato voci della comunità araba (Asfa Nibras e Bteibet Ahmed) e la voce proveniente da Damasco di Fayza Ismael.
Ho visto danze dell’Africa, e ho ascoltato musiche contemporanee.
Ho ascoltato le poesia in milanese di Franco Loi e la lettura corale del Teatro dell’ora esatta.

E poi la sorpresa di riascoltare (dopo tanto tempo) la voce di Ferdinando Bruni che ha letto – anche – un brano di Shantaram (uno dei miei libri preferiti), la scoperta di Federica Fracassi (del Teatro-i di Porta Genova) che ha letto un brano di Testori (Erodias).
E poi la scoperta di Antonio Rosti che ha letto passi del libro “Cartongesso” di Francesco Maino (testo che ho acquistato proprio oggi).

All’1:30 di notte ho ceduto. Purtroppo.
Se avessi avuto la forza sarei rimasta fino a mattina.

Dico purtroppo perché mi sono persa la visita e lettura di Vinicio Capossela alle due di notte, la lettura del capitolo di chiusura del libro di Calvino fatta al mattino da Moni Ovadia, la lettura notturna di Giorgina Cantalini (la seconda… perché ho perso anche quella di venerdì sera in Triennale…) e la chiusura dell’evento.
(E chissà quante altre cose ho perso, che non conosco e che sono accadute nel cuore della notte…)

Una nuova esperienza che mi ha aperto un mondo tutto nuovo.

Che ha rinforzato il mio amore per i libri e per la lettura ad alta voce.
E della quale sono felice di averne fatto parte, cercando di portare il mio piccolo contributo, la mia piccola tesserina nel grande mosaico che è stato composto nella notte tra sabato e domenica.

[L’immagine di copertina è una illustrazione di Monica Griffa della città di Eudossia (Capitolo “Le Città e il Cielo 1”) di “Le città invisibili” di Italo Calvino. Immagine tratta dal profilo Pinterest dell’autrice]

(La gallery completa delle foto che ho scattato è disponibile su Flickr: Bookcity 2016 – Maratona Di Lettura)

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Ore piccole al Padiglione Visconti: persone che ascoltano, via-vai e attività in corso

Il potere della normalità

[Avvertenza: post dal contenuto zigzagante… Partendo da un libro per arrivare a considerazioni personali, legate ad una precedente presa di coscienza in prima battuta sgradevole]

Ieri sera sono andata al primo incontro della nuova stagione del Bookeater Club di Zelda was a writer (di cui ho già scritto in tanti precedenti post).

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Lo screenshot della pagina Facebook di Rizzoli Galleria @RizzoliGalleria

E l’oggetto (o meglio, il libro) delle dissertazioni condivise è stato il nuovo romanzo di Jonathan Safran Foer, “Eccomi” (edito da Guanda).
Libro che – confesso – è stato di difficile lettura.
Per la sua monumentalità (circa 700 pagine) e per il suo contenuto.

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Un libro che mi ha lasciato interdetta e che più volte – durante la lettura – mi ha fatto pensare: “Sì, va bene… Ma dove stiamo andando? Dove mi vuole portare l’autore? Qual’è la morale? Qual’è il fine ultimo di questo lavoro?”

Ed infine ci siamo…
Stasera in @rizzoligalleria con @zeldawasawriter a discutere sull’ultimo libro di Safran Foer.
Per me una “lettura scalata” (senza rotta e senza riuscire ad intravedere la vetta), per altri un amore sin dalla prima pagina.
Sono curiosa di ascoltare coloro che lo hanno amato per capire dove non ho colto.
[Scrivevo sul profilo Instagram ieri mattina]

Ma anche un libro che – contemporaneamente – mi ha intimidito.
Non avendo mai letto nulla di Safran Foer, e sapendo che è uno dei massimi esponenti della letteratura americana, mi sono sentita in difetto nell’esprimere una mia opinione che ne “sminuisse” l’opera. (Chi sono io per esprimere un parere, se non di dissenso, per lo meno di perplessità?)

Ed avendo avuto nei giorni precedenti un primo scambio di opinioni online con Camilla Ronzullo (Zelda), ieri sera sono stata invitata a condividere con gli altri le mie perplessità.
Perplessità e “lacune” che sono state sanate grazie all’analisi molto accurata che la stessa Camilla, insieme ad altri partecipanti, ha fatto.
E che hanno composto un mosaico ricchissimo, consentendomi di apprezzare il significato (i significati) veicolato attraverso una storia di normalità.

Già, la normalità.
O anche la quotidianità se volete.
Quella “situazione” che viviamo ogni giorno in modo scontato e talvolta passivo.
Che magari facciamo fatica ad accettare e a darle un senso.
Ma che può invece essere densa di contenuti ed insegnamenti.

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#vitadaufficio è un hashtag che uso spesso per raggruppare foto che scatto relative ad una delle facce della quotidianità (© Barbara Olivieri da Flickr)

Normalità che – personalmente – è tornata prepotentemente alla ribalta dopo che qualche giorno fa, mi sono resa conto che con le strategie ed i massimi sistemi che ho “frequentato” per lungo tempo sono arrivata alla fine. Non riuscendo più a trarre nessuno stimolo o spunto di riflessione.

Uno shock (che penso a posteriori essere stato salutare) che prima mi ha fatto capitombolare (metaforicamente) con un brutto sgambetto, poi mi ha riportato coi piedi per terra (dopo che mi sono rialzata e mi sono – sempre metaforicamente – tolta di dosso la polvere).
Facendomi ora vedere, osservare ed ascoltare l’intorno in modo forse leggermente diverso. (“Per arrivare a questo ci sono voluti 9 anni?”, mi sto domandando in questi giorni.)

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#onthewayhome e #onthewaytowork sono altri due hashtag di istantanee sul profilo Instagram (© Barbara Olivieri su Flickr)

E stamattina – sulla strada per l’ufficio – non so per quale strana ragione, ripensando alla bella serata del Bookeater Club e al libro di Jonathan Safran Foer, ho pensato anche alla personale quotidianità (non priva di preoccupazioni).

E ho pensato a come un libro che mi ha lasciato in prima battuta interdetta, ma che mi rendo conto sto metabolizzando grazie a ciò che ascoltato ieri sera, possa gettare una nuova luce su me stessa e su ciò che mi circonda.
Senza scuotermi, o strapazzarmi, bensì insinuandosi sommessamente.

[Qui sotto il minivideo della serata pubblicato sulla pagina Facebook di Zelda was a writer.]

Leggere: manuali o storie?

letture estive prima ideaQuesta è la cronaca un po’ bislacca delle mie letture estive (tutt’ora in corso). [Scritta da smartphone… Quindi scusate se l’impaginazione non sarà temporaneamente delle migliori…]

Sì, perché in prossimità della partenza condividevo sui social la foto qui sopra, annunciando a gran voce che questi sarebbero stati i libri che mi avrebbero accompagnato in vacanza (affiancati dal Kindle come “strumento di emergenza”, contenendo numerosi manuali in formato eBook).

Una scelta che per taluni può risultare banale, ma che per me costituiva una sfida: leggere romanzi, rinunciando alla lettura di manuali.

Sfidando la mia paura a non studiare, a non utilizzare i libri come strumento di apprendimento (o approfondimento) di nuove competenze.

Un timore – il mio – che farebbe la gioia di uno psicanalista…

Ma anche una verità a metà, perché in realtà due libri erano già partiti in anticipo e mi attendevano a destinazione: “La trama lucente” di Annamaria Testa e “Pensare come Leonardo” di Michael Gelb.

Invece che è accaduto?

È accaduto che ho scelto di partire solo con il Kindle con l’obiettivo di leggere i due libri sopra citati e “Pensieri lenti e veloci” di Daniel Kahneman.

Barbara Olivieri letture estive manualiCedendo così alle pressioni del mio io timoroso, abbarbicato alla ossessione dell’imparare sempre, comunque e dovunque.

E son partita proprio da lui, dal lavoro di Kahneman. Arrancando con sempre maggiore fatica.

Fino al (metaforico) collasso di qualche giorno fa.

Quando – consultando il tempo di completamento di lettura del libro che il Kindle perfidamente ti permette di vedere – mi è venuto da piangere: 6 ore e 28 minuti…

E nonostante procedessi pagina digitale dopo pagina digitale, il tempo restava inchiodato lì: 6 ore e 28 minuti…

Mi sono detta: “Tu ti stai facendo del male. Tu hai bisogno di leggere altro. Se vuoi leggere…”

Ho a bordo del Kindle le versioni digitali di alcuni dei libri della foto di apertura, ma avevo bisogno di carta.

Ed in particolare di una storia scritta su carta.

E così sono andata a curiosare nella torre di libri del babbo, appassionato di gialli (avevo scelto con lui le sue letture estive, facendogli da “consulente”, accompagnandolo alla libreria Open di Milano prima della partenza estiva).

La scelta è caduta forzatamente sul libro di Lisa Gardner, “Prendimi”.

Barbara Olivieri leggere storieMa seppur sia stata una scelta “forzata”, ha avuto l’effetto di un balsamo! Partita a razzo, sono avanzata allegramente all’interno del thriller (assaporando la storia e compartecipando alle vicende dei protagonisti).

E ripensando alla scelta un po’ infelice dei libri da portare con me in vacanza (scelta infelice adesso, perché non è detto che lo sia in altri momenti), un paio di pomeriggi fa – fissando pigramente il soffitto – mi sono domandata il perché di questa mia dipendenza dai manuali (per poi far sempre più fatica nel trovarne dall’effetto “wow”).

Ed è stata una conseguenza ripensare a quei romanzi che mi hanno catturato e mi hanno lasciato molto.

Non in termini di nozioni. Non in termini di  informazioni codificate.

Che mi hanno arricchito e di cui ne conservo ancora il ricordo.

Qualche esempio “random” (non esaustivo)?

  • Shantaram,
  • La saga del commissario Wallander,
  • La trilogia Millenium di Stieg Larsson,
  • Un giallo di cui purtroppo non ricordo più il nome ma che mi fece scoprire l’analisi comportamentale,
  • Molti romanzi di Tom Clancy (con il protagonista Jack Ryan),
  • I romanzi di Michael Chricton,
  • “Il cardellino” di Donna Tartt,
  • Un romanzo di Wilbur Smith che mi insegnò alcune cose sulla struttura sociale degli elefanti,

Quanto mi hanno dato queste storie…
In quanti posti mi hanno portato…
Quante cose mi hanno insegnato…

E forse ecco che la domanda-mamma emerge… Leggendo queste storie, questi romanzi, nel mio retrocranio una vocina timida chiede: “Ma se tu non impari cose nuove, come fai a raccontare fatti che possono interessare gli altri come i romanzi che ti piacciono tanto?”

A cui fa da contraltare un’altra voce più ferma e pacata: “Sì, va bene, ok. Ma se non vivi, non fai esperienza, non ascolti… Come fai ad imparare ed elaborare cose nuove che puoi raccontare agli altri?”

Suggerimenti per letture estive [VIDEO]

Era da qualche giorno che avevo in mente di fare un video nel quale elencare una serie di libri (alcuni letti quest’anno, altri letti anni fa), che avessero come comune denominatore “storie strane”.

Libri buoni per letture leggere ma non superficiali.
Libri che raccontano vicende surreali, divertenti, stranianti
Popolate di personaggi ai quali ci si affeziona, che ci scuotono, che ci commuovono o con i quali con-partecipiamo alle loro vicende…

Letture estive | Barbara Olivieri | Non solo un Architetto

Così ho selezionato alcuni racconti.
E mi sono dilettata a ragionarci attorno, recuperando dei ricordi di lettura (alcuni parecchio datati).
Alcuni dei libri che elenco mi sono piaciuti, altri mi hanno fatto riflettere, altri mi hanno addirittura urtato.
Ma tutti mi hanno insegnato qualcosa in modo insolito.

Se avrete la bontà (e la voglia) di guardare il video vi auguro buona visione!
E se qualcuno dei libri elencati vi colpisce e lo andrete a leggere, buona lettura!

Ma soprattutto buon riposo e buone vacanze!
Ovunque voi siate e con chiunque voi siate.

Questo è l’elenco dei libri menzionati:

  • “54” di Wu Ming;
  • “Il mistero dell’orso marsicano ucciso come un boss ai quartieri spagnoli” di Antonio Menna;
  • “Zazie nel metrò” di Raymong Queneau;
  • “Second Hand” di Michael Zadoorian;
  • “Una famiglia particolare” di Alexandre Jardin;
  • “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” di Jonas Jonasson;
  • “Per poco non ci lascio le penne” di Céline Minard;
  • “Mortdecai” di Kyril Bonfiglioli;
  • “Una banda di idioti” di John Kennedy Toole

(La durata del video è di circa 15 minuti)

Un po’ di libri letti, un po’ di videoriflessioni [VIDEO]

Foto © Libero - articolo
Foto © foto.libero.it

Avendo sospeso le pubblicazioni per un po’ di tempo, sono rimasta indietro con l’elenco e la cronaca di libri che ho letto negli ultimi tempi…
Senza contare che – in questi giorni – ho in programma di fare un video dedicato ad alcuni libri che ho letto, accomunati dal comune denominatore di “storie strane e divertenti”.
Così… per dare un mio piccolo contributo alla marea di consigli di lettura estivi, che in questi giorni popolano il web.
(E con la personale sfida di farlo in pochi minuti, ambendo alla efficacia e sintesi dei video di Bill Gates relativi alle sue letture)

Ma andiamo con ordine…
Di seguito una sequenza delle ultime videoriflessioni pubblicate su You Tube, accompagnate da qualche parola scritta.
(Preparatevi, è un post un po’ lungo…)

L’ultima videoriflessione condivisa riguardava il libro di Italo Calvino, “Le città invisibili”.

Dopo Calvino è stato il turno di “Zazie nel metro”, di Raymond Queneau.
Letto in occasione della partecipazione al BookEater club di Zelda Was a Writer, è stata una esperienza di lettura assai stravagante ed inconsueta.
Decisamente spiazzante, soprattutto se arrivi da un altro libro quale proprio quello di Calvino.
Già dalla prima parola che apre il primo capitolo (“Machiècheffastapuzza?”), alzi entrambe le sopracciglia restando interdetto.
E poi – via così – giù a capofitto!, dentro un racconto popolato di personaggi assai folcloristici, dalle vite e dai mestieri variegati, in una Parigi diversa dai soliti cliché.
Confesso di avere fatto molta fatica ad entrare nel “mood” del libro: all’inizio mi è costato molto impegno per capire la storia trasmessa attraverso un linguaggio anticonvenzionale.
Poi, piano-piano, mi sono abituata e mi sono ritrovata in una specie di film alla Louis De Funes. Divertendomi nel leggere esperimenti linguistici ad ogni pagina (complimenti al traduttore!).
Un libro strano. Molto strano.
Ma vale la pena dargli una lettura.
Pensando anche al periodo nel quale è stato scritto.

Successivamente è stato il turno di “Il turista nudo” di Lawrence Osborne.
Libro del mese dei Be Bookers (l’altro bookclub della libreria Open, che frequento), è stato decisamente più riposante da un punto di vista linguistico.
Non conoscevo l’autore ed è stato un “incontro” interessante.
Quello che ho percepito io – leggendo il suo lavoro – è stato quello di leggere più libri in uno:

  1. una guida turistica (insolita e fuori dai circuiti più conosciuti)
  2. una excursus storico del turismo e dei Paesi visitati
  3. un taccuino di viaggio molto personale.

Devo dire che mi è piaciuto.
L’ho letto con piacere e con curiosità (attraverso le sue pagine ho conosciuto alcuni aspetti poco conosciuti dei luoghi visitati dall’autore).
Ho sogghignato davanti all’umorismo dello scrittore, e l’intero racconto di viaggio scorre via in modo molto piacevole.
Gradevole. Molto gradevole.
Ed anche arguto.

“La simmetria dei desideri” di Eshkol Nevo – invece – non è uno di quei libri che mi hanno fatto dire “Wow!”.
E non è neanche uno di quei libri che mi ha colpito per struttura narrativa, o caratteristiche particolari.
E’ un racconto che scorre via bene, ed è la storia di una (bella) amicizia tra quattro ragazzi israeliani raccontata in prima persona da uno dei protagonisti (con il quale sono entrata in empatia e nel quale mi ci sono riconosciuta un pochino…).
Ho seguito la storia, con-partecipando alle vicende dei protagonisti.
Mi ha fatto riflettere su come uno vede ed interpreta la realtà.
Però mi ha lasciato “tiepida”.
Non mi ha fatto scoprire posti nuovi o imparare nuove forme di linguaggio.
All’interno del flusso di libri letti, è stato un momento di pausa. Di riposo.

Infatti subito dopo è stato il turno di “Mortdecai” di Kyril Bonfiglioli, seguito da un tuffo nella tecnologia con il nuovo libro di Rudy Bandiera “Le 42 leggi universali del digital carisma”.
“Mortedcai” mi fu consigliato tempo addietro da una persona (per il linguaggio, le metafore, i personaggi) e mi ha spiazzato non poco.
Tant’è che ho avuto 3-4 false partenze: iniziavo e mi “inchiodavo” dopo poche pagine, in difficoltà.
Poi finalmente ho ingranato e mi sono lasciata trascinare dal racconto di questo personaggio spregiudicato e forbito.
La storia in sé non mi ha particolarmente entusiasmato, l’ho trovata abbastanza banale.
Ma la sua forza sta proprio nel racconto in prima persona di Mortdecai, che condivide con me (lettore) le sue peripezie infarcendole di dettagli stravaganti e barocchi (senza contare i numerosi riferimenti a pezzi d’arte e di antiquariato).
Un bell’esercizio di lettura ed un grande sforzo del traduttore che – secondo me – ha fatto un lavoro egregio.

Le dissertazioni sul “digital carisma” invece è stata una conferma della piacevolezza dello stile di comunicazione di Rudy Bandiera (ironico e verace).
Dopo avere letto il precedente lavoro “Rischi ed opportunità del web 3.0”, mi sono avvicinata con curiosità a questo secondo libro.
Totalmente diverso dal precedente, è un curioso (e non così scontato) ragionamento sulla “commistione tra reale e digitale”, e sulla nostra relativa gestione di questi spazi (ormai non più separati, come spesso erroneamente crediamo).
Mi è piaciuto per la sua semplicità di linguaggio e per il suo approccio serio, ma sempre sottilmente velato di ironia (che lo rende godibilissimo).
E mi è stato anche inaspettatamente utile per fare mente locale su alcuni atteggiamenti che adotto inconsapevolmente online (ma anche offline).
Consigliato. Anche per un bell’esame di coscienza relativo al nostro brand (inteso come persone/individui che comunicano).

Da ultimo (“last but not least”) chiudo con una considerazione su “Uno strano luogo per morire”, romanzo di esordio di Derek B. Miller.
Lettura gradevole, anche se a tratti lenta, l’ho trovato un racconto insolito.
In tipico “stile Neri Pozza” (una casa editrice che apprezzo molto, per la sua cura nella pubblicazione dei libri mai scontata).
L’ho letta come una storia su più livelli dove ogni personaggio costituisce un filone: un anziano marine (dal passato non molto chiaro), un bambino (che rappresenta un mondo duro e crudele), una coppia (che rappresenta la normalità),…
Ognuno di loro – secondo me – è un livello di lettura della storia, che si sviluppa attorno a due-tre figure cardine (accompagnate da comprimari).
Se si cerca un thriller, si può restare un po’ spiazzati e delusi. Soprattutto se si è abituati allo stile americano.
Se si cerca un romanzo insolito, si possono trovare spunti interessanti.
In alcuni punti ho fatto un po’ di fatica (causa il rallentamento della narrazione), ma è stata una lettura interessante ed insolita.
Dal sapore nordico. Che per alcuni aspetti mi ha ricordato una delle saghe poliziesche nordiche che ho amato di più: quella del commissario Wallander.
Qui siamo su un altro genere, ma il respiro ed il passo tipico delle ambientazioni del Nord Europa si sente molto secondo me.

Principio del vuoto – Joseph Newton

Quando ho pubblicato qualche giorno fa il post che raccontava e affrontava la questione del liberarsi dei libri (“Liberarsi dei libri, liberare i libri”), su Facebook (il social network che prediligo perché più conversazionale) ho scambiato qualche battuta con amici che evidenziavano (salvo rari casi) la difficoltà a disfarsi dei libri (per affezione, per pigrizia…).

Un amico – a tale proposito – mi ha segnalato un articolo interessante: “L’importanza dei libri non letti” (pubblicato su Internazionale proprio ieri e firmato da Oliver Burkeman, giornalista del Guardian).

Stanza vuota
Immagine tratta da Google Immagini

Un altro amico invece ha pubblicato nei commenti questo scritto (che da il titolo a questo post) che condivido anche qui integralmente:

Principio del vuoto di Joseph Newton
Hai l’abitudine di accumulare oggetti inutili, credendo che un giorno, chissà quando, ne avrai bisogno?
Hai l’abitudine di accumulare denaro, solo per non spenderlo perché pensi che nel futuro potrà mancarti?
Hai l’abitudine di conservare vestiti, scarpe, mobili, utensili domestici ed altre cose della casa che già non usi da molto tempo?
E dentro di te?
Hai l’abitudine di conservare rimproveri, risentimenti, tristezze, paure ed altro?
Non farlo!
E’ necessario che lasci uno spazio, un vuoto, affinché cose nuove arrivino alla tua vita.
E’ necessario che ti disfi di tutte le cose inutili che sono in te e nella tua vita, affinché la prosperità arrivi.
La forza di questo vuoto è quella che assorbirà ed attrarrà tutto quello che desideri.
Finché stai, materialmente o emozionalmente, caricando sentimenti vecchi ed inutili, non avrai spazio per nuove opportunità.
I beni devono circolare!
Pulisci i cassetti, gli armadi, la stanza degli arnesi, il garage.
Dà quello che non usi più.
Non sono gli oggetti conservati quelli che stagnano la tua vita, bensì il significato dell’atteggiamento di conservare.
Quando si conserva, si considera la possibilità di mancanza, di carenza, si crede che domani potrà mancare e che non avrai maniera di coprire quelle necessità.
Con quell’idea, stai inviando due messaggi al tuo cervello e alla tua vita:
che non ti fidi del domani e che pensi che il nuovo e il migliore non sono per te e per questo motivo ti rallegri conservando cose vecchie e inutili.
Disfati di quello che perse già il colore e la lucentezza.
Lascia entrare il nuovo in casa tua.
E dentro te stesso.

Liberarsi dei libri, liberare i libri

Barbara Olivieri - Libri

E’ da un po’ di tempo che piano-piano sto caricando alcuni libri sul portare dedicato alla vendita di libri di seconda mano.

Eh sì, praticamente sto vendendo alcuni miei libri.
Ma questo non vuole un post-marketta. No.

La riflessione che (mi) faccio, è di altro tenore.

In sostanza mi sto “liberando” di un po’ di libri.
Che detta così suona malissimo: sembra quasi il volersi liberare di qualcosa di ingombrante e fastidioso.
Ma non è così. Lo posso garantire.

Infatti ieri sera, mentre caricavo l’ultima tornata di tomi, ci sono stati tanti tentennamenti.

Caricavo alcuni libri che poi ritiravo, tra mille ripensamenti.
C’erano testi che volevo caricare sul portale e poi ho messo da parte per altri ripensamenti dell’ultimo minuto…

Barbara Olivieri - Libri

Mi dispiaceva.
Provavo un po’ di disagio.
Facevo fatica a “liberarmi” di alcuni romanzi, poi di alcuni manuali, poi di alcuni saggi…

Mi sembrava di fare qualcosa di male.
Mi sentivo in colpa.

Poi però mi sono detta: “Ma perché devo pensare che mi sto privando di qualcosa? È veramente così?”
No, non credo.

Ci sono alcuni libri che ho letto, e che non leggerò più.
Quindi perché accumularli e conservarli?
Come se fossero in una prigione dorata e di mia proprietà? (Mio, solo mio, nient’altro che mio!)
Perché invece non rimetterli in circolo facendo vivere loro una seconda vita?

E poi ci sono alcuni libri che non ho mai letto (e che ho acquistato in momenti di vita diversi e che oggi “non hanno più senso”).
Perché li devo tenere?
Perché penso che un domani io possa decidere di leggerli?
Se sono rimasti lì per tanti anni, dubito che li leggerò.
Ormai hanno fatto il loro tempo.
Quando era il momento (quando li ho acquistati), non li ho letti.
E allora perché conservarli ostinatamente?
Perché non rimettere in circolo anche loro?
Magari approdano in mano a chi ne ha veramente tanto bisogno.

Barbara Olivieri - Libri

Ecco…
“Liberarsi” dei libri può essere una grande fatica.
E’ come qualcosa di tuo che abbandoni.
Ma se si pensa che in questo modo li si libera e li si rimette in circolo, si pensa che si da loro nuova vita.
Piuttosto che languire in uno scaffale privato, dimenticati (da me).

“[…] I libri, soprattutto per chi li legge e non li usa come semplici soprammobili, sono facili da accumulare per varie ragioni: un libro letto è la manifestazione concreta di un risultato raggiunto, un libro comprato e da leggere attende speranzoso e i libri sono comunque considerati oggetti diversi dagli altri, per la cultura che contengono (apparentemente). […]”
[Da un post di qualche mese fa di Luca Conti “Lasciar andare le carte […]”, trovato mentre cercavo un articolo che avevo letto tempo fa di uno scrittore che aveva adottato anche lui la scelta estrema di dare via i libri]

E non ho ancora iniziato a leggere seriamente il libro di Marie Kondo, “Il magico potere del riordino”:

Il magico potere del riordino

“Le città invisibili” di Italo Calvino

Le città invisbili | Italo Calvino

Ricordo di avere letto Italo Calvino ai tempi del liceo (“Il barone rampante” ed “Il visconte dimezzato”, se la memoria non mi tradisce).
Non ricordo più il contenuto, però mi è rimasta la bella sensazione che avevo provato nel leggere queste storie un po’ strane.
(E di tempo ne è passato parecchio…!)

Tornare quindi ad immergersi nel mondo di questo scrittore così enigmatico (almeno per me), e a distanza di così tanti anni, è stato un bel match.

C’era già stato un primo incontro sotto Natale: uno dei suoi racconti è infatti contenuto nel libro “Il giorno più crudele”, che era stato scelto da Zelda Was a Writer (al secolo Camilla Ronzullo) per l’incontro di Natale del Bookeater Club.
Ricordo che tutta la lettura della “fiaba natalizia” di Calvino (“I figli di Babbo natale”) era filata via liscia fino alle ultime battute, che mi avevano spiazzato. Tant’è che ero tornata a leggerle più e più volte per essere sicura di non essermi persa qualche pezzo per strada.

E (col senno di poi) questa lettura inaspettata all’interno del libro di racconti ha avuto un che di profetico visto che – dopo qualche mese – ho incontrato di nuovo Calvino con “Le città invisibili”. Testo scelto come libro di apertura del nuovo ciclo di incontri (dedicato al viaggio) del bookclub di Open Milano dei BeBookers.

I BeBookers con Simone di Open Milano al primo incontro del bookclub
I BeBookers con Simone di Open Milano al primo incontro del bookclub

E’ stata una esperienza di lettura.
Sotto molto punti di vista.

E penso che si possa considerare come un libro leggibile su più livelli.

Come un libro di viaggio.
Come un libro composto da diversi itinerari, da seguire anche separatamente (se non lo avete letto, vi lascio scoprire il perché senza anticipare nulla; se lo avete letto capite senz’altro il perché).
Come un curioso libro di urbanistica e di architettura. (A tale proposito andate a dare una occhiata a questo interessante Tumblr: Seeing Calvino)

Senza dimenticare l’aspetto linguistico e narrativo: più volte il racconto mi ha ricordato la tradizione orale della narrazione, fatta di impressioni e ricordi che non sai fino a che punto intervengono nella restituzione di una realtà oggettiva.

Momenti di intrattenimento culinario durante il bookclub
Momenti di intrattenimento culinario durante il bookclub

Le città inivisibili | Be Bookers | Open Milano
Immagini tratte dal bookclub, durante la discussione sul libro di Calvino. Qui si intravede il prossimo libro: “Il turista nudo” di Lawrence Osborne.

All’inizio ho fatto molta fatica ad entrare nel modo di narrare di Calvino.
E questa situazione ha continuato a sussistere finché ho usato la logica.

Poi – nel momento in cui ho deciso di smettere di ragionare e ho deciso di lasciare fluire liberamente le parole – sono “entrata” nel libro e mi sono lasciata trasportare dai racconti. Praticamente ho zittito l’emisfero sinistro, dando pieni poteri all’emisfero destro.

Per poi scoprire che la struttura del libro pare sia regolata da una matrice (stante alcuni studi fatti, non da me).

I miei tentativi di costruire la matrice.
I miei tentativi di costruire la matrice.

Interessante. E suggestivo.
Credo che sia un libro da rileggere ogni tanto, perché penso che riservi sempre delle sorprese ad ogni “nuovo giro”.

Quindi buona lettura! (O buona ri-lettura…!)

Per chi vuole, di seguito c’è la consueta videoriflessione. [Durata: 11 minuti circa]

Mentre qui sotto il riepilogo dei link di questo post:
BeBookers – http://www.bebookers.it/
Seeing Calvino – http://seeingcalvino.tumblr.com/
Open Milano – http://www.openmilano.com/
“I figli di Babbo Natale” – Docs Google a libero accesso

Tre libri per rompere gli schemi

Sto iniziando a fare videoriflessioni su gruppi di libri per i quali intravedo dei “fili rossi” che li legano fra loro.

Ho iniziato con un video dedicato alla scrittura e alla narrazione personale (“Quattro libri”).
E nel post precedente mi sono cimentata in una “videoriflessione congiunta” di tre libri di narrativa (più per un motivo legato a questioni di ritardo sulla tabella di marcia del benedetto piano editoriale… Anche se ho in mente di fare a breve qualche riflessione su alcuni romanzi di storie strambe che – letti in sequenza – potrebbero dare un bello scossone a convinzioni linguistiche dal sapore classico).

Qualche giorno fa mi sono invece cimentata in un video nel quale raccontavo di tre saggi anticonvenzionali, che mi sono piaciuti e che mi hanno fatto vedere le cose da un punto di vista un po’ diverso, rompendo schemi lavorativi (legati al management) e operando dei cambi di paradigma (sulla professione in generale).

Rework manifesto del nuovo imprenditore minimalista

Sto parlando di:

“100 Euro bastano” l’ho letto nell’estate del 2014 e – complice il tempo a disposizione e lo stato di rilassamento mentale – mi è piaciuto molto: l’ho trovato un libro snello, agevole ed interessante.
Quello che mi ha colpito in particolare sono gli esempi di “startup” che l’autore porta come esempio.
Non affronta la solita analisi delle mega-multinazionali che sono – sì – tanto belle ed interessanti, ma lasciano un po’ il tempo che trovano.
Racconta invece di micro-imprese, messe su con pochi soldi anche in contesti che per noi sarebbero proibitivi (per esempio racconta di due piccole iniziative imprenditoriali in Africa ed in India, Paesi notoriamente un po’ “complessi”).
Ed è proprio questo che – secondo me – dà valore aggiunto al lavoro dell’autore: ti fa riflettere e ti fa anche pensare che l’iniziativa personale, l’inventiva e la determinazione, possono voler dire molto, al di là del contesto in cui ti trovi a vivere.
Piacevolissima lettura, è scorsa via in una sequenza di racconti che stimolano e fanno riflettere, senza essere roboanti.

100 euro bastano

Per quanto riguarda il libro di Magnus Lindkvist (“Quando meno te lo aspetti”), la lettura è avvenuta per pura curiosità: infatti dopo averne sentito parlare, e avere letto diverse recensioni per un riscontro incrociato, ho iniziato a leggerlo un po’ prevenuta (temevo un prodotto “gonfiato” dell’ennesimo super-guru).
Invece è stata una piacevole sorpresa: man-mano che andavo avanti, mi entusiasmavo e mi trovavo d’accordo su quasi tutto quello scritto dall’autore.
E’ un libro sulla incertezza ed è un suo elogio (che scritto così può suonare provocatorio).
Ma io l’ho interpretato come un tentativo (secondo me, efficace) di far accettare l’incertezza, approcciandola con uno spirito costruttivo (e non ottusamente e pericolosamente ottimista).
Ho poi particolarmente apprezzato la rimessa in discussione di tecniche di leadership e management che hanno fatto il loro tempo, perché non più adeguate alla velocità (e soprattutto alla alta imprevedibilità) del mondo di oggi.
Interessante anche l’excursus nell’ambito delle neuroscienze (trattate in modo divulgativo) e nell’analisi del comportamento dell’uomo davanti alla imprevedibilità.
Non offre soluzioni, offre spunti per vedere le cose in modo diverso.
E questo è molto positivo (secondo me), perché ti costringe a pensare.

Quando meno te lo aspetti

L’unico mio rammarico (e confesso di esserci rimasta un po’ male) è stata una critica piuttosto aggressiva che mi è stata mossa alla condivisione del video su Facebook. Critica rivolta alla persona (e non al contenuto) che credo sia stata scatenata dal titolo del libro di Chris Guillebeau, “100 euro bastano”.
La imputo alla mia mancanza di chiarezza nella condivisione delle mie impressioni (che non erano rivolte alla bontà del concetto “con 100 euro fai impresa”, cosa a cui non credo, ma erano rivolte alle idee che la lettura del libro di Guillebeau può generare).
La cosa che mi è spiaciuta di più è stata che al mio tentativo di cercare di dialogare sul contenuto del libro, la persona ha alzato un muro rifiutando anche una lettura del testo per poterne conoscere il contenuto e parlarne poi con serenità e con spirito costruttivo.
Pazienza. Ho perso l’occasione di potermi confrontare serenamente e di potermi spiegare.
Ho imparato qualcosa di nuovo, mio malgrado.

Per chi lo desidera, come di consueto qui sotto c’è il video delle riflessioni.

Buona lettura e buona visione!