Colmare le distanze

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Foto di pixabay.com su Pexels

Un paio di giorni fa – scorrendo Twitter – leggo questo tweet di Trame Formazione  (associazione che si occupa di Medicina Narrativa e “Umanizzazione delle cure”, scoperto essere tra i miei follower con mia grande sorpresa):

Il link condiviso, rimanda ad un articolo pubblicato sul sito americano PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States) : Finding the plot in science storytelling in hopes of enhancing science communication.

L’articolo in questione riflette sulla necessità di usare la narrazione come strumento di divulgazione scientifica verso un pubblico “non esperto”.
Evidenziando “l’abitudine”, comprensibile, di coloro che lavorano nel settore a comunicare utilizzando un linguaggio tecnico orientato specificatamente alla documentazione di studi e ricerche scientifiche.

Anche se si tratta di una riflessione non così nuova, il fatto che sia un organo ufficiale a farla è significativo di un’apertura verso l’esterno, con la volontà di includere, di rendere partecipe e di condividere. (Tanto più nel far west quotidiano delle fake news di cui sono oggetto le informazioni scientifiche… ma mi fermo qui per non scoperchiare un pentolone…)

L’articolo però va oltre e approfondisce il tema, riflettendo sulla differenza tra story (storia) e plot (trama). Una sottile ed importante differenza (che nella nostra lingua si coglie meno, avendo la parola “storia” un duplice significato) che traccia una linea di confine tra il raccontare una sequenza di eventi (limitandosi ad un ordine cronologico) e il raccontare gli stessi eventi, motivandoli e dando loro una connotazione emotiva. Umanizzandoli e accompagnandoli con riflessioni.

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Foto rawpixel.com da Pexels

A questo punto è un attimo mettere in relazione queste autorevoli considerazioni con la provata efficacia dello strumento della narrazione.

Si sa che Leggere romanzi cambia il cervello (come scrive Annamaria Testa nel suo interessante articolo sul suo blog Nuovo e Utile) e sappiamo anche che il cervello stesso è predisposto ad apprendere attraverso le storie.
Sappiamo che le storie sono forse il più antico veicolo di trasmissione della conoscenza (un libro che mi sento di consigliare – che studiai all’università – è “Oralità e scrittura” di Walter J. Ong, che narra della trasmissione del sapere attraverso la tradizione orale e scritta).
Sappiamo anche che le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella capacità di “presa” di un concetto (e/o di una situazione): se ascoltiamo/leggiamo/vediamo qualcosa che ci emoziona, difficilmente ce ne dimentichiamo.

Di questo “leggere emozionandosi” ne avevo già scritto in passato (anche più di una volta), accusando difficoltà nella lettura di manuali e perdendomi invece nelle pagine di romanzi e di narrazioni in genere (col dubbio – allora – di non imparare nulla…).
E dove questo perdersi è coinciso con narrazioni scientifiche è stata – per me – una “epifania” (Yalom, Sacks e Gawande recentemente “insegnano”).

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Foto freestocks.org da Pexels

Ebbene, introdurre la narrazione in tutti quegli ambiti tecnici e scientifici che – ognuno a modo suo – comunicano in modo complesso, criptico, forbito, colma le distanze, divulgando e riducendo quella “ostilità” data dal fatto di non capire.

[Penso anche all’Architettura: disciplina che emoziona, che stupisce, ma che talvolta sembra distante nel suo essere troppo “saccente”, troppo imposta dall’alto. Tant’è che la “progettazione condivisa” e “del basso” sta assumendo sempre più forza ed importanza. A tale proposito suggerisco la lettura di “Design, When Everybody Designs” di Ezio Manzini e “Architettura open source” (a cura) di Carlo Ratti: due testi che offrono interessanti spunti di riflessione.]

E sempre in termini di narrazione di materie scientifiche, chiudo con il Talk che Michela Prest ha tenuto al TEDxLakeComo due anni fa: perfetto esempio di come un argomento ostico e pressoché inavvicinabile (la Fisica delle particelle) possa essere narrato in modo comprensibile ed altamente coinvolgente.

 

Di manutenzione e funzionalità

 

Da un po’ di tempo a questa parte sono pervasa da una sorta di “furia iconoclasta al contrario” (generata dalle recenti esperienze e di cui scriverò in un post successivo), che si palesa in varie forme, comprese quelle inaspettatamente banali e domestiche: mettere a posto (sistemare) alcune piccole cose che “stavano là” da tempo… In attesa (loro ed io, soprattutto) che si risolvessero da sole o per intercessione divina…

Qualche giorno fa, dopo avere iniziato a riordinare armadi di documentazione e oggetti (buttando via “tonnellate di carta”), ho improvvisamente prestato attenzione al gancetto per gli strofinacci da cucina.
Quello a sinistra nella foto, con la mela tagliata.
Caduto mesi fa, per cedimento da vetustà dell’adesivo, ha languito per settimane in una ciotolina (pur avendo rincollato con pazienza certosina alcuni pezzi che si erano staccati nella caduta).
Osservando l’oggetto mi sono detta: “Barbara, ti aspetti che ‘sto coso si riattacchi da solo?!”

E così è scattato il primo blitz al Brico Center a caccia di una colla (un mastice?) adatto a riattaccarlo.
Con la scusa anche di approvvigionarmi di batterie ricaricabili per il cordless (anch’esso “languente” da mesi “perché tanto a me la linea fissa serve solo per internet!”, mi raccontavo) e una batteria per la bilancia della cucina (esaurita anch’essa…).

Nel mentre – sulla strada – deviavo verso la discarica (“stazione ecologica”) per svuotare il bagagliaio dell’auto ingombro di roba che sembrava il deposito di un robivecchi, e provvedevo al successivo approvvigionamento di lampadine alogene per “fare magazzino” prima che vengano definitivamente ritirate dal mercato (visto che nel frattempo si era fulminata anche la lampadina del soggiorno).

Ma non è finita qui.

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Quello nella foto qui sopra è un “soffione di design” che ho quasi distrutto cercando di aprirlo per togliere il calcare.
Ma che essendo cementato dal calcare stesso, ho deformato e fatto sì che l’acqua trafilasse da ogni fessura e pertugio, senza riuscire nel mio intento.
Infastidita dalla faccenda, dopo giorni di (colpevole mia) procrastinazione, ieri ho fatto un secondo blitz allo stesso Brico Center aggirandomi tra gli scaffali di idraulica, cercando (e trovando) un degno sostituto.
Per la modica cifra di circa 36 euro (se penso a quanto ho speso per quello di design mi viene il mal di pancia).
Funzionale e funzionante.
Con buona pace dei pezzi di design che – purtroppo, a loro parziale discolpa – con l’acqua calcarea che ci ritroviamo, hanno vita breve.

Morale della storia?

Primo: mettere ordine nelle proprie cose, mette ordine anche nella propria testa. Ve lo assicuro. Provate per credere (per citare un vecchio slogan pubblicitario) e poi ditemi.

Secondo: sempre più convinta della bontà del “metodo Ikea” e del “mondo Brico”, fatti entrambi di pezzi facili e funzionali. (Potrei raccontare la storia di due amici con due cucine: il primo con la cucina Ikea, che ha anche smontato e rimontato per ristrutturare casa, e non ha avuto mai problemi di sorta; il secondo possessore di una cucina di design che ha avuto sempre qualche piccolo o grande problema di ante malfunzionanti, cerniere difettose, ecc. ecc.)

Sono sempre perplessa davanti alle lodi al design visto come il “produttore” di pezzi esteticamente meravigliosi, ma spesso assai poco funzionali.

Come citava Louis Sullivan (su Wikipedia in inglese e in italiano la sua biografia):

La forma segue la funzione.

Un oggetto che funziona, uno spazio facilmente fruibile, una funzione che viene assolta con semplicità ed immediatezza, sono obiettivi ben più importanti della bellezza ricercata ad ogni costo (a scapito della ergonomia).

Tanto più oggi in un mondo ad alta complessità (ma questo è un altro discorso).

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Il potere della normalità

[Avvertenza: post dal contenuto zigzagante… Partendo da un libro per arrivare a considerazioni personali, legate ad una precedente presa di coscienza in prima battuta sgradevole]

Ieri sera sono andata al primo incontro della nuova stagione del Bookeater Club di Zelda was a writer (di cui ho già scritto in tanti precedenti post).

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Lo screenshot della pagina Facebook di Rizzoli Galleria @RizzoliGalleria

E l’oggetto (o meglio, il libro) delle dissertazioni condivise è stato il nuovo romanzo di Jonathan Safran Foer, “Eccomi” (edito da Guanda).
Libro che – confesso – è stato di difficile lettura.
Per la sua monumentalità (circa 700 pagine) e per il suo contenuto.

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Un libro che mi ha lasciato interdetta e che più volte – durante la lettura – mi ha fatto pensare: “Sì, va bene… Ma dove stiamo andando? Dove mi vuole portare l’autore? Qual’è la morale? Qual’è il fine ultimo di questo lavoro?”

Ed infine ci siamo…
Stasera in @rizzoligalleria con @zeldawasawriter a discutere sull’ultimo libro di Safran Foer.
Per me una “lettura scalata” (senza rotta e senza riuscire ad intravedere la vetta), per altri un amore sin dalla prima pagina.
Sono curiosa di ascoltare coloro che lo hanno amato per capire dove non ho colto.
[Scrivevo sul profilo Instagram ieri mattina]

Ma anche un libro che – contemporaneamente – mi ha intimidito.
Non avendo mai letto nulla di Safran Foer, e sapendo che è uno dei massimi esponenti della letteratura americana, mi sono sentita in difetto nell’esprimere una mia opinione che ne “sminuisse” l’opera. (Chi sono io per esprimere un parere, se non di dissenso, per lo meno di perplessità?)

Ed avendo avuto nei giorni precedenti un primo scambio di opinioni online con Camilla Ronzullo (Zelda), ieri sera sono stata invitata a condividere con gli altri le mie perplessità.
Perplessità e “lacune” che sono state sanate grazie all’analisi molto accurata che la stessa Camilla, insieme ad altri partecipanti, ha fatto.
E che hanno composto un mosaico ricchissimo, consentendomi di apprezzare il significato (i significati) veicolato attraverso una storia di normalità.

Già, la normalità.
O anche la quotidianità se volete.
Quella “situazione” che viviamo ogni giorno in modo scontato e talvolta passivo.
Che magari facciamo fatica ad accettare e a darle un senso.
Ma che può invece essere densa di contenuti ed insegnamenti.

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#vitadaufficio è un hashtag che uso spesso per raggruppare foto che scatto relative ad una delle facce della quotidianità (© Barbara Olivieri da Flickr)

Normalità che – personalmente – è tornata prepotentemente alla ribalta dopo che qualche giorno fa, mi sono resa conto che con le strategie ed i massimi sistemi che ho “frequentato” per lungo tempo sono arrivata alla fine. Non riuscendo più a trarre nessuno stimolo o spunto di riflessione.

Uno shock (che penso a posteriori essere stato salutare) che prima mi ha fatto capitombolare (metaforicamente) con un brutto sgambetto, poi mi ha riportato coi piedi per terra (dopo che mi sono rialzata e mi sono – sempre metaforicamente – tolta di dosso la polvere).
Facendomi ora vedere, osservare ed ascoltare l’intorno in modo forse leggermente diverso. (“Per arrivare a questo ci sono voluti 9 anni?”, mi sto domandando in questi giorni.)

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#onthewayhome e #onthewaytowork sono altri due hashtag di istantanee sul profilo Instagram (© Barbara Olivieri su Flickr)

E stamattina – sulla strada per l’ufficio – non so per quale strana ragione, ripensando alla bella serata del Bookeater Club e al libro di Jonathan Safran Foer, ho pensato anche alla personale quotidianità (non priva di preoccupazioni).

E ho pensato a come un libro che mi ha lasciato in prima battuta interdetta, ma che mi rendo conto sto metabolizzando grazie a ciò che ascoltato ieri sera, possa gettare una nuova luce su me stessa e su ciò che mi circonda.
Senza scuotermi, o strapazzarmi, bensì insinuandosi sommessamente.

[Qui sotto il minivideo della serata pubblicato sulla pagina Facebook di Zelda was a writer.]

Di supereroi, storie e viaggi dell’eroe

Stamattina ho visto il trailer della nuova serie Marvel “Luke Cage” di produzione Netflix.

Ad un certo punto, nel filmato, uno dei protagonisti intervistati menziona il “viaggio dell’eroe”.

Il viaggio dell’eroe è stato spiegato e “sistematizzato” da Christopher Vogler. E viene utilizzato ormai quasi ovunque (declinato in molti modi) per strutturare e raccontare storie. Siano esse personali e/o aziendali.

Può sembrare strano che queste 3 parole abbiano catturato la mia attenzione nel mezzo del flusso di sequenze e mini-interviste ai protagonisti, ma c’è un motivo che vado a spiegare più sotto.

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(Da Zelda Was a Writer)

Ormai credo si sia codificato (quasi) tutto in ambito personale (e aziendale): coaching, strategie di business, analisi SWOT, Business Model Canvas, narrazione (ho perso il conto dei prefissi anteposti alla parola “telling”… e anche sull’uso del termine in inglese si potrebbe aprire una riflessione).

[Stamattina ho ricevuto la newsletter di Daniel H. Pink, nella quale viene menzionato un libro di recente pubblicazione: Designing Your Life: How to Build a Well-Lived Joyful Life. Non ancora disponibile in italiano, da quello che mi pare di comprendere è la applicazione alla vita personale dei concetti e strategie di Design Thinking normalmente utilizzati per progettare prodotti.]

Confesso che questa estrazione/applicazione di strategie spinta – talvolta – all’eccesso mi genera dei dubbi.

Dubbi che mi pongo ormai con una frequenza sempre maggiore, e che si estendono anche ad altre aree (recentemente ragionavo sulla Complessità e Semplificazione).

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“Strategy concept with creative light bulb idea modern design template, Vector illustration” (Da blog.rhei.it)

Perché?

Perché questa “estrazione forzata di strategie” forse fa perdere un po’ della magia tipica delle storie. Quella magia alchemica che fa si che ci si senta coinvolti, che si instauri un rapporto empatico con il protagonista della vicenda che stiamo seguendo. E che – nel caso di romanzi – arriva a far apparire reale quello che può essere anche puro artificio.

[E a proposito di storie segnalo due articoli interessanti in tema di lettura dei romanzi e di lettura ad alta voce (da non sottovalutare): Perché leggere romanzi cambia il cervello – Idee 136 – Leggere storie ad alta voce ai bambini fa bene anche agli adulti: alcuni consigli.]

Poi la sottoscritta si accorge che fa sempre più fatica a leggere manuali e saggi, mentre è sempre più alla ricerca di romanzi (Leggere: manuali o storie?), combattendo contro la personale paura di non imparare nulla (“dai manuali imparo, dai romanzi no”, mi dico… una bella convinzione limitante, per usare un termine caro al coaching, che torna con sistematicità ad intervalli regolari)

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(Prossime) letture inconsuete, esplorando nuovi generi e storie

Attenzione però, non rifiuto totalmente le strategie (puoi avere una bella storia da raccontare, ma se non sai farlo rischi di non riuscire a comunicarla bene). Ma penso anche che non ci si possa affidare totalmente ad esse, pensando che siano la “soluzione-mamma”.

E davanti alla proliferazione di sistematizzazioni, ripenso alla magia citata all’inizio di questo post. Penso a dove possa essere recuperata questa magia che talvolta appare sacrificata o – peggio ancora – nascosta.

E credo che si trovi nella unicità della persona.
Nella unicità delle proprie esperienze vissute e percepite.

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©Pixar (cortometraggio “For the birds”)

Perché ognuno di noi è fatto in un modo tutto suo.
E vive e legge ciò che gli accade secondo un suo modo.

E forse sta tutta lì la personalissima declinazione della meta-struttura del “viaggio dell’eroe”.

(Detto ciò, anche Luke Cage entra nella lista delle serie da vedere…)

 

Leggere: manuali o storie?

letture estive prima ideaQuesta è la cronaca un po’ bislacca delle mie letture estive (tutt’ora in corso). [Scritta da smartphone… Quindi scusate se l’impaginazione non sarà temporaneamente delle migliori…]

Sì, perché in prossimità della partenza condividevo sui social la foto qui sopra, annunciando a gran voce che questi sarebbero stati i libri che mi avrebbero accompagnato in vacanza (affiancati dal Kindle come “strumento di emergenza”, contenendo numerosi manuali in formato eBook).

Una scelta che per taluni può risultare banale, ma che per me costituiva una sfida: leggere romanzi, rinunciando alla lettura di manuali.

Sfidando la mia paura a non studiare, a non utilizzare i libri come strumento di apprendimento (o approfondimento) di nuove competenze.

Un timore – il mio – che farebbe la gioia di uno psicanalista…

Ma anche una verità a metà, perché in realtà due libri erano già partiti in anticipo e mi attendevano a destinazione: “La trama lucente” di Annamaria Testa e “Pensare come Leonardo” di Michael Gelb.

Invece che è accaduto?

È accaduto che ho scelto di partire solo con il Kindle con l’obiettivo di leggere i due libri sopra citati e “Pensieri lenti e veloci” di Daniel Kahneman.

Barbara Olivieri letture estive manualiCedendo così alle pressioni del mio io timoroso, abbarbicato alla ossessione dell’imparare sempre, comunque e dovunque.

E son partita proprio da lui, dal lavoro di Kahneman. Arrancando con sempre maggiore fatica.

Fino al (metaforico) collasso di qualche giorno fa.

Quando – consultando il tempo di completamento di lettura del libro che il Kindle perfidamente ti permette di vedere – mi è venuto da piangere: 6 ore e 28 minuti…

E nonostante procedessi pagina digitale dopo pagina digitale, il tempo restava inchiodato lì: 6 ore e 28 minuti…

Mi sono detta: “Tu ti stai facendo del male. Tu hai bisogno di leggere altro. Se vuoi leggere…”

Ho a bordo del Kindle le versioni digitali di alcuni dei libri della foto di apertura, ma avevo bisogno di carta.

Ed in particolare di una storia scritta su carta.

E così sono andata a curiosare nella torre di libri del babbo, appassionato di gialli (avevo scelto con lui le sue letture estive, facendogli da “consulente”, accompagnandolo alla libreria Open di Milano prima della partenza estiva).

La scelta è caduta forzatamente sul libro di Lisa Gardner, “Prendimi”.

Barbara Olivieri leggere storieMa seppur sia stata una scelta “forzata”, ha avuto l’effetto di un balsamo! Partita a razzo, sono avanzata allegramente all’interno del thriller (assaporando la storia e compartecipando alle vicende dei protagonisti).

E ripensando alla scelta un po’ infelice dei libri da portare con me in vacanza (scelta infelice adesso, perché non è detto che lo sia in altri momenti), un paio di pomeriggi fa – fissando pigramente il soffitto – mi sono domandata il perché di questa mia dipendenza dai manuali (per poi far sempre più fatica nel trovarne dall’effetto “wow”).

Ed è stata una conseguenza ripensare a quei romanzi che mi hanno catturato e mi hanno lasciato molto.

Non in termini di nozioni. Non in termini di  informazioni codificate.

Che mi hanno arricchito e di cui ne conservo ancora il ricordo.

Qualche esempio “random” (non esaustivo)?

  • Shantaram,
  • La saga del commissario Wallander,
  • La trilogia Millenium di Stieg Larsson,
  • Un giallo di cui purtroppo non ricordo più il nome ma che mi fece scoprire l’analisi comportamentale,
  • Molti romanzi di Tom Clancy (con il protagonista Jack Ryan),
  • I romanzi di Michael Chricton,
  • “Il cardellino” di Donna Tartt,
  • Un romanzo di Wilbur Smith che mi insegnò alcune cose sulla struttura sociale degli elefanti,

Quanto mi hanno dato queste storie…
In quanti posti mi hanno portato…
Quante cose mi hanno insegnato…

E forse ecco che la domanda-mamma emerge… Leggendo queste storie, questi romanzi, nel mio retrocranio una vocina timida chiede: “Ma se tu non impari cose nuove, come fai a raccontare fatti che possono interessare gli altri come i romanzi che ti piacciono tanto?”

A cui fa da contraltare un’altra voce più ferma e pacata: “Sì, va bene, ok. Ma se non vivi, non fai esperienza, non ascolti… Come fai ad imparare ed elaborare cose nuove che puoi raccontare agli altri?”

Fabio Genovesi, Paul Auster e Ivano Mingotti: tre storie

Torno a riflettere sui libri che leggo, con un ritardo che stento a colmare. Sì, perché nonostante i miei buoni propositi di tenere un certo ritmo (abbozzando un piano editoriale), ho accumulato un po’ di cose da dire. E quindi – piano piano – senza seppellire di pubblicazioni a raffica, riprendo i post sugli ultimi libri letti. Ripartendo dalle storie. Infatti in questo alcuni racconto di alcuni romanzi incontrati di recente. Che arrivano dai bookclub che frequento e da un suggerimento di lettura. Sto parlando di Fabio Genovese con il suo romanzo “Chi manda le onde”, de “Il paese dei poveri” di Ivano Mingotti e del libro scritto da Paul Auster “Leviatano”. Chi manda le onde di Fabio Genovesi “Chi manda le onde” di Fabio Genovesi è stato il libro scelta dal BookEaterClub di Zelda Was a Writer nel mese di aprile. Ed è stata per me una piacevole sorpresa. Non avevo mai letto nulla di questo autore (correrò ai ripari quanto prima), e mi sono ritrovata catapultata in una storia raccontata con un linguaggio stravagante e polifonico, popolata di personaggi ai quali mi sono affezionata pagina dopo pagina. Una storia corale, dove ogni capitolo da voce ad uno di loro. Nel mentre lo leggevo, spesso la memoria riandava ad un altro romanzo letto qualche anno fa, e che ricordo con tanto affetto: “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve”. Atmosfere sgangherate, personaggi particolari, una provincia “verace” ma anche tremenda (per certi aspetti), storie (anche sofferte) che si intrecciano fra loro… Un romanzo vivace, che mi ha anche offerto spunti inaspettati di riflessione sull’amicizia e sulla diversità (e la sua percezione verso gli altri) e sulla sincerità. Sempre con una vena di leggerezza. Consigliato. Leviatano di Paul Auster “Leviatano” di Paul Auster invece era il libro scelto dal bookclub dei BeBookers, nel ciclo di letture legate al tema della coppia (i precedenti letti furono “L’Avversario” di Emanuel Carrère e “Revolutionary Road” di Richard Yates). E’ stato il primo lavoro di questo autore che ho letto e devo dire che sono rimasta interdetta. Ho sempre sentito parlare molto bene di Auster, quindi ho affrontato fiduciosa la lettura di questo romanzo. Ma – non me ne vogliano gli estimatori dello scrittore – sono rimasta impassibile. Pur apprezzando la semplicità di linguaggio (merito anche del traduttore) e la linearità della storia, non ne ho capito il motivo, la morale. Ho finito il libro (a fatica, proprio perché non coinvolta), domandandomi: “Ok, e allora?” E ad oggi non sono ancora riuscita a trovare risposte alle domande che mi sono posta: Qual’è il significato di questa storia? Cosa mi ha voluto dire l’autore? C’è una morale? Forse non ho gli strumenti adatti per comprenderlo… Proverò a leggere qualche altro suo lavoro più avanti. Fra un po’. (Proprio Ivano Mingotti, autore del terzo ed ultimo libro di questo articolo, mi ha suggerito “Timbuctù”) Per ora sospendo il giudizio sull’opera di quello che viene considerato uno dei massimi esponenti della letteratura americana. Il paese dei poveri di Ivano Mingotti E proprio il romanzo di Ivano Mingotti (“Il paese dei poveri”) chiude questo articolo. Anticipo che la sua lettura non è una passeggiata. Sia per la storia, sia per la struttura narrativa (e di linguaggio) utilizzata. Ho letto recensioni su Amazon ed alcune di esse raccontano della fatica sperimentata durante la lettura. Una fatica, mista a “soffocamento” e pesantezza. Ebbene, ho riflettuto su queste parole e mi viene da ipotizzare che fosse proprio l’intenzione dell’autore quello di utilizzare la linguistica come veicolo principale per descrivere una atmosfera ed uno stato mentale alienato. Un esperimento interessante e non facile. Dove il linguaggio ossessivo e da corto circuito, ti porta dentro la storia (meglio: la “situazione” del protagonista), trasferendoti la cupezza. Non per tutti. Ma da leggere con uno stato emotivo distaccato, se si vuole provare ad analizzarne il linguaggio. Tre libri. Tre storie. Molto diverse fra loro. Dove si confrontano la leggerezza che veicola valori importanti (Chi manda le onde), una (stranamente) fredda cronaca di ricordi (Leviatano) e un’alienazione espressa in forma di linguaggio (Il paese dei poveri). Leggere storie può sembrare una attività amena e leggera. Ma può riservare sorprese ed inaspettati insegnamenti. Magari variabili da persona a persona, a seconda della propria storia personale. Buona lettura e buona visione!

Cartaceo Vs Digitale

Cartaceo vs Digitale

Non è la prima volta che mi trovo a riflettere sulla faccenda “meglio il libro in formato cartaceo o in formato ebook?”.
E già in passato avevo fatto qualche considerazione, individuando (ai tempi) una differenza di approccio alla lettura e al supporto a seconda dei generi.

Poi è venuto il tempo de “Il cardellino” di Donna Tartt: un romanzo monumentale (anche nel senso fisico del termine: quasi 900 pagine di racconto…).
Un libro che mi ha “costretto” all’uso del formato ebook (regalando la copia cartacea a mia mamma, che ha usato un leggio…), ma di cui ho comunque apprezzato la storia, appassionandomi.

E ieri – sulla pagina pubblica di “Imparare leggendo” – l’argomento è tornato in auge: un’amica mi ha chiesto quando è consigliabile leggere un libro di carta e quando digitale.
Ho risposto così:

Diciamo che una variabile di scelta può essere la dimensione del libro. Quello, per me e per chi va in giro sui mezzi pubblici (per esempio), è una variabile che fa la differenza.
[…]
Sì, direi il peso fisico (la dimensione) è una variabile di scelta abbastanza importante.
Poi dipende dal testo […]

Infatti, il testo.
Altra questione non sottovalutabile (secondo me).
Perché?
Perché ci sono alcuni romanzi (ma anche manuali) per i quali la lettura su carta è altamente consigliabile.

In questi giorni sto leggendo “Le città invisibili” di Italo Calvino (prossimo libro del book club di BeBookers).
Ho iniziato con il formato kindle (facendo fatica ad entrare nella struttura narrativa dell’autore).
Poi – complice un blitz alla libreria Feltrinelli della Stazione Centrale di Milano – ho acquistato anche il libro.
E sfogliandolo (andando avanti indietro tra le pagine, per cercare di avere un quadro generale del romanzo) ho scoperto per caso una cosa: la numerazione insolita dei capitoli.

Italo Calvino
La numerazione insolita dei “capitoli” de “Le città invisibili”

Mi ha fatto subito pensare a possibili diverse modalità di lettura: non solo sequenziale (pagina dopo pagina), ma anche per percorsi dedicati che ti fanno vivere la storia (le storie) come se fossero viaggi tematici.

E’ una considerazione che mi è venuta così, sfogliando il testo.
E questo – leggendo l’ebook (con il quale si procede pagina dopo pagina) – non è così facile da fare.

Ma non è finita qui…

Ci sono dei libri che vanno letti su carta perché sono una gioia (anche) per gli occhi e per il tatto.
Sono esperienze di lettura molto particolari.
(Diverse dalle altrettanto affascinanti “letture integrate” di ebook corredati di link che rimandano a fonti esterne. Un paio di esempi? “#Luminol” di Mafe De Baggis e “Promuovere e raccontare i libri sui social network” di Davide Giansoldati.)

Un esempio di queste “letture fisiche”?
Date una occhiata alle foto qui sotto: si tratta di un volume molto particolare che racchiude una storia.
Non l’ho ancora letto, ma solo a sfogliarlo genera un effetto di meraviglia!
E tutto quello che vedete nelle foto fa parte del libro. Nulla è stato aggiunto dalla sottoscritta…!

Digitale vs cartaceo

JJ Abrams

Lettura esperienziale

Storytelling

Narrazione

Libri cartacei

Finzione o realtà

 

 

Raccontare la propria storia [VIDEO]

Ho conosciuto Carina Fisicaro a dei corsi di crescita personale.
Non avevamo scambiato molte parole, però avevamo con-vissuto e con-diviso contenuti ed esperienze.
Poi le nostre strade si sono separate e dopo qualche tempo ci siamo ritrovate su Facebook ed abbiamo iniziato a seguirci.

Qualche settimana fa, Carina inaspettatamente mi contatta in privato e mi chiede se voglio partecipare ad un suo progetto molto importante, facendo una intervista.

Il progetto si chiama “Donne di Successo & Family” e l’obiettivo è trovare donne che – con la loro storia e la loro esperienza – abbiano qualcosa da raccontare e possano essere di ispirazione per altre ragazze e donne che vorrebbero fare “qualcosa” per cambiare o anche solo sistemare la loro vita.

Come mi era accaduto già un’altra volta, la prima domanda che mi è venuta in mente è stata: “Ma io che diavolo posso raccontare?”
Però mi sono anche detta: “Ma sì, proviamo e vediamo che succede!”
(Anticipando a Carina: “Occhio che non sono sposata e non ho figli! Quindi non so che contributo posso dare…”, pensando alla parola “family” del progetto)

È diventata una chiacchierata tra amiche.
Carina ha saputo mettermi a mio agio e disquisire in modo naturale, portando con leggerezza la conversazione su argomenti di non facile approccio e facendomi dimenticare che si trattava di una intervista.
Mi sono divertita ed è stato per me anche un momento di bilancio e di riflessione.

Qui c’è il link all’articolo sul suo blog: “Come star bene con se stessi e perché – Barbara Olivieri”

Mentre qui sotto c’è il video (durata: 50 minuti… mettetevi comodi…).
(Guardandolo qualche sera fa in anteprima mi sono detta: “Ammazzate quanto parlo!”.)

Buona lettura e buona visione!
E un grande grazie di cuore a Carina per avermi coinvolto!
Complimenti per il suo progetto, che merita tutto il successo possibile!

[Foto di copertina courtesy of Viola Cappelletti Photography, scattata nella serata di Elvis Inside di gennaio 2014]

“Guru per caso”

guru_per_casoÈ una piccola sorpresa il libro “Guru per caso”, scritto a quattro mani da Alessandro Zaltron e Demetrio Battaglia.

Scoperto appunto per caso da dei post pubblicati su Facebook, ed incuriosita dalla copertina assai buffa, ho verificato di cosa si trattava e – trovata la versione per Kindle – l’ho acquistato e ho iniziato subito a leggero.
Complice la fatica nell’avanzata su “Platone è meglio del Prozac”, che porterò a termine dopo che avrò finito “Mad in Italy” (attualmente in lettura).

Ma torniamo al “Guru per caso”.
Narra la storia di Guido Ghiri, opaco dipendente di una mega-azienda, che – grazie ad un caso fortuito di salvataggio – assurge a fama di guru in una escalation incontrollabile, abilmente manovrata da alcune figure che lo circondano.

Non voglio anticipare nulla della trama, che scorre via veloce, in una scrittura leggera e divertente.
Quello sul quale invece mi voglio soffermare è ciò che ho letto tra le righe della storia (e mi spiace non avere potuto assistere alla presentazione che i due autori hanno fatto a Bassano, assieme a Sebastiano Zanolli: un trio decisamente insolito che forse mi avrebbe fornito ulteriori chiavi di lettura).

Non so se è voluto (credo di sì…), ma ho visto una ironia molto arguta su un certo mondo popolato da guru filosofici, guaritori bislacchi, politici folcloristici
Tutto deliziosamente descritto e raccontato con leggerezza.

Ma ho letto anche riflessioni profonde: i pensieri che attraversano la mente del protagonista e che rappresentano anche un percorso di consapevolezza, di chiarimento interiore, che si fa via-via più nitido mano a mano che la sua avventura come guru cresce e sfugge al suo controllo.

Guido Ghiri è un po’ come uno di noi.
Rappresenta e da’ voce alle nostre insoddisfazioni e frustrazioni che ci perseguitano, quando avvertiamo che non siamo più contenti  di quello che siamo e di quello che facciamo.
E così decidiamo di lanciarci in avventure ed esperienze, alla ricerca di qualcosa di nuovo e diverso.
Rischiando di rincorrere l’Araba Fenice, inseguendo non più desideri nostri ma visioni altrui.

Insomma un piccolo libro intelligente.
Leggero e pervaso da intelligente ironia.
E che cela riflessioni attorno ad un mondo popolato da persone orientate alla speculazione (non tutte per fortuna), che sfruttano le debolezze altrui per fare business.

Secondo me da leggere…
Per divertirsi e anche per riflettere…

“In simili casi vi è un solo alleato al quale affidarsi ciecamente, perché di solito non tradisce.
Quasi meccanicamente si scende dal letto, ci si avvia in cucina trascinando le ciabatte e, ancora assonnati, si cerca la luce. No, non l’interruttore: proprio una luce rivelatrice, purificante, che possa condurre sulle tracce del sonno perduto.
Però l’unica illuminazione che offre la società dell’homo technologicus è quella del frigorifero. Con sguardo appannato lo si apre, nella speranza di trovarci dentro le risposte all’insonnia notturna.
Di norma, invece, non c’è niente più che qualche pomodoro in via di decomposizione, un pezzo di formaggio con leggeri sintomi di muffa, una bottiglia di birra già aperta e sicuramente evaporata.
L’ancestrale brama di svelare uno scrigno pieno di sorprese lucenti si spegne miseramente su uno yogurt ai frutti di bosco. Scaduto.” [La metafora del frigo di Guido Ghiri]

“La strada dritta”

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Avevo sentito parlare di questo libro qualche tempo fa: mi era passato davanti un post su un social network e mi ero detta “Interessante…”.

Avevo mentalmente preso nota, poi – come spesso accade – l’informazione si era persa nei meandri della mente. Fino a quando – qualche settimana fa – non mi sono ricordata di quel libro che raccontava la storia della costruzione dell’Autostrada del Sole. Sono partita alla ricerca del testo e dopo un paio di giorni l’ho trovato (anche in versione e-book) e l’ho prontamente acquistato.

Un libro bellissimo.

La strada dritta” di Francesco Pinto, è una storia.

La storia di una Autostrada (con la “A” maiuscola): la storia della sua costruzione, del cantiere, degli uomini e dei mezzi impiegati per costruirla, degli uomini che l’hanno progettata.

Ma è anche la storia di un Paese: l’Italia del dopoguerra, degli anni ’50 e dei primi anni ’60, della televisione, del Festival di San Remo, delle Fiat 600, di emigranti.

In un grande mosaico, nel libro si intrecciano storie personali e corali, storie di fatica, di speranza e di tenacia, con una gigante che fa da filo conduttore: l’Autostrada del Sole.

Questa opera di alta ingegneria, voluta fortemente da un manipolo di uomini che – contro ogni previsione, contro ogni avversità geografica (l’Appennino ed il Po, due giganti di Madre Natura, che sfidano uomini e mezzi), superando ostacoli surreali amministrativi e politici – riescono a realizzare qualcosa su cui nessuno avrebbe scommesso una Lira.

Leggendo questo libro mi sono appassionata davanti ai racconti del cantiere, mi sono commossa davanti alle storie personali dei singoli protagonisti, ho con-partecipato alle vicende che si snodano attorno a questa gigantesca opera.

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Leggendo questo libro ho rivissuto quello che si vive sui cantieri e ho ripensato ad un cantiere in particolare nel quale ho speso due anni della mia vita e dove – masticando amaro, ma portandomi a casa tante soddisfazioni – alla fine, guardando l’ospedale finito da lontano (dalla baracca di cantiere), ho pensato: “Barbara, ce l’hai fatta. Sei arrivata in fondo. Ce l’hai fatta.” Quella volta lì, uscendo dal cantiere per l’ultima volta, dopo che ci siamo salutati con gli altri componenti della squadra, mi ricordo che mi commossi: scattò la lacrimuccia, mentre guidavo e tornavo verso l’ufficio.

Ecco, leggendo questo libro, ho rivissuto alcuni momenti di storia personale: di vita e di lavoro.

Un bel libro.

Un monito che ci deve ricordare che siamo in grado (anche oggi) di fare grandi cose.

Nonostante tutto e nonostante tutti.

Nevio guardava i coriandoli che erano finiti nel suo bicchiere di vino. Erano quattro, quattro come gli anni che erano passati da quando si era presentato in via Po. Erano stati belli e indimenticabili quegli anni: gli uffici angusti della prima sede provvisoria, dove anche il suo tavolo da disegno faceva fatica ad entrare, gli scontri con l’ANAS, il prazo con il grassone, l’elicottero che sorvolava l’America. Ricordava ongi cosa, anche la più piccola.

Era stato bello, ma era passato, tutto passato nel momento in cui l’autostrada aveva cominciato ad essere vera.

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Immagini tratte da: www.cronologia.leonardo.itwww.indire.it