La Magnificenza della Follia Pratica

Fornasetti

Stamattina, complice la montagna d’acqua che cadeva giù dal cielo, sono andata a vedere la mostra di Piero Fornasetti alla Triennale di Milano.

Una meraviglia.
Un folle e gioioso assembramento di oggetti surreali… Più o meno…

Perché in realtà si tratta di oggetti di uso comune (tavoli, mobili, sedie, vassoi, paraventi… ma anche foulard) plasmati da forme e colori tali da trasformarli in altro, facendogli perdere la sua riconoscibilità usuale, decostruendoli e destrutturandoli…

Una mostra molto ben allestita, che è una gioia per gli occhi ed un profondo godimento per l’emisfero destro e la sua creatività insita.

Basta mettere da parte la razionalità, il minimalismo, la logicità e dare spazio al bambino che è in noi, per apprezzare questa passeggiata in mezzo ai colori, agli oggetti e alla fantasia del designer.

Da vedere!
Per rinfrancarsi, per stupirsi e per la bellezza dell’apparentemente inutile…

Una curiosità: vedevo tante persone che fotografavano oggetti e ambienti della mostra, senza che il personale della mostra dicesse alcunché… Dopo la mia perplessità iniziale, mi sono dilettata a scattare qualche foto. E – tornata a casa – mi sono documentata e ho trovato questo interessante articolo di una recente iniziativa, che sa di prossima rivoluzione copernicana di fruibilità delle mostre:
Tutti pazzi per Piero Fornasetti, anzi: pazzi come lui! La Triennale lancia l’Instagram contest, chiedendo scatti ispirati all’estro del designer. Al migliore, in premio, una ceramica d’autore
Fatevi un giro su Instagram e curiosate nell’hashtag #lovefornasetti… Coloratissimo collage di ispirazioni varie…

Alcune suggestioni catturate dalle pareti della mostra… Lascio parlare loro (e le immagini), sono più eloquenti…

Il nostro mestiere è senza limite, a tempo pieno. Non c’è orario. Giorno, anche notte. I miei sogni li traduco in realtà, qualunque cosa faccia.”
Ho fatto l’amore tutta la notte… con una lastra nera di cera e una sottile punta di acciaio. È stata una lunga notte e non so se ho vinto o perso. Certo non ho goduto…

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[…] Questa è una mania quella che io combatto, quella delle etichette. Surrealista, neorealista, romantico, postmoderno. Abbiamo l’abitudine di comprare le “firme” e non più le cose belle che ci piacciono. Un artista che vuole avere successo non è più un artista. È una persona che vuole avere successo. Se si adegua alle mode arriva in ritardo perché ormai si sono adeguati tutti. […]

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[…] Guarda il bambù per 10 anni, poi dimenticalo, poi dipingi il bambù.
Interiorizzare, creare, produrre.
Non faccio ritratti dal vero, li estraggo dalla memoria.
Magari faccio degli schizzi ma poi produco tutto a memoria altrimenti che ritratti sono!
Sarebbero una copia […]

Sì dice che i miei oggetti siano realizzati con dei metodi segreti… rido sotto i baffi… il mio solo segreto è il rigore con cui conduco il mio lavoro… Sono come un direttore d’orchestra che si serve di primi violini e di professori ma che li dirige tutti per ottenere la sinfonia.

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Ho così vestito di vestigia, ceramiche, mobili e cose e ho così riposto in ogni opera un messaggio, un piccolo racconto certe volte ironico, senza parole evidentemente, ma udibile da chi crede nella poesia.

Mi reputo l’inventore del vassoio perché ad un certo momento della nostra civiltà non si sapeva più come porgere un bicchiere, un messaggio, una poesia. Sono nato in una famiglia di pessimo buon gusto e faccio del pessimo buon gusto la chiave di liberazione della fantasia.

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Nota alla foto di apertura del post: “Makers” è il libro che ho acquistato assieme al catalogo della mostra nella libreria della Triennale e non è parte integrante delle pubblicazioni della mostra.

“Avere fiducia” di Michela Marzano

719iaV4LKNL._SL1396_Il filosofo Simon Blackburn parla della reliance [il fatto di contare su qualcuno di affidabile, n.d.r.] come di una sorta di base austera della fiducia. L’affidabilità di qualcuno la posso constatare via via che lo frequento e che conosco le sue qualità e le sue competenze. Può progressivamente portarmi a dargli fiducia. Soprattutto, se arrivo a instaurare un vero dialogo con lui e a dichiarargli che mi fido: a partire dal momento in cui dichiaro a qualcuno la mia intenzione di contare su di lui, può sentirsi motivato dalle mie aspettative e impegnarsi in un processo al termine del quale può infine stabilirsi la fiducia reciproca.

Questo è uno dei passaggi del libro di Michela Marzano, “Avere fiducia”, che sono stati (e restano tuttora) illuminanti per me.

Un libro che – dopo una partenza faticosa – è stata una lenta, graduale ed inaspettata discesa in profondità nel concetto di “Fiducia”.
Un libro che esamina non solo la Fiducia da un punto di vista storico, politico e sociologico. Ma che offre anche una vista ed una analisi della Fiducia da un punto di vista psicologico, con citazioni ed esempi tratti da film, libri, saggi e lettere più o meno famose.

Leggendolo ho iniziato a farmi domande:

  • cos’è per me la fiducia?
  • perché mi fido?
  • cosa mi aspetto dal dare fiducia a qualcuno?
  • perché dono la mia fiducia?

Mano a mano che avanzavo nella lettura sentivo (con sorpresa) vibrare sensazioni in profondità, ripercorrevo la mia storia professionale e personale, ricordando episodi nei quali mi sono fidata e ho ricevuto come risposta dei “tradimenti” che hanno marcato e lasciato dei segni.
Provocando di conseguenza, innalzamento di metaforici muri di difesa: più davo valore a certe azioni, e ricevevo sgambetti e coltellate nella schiena, maggiore era la struttura di difesa che innalzavo.

Continuando a progredire nella lettura, riflettevo su ciò che l’autrice scriveva, e macinavo concetti, ritrovandomi e riconoscendomi educata alla “regola del contratto”, “della fiducia in sé a tutti i costi e diffidenza verso gli altri”, del “dare e avere” e di una serie di altre nozioni, prodotto di una storia lunghissima che si perde nei secoli, che hanno plasmato quello che siamo oggi (e che forse inizia – fortunatamente – a vacillare).
Il tutto andando ad innestarsi, più che altro a confrontarsi, con il concetto di “autostima”: una autostima sana, legata alla serenità e alla accettazione di sé.
Un accettazione di sé che si accompagna al rischio di esporsi ed aprirsi verso l’altro.

Libro consigliato!
Da leggere con la chiave di lettura che preferite di più.
Vi soprenderà.
Almeno spero…

Buona lettura.

Avere fiducia in qualcuno non significa che ci si possa appoggiare completamente su di lui o aspettarsi in qualsiasi momento il suo aiuto e il suo sostegno. Avere fiducia è, al contrario, ammettere la possibilità del cambiamento, del tradimento, del capovolgimento.

Hangar Bicocca

hangarbicocca

Ho scoperto Hangar Bicocca proprio quest’anno.

Ho iniziato con una visita guidata alle “Torri di Kiefer” davanti alle quali ho provato stupore, rimanendo senza parole.
Ho proseguito con Tomàs Saraceno, con il quale mi sono divertita a gattonare sul suo On Space Time Foam e dove ho visto in modo evidente per la prima volta, la concretizzazione di quello che io chiamo trasversalità: dove l’arte, l’ingegneria, il gioco e le emozioni, si mescolano.
Ho visitato altre due installazioni: quella di Apitchapong Weerasethakul e quella di Mike Kelley.
Ho trascorso 10 minuti magici nella installazione di Ragnar Kjartansson (“The visitors”): immersa nel suono e circondata da megaschermi, mi sono emozionata ascoltando la canzone di una struggente malinconia.

Penso sia uno degli spazi espositivi più riusciti degli ultimi tempi.

Che – per quanto mi riguarda – ha un grande merito: quello di avermi fatto avvicinare ed apprezzare l’arte contemporanea/moderna e le sue performance. Una forma di espressione artistica che ho sempre fatto fatica a comprendere, spesso rifiutandola per incapacità di comprenderne i messaggi.

[Ricordo ancora la visita guidata alla Galleria Pomodoro (in zona Porta Genova): ci misi tutta la buona volontà di questo mondo nel cercare di comprendere che cosa avevo davanti, ma uscii di lì con il dubbio di avere visto una mare di stupidate presentate e “vendute” come arte. (Purtroppo fallì e chiuse dopo qualche anno. Ed oggi mi viene il “sospetto” che forse ci fosse qualche difficoltà di comunicazione e di contenuti anche da parte dello spazio espositivo stesso.). Questo non avvenuto in Hangar Bicocca dove la capacità di comunicazione e la didattica sono molto seguite e curate.]

Delle installazioni che ho visitato, tre le ho fatte con visita guidata (un modo per avvicinarmi a queste “stranezze”, tenuta per mano da chi ne capisce più di me e può spiegarmi qualcosa).
Due (Saraceno, per oggettiva impossibilità logistica, e Kjartansson) le ho fruite da sola.
E ho capito una cosa: più che la spiegazione logica del “perché e del per come”, sono le sensazioni che provi davanti a questi lavori.

Cosa ti suscitano?
Che emozioni ti trasmettono?
Cosa ti stanno dicendo?
Ascoltandoti, mentre le fruisci, che cosa senti?
I tuoi sensi come stanno reagendo davanti a queste installazioni?

So che può sembrare una cosa un po’ ardita, ma è questo che io ho riflettuto negli ultimi tempi.
Soprattutto davanti a “The visitors”: mi sembrava di essere immersa in un fluido. E lì ho pensato proprio alla emozione che mi aveva suscitato e che avevo sentito chiaramente.

Quello che mi ripropongo con il nuovo anno è – sì – di capirne di più, cercando di partecipare anche alle rassegne cinematografiche e curiosando nella loro libreria (facendo lavorare un po’ anche l’emisfero sinistro), ma anche – e soprattutto – continuare ad esplorare la parte emotiva ed inconscia, utilizzando le loro installazioni come specchio personale.

Immagine tratta da http://www.tafter.it

Qui il video visto stamattina:

“Formazione” – ragionamenti attorno al suo significato

Formazione

Sulla Lettura Emotiva e di Formazione, cercando nuovi territori da esplorare.

AGGIORNAMENTO AL 21 DICEMBRE 2013: alcuni testi verranno barrati e altri (aggiunti e/o revisionati) sono evidenziati in corsivo ed in colore blu. Inutile nasconderlo: il passaggio di identità del blog non è semplicissimo e riflettendo ci si può anche rendere conto che le cose possono essere viste da diverse angolazioni e che certe scelte possono essere “scelte di pancia” che non sempre sono buone consigliere…

Tempo di bilanci di fine anno.
E tempo di programmi per l’anno nuovo.
E questo blog non è esente da lavori di adeguamento, affinamento, varie ed eventuali.

Nel post precedente, dedicato alla crescita lenta e spontanea di questo spazio, scrivevo:

Passerei giornate intere a leggere e a scrivere di quello che leggo!
Ma non criticando bensì applicando una sorta di lettura emotiva, dedicando l’attenzione a ciò che mi suscita il leggere qualcosa…

Parlavo di business con il blog e di cose fatte con passione (tipo, proprio, leggere).
Facendo ragionamenti attorno allo scrivere e al riflettere “senza scopo di lucro”, bensì per il piacere di condividere.

E l’espressione “lettura emotiva” ha iniziato a girarmi nella testa con insistenza, assumendo un tono, una accezione, via-via sempre più importante rispetto a quella relativa alla parola “Formazione” (nel significato che do io, ma che credo diamo in tanti).
Parola – quest’ultima – che mi sembra ormai abbia raggiunto livelli di abuso al di là di ogni immaginazione, facendole perdere il suo significato originale.

Infatti ho iniziato a pensare a quei racconti che vengono presentati come “romanzo di formazione“… Dove la parola “formazione” ha un significato di ben altra caratura.
Così ho fatto una ricerca su internet, più precisamente su Wikipedia, e ho letto quanto segue:

Il concetto di formazione ha molteplici significati ed è usato in diverse discipline; il significato deriva da formare da cui dare una forma.

Wikipedia poi prosegue nella enumerazione di vari aspetti nei quali il concetto di formazione si articola e si sviluppa:

  • Aspetto pedagogico: “[…] In ambito pedagogico è un processo complesso di trasferimento di contenuti e metodi per fare acquisire alle persone livelli intellettuali, culturali, emotivi e spirituali sempre maggiori. Il processo formativo studiato dalla pedagogia, in particolare, cerca di ottenere contenuti e metodi di insegnamento propri per l’età evolutiva di riferimento in cui il processo formativo si esplica.[…]”
  • Aspetto scientifico: “[…]La formazione ha un’importanza talmente rilevante che molte università hanno intere facoltà dedicate proprio alla scienza della formazione, dove si studia la materia nel suo complesso. La materia infatti ha attinenza, sia per sé stessa che per i contenuti terzi che è deputata a trasmettere, con l’area tecnico-scientifica, l’area umanistica e l’area di ricerca.[…]”
  • Aspetto filosofico: “[…]La formazione fa parte della nostra vita, della nostra filosofia di pensiero; in ogni momento c’è bisogno della formazione, perché nessuno nasce già con le conoscenze, metà della nostra vita la passiamo a formarci. Tutte le culture più o meno evolute hanno dedicato studi e risorse alla formazione, al passaggio della conoscenza, alla formazione di una coscienza.[…]”
  • Aspetto teologico: “[…] La formazione religiosa in fondo è la formazione dell’anima e il rapporto che si dovrebbe avere con l’essere supremo.[…]”

Non dedica ampie descrizioni, però Ti dà una idea di quali significati si celino dietro questa parola, restituendole un po’ di “nobiltà”.
Infatti – purtroppo – il termine formazione (e la categoria ad esso associato: “formatore”) mi sta diventando sempre più di difficile accettazione: il suo uso (come l’abuso della parola “coach”, impiegata come un inglesismo mirato a trasmettere una [presunta e tutta da verificare] maggiore qualità) fa sì che appena io lo senta nominare, mi faccia scattare un meccanismo di rifiuto (“No! Un altro formatore! No, basta, non se ne può più!”).

Così ho deciso pensato di cambiare anche il motto di questo blog, abbandonando la parola “formazione” e passando ad un neologismo che mette assieme due argomenti che mi sono molto cari: la lettura e le emozioni. Con l’obiettivo di dare vita ad un “progetto” (non ancora ben definito) che sarà oggetto di un post successivo dedicato proprio alla “Lettura Emotiva” e ad una (forse) nuova identità: quella della “lettrice emotiva” (ma anche del lettore emotivo).

Però, dopo avere riflettuto un paio di giorni (dopo avere pubblicato questo post nella giornata del 19 dicembre), e dopo essermi riletta con attenzione la sintesi fornita da Wikipedia, nonché avere scorso i titoli dei libri che ho in programma di leggere, ho pensato: “Ma perché devo rinnegare la parola “formazione”? Perché invece non considerarla nel suo significato più primitivo e pregno di contenuti? Perché non contribuire nel proprio piccolo a ri-nobilitarla, anziché a cancellarla?”.

E allora, marcia indietro! Non rifiuto della parola in sé, piuttosto un contributo per arricchirla, ampliarla, restituendole quella sua interdisciplinarietà volta a formare l’individuo a 360 gradi. Attraverso scienza, filosofia, narrazione di storie, arte, cultura in genere. Senza fossilizzarsi sul significato che il termine “formazione” ha acquisito negli ultimi tempi, legato ad un ambito specifico.

Innestandole sopra le emozioni, che tanto peso hanno nel processo di apprendimento.
Ed intersecandole con le esperienze di vita, fonti di insegnamento anch’esse, ma anche palestra nella quale esercita ciò che si apprende dai libri.

E quindi, ecco il nuovo motto con il quale ho aperto questo post revisionato:

Sulla Lettura Emotiva e di Formazione, cercando nuovi territori da esplorare.

L’unica cosa che mi rammarica (per una mia pignoleria, dovuta ad una questione di congruenza delle informazioni trasmesse e trasferite) è l’impossibilità di cambiare il nome alla pagina Facebook, creata ad-hoc come porta di accesso di questo blog al social network in questione, visibile qui a fianco nella barra laterale.
Purtroppo – per una ragione che mi è totalmente ignota – superati i 200 Like, non è più possibile modificarne il nome.

Pazienza.
Resta un legame con ciò che era prima.
Un ricordo utile.
Da non rinnegare.

Immagine tratta dal sito http://www.novatest.it

Crescere lentamente… libera associazione di idee

snail macro on a lavage stem crawling

Credo siano tre anni (mese più, mese meno) che curo questo piccolo blog.

Come ho ripetuto in varie parti, qui dentro scrivo e condivido ciò che leggo e ciò che penso (oltre a ciò che mi capita di vivere nella quotidianità personale e professionale), senza un disegno preciso (una strategia)…
[Magari un filo conduttore c’è, ma non ci faccio caso]

E ho letto tante cose sul web relative a fare business con i blog.
Costruendoli attorno ad argomenti specifici, per offrire un servizio su cui costruire una fonte di guadagno.
Ci ho anche pensato dopo avere letto il libro “100 Euro bastano”: questa estate ho passato tre giorni a studiare la mia rete, cercando di renderla più funzionale possibile.
Ed effettivamente è servito a mettere un po’ di ordine e a rendermi conto del pasticcio di transito di informazioni che girano tra i miei vari profili sui vari social network.
Però l’ispirazione di creare qualcosa di “funzionale a” non ha tenuto (era vera ispirazione? non credo…).

Sicuramente, questa operazione di creare qualcosa di utile è servito anche a riordinare le numerosi sezioni frammentate di cui era composto all’inizio il blog.

È servito a dare maggiore evidenza alla mia passione per la lettura che mi porta ad acquisti bulimici in libreria e su internet (non mi basteranno dieci vite per leggere tutto quello che compro!).
Passerei giornate intere a leggere e a scrivere di quello che leggo!
Ma non criticando bensì applicando una sorta di lettura emotiva, dedicando l’attenzione a ciò che mi suscita il leggere qualcosa

Però alla fine sono tornata a quella che è sempre stata l’idea iniziale: scrivere per lasciare un segno nell’universo, per fare mente locale, per ricordare e fissare dei momenti, per riflettere e per condividere.
Senza pensare ad un possibile business.
Perché se solo penso ad un possibile sbocco monetario, si crea il vuoto mentale e divento incapace di pensare alcunchè.

Un paio di persone (in momenti differenti) mi hanno detto: “Perché non crei una raccolta dei tuoi post migliori?”
La mia risposta è stata più o meno: “Ma no, ma va! Meglio di no. Non ha senso.”
Anche perché penso che oggi siamo in tanti a scrivere (grazie a questi meravigliosi mezzi che il web mette a disposizione) e se mi metto pure io… dove vado?
Non ci vedo un gran senso.
Almeno per me.

Io faccio tutto questo perché mi piace farlo e mi va di farlo.
Senza un fine.

Sicuramente sbaglio.
Sicuramente mi accontento. Di poco.

E proprio anche per questo non spingo per far crescere il blog a numeri stratosferici.

Perché mi piace pensare che chi capita qui anche per caso, e si ferma leggere, lo faccia perché trova qualcosa di interessante per lui/lei.
Ed ogni volta che scopro che qualcuno si iscrive, o commenta perché ha trovato un argomento sul quale vuole esprimersi, io sono contenta.

Perché c’è spontaneità, disinteresse e semplice desiderio di esprimere il proprio pensiero.

Penso che una crescita lenta di questo piccolo spazio sia la cosa migliore.

A me basta questo.
Sono già contenta così.

Buon fine settimana.

Essere Architetti oggi

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A volte certe riflessioni e considerazioni arrivano nel modo più inaspettato.
E ieri è proprio avvenuto questo, davanti ad una cioccolata calda con panna, parlando d’altro, rientrata dal corso di Time Management tenuto da Sebastiano Zanolli.

Che i corsi di Zanolli e de La Grande Differenza siano – almeno per me – sempre fonte di spunti dei più disparati è cosa nota.
Ma questa volta, oltre ad essere tornata a casa con un bagaglio colmo di riflessioni sulla gestione del tempo (proposte in modo insolito, tant’è che nella prima ora di corso non riuscivo ad agganciare i concetti perché non riuscivo a capire dove Sebastiano “andava a parare”, forse per stanchezza mia), sulla strada del ritorno ho ruminato un po’ di cose in più.

Cose che se prima apparivano sganciate una dall’altra, all’improvviso hanno iniziato a generare una riflessione che forse (mi) sta portando ad un altro passo avanti (o ad uno scarto di lato, non lo so…).

Tutto è nato da un confronto di idee avvenuto con Sebastiano qualche giorno fa, in previsione di una sua serata su Architettura e Sociale organizzata da Buildopia (e patrocinata dall’Ordine degli Architetti di Treviso). Idee che ruotavano attorno all’Architetto come ruolo sociale.
Se qualcuno mi dovesse chiedere se e come l’Architetto può essere definito un ruolo sociale, io risponderei che l’Architetto (secondo me) è un ruolo sociale.
Se si riesce ad uscire dal solito perimetro di definizioni che vede l’Architettura come la creazione di spazi di design e la creazione di oggetti che vorrebbero fare la storia del Disegno Industriale, la figura dell’Architetto ha molto altro da dire, sotto molti aspetti.

Lo stesso iter di studi (per lo meno ai miei tempi, fine anni ’80 fino a metà degli anni ’90) si articola(va) in esami di Sociologia, Tecnica delle Costruzioni, Fisica, Progettazione declinata in varie forme (Architettonica, Ambientale, ecc.), Igiene Ambientale, Storia (dell’Arte, di Architettura, di Urbanistica…), Urbanistica, Matematica e tante altre discipline. Senza dimenticare la questione dell’Ergonomia.
(E parlando non molto tempo fa con un esperto di linguaggio del corpo, si parlò anche di prossemica.)
Un mare vastissimo di conoscenza, trasversale.
Un percorso di studi che ricordo essere stato – in alcuni momenti – un vero e proprio incubo.

E di questo parlavo ieri con un altro partecipante al corso di Time Management: un Architetto come me, ma che – a differenza di me – persegue la strada dell’Architettura, con mille dubbi e perplessità. Domandandosi dove è e dove vuole andare. Nel mezzo di un momento di profonda riflessione sulla sua professione e sul suo futuro.
Condivisibile.

Chiacchierando assieme, pensando anche al mio andamento sinusoidale, fatto di picchi e baratri, di strade tortuose, di ripensamenti vari, ma anche di un percorso assistito che mi ha portato a percepire ciò che sono capace di fare, indipendentemente dal contesto, mi è venuto spontaneo offrirgli lo spunto di pensare alle proprie competenze che – magari – possono trovare la loro collocazione (e anche la loro ottimizzazione, perché no) in un ambiente diverso da quello del classico studio di architettura.

E parlando brevemente con Zanolli in chiusura di corso, è emersa un’altra riflessione sua su un convegno al quale aveva assistito con ospiti protagonisti Ezio Manzini ed Aldo Cibic, dove uno dei concetti emersi è stato quello di “Architettura della complessità”.
E questo mi ha ricondotto alla “Architettura della Informazione”, un concetto raccontatomi da un collega e amico di Treviso: un Architetto che vede le cose in modo un po’ diverso dal solito.
Senza dimenticare il duetto esplosivo a cui assistetti qualche mese fa, organizzato da Meet the Media Guru, composto da Fabio Novembre e Carlo Ratti.

Quindi, mi sono detta, l’Architettura (il fare Architettura) è una cosa molto più vasta (e, se si vuole, evanescente) rispetto al luogo comune della progettazione dell’Arredamento, dell’Edificio, dell’Appartamento e dell’Oggetto. (Lì – secondo me – bisogna essere dei geni e avere “quel qualcosa in più” che ti permette di emergere dalla folla dei tanti colleghi. Altrimenti sei un numero, tristemente uno dei tanti.)

Quindi ci possono essere altre strade che possono essere percorse, utili a valorizzare le proprie capacità.

Penso che essere Architetti oggi può voler dire fare anche cose inaspettate (ed inconcepibili) che consentono alle competenze acquisite e ai talenti emersi negli anni di studio, di trovare la giusta via espressiva.
Non è un percorso facile, e non è immediato.
Ma penso valga la pena investirci tempo ed energia, per poter capire dove si è e dove si vuole andare.

Immagine: “Il Sogno” – Olio su tela – RUSP@ – http://www.pittart.com/

Che cosa vuoi fare?

Sarà stata una serie di pensieri che si sono generati da soli, saranno riflessioni nate dalle ultime 48 ore… non lo so…
Ma stamattina (che mi sono alzata un po’ “storta”) ho messo in fila un po’ di cose…

Oltre alle grane lavorative che hanno fatto vacillare quel poco (?) di buono che ho fatto, impegnandomi al massimo, senza risparmiare sabati e domeniche, spesi a cercare di confezionare un buon prodotto, ho anche pensato all’incarico come VPE (Vice President Education) del Toastmasters, che tante soddisfazioni mi sta dando, non senza impegno e fatica (ma con sotto dei motori potenti che spingono e permettono di superare possibili asperità e “dislivelli” che si possono trovare lungo la strada).

E ho anche pensato all’ultima valutazione che ho fatto martedì, durante il meeting del club: si trattava di un discorso di un manuale avanzato che si chiama “High Performance Leadership” (manuale che ho anche acquistato per cultura personale, essendo ancora molto lontana dal poterlo affrontare).

Preparandomi per la valutazione (studiando il “progetto”, come viene chiamato) ho letto di “mission”, “vision” e “value”, e – come mi accade sovente quando faccio queste cose – penso di riflesso anche a me e a quello che faccio: penso a quale può essere la mia mission, a quale può essere l’obiettivo che io ho riferito ad un determinato compito,…
Il tutto calato dentro un contesto più o meno dinamico, che si confronta anche con le mie capacità performanti.

Ed è accaduto che stamattina ho pensato alla mia mission come VPE, poggiata sui miei valori (che considero un po’ come delle fondamenta di un edificio), sulle cose in cui credo ed anche – perché no?! – sulle mie ambizioni (parola bistrattata e spesso letta in una accezione negativa).
Ho iniziato a domandarmi:

  • Che cosa mi sta dando questo ruolo?
  • Che cosa sto imparando?
  • Che punti di forza sta evidenziando?
  • Quali punti deboli sta facendo emergere?
  • Cosa voglio fare?
  • Che obiettivi ho?
  • Dove voglio arrivare?

Il Vice President Education è uno dei ruoli dell’Executive Committee più complessi.
Ma essendo complesso, è in grado di darti tantissimo: un dare e avere di alto livello (mi ricorda quello che mi disse un socio di lunga data del Toastmasters: “Il Toastmasters ti può dare tanto. Dipende da quanto dai tu.”).
Una scuola di vita, fatta di confronti con altre persone, di feedback, di gestione dei rapporti con altri e di gestione di te stesso.
Di cura del prossimo e di comprensione di quali sono i suoi bisogni e desideri.
E mi ricordo quello che mi venne detto a maggio, al termine del primo giorno della Conferenza di Milano dei club italiani, da uno dei membri di maggiore spicco del Distretto Europeo (dopo che c’era stato un intoppo iniziale): “E’ come nella vita: possono accadere degli intoppi. Bisogna avere pronto un piano B.” (Altro insegnamento)

Insomma si impara.

Ed ogni tanto si scivola. Si pensa che non ce la fai più. Che sei stanco. Che ti stai incasinando e che non riesci a seguire tutto.
Ed impari anche ad ottimizzare.
Ad ottimizzare tempi e metodi e scelte, in un continuo processo di auto-settaggio.

Tutta questa riflessione per dire cosa? (Uno si chiede, giustamente)

Elencando in ordine sparso, così come mi vengono in mente:

  • per ricordarsi che spesso si deve fare fatica;
  • per ricordarsi che errare è umano, che si possono fare degli sbagli;
  • per dire che l’imperfezione c’è e fa parte del processo di crescita;
  • per dire che è normale avere paura di non farcela, ma che se sotto c’è una motivazione forte alla fine – in qualche modo – ci arrivi;
  • per dire che è normale avere voglia di abbandonare un progetto, una idea, ma bisogna chiedersi se ne vale davvero la pena.

Sono tutte cose che lette così, sono di una banalità sconcertante.
Ma che spesso – quando siamo immersi in una determinata situazione che ci sta mettendo alla prova – ci dimentichiamo, correndo il rischio di fare scelte sull’onda emotiva, che si possono rivelare profondamente sbagliate.

Mai mollare.

O per lo meno, prima di mollare, fermarsi, tirare un bel respiro, e pensare bene a cosa si vuole fare e se vale la pena mollare per una possibile momentanea difficoltà…

[Foto di Nick Fewings su Unsplash]

Diversificazione

diversificare

Diversificare…
Penso che diversificare sia la fatica più utile che si possa fare.

Ci riflettevo ieri dopo che ho rimesso in marcia lo smartphone-clone (un telefono Android acquistato su Amazon, molto simile ai Samsung, ma non Samsung), dopo che ero tornata sui dispositivi Apple per qualche giorno (iPhone e iPad).

Adesso se guardo i dispositivi che ho, mi trovo con un Pc HP su cui è installato Windows 8, uno smartphone con Android, l’iPad con iOS7 (un iPhone 4 prossimo alla pensione) ed un Kindle (base) per gli ebook.
A livello di sistemi operativi penso di avere a disposizione tutto (manca Linux forse…).

E confrontandomi con device riottosi, upgrade che “fanno sedere” i dispositivi, e App che vanno in crash, ho pensato che tutto sommato non è male.
Sembra un gran caos, ma avere sistemi operativi diversi può essere utile per mantenere elastici i neuroni e per compensarli uno con l’altro.
(Anche se ogni tanto un po’ di confusione c’è.)

Sicuramente i fedelissimi Apple storceranno il naso, ma non me ne vogliano.
Sono proprio io che non riesco a essere monomarca (pur riconoscendone la comodità).
Pur essendo una persona stanziale, pigra, che cerca di semplificarsi le cose (spesso senza successo), tendo a mescolare e spingo per uscire da un perimetro per andare a curiosare in altri recinti.
E’ un lato recente che sto scoprendo di me stessa, e che non credevo di avere.

E ragionando su questo, partendo dai sistemi operativi, oggi la riflessione si è estesa ad altri ambiti.

Infatti, proprio qualche giorno fa facevo una riflessione uguale e contraria, partita da un articolo letto sul web e dedicato ad alcune App dal design molto bello.
Esplorandole, mi si era risvegliata la voglia di un design minimalista e purista.
Quasi un processo di depurazione da orpelli inutili.
Un processo che è andato – gradualmente – ad estendersi ad altre aree: no make up, sì cosmetici iper-naturali ed iper-puri; no a monili vari ed eventuali, sì a linee pulite; no alle fantasie sui tessuti, sì a tinte unite; no ai decori, sì alle linee pulite…
Quasi un processo di alleggerimento, di ricerca di una sorta di lusso che solo la semplicità e la linearità ti possono offrire (almeno secondo me).
E così ero andata ad individuare delle marche rappresentative (che già utilizzo), per concentrarmi su di esse e dimenticarmi del resto.

Comodo.
Confortevole.
Non c’è alcun dubbio.

Però a rischio di limitazione.
A tale proposito mi ricordo di un docente del Politecnico di Milano che – durante una sua lezione – parlando di scelte, disse (in tempi non sospetti, cioè 20 anni fa, poco più): “Io per esempio, per poter scegliere nel mare di possibilità offerte ho deciso di vestirmi solo di bianco e nero.”
Ricordo che mi colpì questa osservazione.
Per il suo eccessivo purismo (così lo interpretai allora e così tendo ad interpretarlo anche oggi).

E allora mi domando: essere selettivi e focalizzarsi solo su alcune cose, può essere utile?
Forse sì, se ti sgombra il campo per fare altre ricerche.
Forse no, se ti chiude in un tuo recinto.

E quindi (all’opposto) mi domando: diversificare può essere utile?
Forse sì, se ti permette di esplorare e restare aperto a ciò che incrocia la tua strada.
Forse no, se ti fai sopraffare dall’effettivo caos informativo e di stimoli.

Non lo so.
Io tendo costantemente ad oscillare da un estremo all’altro: dalla selezione alla diversificazione; e dalla diversificazione alla selezione.

Non lo so.
Oggi peroro la causa della diversificazione.
Domani – come un pendolo inquieto – potrei perorare la causa della selezione.

Vedremo…
Nel frattempo diversifico.

“Il mondo a piedi” di David Le Breton

IlmondoapiediE’ un libro piccolo ed intenso, quello scritto da David Le Breton (docente all’Università di Strasburgo).

Trovato nella pagina dei libri consigliati nel sito di Sebastiano Zanolli (manager e scrittore), narra della marcia, del percorrere la strada a piedi.
E ne esamina i diversi aspetti che essa può assumere.

Una trattazione che si divide tra il filosofico, le riflessioni personali e la documentazione storica (numerose sono le citazioni ed i rimandi a testi di varie epoche, con comune denominatore di racconti e riflessioni attorno al viaggio a piedi).

Una analisi della marcia da diversi punti di vista: dall’allegro vagabondare, alla passeggiata filosofica, al vero e proprio viaggio intrapreso a piedi (una usanza consueta da noi – in tempi passati – dove avere mezzi propri era una cosa assai rara, ma una usanza/necessità tuttora presente in quei Paesi dove ancora oggi avere un mezzo proprio è quasi – se non del tutto – impossibile).

Senza dimenticare la camminata (la marcia) intesa come pellegrinaggio. Quindi con una valenza mistica.

Raccontando della marcia estrema, capitolo nel quale vengono raccontate alcune esplorazioni alla ricerca di terre lontane.
Vere e proprie prove al limite della sopravvivenza, sfidando condizioni estreme, privazioni e malattie, inseguendo verità presunte o immaginate.
Prove che ti danno la misura di cosa si è in grado di fare quando si è mossi da un obiettivo alto.

Un libercolo piacevole, che ho letto subito dopo quello di Murakami Haruki: dopo avere corso con uno, ho camminato con l’altro rallentando il ritmo.
Abbracciando totalmente l’idea della camminata filosofica: concetto che mi è già (inconsapevolmente) familiare.

Apprezzando il piacere della camminata in solitaria (comune denominatore con la corsa solitaria di Murakami).
Momenti nei quali ritrovi te stesso, ed entri in comunione con l’ambiente che ti circonda.
Stando in silenzio.
Ascoltando e ascoltandoti.
Aprendo i sensi ed affinandoli.
Stando nella e con la Natura.
Stando nel e con il Presente.

Cosa che – secondo l’autore – questo non avviene quando si cammina in città: luogo di sovrastimoli che impediscono la completa percezione di sé stessi e di ciò che ci circonda.
E’ malcelata la sua antipatia verso l’ambiente urbano, verso mezzi di trasporto (anche parziali) quali treni, autobus o altro (evitando il discorso dell’auto privata, esclusa a prescindere).
E questo tradisce un po’ il suo estremismo.
Col quale si può essere d’accordo o meno.
Personalmente questo è l’unico aspetto del libro che mi ha lasciato perplessa.
Camminare (vagabondare) in città può essere una esperienza interessante.
Girandola a piedi si possono scoprire luoghi inaspettati, discreti e nascosti.
Basta essere mentalmente presenti (e non persi nei propri pensieri).
Basta non dover correre dal punto A al punto B.

Resta comunque un libro interessante e ricco di spunti.
Utile per apprezzare i vari aspetti che questa sorta di “meditazione dinamica” è in grado di offrirti e che – magari – tu non hai mai avuto modo di percepire (piuttosto che di prenderne consapevolezza).

Camminare significa aprirsi al mondo. L’atto del camminare riporta l’uomo alla coscienza felice della propria esistenza, immerge in una forma attiva di meditazione che sollecita la piena partecipazione di tutti i sensi.

Buona lettura!

Fallimento…

wpid-fallimento

Che brutta parola!
Fallimento… (Anche l’immagine l’ho scelta apposta… e non è stato facile trovare qualcosa di attinente sul web…)
Una parola che suona quasi come una bestemmia.
Un tabù.
Un qualcosa di cui non si deve assolutamente parlare.

Per lo meno in tanti ambienti.
Dove si gioca a livello linguistico con la parola “Successo” (“participio passato di succedere” – sì – ma non solo).
E dove l’atmosfera da “ricchi premi e cotillon” serve – in modo molto perfido – a fare leva sul tuo desiderio di successo.

Però facendo una ricerca sul dizionario, alla parola “successo” si legge:

successo (su’t:ʃɛs:o)
nome maschile
1. riuscita buon fine superare l’esame con successo
2. notorietàpopolaritàconsenso accoglienza favorevole, apprezzamento generale riscuotere un grande successo – Il successo gli ha dato alla testa.
di successo – molto famoso, apprezzato, amato un professionista di successo una trasmissione di successo
3. ciò che ha riscosso il favore del pubblico una raccolta dei più grandi successi

[Fonte “The Free Dictionary”]

Che poi è il significato che io ho sempre considerato (e credo come me, tanti altri).

Attenzione, non sto contestando l’utilizzo massiccio e massivo della parola “successo”: è comunque una parola che viene spinta anche giustamente in avanti, utile ad esorcizzare paure varie ed eventuali che ci inseguono senza tregua (tendendoci agguati ad ogni angolo).

Solo che secondo me (e non credo di essere la sola) questa parola sta iniziando a creare qualche problema.
E ascoltare stamattina alla radio (Virgin Radio) un DJ che raccontava di un blog di successo dedicato proprio al fallimento, mi ha spinto a riflettere e a recuperare dei ricordi.

In particolare il DJ ha citato un blog (segnalato dal sito di La Repubblica) intitolato “Start up Over“: un sito/blog dedicato a tutte quelle Start Up nate come funghi e rovinosamente fallite.
Ne esamina le dinamiche, con l’obiettivo di “imparare dai fallimenti altrui e propri”.

Idea molto interessante.
Anche perché, dal mio punto di osservazione molto periferico e da perfetta neofita, osservo questo proliferare di nuove iniziative (tutte battezzate come “start up”) che hanno un comune denominatore: la tecnologia.
Un oceano che – secondo me – sta diventando via-via sempre più rosso, tendente al purpureo.

(Mi ricordo di un open-day della redazione di Wired al quale avevo partecipato e che aveva presentato nuove start up, con un comune denominatore: tutte applicazioni per web-mobile… Tant’è che mi ero domandata dove stava il vantaggio di tutto ciò. Percepivo una virtualizzazione sempre più spinta all’eccesso, con un pericoloso rischio di “sovra-esposizione”. Non a caso oggi si parla di possibile “bolla delle start up”).

Ma il “gancio” colto dal DJ stamattina e che gli è stato utile per lanciare un dibattito in rete è stato:
“Ma tu come vivi il fallimento?”

Mi sono detta: “Già, come vivo il fallimento?”
Risposta: male, molto male!

Ovviamente a seconda della entità del fallimento, della cura che ci metto in una cosa, nel sentirmi più o meno sotto esame, nel livello di coinvolgimento con altre persone, ho diversi livelli di metabolizzazione del fallimento: vado dal “chissenefrega!” nel caso di errore minimo, alla frustrazione, rabbia e depressione se sbaglio/fallisco in cose a cui tengo molto (sono fresca su questi argomenti, ahimè…).
Attraversare la tempesta emotiva che ne segue, può essere una impresa piuttoso difficile.
Posso passare giorni a rimuginare sulla cosa, domandandomi ossessivamente dove ho sbagliato.

Però, poi, passata la fase di implosione/esplosione, mi rialzo, mi scrollo la polvere di dosso, mi guardo in giro un po’ frastornata, e – barcollando come un pugile suonato – mi rimetto in moto.
Sicuramente con un bagaglio conoscitivo in più.

Essì, perché che mi piaccia o meno (e non so come la pensi tu), ho imparato di più dai fallimenti che dai successi.
E ne sono uscita pure rinforzata…

L’unica mia preoccupazione è che non diventi l’unico modo per imparare in modo efficace… 🙂

Immagine tratta da http://www.associazionequadri.it