Hangar Bicocca

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Ho scoperto Hangar Bicocca proprio quest’anno.

Ho iniziato con una visita guidata alle “Torri di Kiefer” davanti alle quali ho provato stupore, rimanendo senza parole.
Ho proseguito con Tomàs Saraceno, con il quale mi sono divertita a gattonare sul suo On Space Time Foam e dove ho visto in modo evidente per la prima volta, la concretizzazione di quello che io chiamo trasversalità: dove l’arte, l’ingegneria, il gioco e le emozioni, si mescolano.
Ho visitato altre due installazioni: quella di Apitchapong Weerasethakul e quella di Mike Kelley.
Ho trascorso 10 minuti magici nella installazione di Ragnar Kjartansson (“The visitors”): immersa nel suono e circondata da megaschermi, mi sono emozionata ascoltando la canzone di una struggente malinconia.

Penso sia uno degli spazi espositivi più riusciti degli ultimi tempi.

Che – per quanto mi riguarda – ha un grande merito: quello di avermi fatto avvicinare ed apprezzare l’arte contemporanea/moderna e le sue performance. Una forma di espressione artistica che ho sempre fatto fatica a comprendere, spesso rifiutandola per incapacità di comprenderne i messaggi.

[Ricordo ancora la visita guidata alla Galleria Pomodoro (in zona Porta Genova): ci misi tutta la buona volontà di questo mondo nel cercare di comprendere che cosa avevo davanti, ma uscii di lì con il dubbio di avere visto una mare di stupidate presentate e “vendute” come arte. (Purtroppo fallì e chiuse dopo qualche anno. Ed oggi mi viene il “sospetto” che forse ci fosse qualche difficoltà di comunicazione e di contenuti anche da parte dello spazio espositivo stesso.). Questo non avvenuto in Hangar Bicocca dove la capacità di comunicazione e la didattica sono molto seguite e curate.]

Delle installazioni che ho visitato, tre le ho fatte con visita guidata (un modo per avvicinarmi a queste “stranezze”, tenuta per mano da chi ne capisce più di me e può spiegarmi qualcosa).
Due (Saraceno, per oggettiva impossibilità logistica, e Kjartansson) le ho fruite da sola.
E ho capito una cosa: più che la spiegazione logica del “perché e del per come”, sono le sensazioni che provi davanti a questi lavori.

Cosa ti suscitano?
Che emozioni ti trasmettono?
Cosa ti stanno dicendo?
Ascoltandoti, mentre le fruisci, che cosa senti?
I tuoi sensi come stanno reagendo davanti a queste installazioni?

So che può sembrare una cosa un po’ ardita, ma è questo che io ho riflettuto negli ultimi tempi.
Soprattutto davanti a “The visitors”: mi sembrava di essere immersa in un fluido. E lì ho pensato proprio alla emozione che mi aveva suscitato e che avevo sentito chiaramente.

Quello che mi ripropongo con il nuovo anno è – sì – di capirne di più, cercando di partecipare anche alle rassegne cinematografiche e curiosando nella loro libreria (facendo lavorare un po’ anche l’emisfero sinistro), ma anche – e soprattutto – continuare ad esplorare la parte emotiva ed inconscia, utilizzando le loro installazioni come specchio personale.

Immagine tratta da http://www.tafter.it

Qui il video visto stamattina:

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