Felice di essere introversa – “Quiet” di Susan Cain

20130330-132321.jpg“[…] instaurare un genuino rapporto di lavoro con un nuovo contatto vale molto di più che distribuire bigliettini da visita a destra e a sinistra.”

Ci sono dei libri di cui senti parlare per caso, in una occasione particolare ed inconsueta.

Prendi nota mentalmente e poi, col tempo, lo spunto cade nel “dimenticatoio”.

Poi, in modo inaspettato, ricompare in un’altra occasione e ti rendi conto che è arrivato il momento di incontrare quello spunto.

Sentii parlare di questo libro, per la prima volta, circa un anno fa dalla redazione di Wired. Me lo appuntai incuriosita, ma le vicende varie me lo fecero dimenticare.

Poi, essendo iscritta al Toastmasters, un giorno mi arriva la rivista del club e leggo una intervista ad una certa Susan Cain (membro di un club americano) sui “leader introversi”.

L’articolo parla della Introversione e del suo terrore di parlare in pubblico (superata pian-piano esercitandosi), raccontando anche della preparazione quasi “atletica” per poter tenere il suo speech TED 2012 di Long Beach.

Ma parla anche del suo libro: “Quiet“.

Ed ecco che si accende la lampadina e riemerge il ricordo di quel libroni cui sentii parlare tempi fa.

Mi affretto ad acquistalo, fresco di stampa.

Inizio a leggerlo subito, con aspettative alte che – man-mano progredisco nella lettura – vengono ampiamente superate.

È stato un viaggio, molto ben documentato (la scrittrice ha impiegato quasi 5 anni per scriverlo, intervistando, leggendo, studiando, frequentando corsi).

Un viaggio partito da una personale esigenza di Susan Cain, che – per comprendere sé stessa e col desiderio di aiutare chi è come lei – ha trasmesso non solo dati, ma anche pensieri e riflessioni. Ed io mi sono ritrovata coinvolta dal libro, come non mi capitava da anni.

È un libro a metà tra un saggio ed uno di quei testi di “crescita personale” (generalizzando ampiamente), ed erano mesi che non trovavo un testo di questo genere che mi potesse assorbire così tanto.

Nel mentre lo leggevo, mi sono emozionata, ho ritrovato caratteristiche mie, ho avuto molte conferme.

Ma soprattutto ho sdoganato, riconosciuto e accettato una delle mie caratteristiche fondamentali: l’Introversione. Dopo avere passato molti anni di conflitti, nel sentirsi una “mosca bianca”, oggetto di critiche ed osservazioni altrui.

Un libro che consiglio vivamente.

Scritto con eleganza e competenza, in modo semplice e lineare. Senza paroloni ed inutile prosopopea.

Consigliato non solo agli introversi, ma anche agli estroversi.

Buona lettura!

[Immagine di copertina tratta da http://www.tritontv.com]

Virginia Woolf: il mestiere delle parole

Un bellissimo articolo scritto nel 1937 da Virginia Woolf, che evidenzia, disserta e riflette sulla importanza delle parole. Vale la pena leggerlo, non solo per cultura, ma anche per la sua sconcertante attualità.

Avatar di francesco1968Il mestiere di scrivere

Il potere di suggestione è una delle proprietà più misteriose che hanno le parole. Chiunque abbia mai scritto una frase deve essere cosciente, o almeno in parte cosciente, di questo. Le parole sonoper loro stessa naturapiene di echi, di ricordi, di associazioni.

Non si può usare una parola nuovissima in una lingua antica per il fatto ovvio e al tempo stesso misterioso che una parola non è una singola entità separata, ma appartiene ad altre parole. Non è ancora una parola finché non entra a far parte di una frase. Associare parole nuove a parole vecchie è sempre fatale nella costruzione di una frase. Per usare parole nuove in modo appropriato bisognerebbe inventare una lingua nuova. Come si possono organizzare parole antiche in nuovo ordine in modo da farle sopravvivere, in modo che producano bellezza e dicano la verità? Questo è il vero problema.

Pensate cosa significherebbe…

View original post 684 altre parole

Storytelling per Exhibitionist

foto

Mercoledì sera ho assistito alla conferenza di Andrea Fontana (dell’Osservatorio di Corporate Storytelling), in merito allo Storytelling applicato alle fiere.

L’iniziativa rientra all’interno della rassegna Exhibitionist, di Fondazione Fiera (in collaborazione con Regione Lombardia, Camera di Commercio e Meet the Media Guru): un ciclo di conferenze che coniuga il mondo fiera con le nuove tecnologie ed i nuovi modi di comunicazione.

Mercoledì 20 marzo è stata la volta di una disciplina che sta acquistando sempre maggiore attenzione anche in Italia: lo Storytelling.

E’ stato interessantissimo. E’ stato un evento denso di spunti e che – personalmente – mi ha aperto un mondo di notevoli dimensioni.

Ed anche la forma di narrazione della conferenza è stata una esperienza di storytelling: via le slide, sì ad una telecamera in posizione zenitale, che riprende il tavolo sul quale Andrea Fontana mostra oggetti, fogli e foto che vengono proiettati sul mega-schermo alle sue spalle.

Insomma, una “Super-Esperienza“. Un viaggio molto interessante.

Di seguito, una serie di appunti presi in ordine sparso, durante la conferenza…

Diritti al Racconto:

  • diritto alla bilocazione: se vogliamo raccontare qualcosa, dobbiamo poterci perdere
  • diritto alla emozione autobiografica: una emozione che cambia aspetti della nostra esistenza
  • diritto di credere: quando ci raccontano qualcosa, noi sospendiamo la nostra capacità critica
  • diritto a perdersi: diritto a perdersi all’interno della narrazione
  • diritto a combinare la dimensione analogica con quella digitale (viene citato il caso di Moleskine Evernote: una applicazione associata per Android associata ad una particolare forma linea dei famosi taccuini Moleskine)
  • diritto ad essere imprigionato dalla narrazione: legame con la realtà

Parola chiave: Tradinnovazione

Stato d’animo chiave: passione erotica – la narrazione genera passione.

La narrazione è un processo mentale: pensiamo per narrazione. Quando narriamo qualcosa a qualcuno si verifica una sincronizzazione dei cervelli.

Cos’è un racconto? Diventa un medium mentale permanente:

  1. protagonisti
  2. azioni
  3. obiettivi
  4. trame
  5. risultati

Case History 1: Fiera Linea Pelle: una fiera che – grazie ad un esperimento di storytelling – viene riproposta in chiave totalmente nuova ed esperienziale, uscendo dalle mura delle fiera e coinvolgendo l’intera città. Lo slogan dell’edizione 2012 è stata “Linea Pelle – la magia della pelle nelle fiabe“, partendo proprio da un libro di fiabe per ragazzi, creando una esperienza narrativa.

Nella creazione di un evento narrativo i fattori dominanti e da tenere sotto controllo:

  • racconto 
  • mezzi
  • processi di costruzione
  • spazio
  • lettore/visitatore

“Se io racconto qualcosa a qualcuno, la cosa più importante non sono io, sei tu.”

Tema – Analisi del lettore – Racconto

Racconto: 1) protagonisti – 2) trame – 3) conflitto – 4) risoluzione

Stage craft (allestimento scenico): Carta – Relazione – Web

Urbanian Pavilion Shanghai 2010 – Photocredit Kossman-Dejong (https://www.kossmanndejong.nl)

Case History 2: Urbanian Pavillion Shanghai 2010.

Il tema del padiglione dell’Expo di Shanghai (2010) è la qualità della vita urbana, espressa come problematica in cinque macro-aree:

  1. Salute
  2. Apprendimento
  3. Connettività
  4. Casa
  5. Lavoro

L’innovazione sta nel cambiamento del mindset.

urban-pavillion-1

Case History 3: il comune di Bugarach. Venuto alla ribalta in occasione della presunta fine del mondo (2012), come unico luogo che si sarebbe salvato dalla catastrofe, è un esempio di come la narrazione genera un destino.

La narrazione genera un destino.

La comunicazione sta transitando verso “la problematizzazione del bene”. Non è più “il bene ti risolve il problema”. Si sta passando dal Dr. Kildare al Dr. House

Costruire un universo narrativo.

La narrazione genera una super-esperienza (io mi devo perdere nella narrazione).

Il palinsesto è la struttura che crea l’organizzazione narrativa.

Transmedia Storytelling: universi narrativi paralleli interrelati fra loro che portano alla gemmazione di storie.

L’utente
– vuole perdersi ed avvolgersi nel racconto, oppure…
– vuole esplorare.

Noi siamo dei copioni formattati in un certo modo, derivato da esperienze.

Qualche suggerimento bibliografico:

  1. Raccontarsela” di Alessandra Cosso, Lupetti Editore
  2. Manuale di Storytelling” di Andrea Fontana, Etas Libri
  3. Lost in a book” di Victor Nell, Yale University Press

Il babbo…

Babbo e mamma

Oggi è la Festa del papà. 19 marzo.

E, visto che invecchio e quindi inizio  comportarmi come i salmoni (modo di dire tipico di mio padre, per descrivere la nostalgia che ti riporta ai luoghi di origine), mi rendo conto che – più passa il tempo – più apprezzo quello che mio padre mi ha trasmesso (e mi trasmette) come valori, convinzioni ed insegnamenti vari di vita.

Mi rendo conto che grazie a quanto mi ha insegnato, sono sempre riuscita a restare in carreggiata, più o meno… (ogni tanto bisogna recuperarmi, ma non vado poi così lontano…)

Mi rendo conto che grazie al suo esempio, io ho acquisito delle caratteristiche che mi hanno permesso (e mi permettono) di tenere duro. Anche quando sono ad un passo dal buttare tutto all’aria.

Mi rendo conto che grazie ai suoi sacrifici, al suo essere a volte un po’ brusco, ma – anche e soprattutto – alla sua generosità, ho imparato ad essere etica, ad essere concreta e ad essere stabile. Forse a volte ho sfiorato limiti estremi, ma – alla lunga – il ritorno in termini di vantaggio c’è stato.

Sì, certo, mi sono arrabbiata. Mi sono scontrata con lui (e ancora oggi abbiamo delle divergenze di opinioni piuttosto robuste).

Ma oggi più che mai (sarà la vecchiaia che avanza), mi rendo conto di quello che mi ha insegnato.

E penso che uno dei momenti (se non IL momento) catartici, è stato quando dovette subire un intervento di by-pass.

Lì, probabilmente, ho percepito la paura di perderlo. E –  come sempre succede in questi casi – ho capito chi avevo davanti e quello che aveva fatto (e fa tuttora) per me, figlia unica.

Che altro dire? Nulla.

Se non che faccio tanti auguri non solo al mio papà, ma a tutti i papà!

Per non chiudere con la lacrimuccia di commozione, mi piace ricordare quello che mi ha detto sabato scorso il mio amico Francesco (che ha di recente ha conosciuto mio padre, per questioni di lavoro): “Adesso capisco, capo! [si diverte a chiamarmi così n.d.r.] Sei il clone di tuo papà!”

Si vede che ridendo e scherzando, con accapigliamenti annessi, ho comunque acquisito dal babbo (come lo chiamo io) caratteristiche ben precise.

Un po’ ruvide, ma “che spaccano!” (come dice Francesco). 🙂

Nella foto il babbo tenta l’eroica impresa di spiegare alcune cose di computer alla mamma…

Put Yourself in His/Her Shoes

20130317-013633.jpg

Put yourself in his (or her) shoes

Questa indicazione mi è rimasta impressa dal convegno di William Ury dello scorso ottobre a Vicenza. Letteralmente significa: “mettiti nei panni dell’altro“. E, nello specifico, l’affermazione era riferita a tecniche di negoziazione volte al sistema win-win.

Ma di recente mi è tornato in mente che lo stesso sistema è utile applicarlo anche quando si scrive per qualcuno: un racconto, una relazione, un articolo…
Ossia mettersi nei panni di chi legge.

E proprio nella settimana appena conclusa ho avuto modo di ripescare questa preziosa indicazione in occasione di una relazione che abbiamo consegnato.

All’interno di un importante lavoro di pianificazione territoriale che stiamo conducendo, abbiamo dovuto redigere della documentazione in lingua inglese che verrà a sua volta tradotta in arabo.

Le complicazioni non mancano: oltre al passaggio “italiano-inglese/inglese-arabo”, anche gli argomenti da noi trattati (elettricità e telecomunicazioni) non sono così immediati (oltre a richiedere una certa precisione linguistica).

Infatti a differenza delle altre discipline (housing, agricoltura, turismo, infrastrutture, trattamento rifiuti e trattamento delle acque), per alcuni aspetti più comprensibili e più “familiari”, l’elettricità e le telecomunicazioni sono ambiti più tecnici e che trovano una minore diffusione nella cultura popolare (pur essendo fondamentali per garantire e supportare anche gli altri aspetti sopra elencati).

Quindi ci siamo trovati a dover ri-analizzare approfonditamente i testi da noi redatti, dopo che il cliente ci ha chiesto dei chiarimenti interpretativi: “La mia preoccupazione è che questo materiale [redatto in inglese n.d.r.] debba essere tradotto in arabo e che questo passaggio comporti una distorsione dei significati contenuti.”

Effettivamente rileggendo la relazione insieme al cliente, ho potuto constatare che – sì – aveva ragione.
Avevamo commesso l’errore di scrivere dando per scontato una serie di concetti di base (tipici degli ambiti da noi trattati) che sarebbero sicuramente risultati sconosciuti ai traduttori (che, molto probabilmente, non sono persone appartenenti ai settori coinvolti nel lavoro di pianificazione).

Ecco quindi che alcune frasi e spiegazioni sono state riviste e “tradotte” in concetti più comprensibili (magari allungando anche un po’ i testi, per fornire qualche spiegazione in più), eliminando capillarmente tutte le presupposizioni che permeavano lo scritto.

Come è stato fatto?
Facendosi delle domande mentre si rileggeva il testo.
“Che cosa intendo per…?”
“Che cosa sto comunicando?”
“Che cosa voglio comunicare?”
“Qual’è l’obiettivo di questo intervento sul territorio?”

Non è stato semplice. Anzi, a volte ci si è confrontati coi colleghi fino allo sfinimento.
Ma è stato utile per spostare il focus e per far sì che ci si mettesse (a fatica) nei panni di chi leggerà il documento finale, passando attraverso l’immedesimazione di chi tradurrà i testi, con l’obiettivo di essere i più chiari possibile.

Speriamo di avere ridotto al minimo il margine di errore interpretativo.

Sicuramente, la prossima volta, partiremo da subito mettendoci nei panni del lettore finale, lavorando per produrre documenti comprensibili in tal senso, ponendoci domande volte a migliorare il trasferimento e la comunicazione delle informazioni.

Benzine in Triennale

18022013104642benzine

Stamattina non volevo andarci.

Mi sono alzata e ho visto la nebbia. Mi sono detta: “No… Resto sotto le coperte con un buon libro, in assoluta pigrizia”. Invece mi sono sforzata, mi sono preparata ed armata del mio ormai immancabile ed inseparabile taccuino nero, sono andata alla Triennale di Milano a visitare la “mostra” (le virgolette sono d’obbligo) “Benzine – Energie per la mente” organizzata dalla Fondazione Marino Golinelli.

Mai scelta fu più indovinata! E’ una “mostra” che consiglio vivamente di visitare (è aperta fino al 24 marzo).

Continuo a menzionare la parola “mostra” tra virgolette perchè non è una esposizione nel senso canonico del termine: è una sequenza di spazi che – per parole chiave – offre stimoli e riflessioni utilizzando video, installazioni d’arte, filmati divulgativi e frasi-icona che ruotano attorno ad una contaminazione ed interdisciplinarietà utili a stimolare creatività, pensieri e passioni.

Di seguito una serie di appunti trascritti dalle pareti dello spazio espositivo, ascoltati nei video proiettati e catturati qui e là, aggirandomi all’interno della “mostra”.

Sull’Arte

“[…] Non si tratta soltanto di venirne ricaricati, come dopo una buona dormita o una vacanza, ma di venire ricaricati a un voltaggio completamente diverso. L’arte non può offrire nessun ritorno immediato. Il suo tasso di cambio è energia per energia, intensità per intensità” (Jeanette Winterson)

L’arte contribuisce a riprogrammare la nostra percezione e la nostra immaginazione, nutrendo così lo spirito.

L’arte non è razionale, è intuitiva.

Sulle Idee

Le nuove idee sono diventate fondamentali per la crescita economica.

Le buone idee sono sempre state copiate.

“Il modo migliore per avere una buona idea è avere tante idee” (Linus Pauling)

large_i_shop_layout_final_1.jpg

I Superflex operano un passaggio successivo che segna simbolicamente l’avvento di una nuova era: non è più il “comprare” l’essenza dell’uomo contemporaneo ma il “copiare”, ovvero l’appropriarsi di idee e modelli pre-esistenti per trasformarli […] in modo che assumano una forma sempre diversa e potenzialmente sempre nuova

(I copy therefore I am)

Sulla Creatività

“Creatività è connettere cose” (Steve Jobs)

La Creatività è un mistero della mente umana.

Come si sviluppa il processo creativo:

  1. accorgersi del problema;
  2. capire il problema studiando tutto quello che è stato fatto in materia e vedendo le cose da un punto di vista diverso;
  3. essere curiosi ed aperti mentalmente;
  4. rilassarsi lasciando che le idee vadano in incubazione (il cervello rivolge l’attenzione al suo interno);
  5. quando arriva l’idea, si procede con attenzione, concentrazione e tenacia;
  6. si è misurato che ci vogliono circa 10.000 ore di allenamento (10 anni circa) per produrre.

La Creatività della nostra mente non potrà mai essere sostituita da un computer.

Sugli Altri

“Nessun uomo è un’isola” (John Donne)

I social network hanno contribuito all’estensione delle connessioni, ma resta fondamentale anche l’incontro di persona, perchè siamo influenzati da quello che ascoltiamo, dagli odori… e perchè la verità è scritta sul nostro viso.

“Tutti noi impariamo di più quando ci sono più persone intorno a noi, quando possiamo osservare successi e fallimenti degli altri. Dal momento che la caratteristica essenziale dell’umanità è la nostra capacità di imparare l’uno dall’altro, le città ci rendono più umani” (Edward Glaeser)

Su Il Nuovo

Libri! Uno piccolo spazio a disposizione con alcuni puff sui quali accoccolarsi e sfogliare le copie in consultazione. Alcuni testi che ho individuato e che hanno catturato la mia attenzione:

“A chi non vive lo spirito del suo empo, del suo tempo toccano solo i mali” (Voltaire)

Sull’Imparare

“Non limitare tuo figlio a quello che sai tu, perchè lui è nato in un altro tempo” (Tagore)

Non siamo recipienti da riempire. Il processo neurologico di apprendimento si attiva quando abbiamo voglia di imparare veramente (non forzatamente).

Connettere per creare valore.

C’è bisogno di persone che imparano, pensano, sviluppano i propri talenti e trovano nuove soluzioni.

L’installazione artistica associata al concetto di Imparare è di Tim Rollins e del collettivo K.O.S. (Kids of Survival): un progetto nato in zone disagiate, utile a sviluppare talenti attraverso la scrittura, la pittura e altre discipline creative.

Su La Passione

“Trova un lavoro che ti piace, e non lavorerai mai più un giorno in vita tua.” (Confucio)

La Motivazione arriva dal di dentro ed è frutto di una emozione, non di un ragionamento.

L’importanza della Autonomia.

“Questo sol m’arde, e questo m’innamora” (Michelangelo Buonarroti)

L’installazione artistica (un video) associato (ed in contrapposizione) con il concetto di Passione si intitola “Casting” ( di Joao Onofre): alcuni studenti in una ipotetica audizione, ripetono la farse “Che io abbia la forza, la convizione, ed il coraggio” (Ingrid Bergman nel film “Stromboli” di Roberto Rossellini)

Chiudo con queste tre parole ascoltate da Andrée Ruth Shammah: Tempo – Energia – Passione.

“Il negoziato emotivo”

negoziato-emotivo-ilHo terminato di leggere il libro scritto da Roger Fisher e Daniel Shapiro, “Il negoziato emotivo”.

Siccome mi rendo conto che – per quanto mi riguarda – l’emotività è una delle questioni fondamentali che governano gran parte delle mie giornate e delle mie decisioni, quando vidi il libro esposto in uno scaffale di una libreria, lo acquistai subito. Curiosa di vedere come un argomento così particolare e sensibile venisse trattato.

Per come la vedo io si tratta tutto sommato di un buon libro, scritto in modo semplice.
Niente di stravolgente. Nulla che faccia pensare al “libro mamma” in termini di arte del negoziato ed emozioni.
Solo un buon testo, che scorre via in modo abbastanza agevole.

E mi rendo anche conto che mi aspettavo qualcosa di più, forse perché nella mia testa la “negoziazione” è legata a concetti di alto livello. Invece mi sono trovata davanti un libro che alterna esempi di un certo pregio (il capitolo con la testimonianza del presidente dell’Ecuador, sulla trattativa condotta con il Perù su una terra di confine tra i due Paesi, che è stato oggetto di anni di tensione e di conflitto, è molto interessante), ad esempi tratti dalla vita quotidiana e famigliare.
Ed è proprio questo che mi lascia perplessa in alcuni testi di autori americani: una eccessiva semplificazione che rischia di sconfinare nella banalizzazione.

Resta il fatto che intersecare correttamente “Negoziazione” ed “Emotività” è una sfida notevole, che richiede tatto, diplomazia, riconoscimenti dei ruoli altrui, sviluppo della propria autonomia senza sconfinare in quella altrui, in un bilanciamento continuo tra razionalità, emozioni e capacità di ascolto.

Ripeto: una piacevole lettura, che si lascia scorrere senza particolare impegno e fatica.
Tra alti e bassi, con qualche spunto su cui soffermarsi e riflettere.

Creatività alla Fondazione Corriere della Sera

20130219-230412.jpg

Questa sera ho assistito alla mini conferenza sulla Creatività organizzata dalla Fondazione del Corriere della Sera.
È la prima di un ciclo di tre conferenze raccolta sotto il titolo “Cultura e sviluppo nel mondo che cambia”: le altre due verteranno sulla Conoscenza (il 26 febbraio) e l’Innovazione (il 5 marzo).

Stasera la trasversalità e l’interdisciplinarietà sono stati il filo conduttore: cultura, neurologia innestate sulla creatività.

I relatori sono stati tre personaggi di altissimo spessore: Annamaria Testa, Leonardo Fogassi e Pierluigi Sacco.
Nell’ordine: una esperta di comunicazione, un neuroscienziato ed un esperto di Economia della Cultura.

L’occasione è stata quella anche di presentare la mostra “Benzine” aperta ieri alla Triennale, che resterà aperta fino al 24 marzo.

E stata una eccellente occasione per ascoltare riflessioni e ragionamenti, progetti e call-to-action, espresse con linguaggio elegante, sofisticato, pacato e comprensibile.
Una vera e propria occasione per somministrarsi un balsamo per l’anima, ed un energizzante per i neuroni.

Mi ha fatto pensare, mi ha fatto riflettere e – paradossalmente per me – mi ha fatto sentire anche cittadina del mondo.
Non c’è alcuna spiegazione logica e comprensibile in questa ultima sensazione (“cittadina del mondo”), visto che l’Italia versa in condizioni penose dal punto di vista della Creatività e della Cultura.

So solo che ringrazio Dio (o chi per esso) per darmi la possibilità (e la curiosità) di volere ascoltare per imparare e cogliere spunti. Che non so dove mi porteranno, ma ai quali non voglio rinunciare, in un costante percorso di ricerca che non avrà mai fine.

Di seguito elenco gli appunti che ho preso durante la conferenza, in ordine come li ho presi, senza filtri e senza riordino; non sono citazioni vere e proprie dei diretti interessati, bensì sono parole chiave e flash di frasi prese durante la dissertazione dei relatori coinvolti. Le lascio così, a stimolo e riflessione di chi leggerà.

Piergaetano Marchetti (Presidente della Fondazione del Corriere della Sera):

Inevitabilità della chiusura dei cicli (come già successo in passato).
Capacità della Ragione sorretta dalla Passione per andare più in la, oltre.
L’Arte è fondamentale per la crescita.
La Cultura è un fattore ambientale.
No ad Identità come cose fisse ed immutabili.

Pierluigi Panza cita, nella introduzione ai relatori, Platone nel Simposio:

La creatività è quella cosa che prima non c’era ed ora c’è.

Leonardo Fogassi sui neuroni specchio:

La Creatività Scientifica dipende da due creatività: la creatività tecnica (in situazioni di privazioni di fondi nella ricerca, si è stati in grado di inventare strumenti tecnici utili e poco costosi; la creatività pura (che non può essere assente nei processi tecnici).
L’importanza del “patrimonio motorio”: il migliore mezzo per conoscere il mondo (non c’è solo la conoscenza attraverso il nostro sistema percettivo). Ossia se io conosco cosa vuol dire “afferrare” sono in grado di riprodurlo quando lo vedo fare da altri.
Il sistema dei “neuroni specchio” esiste anche nel mondo delle emozioni e genera quella che viene definita la “comprensione empatica”.

Pierluigi Sacco:

L’importanza culturale a livello locale.
La convinzione limitante nel nostro Paese che la cultura non può produrre profitti.
La Cultura composta da una microfiliera così composta: Design/moda/gusto viste come espressioni industriali; Arte/Musei viste come espressioni culturali; Piattaforme social open sottovalutate come nuove forme culturali e veicoli di contenuti (come i videogiochi).
La Rivoluzione Tecnologica che sta rendendo obsolete produzioni e dinamiche tuttora in funzione: non esiste più il binomio netto “produttore di contenuti”/”pubblico”. Interscambiabilità dei ruoli.
Esiste un legame diretto tra la partecipazione culturale ed il benessere percepito.
Addirittura si è osservato che nelle persone anziane la partecipazione culturale influisce sul tasso di ospedalizzazione, con tutti i vantaggi che questo comporta.
Importante l’Innovazione tecnologica che permette la creazione di contenuti culturali. Ed in questo contesto non ci possiamo più permettere di perdere tempo a pensare se dobbiamo o meno aumentare il prezzo del biglietto d’ingresso ad un museo di 1 euro.

Annamaria Testa:

La creatività, essere creativi comporta: talento, resilienza, tenacia, preparazione, irrequietezza, capacità di lavorare tanto.
Creatività è anche creare valore per gli altri.
Per tanto tempo il concetto di creatività aveva assunto una accezione negativa; negli ultimi tempi si intravede una inversione di tendenza.
Senza preparazione non si può inventare qualcosa.
Creatività e anche produrre idee, concetti e cose nuove, appropriate.
La Creatività viene vista come una “metafora inclusiva”: una specie di biosfera dove tutto è integrato e dove tutto prospera se le varie componenti (pensatori, scrittori, pittori, scienziati,…) si fertilizzano fra loro. E per ben prosperare, vanno allontanati i parassiti e vanno coltivati i campi.

Un libro che credo acquisterò domani, sulla strada per l’ufficio, sarà proprio il testo di Annamaria Testa “La trama lucente“, mentre qui c’è un articolo pubblicato sulla edizione online dell’Internazionale della stessa Testa.

La Disincastratrice di Oggetti

20130218-233057.jpg

Ieri sera scherzavo on-line con degli amici a seguito di un episodio che era accaduto durante la giornata e che aveva suscitato la mia ilarità (visto che era già successo a me diverse volte): c’è una signora che viene una volta alla settimana a darmi una mano a tenere in ordine la casa e ieri, lavando i piatti, ha messo un bicchiere dentro una tazza e questo si è incastrato.
Dopo ripetuti tentativi andati a vuoto, ha rinunciato – mortificata – a disincastrare i due oggetti ad evitare di sfasciare il tutto.
Mia madre ha versato un po’ di acqua ed olio nella tazza, sperando le superfici diventassero scivolose. Ma non c’è stato niente da fare.
E ieri sera – rientrata a casa – non ho potuto fare altro che constatare che i due oggetti erano ben incastrati fra loro.

Mi è già accaduto qualche volta con i bicchieri e la situazione l’avevo risolta picchiando un paio di volte, in modo secco e deciso, sul bordo del lavello per sbloccarli e liberarli.
Ma stavolta no. Sentivo che non avrebbe funzionato: la tazza è più fragile del robusto vetro del bicchiere Ikea, e avevo la certezza matematica che se avessi usato lo stesso metodo avrei sicuramente spaccato la tazza (natalizia di Winnie the Pooh… assolutamente da salvare!).

Così dopo avere provato manualmente, ho pensato di usare un martello e di operare con 2-3 piccoli colpi secchi lungo la loro linea di contatto, affidandomi all’istinto.
E così ho fatto, disincastrando – con un colpo di fortuna – i due oggetti, senza danneggiarli.

E, commentando l’episodio on-line con gli amici, ho fatto la battuta scrivendo: “Ho un futuro: la Disincastratrice di Oggetti!”, precisando che avevo già svolto questo ruolo in altri contesti (in ufficio) disincastrando fogli aggrovigliati e lacerati nella fotocopiatrice, utilizzando delle pinze (dove le dita non arrivavano senza rischiare tagli ed ustioni). Ed una mia amica ha commentato (tra il serio ed il faceto): “C’è sempre un oggetto da disincrastrare!”

Facendo questa operazione, e pensando alla frase dell’amica (a metà tra una considerazione “detta così”, ed una sottile metafora) mi sono resa conto anche di quello che qualche ora prima avevo detto ad un’altra persona: “In genere mi perdo in un bicchiere d’acqua, affogo in una pozzanghera. Mentre quando invece sono dentro una burrasca, resto – paradossalmente – calma e cerco le soluzioni…”

Ora, disincastrare un bicchiere da una tazza non è un macro-problema di enormi dimensioni. Male che vada spacchi tutto, con buona pace della tazza di Winnie The Pooh, però…
Però, cosa ho fatto? Mi sono messa davanti agli oggetti (il problema), ho pensato ai materiali di cui erano fatti (struttura del problema), ho preso il martello (strumento per risolvere il problema) e con poche azioni ottimizzate ho risolto la questione.

Possibile che dal disincastrare una tazza ed un bicchiere si possa trarre un piccolo insegnamento su come risolvere i problemi?
Possibile che da uno stupido ed insignificante problemino casalingo, si possano estrarre macro-regole per la risoluzione di macro-problemi?
Può essere…
Perché “alla fine della fiera”, tutto si riduce a tre semplici passaggi: problema –> analisi della struttura del problema (e sua semplificazione) –> soluzione con gli strumenti adatti usati in modo adeguato (una pinza per i fogli incastrati, un martello per il binomio tazza-bicchiere).
Con buona pace di tutte le costosissime teorie super-sofisticate.

Sto delirando?
Può essere…

D’altronde stavo solo disincastrando un bicchiere da una tazza (di Winnie The Pooh…)…

Slot Temporale

screen-silhouette2

Questa stravagante commistione di due parole quasi ridondanti tra loro (“slot” e “temporale”, nel senso di tempo), mi è venuta in mente oggi, mentre guardavo ad una serie di iniziative culturali e digitali alle quali mi sono iscritta.

Tra la Fondazione del Corriere della Sera (che avvia un ciclo di tre conferenze dal titolo “Cultura e Sviluppo nel mondo che cambia”, che verteranno sulla “Creatività”, sulla “Innovazione” e sulla “Conoscenza”), le iniziative di Meet the Media Guru, la magica scoperta che ho fatto delle visite guidate ad Hangar Bicocca (spazio spettacolare!)  e le conferenze della Social Media Week (che si terrà a Milano settimana prossima), mi sono resa conto che il comune denominatore di queste iniziative è il tempo.

60, 90 minuti massimo di conferenze e visite. Non di più.

Uno specchio dei tempi (sempre più accelerati) che inizio ad apprezzare particolarmente anche io.

E mi domando, da migrante digitale quale io mi sento, se questo è indice di un abbassamento di attenzione e di volontà di approfondimento, oppure se si tratta semplicemente di un cambio radicale del modo di comunicare.

Perchè osservo (o per lo meno, mi sembra di osservare) che sì, c’è una maggiore superficialità della condivisione di informazione (prova ne sono certe bufale, gettate abilmente in rete, alle quali abboccano subito in tanti, senza previa verifica della veridicità della notizia), ma c’è anche una abile ricerca di trasmissione e condivisione di informazioni, operando delle sintesi efficaci.

Sintesi che – ribadisco – apprezzo sempre più, forse perchè riescono a trasferire contenuto senza entrare nella “pericolosa” zona del calo di attenzione (che non ricordo più dopo quanto tempo si verifica).

Infatti – in contemporanea – mi rendo conto che davanti a filmati lunghi, tomi impressionanti e visite guidate fiume, mi stanco, mi distraggo e mi annoio.

Mi affascina il linguaggio e la comunicazione, ed i mezzi utilizzati per trasmetterli.

Ed in una Era come questa – dove la comunicazione (soprattutto visiva… ma questa è un’altra riflessione che mi facevo dopo avere visto Prometheus) ha assunto aspetti affascinanti che presagiscono evoluzioni che forse noi (almeno io…) non riusciamo ancora ad intuire – accorgermi di un cambiamento percettivo che mi interessa da vicino, mi stupisce e mi disorienta.

Io, me!, povera migrante digitale che ha passato anni a studiare tomi mostruosi, visitando mostre oceaniche…

Immagine tratta dal Sintesi Digitale