Put Yourself in His/Her Shoes

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Put yourself in his (or her) shoes

Questa indicazione mi è rimasta impressa dal convegno di William Ury dello scorso ottobre a Vicenza. Letteralmente significa: “mettiti nei panni dell’altro“. E, nello specifico, l’affermazione era riferita a tecniche di negoziazione volte al sistema win-win.

Ma di recente mi è tornato in mente che lo stesso sistema è utile applicarlo anche quando si scrive per qualcuno: un racconto, una relazione, un articolo…
Ossia mettersi nei panni di chi legge.

E proprio nella settimana appena conclusa ho avuto modo di ripescare questa preziosa indicazione in occasione di una relazione che abbiamo consegnato.

All’interno di un importante lavoro di pianificazione territoriale che stiamo conducendo, abbiamo dovuto redigere della documentazione in lingua inglese che verrà a sua volta tradotta in arabo.

Le complicazioni non mancano: oltre al passaggio “italiano-inglese/inglese-arabo”, anche gli argomenti da noi trattati (elettricità e telecomunicazioni) non sono così immediati (oltre a richiedere una certa precisione linguistica).

Infatti a differenza delle altre discipline (housing, agricoltura, turismo, infrastrutture, trattamento rifiuti e trattamento delle acque), per alcuni aspetti più comprensibili e più “familiari”, l’elettricità e le telecomunicazioni sono ambiti più tecnici e che trovano una minore diffusione nella cultura popolare (pur essendo fondamentali per garantire e supportare anche gli altri aspetti sopra elencati).

Quindi ci siamo trovati a dover ri-analizzare approfonditamente i testi da noi redatti, dopo che il cliente ci ha chiesto dei chiarimenti interpretativi: “La mia preoccupazione è che questo materiale [redatto in inglese n.d.r.] debba essere tradotto in arabo e che questo passaggio comporti una distorsione dei significati contenuti.”

Effettivamente rileggendo la relazione insieme al cliente, ho potuto constatare che – sì – aveva ragione.
Avevamo commesso l’errore di scrivere dando per scontato una serie di concetti di base (tipici degli ambiti da noi trattati) che sarebbero sicuramente risultati sconosciuti ai traduttori (che, molto probabilmente, non sono persone appartenenti ai settori coinvolti nel lavoro di pianificazione).

Ecco quindi che alcune frasi e spiegazioni sono state riviste e “tradotte” in concetti più comprensibili (magari allungando anche un po’ i testi, per fornire qualche spiegazione in più), eliminando capillarmente tutte le presupposizioni che permeavano lo scritto.

Come è stato fatto?
Facendosi delle domande mentre si rileggeva il testo.
“Che cosa intendo per…?”
“Che cosa sto comunicando?”
“Che cosa voglio comunicare?”
“Qual’è l’obiettivo di questo intervento sul territorio?”

Non è stato semplice. Anzi, a volte ci si è confrontati coi colleghi fino allo sfinimento.
Ma è stato utile per spostare il focus e per far sì che ci si mettesse (a fatica) nei panni di chi leggerà il documento finale, passando attraverso l’immedesimazione di chi tradurrà i testi, con l’obiettivo di essere i più chiari possibile.

Speriamo di avere ridotto al minimo il margine di errore interpretativo.

Sicuramente, la prossima volta, partiremo da subito mettendoci nei panni del lettore finale, lavorando per produrre documenti comprensibili in tal senso, ponendoci domande volte a migliorare il trasferimento e la comunicazione delle informazioni.

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