Infuturazione

“Infuturazione” (e relativa capacità di).

Un termine che ho sentito per la prima volta qualche tempo fa, ascoltando un podcast dedicato alle emozioni primarie (rabbia, disgusto, gioia, tristezza e paura): Le Basi.

Ma cos’è la Infuturazione?
Sintetizzo con parole mie: capacità di proiettare, immaginare il futuro. Anche il proprio, aggiungo.

Se vogliamo dare uno sguardo ad una fonte autorevole, il sito Treccani definisce la parole Infuturare in questo modo:
v. tr. [der. di futuro], letter. – Estendere nel futuro. Come intr. pron., infuturarsi, prolungarsi nel futuro, spec. nella memoria dei posteri: Poscia che s’infutura la tua vita Via più là che ’l punir di lor perfidie (Dante).

E questo termine mi è venuto in mente ieri sera leggendo questo articolo di The Vision: A forza di imparare a sopportare il dolore del mondo, per difenderci, ci stiamo spegnendo.

Ebbene, non so come sei messә, ma negli ultimi tempi (con sempre maggiore e graduale aumento) faccio fatica ad immaginare il (mio) futuro. Soprattutto in termini professionali e progettuali.
Questo a causa degli avvenimenti degli ultimi due/tre anni che si sono succeduti (quasi affastellati uno sull’altro) senza intervalli di recupero (“entriamo ed usciamo costantemente da emergenze”, ha detto un collega qualche tempo fa).
Togliendomi – o comunque abbassando – la “capacità di infuturazione”.
E di cui avvertivo già una certa fatica da ben prima del 2020, i cui eventi non hanno fatto altro che dare una accelerata ai cambiamenti già in essere, ma che viaggiavano quasi sotto traccia e silenziosamente (e forse un po’ più lentamente).

E ieri sera, leggendo l’articolo, ho avuto una sorta di riscontro su quanto percepito.
Facendomi però anche pensare al suo opposto.
Cioè a quanti – per reazione uguale e contraria – corrono a ritmo indiavolato (quasi isterico) scivolando nella deriva della “psicologia positiva” (e motivazionale) contrapposta allo “spegnersi” citato da The Vision: la prima fugge (talvolta quasi senza meta), la seconda si rifugia nella caverna.

Due facce della stessa medaglia che necessiterebbero di entrare in contatto con una terza variabile: il pragmatismo.
Quel pragmatismo oggi forse un po’ “brutale” che ti fa guardare in faccia la realtà, che ti fa entrare in contatto con cose difficili, che ti fa ascoltare e osservare, portandoti a prendersi dei momenti per stare fermә (altrimenti come diavolo fai ad ascoltare?) per cercare di capire quale direzione prendere.
Cercando di cogliere i segnali deboli.
Prontә a cambiare strada, mantenendo un buon grado di fluidità.

[Foto di Drew Beamer su Unsplash]

Perdersi nella complessità

“Mentre cerca di affrontare la crescente complessità delle conoscenze e delle terapie, la medicina fallisce obiettivi modestissimi” [Don Berwick]

Stamattina in metropolitana leggevo alcune pagine del libro di Atul Gawande “Con Cura” (Ed. Einaudi) e mi ha colpito questa affermazione di Don (Donald) Berwick (per sapere chi è, su Wikipedia vi è una pagina in inglese a lui dedicata).

Mi ha colpito in modo particolare perché l’ho immediatamente associata a dinamiche della mia professione (progettazione, ingegnerizzazione, cantieri, …).

C’è sicuramente differenza tra i due mestieri, che hanno gradi di sensibilità abbastanza diversi (anche se lo stesso Gawande, nel libro Checklist, esplora il mondo dell’edilizia alla ricerca di spunti utili legati a “liste e processi di controllo” per la sua professione di medico), ma ci sono anche molti punti di contatto.

Quei punti di contatto che mi hanno fatto pensare a come sovente accade di perdersi nella complessità (che c’è, esiste e con cui dobbiamo fare i conti) a scapito del mantenimento (necessario e fondamentale) di una visione d’assieme.

[L’immagine in evidenza è tratta dal New York Times]

Questioni di equilibrio

[Da Google Immagini]

Ci sono giorni nei quali tutto sembra un po’ più complicato.

Progetti complessi da seguire, con variabili aggiuntive che emergono strada facendo, e tensioni che vanno ad aggiungersi alla complessità.
Tensioni — queste ultime — che posso minare l’equilibrio, la lucidità e la concentrazione richieste.

[Dal profilo Facebook, qualche giorno fa]

Ebbene trovo che in questi momenti possano venire in aiuto gli interessi extra-lavorativi.

Ossia tutte quelle attività, quegli hobby, che coltivi nel tempo libero (tanto o poco, a seconda delle disponibilità).
Che ti gratificano, ti distraggono ma anche (e forse soprattutto) creano e affinano delle abilità.

Quegli hobby che coltivi (siano essi manuali – come dipingere, per esempio – o intellettivi), che sviluppano e/o implementano delle competenze.

Innestando un circuito virtuoso di crescita che forse ti toglie del tempo dal puro relax, ma costituisce relax esso stesso.

Che ti toglie ore di sonno, che vengono compensate dalla passione che ci metti.
Che crea alleanze che fanno crescere te stesso e gli altri.

Diventando fonte di arricchimento e soddisfazione umana, morale, culturale.

Importanti per il sostegno dell’amor proprio e dell’autostima.
Utili anticorpi a salvaguardia del tuo equilibrio e della tua integrità.

Letture consigliate:

  • “Identità al lavoro”, Herminia Ibarra
  • “How to Be Everything”, Emilie Wapnick [consiglio — questo — a scatola chiusa, sulla personale e sconfinata fiducia nel suo TED Talk, che per me rappresenta una bella boccata di ossigeno che mi devo somministrare ad intervalli regolari 🙂 ]

 

Intangibile

 

Intangibile

E’ qualche giorno che rifletto su alcune cose legate al tormento quotidiano del futuro professionale.

Ed in particolare sto pensando ad una parola che conosco come significato comune, ma che di recente mi è stata fatta vedere sotto un aspetto diverso.

La parola è intangibile.

Pensando all’intangibile, ho pensato a quanto sia difficile misurarlo.
Quantificarlo.

E’ qualcosa di ancora più rarefatto del lavoro intellettuale (che sia di progettazione o simile).
E’ qualcosa che ha un valore etico, emotivo, di sapere, alto.
Ma è difficilmente quantificabile economicamente.

E chi si trova a maneggiare l’intangibile, appassionandocisi pure, gli viene a volte riconosciuto un alto valore umano.
Ma fa fatica a vedersi riconosciuto un valore economico.
Fa fatica a trovare una collocazione nel mercato.

E’ “facile” (non è vero, non è facile per nessuno, però rispetto all’intangibile sì) raccogliere risultati economici se vendi un prodotto solido (qualsiasi esso sia) o un servizio ben definito.
E’ difficilissimo raccogliere risultati economici se tratti (e “vendi” in senso lato) intangibilità.

Questa riflessione, che mi gira nella testa da un po’, è frutto di una chiacchierata con una amica di TEDx Crocetta che per prima mi ha parlato di “intangibilità”.

E questa riflessione sulla intangibilità è andata a collegarsi ad una riflessione sulle future figure professionali interdisciplinari che si profilano all’orizzonte, che mi hanno fatto tornare in mente una frase pronunciata da Ezio Manzini durante un suo recente intervento. Parlando di “sharing economy” e di figure professionali ad esse collegate, ha menzionato la difficoltà che tali figure stanno incontrando sul mercato in questo momento.
La difficoltà a farsi riconoscere un determinato valore.
Perché avanzano in un territorio non ancora ben definito.
Una difficoltà che verrà – secondo le sue riflessioni – ripagata dal fatto che quando finalmente avverrà il processo di riconoscibilità sociale, saranno i primi ad avere un riscontro.

Ebbene, confido che questa stessa dinamica avvenga anche per chi tratta l’intangibile.

Perché attualmente è come esplorare un “oceano blu”.
Ignoto e privo di qualsiasi mappa di riferimento.

Dirigere Orchestrare
[Foto tratta da http://www.espressocommunication.com]
Nota alla redazione di questo post: è stato anche difficile trovare immagini adeguate che non sconfinassero nell’esoterico. Il caso ha voluto che Google Immagini mi mostrasse anche le mani di un Direttore d’orchestra… Un suggerimento inaspettato che ha un suo perché.

[Foto in evidenza tratta da calia.me da Medium: “Misurare l’intangibile”]

Bastano le softskill?

In questi giorni – visitando il sito dell’Ordine degli Architetti di Milano – ho letto di questo corso in modalità webinar: Modellazione BIM: ArchiCAD 19 Entry Level. E ho iniziato a fare le mie valutazioni sul fatto se farlo o meno, utilizzando come metro di misura la questione “crediti formativi”.

Vedendo l’elevato numero di crediti dati dal corso, di primo acchito ho pensato di lasciare perdere (“Per quest’anno sono a posto”, mi sono detta pensando al prossimo webinar sugli impianti sportivi e quello sulle parcelle, che assieme soddisfano ampiamente il monte crediti del triennio).

Precisamente ho pensato che potevo attendere l’anno prossimo (sperando in una nuova edizione), per poter mettere in saccoccia un cospicuo punteggio.

Pensiero poco professionale, me ne rendo conto. Purtroppo però anche questi conteggi fanno parte delle variabili da tenere in considerazione.

Dopo un po’ si è insinuato anche un secondo pensiero legato alla mia costante perplessità (che a tratti sfiora la preoccupazione) sul tema delle softskill.

Ripropongo l’immagine di un precdente post

Osservando l’elenco si vede che si tratta di competenze soft, utili per ruoli di gestione e coordinamento di persone e informazioni.

Sono indubbiamente indicazioni interessanti ed utili (per certi aspetti molto accattivanti), ma la riflessione che come professionista mi faccio è: “Non possiamo essere tutti manager”.

Può sembrare una banalità, ma l’impressione che ho (come “colei che lavora” e che cerca di capire il futuro del [proprio] lavoro) è che coloro che si trovano nella mia fascia di età, che stanno vivendo questo periodo di transizione e mutazione permanente della professionalità, corrono il rischio di dare un eccessivo peso alle softskill, ignorando competenze più “tecniche” (strumenti da usare, software da apprendere,…).

Dentro questo gruppo mi ci metto anche io pensando ai corsi che frequento (per interesse personale). Si tratta di corsi che non mi insegnano nuovi strumenti, bensì lavorano proprio su quelle competenze utili per gestire, negoziare, filtrare, facilitare, ma che non mi danno “attrezzi operativi”.

La domanda che mi pongo spesso (e che altrettanto spesso faccio finta di non sentire) è:

Se domani mi trovassi nella condizione di cercarmi un nuovo lavoro, cosa potrei fare? Cosa sarei in grado di offrire?

E ancora:

E se mi dovessi creare un lavoro, cosa potrei fare? Cosa sarei in grado di fare?

Se stilo un elenco delle cose che so fare (che so usare, molto prosaicamente) ciò che emerge mi fa pensare.

Esempio: se elenco i software che conosco (e che so usare più o meno bene) e che potrebbero essere spendibili, vedo aree passibili di implementazione. Così come se penso alla evoluzione in corso della professione di architetto, vedo e leggo dell’emergere di nuove caratteristiche professionali che necessitano di nuovi strumenti (a me totalmente ignoti).

E’ per questo che credo che le softskills non siano sufficienti.

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Immagine tratta dal blog di Brandon Jaculina

In un mondo dove tutti siamo destinati a diventare prosumer, non bastano più capacità gestionali e manageriali.

Non possiamo essere solo coach, manager, team builder, scrittori, formatori, storyteller, abili nel public speaking, leader…

Credo che si debba essere in grado di produrre anche qualcosa di concreto.

E’ vero che studi sul futuro della professione parlano di una graduale scomparsa dei lavori cosiddetti manuali (avevo dedicato una riflessione sul tema), ma credo anche che ne stiano nascendo di nuovi che richiedono nuove competenze tecniche sulle quali andare ad innestare le softskill.

Mi dico che devo ricominciare a studiare in quelle aree dove ho smesso, e devo continuare a farlo in un modo diverso e complementare esplorando nuovi campi che scopro durante il percorso professionale. (Un esempio: di recente mi sono iscritta ad un corso online sulle Nanotecnologie; si tratta di un esperimento propedeutico per capire qualcosa di più di un ambito in forte espansione. E so che dovrò andare oltre, esplorando altre aree quali – per esempio – la programmazione, per acquisire nuove competenze tecniche.)

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Immagine tratta da Data Manager

Se dovessi usare una metafora biologica, penso a me professionista come ad uno di quegli organismi che aggregano ed innestano nuove cose sull’esistente, sganciando man-mano quelle che non servono più, in un costante processo di mutazione assolutamente necessario.

Un mutamento quasi sicuramente scomodo e faticoso, ma inevitabile se si vuole sopravvivere.

Alcuni articoli che ho trovato interessanti:

Libri letti di recente che mi hanno fatto pensare alla inevitabile evoluzione della mia professione:

Su questi libri ho fatto delle riflessioni sul mio canale YouTube, insieme ad altri libri letti (qui e qui i due video).

Polverizzazioni

 

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Immagine tratta dal sito Green Me

Scrivo sempre da utente neofita che corre dietro alla evoluzione tecnologica, mangiando costantemente polvere… (a proposito di “polverizzazioni”).

Vivendo la vita digitale (e anche una parte di quella reale) in stato Beta permanente (per usare una espressione coniata da Reid Hoffman e Ben Casnocha usata nel loro libro “Teniamoci in contatto”; che ho iniziato a leggere, ma che è in stand-by da un po’…).
Montando e smontando di continuo.

Ed il titolo del post nasce da una prima considerazione che mi facevo ieri (dopo una chiacchierata con un amico) su cui si è innestata una seconda considerazione nata da una iniziativa segnalata questa mattina su Facebook da Maria Cristina Pizzato.

Partiamo dal principio.
Se volessi dare un significato personale alla parola “polverizzazione” senza passare dal vocabolario, penserei ad una azione di livello superiore allo “sbriciolamento”. Ossia una azione meccanica di riduzione delle pezzature generate dalla frantumazione, rottura, di un oggetto.
Emotivamente parlando, lo considero un termine forte. D’impatto.
Che identifica una azione forte. (Mi ricorda anche il termine anglosassone disruption)

La prima considerazione sulla polverizzazione è partita l’altra sera, durante una cena.
Chiacchierando con un caro amico, sono state inevitabili alcune considerazioni sul (proprio) futuro professionale. Riflettendo su se stessi e sulle proprie competenze, percependo la difficoltà a comprendere il delinearsi all’orizzonte di nuovi mestieri (anche a livello di comprensione linguistica, per quanto mi riguarda), consapevoli della inevitabilità degli eventi.

Top 10 skills WEF

Ormai lo sappiamo bene e non passa giorno che non lo troviamo scritto da qualche parte, o che ci venga detto da qualcuno: che ci piaccia o no, alcuni lavori si stanno letteralmente polverizzando (partendo da quelli più “automatizzati” come cassieri, addetti alle biglietterie di cinema e aeroporti per esempio, per risalire via-via la “gerarchia”).

Ci salverà l’esperienza?

E gli strumenti con cui affrontare queste successive polverizzazioni sono mutevoli.
Mi rendo conto che appare come un paradosso (come diavolo fa uno strumento ad essere mutevole?, si potrebbe domandare qualcuno), ma credo sia realmente così: puoi solo stare allerta, con le orecchie dritte, affinando i sensi per cercare di catturare in anticipo segnali e tendenze.
Imparando sempre cose nuove, anche apparentemente lontane dal tuo mestiere.

10 Job Skills You’ll Need in 2020

Lavorare meno: sarà complicato, ma ci arriveremo

6 Secret Habits of Highly Successful Millennials

E qui arrivo alla seconda declinazione del concetto di polverizzazione: l’istruzione e la formazione.
Che stanno pesantemente mutando, macinati e sbriciolati da nuovi format e da nuovi canali di comunicazione.

In particolare mi riaggancio al post di Maria Cristina Pizzato di cui ho parlato all’inizio di questo post e che segnalava una realtà elearning nuova per me: Emma Mooc.

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Emma Mooc

Una ulteriore opportunità (ancora in versione Beta) che si va ad aggiungere ad altre consolidate realtà digitali di elearning (per citarne alcune: Lynda – recentemente acquisita da LinkedIn – Coursera, edX, SkillShare, … tutte disponibili anche in versione mobile, tanto per dire…)

Senza dimenticare format meno didattici, ugualmente ricchi di stimoli ed informazioni: TED (il più noto), 5×15 (5 speech da 15 minuti), Pecha Kucha Night (con la regola del 20×20: ossia 20 slide da 20 secondi) e la recente scoperta The DO Lectures (scoperto grazie ad un post su Facebook di Francesca Marchegiano).

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The DO Lectures

 

Tutte occasioni di ascolto di storie, di condivisione di esperienze e di competenze.

Tutti format che stanno scuotendo pesantemente la classica formazione in aula che – secondo me – per sopravvivere deve trovare nuovi modi di comunicazione e di coinvolgimento.

In tutta questa mutazione costante c’è da farsi prendere dallo sconforto, lo so.
Hai la sensazione di essere sopraffatto dalla incredibile disponibilità di informazioni.
E temi di non riuscire a stare al passo.
Temi di perdere pezzi importanti per strada.
Ed in questo caso scegliere è veramente difficile, se non impossibile (con buona pace del discorso delle nicchie).

Coraggio, invece!
Rimboccarsi le maniche e darsi da fare.
Creare il proprio piano di studi “open”, dando fondo alla curiosità e alla voglia di esplorare per trovare nuove soluzioni.
Pensando che abbiamo una grandissima fortuna: possiamo accedere a risorse intellettuali pressoché infinite. E non è così scontato.
Una cosa impensabile fino a pochi anni fa…

Buon surfing!

[Immagine di copertina tratta da http://www.antichitadelsito.it]

Ripartendo daccapo

Barbara Olivieri

Ho iniziato a scrivere questo post tra il primo ed il secondo giorno di gennaio, dopo un po’ di ragionamenti (gli ennesimi) sul fatto se portare avanti il blog o meno (riprenderlo in mano o abbandonarlo definitivamente?).

E durante il periodo di assenza da questo “luogo”, ho provato altri mezzi di comunicazione. Altri social media.
Concentrandomi sulla questione mobile: sulla possibilità di poter scrivere e condividere mentre sono in movimento, anche (e soprattutto) attraverso lo smartphone.

Così ho sperimentato nuovi media come Medium, abbandonando Pulse (di LinkedIn) per la sua grossa pecca (secondo me) di non poter essere utilizzato da mobile, provando così il social blogging (cosa che secondo me già si fa condividendo post più o meno lunghi sui social network).
[Ho fatto anche un piccolo test della versione aggiornata delle Note di Facebook, che non mi ha convinto molto, nel mentre cercavo – e cerco – di capire come è e cosa fa il nuovo Google+.]
Confrontandomi con amici e “colleghi di navigazione” sulla bontà o meno della sola condivisione dei video direttamente su Facebook, piuttosto che su YouTube.
Tutto ciò proseguendo nella ricerca di possibili evoluzioni della mia figura professionale (ormai strettamente interconnessa con la sfera personale), tentando di capire cosa succederà fra 5-10-15 anni.

Una ricerca non priva di asperità.
Molto intrecciata, senza soluzione di continuità.
Che è proseguita (e prosegue) parallela alla vita lavorativa, tra tentativi ed errori.
Fino ad oggi dove, durante questi giorni di pausa appena conclusi, mi sono fermata e ho cercato di mettere insieme i pezzi cercando di tessere una tela che creasse un legame sensato fra loro.

Questo processo di connessione (se vogliamo chiamarlo così), si è innescato dopo la lettura di un libro: “Architettura Open Source”, curato da Carlo Ratti.

Un piccolo libro acquistato per caso, dopo avere assistito ad una mattinata di formazione all’Ordine degli Architetti relativa alla “internazionalizzazione della professione”.
Lo stesso giorno sono andata alla Hoepli per acquistare un libro più “tecnico e gestionale” (legato agli argomenti trattati la mattina) e – anziché acquistare il testo che avevo in mente – sono tornata a casa con quella piccola opera che credo oggi di poter definire “il libro giusto al momento giusto”.
Non mi dilungo nel descriverlo (vi lascio al video riportato sopra), dico solo che quelle poche ma dense pagine hanno impiantato un piccolo e significativo seme, supportato da un grande conforto che mi ha fatto esclamare più volte durante la lettura: “Ma allora è possibile! Si può fare!”.

Gene Wilder
Gene Wilder in Frankestein Jr di Mel Brooks

Da lì, pezzo dopo pezzo, scrivendo, disegnando e pensando possibili opzioni, ho iniziato a rivedere il modo di comunicare. Ipotizzando qualche passo indietro e/o di lato.
E sono ritornata anche qui, al blog (“Sei sicura di volerlo proprio abbandonare?”, mi sono domandata; “Sei sicura che non ti sia necessario avere comunque un luogo che raccolga in modo più organizzato testi, foto e video?”, mi sono domandata ancora).

Riconsiderando persino il concetto di “blog tematico/nicchia” (che faccio – facevo? – tanta fatica a digerire).

So che sembra un “avanti e indietro” continuo, che suggerisce indecisione e incertezza.
E – aggiungo – non è detto che sia la fase finale, il punto di arrivo del percorso di ricerca.
Può essere solo uno dei tanti momenti di sosta e di approfondimento.
Ma mi conforta un fatto: che spostarsi, provare, tentare, smontare e rimontare, rigirando di sotto in su le cose più e più volte, non è necessariamente indice di incapacità a prendere indecisioni, bensì può essere necessario per adattarsi alla realtà in costante mutamento.
E a tale proposito chiudo con il link ad un TED Talk che ho incrociato di recente e che credo offra una interpretazione delle cose molto interessante e da non sottovalutare.

Buona ripartenza da qui, dove siete (sono) ora.

 

Manualità vs progettualità

Il robot YuMi (ABB)
Il robot YuMi (ABB)

Ho pubblicato questo articolo su LinkedIn qualche settimana fa, dopo una delle visite in Expo.

Ed oggi ho deciso di condividerlo anche qui – sul blog – in una “struttura” più organizzata.

L’obiettivo del post non era (e non è) parlare dell’evento Expo e/o delle vicende ad esso collegate: penso si siano sono spese (e si spendano tutt’ora) migliaia di parole, da più punti di vista. E non mi sento di aggiungere ulteriore caos alla interpretazione di questa manifestazione. Mi diletto solo a far parlare le immagini, condividendo sui social le foto che faccio, e trovandola – tra l’altro – una manifestazione molto bella dove l’architettura fa da padrona.

Desidero invece ragionare su quello che ho visto nel Future Food District creato da Coop: YuMi, il robot realizzato da ABB, operativo all’interno del supermercato-prototipo (spazio progettato – tra gli altri – da Carlo Ratti del MIT). Osservando questa macchina che sposta, inscatola, ordina, ho avuto la sensazione di “avere preso un bel granchio” (per usare un eufemismo).

Sì, perché mi è tornata in mente una precedente installazione dimostrativa progettata e realizzata dall’architetto Carlo Ratti: il robot barman Makr Shakr, portato a Milano in occasione di una sua “lecture” per Meet the Media Guru.

E mi sono ricordata anche di un articolo letto qualche giorno prima che presentava il robot muratore Hadrian, in grado di costruire una casa in due giorni.

In tutto questo convergere di informazioni sull’avanzata della tecnologia delle macchine, è stato inevitabile il rimando alle riflessioni fatte qualche tempo fa sulla nostra esperienza (che forse – ma non è detto – ci salverà), sui lavori che stanno scomparendo, sui prototipi di auto e camion che si guidano da soli (Mercedes ne sta testando uno).

Future Truck 2025
Un rendering del Future Truck 2025 – © Mercedes

E ho pensato che forse la convinzione che la manualità sia quella competenza che garantisce comunque un futuro, non sia totalmente corretta.

Sicuramente è un attività umana sulla quale si può e si deve continuare ad investire, ma non mi sembra la via di uscita.

Dal mio punto di osservazione, il mondo con il quale ci stiamo gradualmente ed inesorabilmente confrontando sempre più è un mondo fatto di macchine, “app”, software… Dove la nostra intelligenza e capacità di programmazione (unite alla nostra creatività) possono essere la chiave di volta (pensando anche all’auto-produzione con stampanti 3D).

Non c’è bisogno che lo dica io (ci sono fior-fiore di studiosi, scienziati, ingegneri, che ci ragionano e ci lavorano attorno), ma credo che ci si debba sforzare nell’avere una visione della propria professione su media e lunga gittata. Ponendoci domande su come vogliamo trasformarla, su che direzione vogliamo prendere, su cosa vogliamo fare, su dove andare a catturare ed imparare le tendenze del futuro.

Con pragmatismo, lungimiranza, senza paura (la cosa forse più difficile) e senza smettere di imparare.

[E continuo a domandarmi – quotidianamente – se e quanto possa valere l’esperienza accumulata sino ad oggi… Forse come “forma-mentis”… Ma come esperienze accumulate, non ne sono più tanto convinta. A meno che non ci si sprema le meningi su come ricombinarle in modo nuovo, in funzione di quello che verrà e che ancora non conosciamo, visto che lo stiamo disegnando…]

Chiudo con qualche link ad articoli di approfondimento:

  • manco a farlo apposta, oggi ho letto su LinkedIn questo articolo (in lingua inglese) pubblicato sul “magazine” di Speexx (azienda che si occupa di formazione in lingue straniere per le aziende) che ragiona attorno allo stesso argomento, in toni rassicuranti (riconoscendo comunque una mutazione in corso delle professioni): Technology creates jobs.

Se volete invece approfondire su YuMi, su Makr Shakr e sul Future Truck, qui sotto trovate degli articoli dedicati:

Programmazione Vs. “work in progress”

age-jobs

Qualche mattina fa ti fai questa riflessione (inizio anno, tempo di riflessioni):

[Portate pazienza… è l’età… mia…]
Son sempre qui che scartabello e scrivo, prendo appunti e ragiono attorno agli appunti presi.
E mi domando una cosa: ha ancora senso fare una programmazione a cinque/dieci anni?
Secondo me, no.
O meglio, può avere un senso come idea generale, di massima.
Ma come idea di dettaglio, secondo me, non è più il momento adatto.
Il mondo come lo abbiamo visto fino a ieri non esiste più.
E non ci è consentito programmare con grande dovizia di particolari cosa vuoi essere (o dove vuoi essere) fra “x” anni.
Semplicemente perché questo non è più possibile.
Quella che va bene adesso, fra un anno non va più bene.
(Anche prima magari)

Una riflessione che mi stavo facendo come “Barbara Olivieri”, libero professionista, architetto che lavora in una piccola società di Ingegneria, che continua ad esplorare aree di interesse magari anche (apparentemente?) lontane fra loro alla ricerca di ispirazioni, idee, spunti e punti di contatto inaspettati.
Con la preoccupazione costantemente appollaiata sulla spalla che tutto quello che oggi sto vivendo professionalmente, domattina potrebbe non esserci semplicemente più.

E poi, qualche giorno fa, leggo questo articolo di Luigi Centenaro: “Cinque pezzi facili sul lavoro: 1.The End of the Age of Jobs”.
Leggo all’interno del post di ricerche, analisi, di “bassa” e “alta” competenza.
Cose che, se per un giovane possono generare ansia per il proprio futuro, ad un migrante digitale di 46 anni (io) fanno tremare le ginocchia.
Anche se sei un “migrante digitale” nato professionalmente con la partita IVA, che vive con la partita IVA e che morirà con la partita IVA (senza vedere la pensione…).
(E questo – negli ultimi tempi – mi ha fatto pensare che il miraggio del posto fisso mostrava già segni di declino la bellezza di 20 anni fa, quando mi laureai, e sentirne parlare ancor oggi da ragazze e ragazzi che hanno la metà dei miei – letterlamente – mi fa venire i brividi.)

Ma il post non è scoraggiante.
E’ pragmatico.
Arricchito di dati e utile a farti ragionare.
Tant’è che nel commentarlo su Facebook, e nel confrontarsi con altri interlocutori, mi è venuta una idea.
Che è sempre stata lì, in realtà, ma che avevo accantonato un momento per capire e concentrarmi su altre cose.
E che proprio il giorno prima si era fatta sentire in modo trasversale, mentre pianificavi alcune attività per i prossimi mesi.

Ora sono curiosa di leggere i successivi post di Luigi Centenaro, sui quesiti che chiudono il suo articolo:

Come mi formo per affrontare questo continuo cambiamento e che ruolo avranno le Università?
Come rendo il mio business e la mia vita sostenibile finanziariamente, sia ora che in futuro, in assenza di pensione?
Come mi faccio trovare dal lavoro che non so neppure che esiste e che ruolo avrà il Personal Branding sul dipendente del futuro?
In che modo le organizzazioni dovranno predisporsi per gestire tutto questo?

[Immagini tratte da: Evisors Blog (copertina) – Centenaro.it (articolo) ]

Essere Architetti oggi

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A volte certe riflessioni e considerazioni arrivano nel modo più inaspettato.
E ieri è proprio avvenuto questo, davanti ad una cioccolata calda con panna, parlando d’altro, rientrata dal corso di Time Management tenuto da Sebastiano Zanolli.

Che i corsi di Zanolli e de La Grande Differenza siano – almeno per me – sempre fonte di spunti dei più disparati è cosa nota.
Ma questa volta, oltre ad essere tornata a casa con un bagaglio colmo di riflessioni sulla gestione del tempo (proposte in modo insolito, tant’è che nella prima ora di corso non riuscivo ad agganciare i concetti perché non riuscivo a capire dove Sebastiano “andava a parare”, forse per stanchezza mia), sulla strada del ritorno ho ruminato un po’ di cose in più.

Cose che se prima apparivano sganciate una dall’altra, all’improvviso hanno iniziato a generare una riflessione che forse (mi) sta portando ad un altro passo avanti (o ad uno scarto di lato, non lo so…).

Tutto è nato da un confronto di idee avvenuto con Sebastiano qualche giorno fa, in previsione di una sua serata su Architettura e Sociale organizzata da Buildopia (e patrocinata dall’Ordine degli Architetti di Treviso). Idee che ruotavano attorno all’Architetto come ruolo sociale.
Se qualcuno mi dovesse chiedere se e come l’Architetto può essere definito un ruolo sociale, io risponderei che l’Architetto (secondo me) è un ruolo sociale.
Se si riesce ad uscire dal solito perimetro di definizioni che vede l’Architettura come la creazione di spazi di design e la creazione di oggetti che vorrebbero fare la storia del Disegno Industriale, la figura dell’Architetto ha molto altro da dire, sotto molti aspetti.

Lo stesso iter di studi (per lo meno ai miei tempi, fine anni ’80 fino a metà degli anni ’90) si articola(va) in esami di Sociologia, Tecnica delle Costruzioni, Fisica, Progettazione declinata in varie forme (Architettonica, Ambientale, ecc.), Igiene Ambientale, Storia (dell’Arte, di Architettura, di Urbanistica…), Urbanistica, Matematica e tante altre discipline. Senza dimenticare la questione dell’Ergonomia.
(E parlando non molto tempo fa con un esperto di linguaggio del corpo, si parlò anche di prossemica.)
Un mare vastissimo di conoscenza, trasversale.
Un percorso di studi che ricordo essere stato – in alcuni momenti – un vero e proprio incubo.

E di questo parlavo ieri con un altro partecipante al corso di Time Management: un Architetto come me, ma che – a differenza di me – persegue la strada dell’Architettura, con mille dubbi e perplessità. Domandandosi dove è e dove vuole andare. Nel mezzo di un momento di profonda riflessione sulla sua professione e sul suo futuro.
Condivisibile.

Chiacchierando assieme, pensando anche al mio andamento sinusoidale, fatto di picchi e baratri, di strade tortuose, di ripensamenti vari, ma anche di un percorso assistito che mi ha portato a percepire ciò che sono capace di fare, indipendentemente dal contesto, mi è venuto spontaneo offrirgli lo spunto di pensare alle proprie competenze che – magari – possono trovare la loro collocazione (e anche la loro ottimizzazione, perché no) in un ambiente diverso da quello del classico studio di architettura.

E parlando brevemente con Zanolli in chiusura di corso, è emersa un’altra riflessione sua su un convegno al quale aveva assistito con ospiti protagonisti Ezio Manzini ed Aldo Cibic, dove uno dei concetti emersi è stato quello di “Architettura della complessità”.
E questo mi ha ricondotto alla “Architettura della Informazione”, un concetto raccontatomi da un collega e amico di Treviso: un Architetto che vede le cose in modo un po’ diverso dal solito.
Senza dimenticare il duetto esplosivo a cui assistetti qualche mese fa, organizzato da Meet the Media Guru, composto da Fabio Novembre e Carlo Ratti.

Quindi, mi sono detta, l’Architettura (il fare Architettura) è una cosa molto più vasta (e, se si vuole, evanescente) rispetto al luogo comune della progettazione dell’Arredamento, dell’Edificio, dell’Appartamento e dell’Oggetto. (Lì – secondo me – bisogna essere dei geni e avere “quel qualcosa in più” che ti permette di emergere dalla folla dei tanti colleghi. Altrimenti sei un numero, tristemente uno dei tanti.)

Quindi ci possono essere altre strade che possono essere percorse, utili a valorizzare le proprie capacità.

Penso che essere Architetti oggi può voler dire fare anche cose inaspettate (ed inconcepibili) che consentono alle competenze acquisite e ai talenti emersi negli anni di studio, di trovare la giusta via espressiva.
Non è un percorso facile, e non è immediato.
Ma penso valga la pena investirci tempo ed energia, per poter capire dove si è e dove si vuole andare.

Immagine: “Il Sogno” – Olio su tela – RUSP@ – http://www.pittart.com/