Programmazione Vs. “work in progress”

age-jobs

Qualche mattina fa ti fai questa riflessione (inizio anno, tempo di riflessioni):

[Portate pazienza… è l’età… mia…]
Son sempre qui che scartabello e scrivo, prendo appunti e ragiono attorno agli appunti presi.
E mi domando una cosa: ha ancora senso fare una programmazione a cinque/dieci anni?
Secondo me, no.
O meglio, può avere un senso come idea generale, di massima.
Ma come idea di dettaglio, secondo me, non è più il momento adatto.
Il mondo come lo abbiamo visto fino a ieri non esiste più.
E non ci è consentito programmare con grande dovizia di particolari cosa vuoi essere (o dove vuoi essere) fra “x” anni.
Semplicemente perché questo non è più possibile.
Quella che va bene adesso, fra un anno non va più bene.
(Anche prima magari)

Una riflessione che mi stavo facendo come “Barbara Olivieri”, libero professionista, architetto che lavora in una piccola società di Ingegneria, che continua ad esplorare aree di interesse magari anche (apparentemente?) lontane fra loro alla ricerca di ispirazioni, idee, spunti e punti di contatto inaspettati.
Con la preoccupazione costantemente appollaiata sulla spalla che tutto quello che oggi sto vivendo professionalmente, domattina potrebbe non esserci semplicemente più.

E poi, qualche giorno fa, leggo questo articolo di Luigi Centenaro: “Cinque pezzi facili sul lavoro: 1.The End of the Age of Jobs”.
Leggo all’interno del post di ricerche, analisi, di “bassa” e “alta” competenza.
Cose che, se per un giovane possono generare ansia per il proprio futuro, ad un migrante digitale di 46 anni (io) fanno tremare le ginocchia.
Anche se sei un “migrante digitale” nato professionalmente con la partita IVA, che vive con la partita IVA e che morirà con la partita IVA (senza vedere la pensione…).
(E questo – negli ultimi tempi – mi ha fatto pensare che il miraggio del posto fisso mostrava già segni di declino la bellezza di 20 anni fa, quando mi laureai, e sentirne parlare ancor oggi da ragazze e ragazzi che hanno la metà dei miei – letterlamente – mi fa venire i brividi.)

Ma il post non è scoraggiante.
E’ pragmatico.
Arricchito di dati e utile a farti ragionare.
Tant’è che nel commentarlo su Facebook, e nel confrontarsi con altri interlocutori, mi è venuta una idea.
Che è sempre stata lì, in realtà, ma che avevo accantonato un momento per capire e concentrarmi su altre cose.
E che proprio il giorno prima si era fatta sentire in modo trasversale, mentre pianificavi alcune attività per i prossimi mesi.

Ora sono curiosa di leggere i successivi post di Luigi Centenaro, sui quesiti che chiudono il suo articolo:

Come mi formo per affrontare questo continuo cambiamento e che ruolo avranno le Università?
Come rendo il mio business e la mia vita sostenibile finanziariamente, sia ora che in futuro, in assenza di pensione?
Come mi faccio trovare dal lavoro che non so neppure che esiste e che ruolo avrà il Personal Branding sul dipendente del futuro?
In che modo le organizzazioni dovranno predisporsi per gestire tutto questo?

[Immagini tratte da: Evisors Blog (copertina) – Centenaro.it (articolo) ]

Un pensiero su “Programmazione Vs. “work in progress”

  1. Pingback: Snellire e alleggerirsi: pensieri a ruota libera… | Barbara Olivieri

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