Intangibile

 

Intangibile

E’ qualche giorno che rifletto su alcune cose legate al tormento quotidiano del futuro professionale.

Ed in particolare sto pensando ad una parola che conosco come significato comune, ma che di recente mi è stata fatta vedere sotto un aspetto diverso.

La parola è intangibile.

Pensando all’intangibile, ho pensato a quanto sia difficile misurarlo.
Quantificarlo.

E’ qualcosa di ancora più rarefatto del lavoro intellettuale (che sia di progettazione o simile).
E’ qualcosa che ha un valore etico, emotivo, di sapere, alto.
Ma è difficilmente quantificabile economicamente.

E chi si trova a maneggiare l’intangibile, appassionandocisi pure, gli viene a volte riconosciuto un alto valore umano.
Ma fa fatica a vedersi riconosciuto un valore economico.
Fa fatica a trovare una collocazione nel mercato.

E’ “facile” (non è vero, non è facile per nessuno, però rispetto all’intangibile sì) raccogliere risultati economici se vendi un prodotto solido (qualsiasi esso sia) o un servizio ben definito.
E’ difficilissimo raccogliere risultati economici se tratti (e “vendi” in senso lato) intangibilità.

Questa riflessione, che mi gira nella testa da un po’, è frutto di una chiacchierata con una amica di TEDx Crocetta che per prima mi ha parlato di “intangibilità”.

E questa riflessione sulla intangibilità è andata a collegarsi ad una riflessione sulle future figure professionali interdisciplinari che si profilano all’orizzonte, che mi hanno fatto tornare in mente una frase pronunciata da Ezio Manzini durante un suo recente intervento. Parlando di “sharing economy” e di figure professionali ad esse collegate, ha menzionato la difficoltà che tali figure stanno incontrando sul mercato in questo momento.
La difficoltà a farsi riconoscere un determinato valore.
Perché avanzano in un territorio non ancora ben definito.
Una difficoltà che verrà – secondo le sue riflessioni – ripagata dal fatto che quando finalmente avverrà il processo di riconoscibilità sociale, saranno i primi ad avere un riscontro.

Ebbene, confido che questa stessa dinamica avvenga anche per chi tratta l’intangibile.

Perché attualmente è come esplorare un “oceano blu”.
Ignoto e privo di qualsiasi mappa di riferimento.

Dirigere Orchestrare
[Foto tratta da http://www.espressocommunication.com]
Nota alla redazione di questo post: è stato anche difficile trovare immagini adeguate che non sconfinassero nell’esoterico. Il caso ha voluto che Google Immagini mi mostrasse anche le mani di un Direttore d’orchestra… Un suggerimento inaspettato che ha un suo perché.

[Foto in evidenza tratta da calia.me da Medium: “Misurare l’intangibile”]

Multipotenzialità e interdisciplinarietà

© www.roldresearch.org
Immagine © http://www.roldresearch.org

Stamattina ho letto questo articolo che ho trovato molto interessante: “Emilie Wapnick sul perché alcuni di noi non hanno una sola vocazione”.

Chi mi conosce probabilmente intuisce che è stata una sana boccata di ossigeno per i miei neuroni (in questi ultimi tempi molto affaticati a causa di vicende varie e di complessa risoluzione).

Infatti tante, troppe volte mi confronto con l’obbligo professionale di fare delle scelte.
Di decidere cosa fare, su cosa focalizzarsi.
Per ottimizzare la gestione del tempo e diventare lo specialista di quel determinato campo (siamo sicuri che le nicchie di specializzazione siano la strada giusta in un mondo sempre più fluido e dai contorni sfumati?).

E se fossimo attratti da argomenti diversi e avessimo tante cose che ci piacerebbe fare? Beh, non c’è spazio per persone così in questo quadro. E allora forse potreste sentirvi soli. Potreste sentire l’assenza di uno scopo. E potreste avere l’impressione che ci sia qualcosa di sbagliato in voi.

Spesso mi capita di dialogare con amici e colleghi che osservano perplessi e mi suggeriscono di “sfrondare”, fare selezione, interpretando gli interessi molteplici come fonte di problematicità nella individuazione delle competenze.

E sovente mi è capitato di confondere gli interessi molteplici con il multitasking (vivamente sconsigliato, dopo anni di perorazione della causa, forse a supporto e giustificazione di una vita sempre più iper ed inter-connessa).
Confusione esclusivamente personale, dettata credo dalla auto-giustificazione di una caratteristica di difficile accettazione e di difficile collocazione in una realtà strutturata in un determinato modo.

Ebbene, tutto questo spesso mi ha portato fuori strada, generando disagio ed anche un po’ di sofferenza.

Ora però, leggendo il post di Roberta Mezzelani su Medium (che fa riferimento al TED Talk di Emilie “Why some of us don’t have one true calling”), pare che tutto quanto scritto e detto sino ad ora non sia (più?) esattamente così (per fortuna, aggiungo io…).

E forse è tempo anche di recuperare i concetti espressi in un libro che lessi nel lontano 2008 (agli albori del mio percorso di “crescita personale”): “Effetto Medici” di Frans Johansson (lo cito spesso).
Un libro che mi piacque molto e che credo fosse pionieristico per i tempi.
Antesignano di un’epoca ed individuatore di “figure professionali” che forse oggi iniziano ad avere una identità più definita.

Link utili:

Libri interessanti:

Donne, management e speaker

Scarpe Lauboutin [citazione per
Scarpe Lauboutin© [citazione per “House of Cards” ed il personaggio di Claire Underwood]
Scorrendo gli eventi che si susseguono e che vengono annunciati per i prossimi mesi, mi sto accorgendo di una cosa (già notata da altri da tempo, ma su cui non avevo mai prestato particolare attenzione): trovare speaker e conferenzieri donna è una rarità. (Sì, lo so, probabilmente ho fatto la scoperta dell’acqua calda…)

Vedendo gli speaker della prossima convention degli Alumni Polimi (tutti uomini),
vedendo gli speaker dell’imminente Forum delle Eccellenze (dove ce n’è una sola: Renée Maurbogne, coautrice del libro “Strategia Oceano Blu”),
vedendo i relatori del prossimo World Business Forum di Milano che su 15 relatori vede solo 3 donne (nella scorsa edizione non ce n’è stata neanche una e – se non ricordo male – nel 2013 c’è stata solo Susan Cain),
vedendo i trainer e formatori di corsi che frequento (quasi tutti uomini),
ricordando una considerazione di Olivia Schofield (keynote speaker e membro del Toastmasters) che già l’anno scorso evidenziava la scarsa presenza femminile tra i “contestant” della convention del Toastmasters International dell’anno scorso di Kuala Lumpur (motivando le donne a partecipare di più),
mi sono chiesta: “Possibile che siano così poche le donne adatte a calcare il palco come speaker o trainer?”

No, non credo.

Chi mi conosce sa che professionalmente non faccio nessuna distinzione tra uomini e donne.
Professionalmente ho sempre considerato tutti gli attori in gioco come “persone” e “individui”.
E come tale ho sempre valutato e considerato le capacità di ognuno, indipendentemente dal sesso dell’interlocutore.
(E non risparmio strigliate al genere femminile quando fa leva su alcune caratteristiche peculiari per ottenere vantaggi.)

Ho sempre guardato con una certa perplessità amiche e conoscenti che si dedicano esclusivamente alla interlocuzione con il mondo femminile, facendo training, informazione, ecc. ecc., specificamente dedicato.
Ma devo dire che adesso (forse a furia di sentirne parlare), mi sto accorgendo anche io che c’è qualcosa di incomprensibile.

E non mi convince la lettura di imputare esclusivamente al mondo maschile questa esclusione.
Penso che molto dipenda anche da noi (femminucce), che non facciamo quello che dovremmo (e vorremmo) fare, raccontandocela tra di noi in club e clan chiusi in recinti (con le conferenze sul ruolo della donna che vedono – paradosso – relatori uomini sul palco, è successo, giuro…).
(Personalmente mi hanno sempre lasciato molto perplessa le iniziative – conferenze, tavole rotonde, ecc. ecc. – dedicate ad un pubblico femminile con l’intento di ragionare attorno al “problema”. Mi hanno sempre dato l’idea della “riserva indiana” autoreferenziata)

Tutto ciò mi è venuto in mente leggendo ieri un articolo sul tema su Business Insider: 12 ways women unknowingly sabotage their success.
(Senza dimenticare anche un articolo, comparso sull’Huffington Post, qualche tempo fa che la dice lunga – secondo me – su come alcune donne percepiscono alcune figure femminili; percezione che crea un cortocircuito mentale interno ad un certo gruppo del genere femminile stesso, sul quale si potrebbero spendere molte parole: Ho 40 anni e neanche un figlio. E sono una donna felice)

Mi rendo conto che quanto scritto qui possa essere un po’ scomodo e passibile di polemiche a non finire.
Ma la mia vuole essere solo una riflessione per la quale ogni contributo è ben accetto.
E che spero stimoli una riflessione in ognuna di noi (leggete l’articolo di Business Insider: anche se è in inglese, è facilmente comprensibile e offre interessanti spunti di approfondimento).

Programmazione Vs. “work in progress”

age-jobs

Qualche mattina fa ti fai questa riflessione (inizio anno, tempo di riflessioni):

[Portate pazienza… è l’età… mia…]
Son sempre qui che scartabello e scrivo, prendo appunti e ragiono attorno agli appunti presi.
E mi domando una cosa: ha ancora senso fare una programmazione a cinque/dieci anni?
Secondo me, no.
O meglio, può avere un senso come idea generale, di massima.
Ma come idea di dettaglio, secondo me, non è più il momento adatto.
Il mondo come lo abbiamo visto fino a ieri non esiste più.
E non ci è consentito programmare con grande dovizia di particolari cosa vuoi essere (o dove vuoi essere) fra “x” anni.
Semplicemente perché questo non è più possibile.
Quella che va bene adesso, fra un anno non va più bene.
(Anche prima magari)

Una riflessione che mi stavo facendo come “Barbara Olivieri”, libero professionista, architetto che lavora in una piccola società di Ingegneria, che continua ad esplorare aree di interesse magari anche (apparentemente?) lontane fra loro alla ricerca di ispirazioni, idee, spunti e punti di contatto inaspettati.
Con la preoccupazione costantemente appollaiata sulla spalla che tutto quello che oggi sto vivendo professionalmente, domattina potrebbe non esserci semplicemente più.

E poi, qualche giorno fa, leggo questo articolo di Luigi Centenaro: “Cinque pezzi facili sul lavoro: 1.The End of the Age of Jobs”.
Leggo all’interno del post di ricerche, analisi, di “bassa” e “alta” competenza.
Cose che, se per un giovane possono generare ansia per il proprio futuro, ad un migrante digitale di 46 anni (io) fanno tremare le ginocchia.
Anche se sei un “migrante digitale” nato professionalmente con la partita IVA, che vive con la partita IVA e che morirà con la partita IVA (senza vedere la pensione…).
(E questo – negli ultimi tempi – mi ha fatto pensare che il miraggio del posto fisso mostrava già segni di declino la bellezza di 20 anni fa, quando mi laureai, e sentirne parlare ancor oggi da ragazze e ragazzi che hanno la metà dei miei – letterlamente – mi fa venire i brividi.)

Ma il post non è scoraggiante.
E’ pragmatico.
Arricchito di dati e utile a farti ragionare.
Tant’è che nel commentarlo su Facebook, e nel confrontarsi con altri interlocutori, mi è venuta una idea.
Che è sempre stata lì, in realtà, ma che avevo accantonato un momento per capire e concentrarmi su altre cose.
E che proprio il giorno prima si era fatta sentire in modo trasversale, mentre pianificavi alcune attività per i prossimi mesi.

Ora sono curiosa di leggere i successivi post di Luigi Centenaro, sui quesiti che chiudono il suo articolo:

Come mi formo per affrontare questo continuo cambiamento e che ruolo avranno le Università?
Come rendo il mio business e la mia vita sostenibile finanziariamente, sia ora che in futuro, in assenza di pensione?
Come mi faccio trovare dal lavoro che non so neppure che esiste e che ruolo avrà il Personal Branding sul dipendente del futuro?
In che modo le organizzazioni dovranno predisporsi per gestire tutto questo?

[Immagini tratte da: Evisors Blog (copertina) – Centenaro.it (articolo) ]

Comunicare, condividere e fare formazione

14 - 2Secondo me il mondo della formazione, così come noi lo abbiamo visto sino ad oggi, non è destinato a durare a lungo.
Perché?
Provo a spiegare nelle righe che seguono…

Frequento corsi di formazione e “crescita personale” dal 2007 (via-via con sempre minore frequenza) e ho visto questo mondo (con le sue discipline) crescere, fiorire, prosperare, dare molto… ma ora ho la sensazione che si stia approssimando al capolinea.

Infatti è da diverso tempo che non sento più parlare di cose nuove.
Mentre – al contrario e paradossalmente – vedo proliferare formatori da ogni parte.
Sono tutti formatori.
Tutti organizzano corsi.
Tutti si riciclano nel mondo della formazione.
Tutti parlano e trattano di crescita personale e “annessi&connessi”.

Più di una volta ho pensato: “C’è qualcosa che non va…”.

E questa riflessione è tornata in superficie proprio ieri sera, tornando a casa dopo avere assistito all’appuntamento mensile di 5×15 italia.
[Per chi non lo sapesse 5×15 è un format che arriva da Londra e che vede alternarsi 5 speaker che parlano 15 minuti a testa.
Raccontano le loro esperienze, i loro progetti, fornendo spunti di riflessione e offrendo motivo di arricchimento culturale, di idee e di conoscenza.]

Ricorda un po’ TED, dove – anche lì – si alternano sul palco speaker che si sono distinti per iniziative, studi particolari o altro, e che raccontano la loro esperienza attraverso interventi (denominati “Talk”) della durata massima di un quarto d’ora.
(I 15 minuti hanno un motivo neurologico preciso – legato ai tempi di attenzione – e vi rimando ad un libro molto interessante, scritto da Carmine Gallo, dal titolo “Talk like TED”, disponibile per ora solo in inglese)

Il diffondersi (positivo secondo me) di questi format multidisciplinari e “corali” mi fa pensare che c’è in atto un cambio di comunicazione delle competenze, di trasmissione e condivisione della conoscenza.

Se si guardano – per esempio – anche i format come Dieci Cose (bella sorpresa del 2014, qui e qui gli Storify delle due giornate di formazione), o altre iniziative simili, si intuisce (almeno mi pare di intuire) che l’obiettivo verso il quale si sta andando è quello di condurre una sorta di “brainstorming” incrociando dati e conoscenze, fornendo nuove visioni e nuovi punti di contatto.

Credo che questo sia espressione di un nuovo mondo della informazione che non può più essere sottovalutato dai “formatori classici” in circolazione che – se non sapranno cogliere e catturare queste nuove modalità espressive – saranno destinati inevitabilmente a soccombere.

14 - 1

Poi il paradosso (che appare quasi come un cane che si morde la coda) è che proprio questo nuovo modo di divulgare e comunicare ci vede tutti “formatori”.
Tutti con competenze da offrire e da raccontare, mettendo in condivisione il proprio sapere.
(E senza per questo avere timore di “scippo” delle proprie idee perché un conto è raccontarle, un conto è “saperle fare”…)

Sono scenari che mi affascinano e che aprono prospettive interessanti (sono anche – secondo me – un po’ l’evoluzione delle cara e vecchia “tavola rotonda” e/o “dibattito” rinata in forma più evoluta).

[In foto i libri di alcuni dei relatori del Forum delle Eccellenze e del World Business Forum, che sono altri eventi formativi che vedono l’alternarsi sul palco di varie figure che in un determinato “slot” di tempo, raccontano e condividono esperienze ed informazioni.]

Sui Piani B e i Fili Rossi

A volte ritornano…
E sa la vita va considerata un costante “work in progress”, ebbene eccomi daccapo qui a dissertare del futuro e a cercare il nesso di tutto.

A volte si tratta di “riflessioni sul senso della vita” (e con l’età che avanza, le riflessioni di questo tipo proliferano che è ‘na meraviglia).
Altre volte sono riflessioni di altro tipo, come questa qui sotto, che fu preceduta da un pesante smottamento accaduto qualche giorno prima che (mi) aveva presentato il problema davanti al naso in tutta la sua (pseudo)urgenza…

Chi mi conosce sa i parti (nel senso di travagli) che ho attraversato in questi mesi (e forse anni).
Ha visto tutti i fili rossi che ho tracciato, sicura che fosse la volta buona, e poi gettato via.
Chi mi ha seguito e accompagnato più da vicino, si è sorbito le mie riflessioni in avvitamento senza fine. E mi ha visto montare e smontare idee senza soluzione di continuità.
Credo che alcuni vedessero già quello che io sto iniziando a vedere solo adesso. Tentavano di dirmelo ma – zuccona come sono – rifiutavo consigli e suggerimenti.
Poi l’oggetto delle mie attenzioni, nel suo aspetto macro e quasi proteiforme, è stato rigirato di sotto in su decine di volte. Generando idee che duravano il tempo di un batter di ciglia.
Non ero mai convinta.
C’era sempre qualcosa che non andava.
Ora forse l’ennesima idea che mi è venuta (semplice e banale) pare sia abbastanza solida.
Mi sono ritrovata a scriverla in una manciata di minuti, senza incertezze.
L’ho riletta in questi giorni una marea di volte. E più la leggevo, più mi convincevo avesse un senso.
Stavolta pare stia in piedi.
Pare faccia confluire in sé tutta quella maledetta frammentazione e trasversalità che costituiscono il mio background (ed anche un po’ la mia condanna).
Pare si agganci ad un sogno che avevo condiviso su Facebook diversi mesi fa.
E la cosa assurda è che la chiave di volta è stato questo libro [“Detto, fatto!”, n.d.r.], che mi ha fatto scrivere e programmare e sfoltire a più non posso.
Che mi ha fatto riorganizzare persino le categorie del blog.
Che mi ha fatto individuare aree precise su cui concentrarmi.
Mancava solo una “nominalizzazione”, che è una di quelle cose che mi fa ammattire e contemporaneamente venire l’orticaria.
Ora c’è anche quella: c’è l’etichetta. [E che “Book Advisor” sia…, con tanto di hasthatg #bookadvisor, con buona pace della mia refrattarietà agli anglicismi…, n.d.r.]
C’è una definizione sulla quale ci ho ruminato per giorni, alla ricerca di un termine efficace.
Adesso c’è qualcosa su cui lavorare.
C’è uno scopo.
C’è una idea.
C’è una traccia.
C’è un progetto di massima su cui rimboccarsi le maniche.
C’è una strada su cui iniziare a camminare.
E qualunque sia l’esito, è ossigeno.
È qualcosa in cui credere.
Sperando che non sia l’ennesimo fuoco di paglia.

BloGEbbene, queste considerazioni le avevo scritte qualche giorno fa, nel mentre leggevo l’apparentemente innocuo libro citato.
Un libro pratico, molto pratico. Per niente spirituale, giuro!
Ma che probabilmente è arrivato al momento buono…
Infatti mi sono scoperta a scrivere, scrivere e – ancora – scrivere su taccuini. (Come scrivevo poco sopra)
A programmare, a mettere in evidenza le cose da fare e a tracciare obiettivi.

Forse lo stato mentale (ed emotivo) nel quale mi trovavo ha favorito questo “brainstorming” interiore.
E ha messo in fila una serie di cose con una naturalezza che ha dell’incredibile (per me… abituata ad intorcinamenti mentali senza fine).
E pare che tutto abbia trovato un senso. Sul serio stavolta.
[Forse…]

E allora si prova (seriamente) a mutare.
Ma forse di più, a finalizzare.

Si riorganizza il blog: si ottimizzano le categorie, si cambia il motto (in fase di test…), si cambiano i colori…
Senza distruggere e cancellare, bensì solo aggiustando, smussando e guardando le cose da un punto di vista diverso.
Anche attraverso una modifica “fisica” di un piccolo blog…

Vediamo se questa volta è quella buona…

Crescere

nodoCrescere costa fatica.
Fatica nel superare dei nodi parecchio intricati.
Ci sono appena passata e non è stato facile.

Non è stata la prima volta e non sarà neanche l’ultima: la vita personale e quella professionale (ormai strettamente interlacciate tra loro) sono costellate di questi nodi.

Però – come aveva anticipato una amica – una volta che sei dall’altra parte, che hai superato questi nodi (sciogliendoli con più o meno fatica), stai meglio e tutto ricomincia a scorrere in modo più fluido.
Molte cose piano-piano si riposizionano secondo una nuova configurazione di equilibrio.

Sì certo, quando sei dentro la fase di transizione, tutto è difficile.
Sei dentro una grossa turbolenza con i pensieri che schizzano da una parte all’altra come delle palline in un flipper impazzito.
Le emozioni si fanno sentire in modo sgradevole, togliendoti lucidità mentale.

E costa…
Costa sudore e lacrime. Alcune anche amare.

Però…

Però devi tenere duro.
Devi stringere i denti.
Devi farti coraggio e fare anche il lavoro sporco: guardare in faccia i tuoi demoni, le tue paure, immergerti nella “palta” dei brutti pensieri e starci, fronteggiandoli.

E poi magari devi anche scegliere.
Certo.

Però…
Però devi sempre-sempre-sempre ricordarti (con l’ultimo barlume di lucidità mentale che mantieni nel mezzo del caos e delle pressioni) che queste fasi di mutazione hanno una fine. Un termine.
E che quando sarai di là, sarai migliore e – comunque sia – avrai imparato delle cose nuove.

Sarà diverso.
Sicuramente più funzionale.
E – per come la vedo io – il “più funzionale” porta sempre qualcosa di buono.
Anche se di primo acchito così non appare.

Quindi avanti così…
Sciogliendo nodi e districando matasse…

[Immagini tratte dal Google Image]

Qualche buona idea (banale?) per gestire una riunione

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Stamattina avevo giurato a me stessa, e promesso, che avrei esternato il mio disappunto sulla riunione di oggi.

Poi stasera, complice una cena e quattro chiacchiere con una amica, sono tornata a più miti consigli. Ma questo non mi solleva dalla promessa (fatta a me stessa) del condividere qui un paio di riflessioni sulla gestione delle riunioni.
Potranno sembrare considerazioni banali, ma forse non lo sono così tanto, se vedo sistematicamente il verificarsi di certe situazioni.

Il precedente: stamattina levataccia per una riunione presso una società veneta, per il “kick-off meeting” di una importante commessa relativa ad una pianificazione territoriale.
La riunione era convocata per le 10.00 del mattino (noi arriviamo con 15 minuti di anticipo).
I primi membri compaiono intorno alle 10.30.
I successivi 30 minuti sono spesi per preparare la sala riunioni, approntando i collegamenti per la call-conference (fallita) per le persone che non potevano essere presenti.
Io inizio ad innervosirmi.
Ma mi devo trattenere per non distruggere un rapporto professionale collaudato.
Finalmente la riunione inizia e si parte con slide, dettagli ed esame degli indici delle relazioni.

Una precisazione: il gruppo di lavoro era già collaudato. La new-entry eravamo noi.
Nessuno ci ha presentato i membri partecipanti alla riunione, specificando il loro ruolo.
Nessun inquadramento generale della commessa, a sorta di riepilogo e di controllo dello “stato di fatto” (con successiva discesa nei dettagli).

Una riunione che ho faticato a seguire, cercando di comprendere il senso e gli obiettivi degli argomenti trattati.
Una riunione che era una profusione di dettagli e di presupposizioni.

Alla fine della giornata (che comunque ha successivamente preso una piega leggermente diversa, dopo una falsa partenza), sulla strada verso casa, ho riflettuto e sono rimasta perplessa dalla ovvietà delle cose non fatte.
Eppure si tratta di una sorta di check-list abbastanza nota:
iniziare la riunione puntuali (nel rispetto dei partecipanti, a maggior ragione se arrivano da lontano);
arrivare qualche minuto (abbondante) prima per allestire la sala e controllare che tutti i dispositivi elettronici funzionino;
presentare i partecipanti (brevemente), illustrando il loro ruolo (rifarlo quando c’è qualche nuovo ingresso).
E – cosa molto importante – far gestire la riunione a chi è capace di farlo: un capo-branco in grado di tenere il branco assieme, in carreggiata, controllando che non ci siano inutili divagazioni che comportino dispendio di tempo ed energie.

Sono tutte cose ampiamente note, ma che forse non vengono tenute in sufficiente considerazione visto il costante assistere a riunioni dall’andamento frammentato.

Speriamo in una prossima occasione più organizzata.
Confido in una seconda possibilità…

Riflessioni di lavoro… Sulla vendita dal punto di vista di un tecnico.

Immagine tratta dal sito www.francescofornaro.com

Non è un momento facile. Ed è assolutamente fisiologico essere preoccupati ed arrabbiati. Giusto, giustissimo! Ci può (e ci deve) stare. Io sono molto preoccupata.

Però…

Nei giorni scorsi ho avuto modo di parlare con 3 rappresentanti: 3 persone molto diverse l’una dall’altra. Tre prototipi di atteggiamento verso la quotidianità.

Il primo (45 anni circa) ha commesso un errore strategico notevole (e gli è andata bene perchè il suo interlocutore ero io e non ho fatto un plissé): dopo avere illustrato i prodotti (era la prima volta che ci vedevamo), è partito con una dissertazione a sfondo politico sul Governo, sull’Italia, ecc. ecc., sbilanciandosi un po’ tanto.

Pericoloso, perchè non sai chi hai davanti: non sai come la pensa, non sai che posizione politica ha (se ne ha una) e rischi di giocarti delle carte importanti per un “loop emotivo di pancia” non consono a quello che stai facendo in quel momento (ne so qualcosa…). Inoltre ha gettato una ombra, evidenziando problemi economici della concorrenza (a me non interessa sapere come va la concorrenza, io sono qui per ascoltare cosa hai da dire sulla azienda che tu rappresenti). E, aprendo la presentazione, ha parlato un po’ troppo di se stesso, di quanto l’azienda l’ha fortemente voluto, e lui ha accettato mantenendo la sua indipendenza (alla mia domanda se era un agente plurimandatario – visto che si era presentato come un libero professionista – mi ha risposto negativamente, lasciandomi perplessa… senza un preciso perchè… ma come se ci fosse una “stonatura”).

Per come la vedo io, stai vendendo un prodotto e tu sei il prodotto in quel momento. Non sei nient’altro.

Il secondo (più giovane, credo circa 30 anni): formalmente corretto. Già conosciuto, non ha mai raccontato nessuna storia personale. Ha portato un aggiornamento di cataloghi e software, e si è chiacchierato di lavoro e dell’andamento del mercato, senza che lui abbia espresso alcunchè di opinioni personali, mantenendosi corretto e discreto.

Il terzo (più anziano dei 3, credo sui 55 anni…): una bravissima persona, credo sia molto buono. Prima volta che ci vediamo. Esordio fiacco, con prima domanda che mi viene rivolta (prima di qualsiasi altra domanda, appena seduti in sala riunioni) relativa al fatto se c’è lavoro o meno, formulata con un tono triste. Carburato, ha spiegato ed illustrato i prodotti (peraltro – a mio avviso – molto validi). C’ho messo un po’ ad apprezzarlo. Ma alla fine l’ho fatto.

Penso che fare il venditore/rappresentante sia un mestiere infernale.

Non è nelle mie corde. Sono un tecnico (anche se, alla fin-fine, vendo la mia professionalità).

Quindi le mie considerazioni sono da un punto di vista tecnico e possono lasciare il tempo che trovano.

Ma se posso esprimere un parere, chi ho apprezzato dei tre è stato il secondo: professionale, orientato al prodotto che rappresenta senza essere spinto all’eccesso.

Chi ho apprezzato meno è stato il primo (pur rappresentando un prodotto valido). Anche per il look: mentre gli altri erano in giacca e camicia (o maglione), lui era vestito come se fosse in gita alla domenica. Va bene l’informalità, però non sai dove vai e chi ti troverai davanti. Inoltre rappresenti un colosso del settore e – che ti piaccia o no – devi avere un “filo” di congruenza con quello che tu rappresenti in quel momento, anche nell’immagine. Non dico che uno debba snaturare se stesso e la propria immagine, ma adattarla all’ambiente nel quale ti introduci. E devi – secondo me – intuire (se non riesci ad avere informazioni prima) da chi vai, restando – nel dubbio – il più neutro possibile. [A meno che tu non sia già un leader conosciuto, con un grande ascendente: nel qual caso puoi permetterti qualsiasi cosa.]

Per quanto riguarda il terzo, deve avere avuto una storia personale particolare, da quello che ho velatamente compreso. Profondo conoscitore della materia, bisogna superare lo sguardo triste per poterlo apprezzare appieno. E quando sorride, ha un bel sorriso simpatico.

Tre generazioni diverse.

Tre vissuti diversi.

Tre modi di affrontare la realtà lavorativa diversamente.

La “Crescita Personale”, un arma a doppio taglio.

Immagine tratta dal blog Efficamente

Frequento corsi di “crescita personale” dal 2007.

Approdata per ragioni personali (dalla parola stessa), come è successo (e succede) a tante persone quando iniziano a frequentare questi corsi, è nata la passione per la Programmazione Neuro Linguistica, il Coaching, la Negoziazione e la Leadership.

E la naturale conseguenza è stata quella di iscrivermi alla Scuola per Coach per diventare un Coach.

Ora, a distanza di qualche anno e continuando a frequentare i corsi, sorgono dubbi e riflessioni.

Riflessioni dettate dalle esperienze lavorative, dalle riflessioni private e dagli scambi di opinioni che nel frattempo ho avuto con amici.

La cosa che più mi inquieta è che, confrontandomi con persone che stanno seguendo percorsi di crescita personale (di vari generi e scuole: dai più concreti ed operativi, ai più spirituali), ho percepito una sorta di dipendenza.

La “materia” è sicuramente affascinante ed occasione di grande arricchimento (leggendo alcuni – non tutti – libri sull’argomento, si aprono moltissime porte che ti fanno esplorare nuovi campi, leggere nuovi libri, sviluppare nuovi interessi), ma su alcuni soggetti “sensibili” rischia di aprire dei “loop” nei quali si entra e si inizia a percorrere in circolo un sentiero autoreferenziale.

Si vede la realtà sempre sotto la stessa lente, si valutano le persone (e gli amici) solo seguendo determinati procedure o schemi, si danno consigli non richiesti, si leggono solo ed esclusivamente libri attinenti l’argomento, escludendo a priori altri libri di altri generi (narrativa, saggistica, avventura) e discussioni su argomenti “leggeri”.

Nel “loop” l’Ego si ingigantisce sempre più e ci si auto-considera “guru” di qualcosa, sentenziando e perdendo gradualmente il contatto con la realtà fatta anche di gestione concreta dei problemi.

In questo processo il passo successivo, secondo me, è la presa di decisioni molto rischiose:

  • visto che l’azienda per cui lavoro non rispecchia i miei valori, do’ le dimissioni (“salto senza rete”);
  • visto che non mi piace più il lavoro che faccio, lo lascio (senza avere preparato una alternativa);
  • voglio fare il Coach (senza avere valutato realmente le proprie capacità: un conto è che ti piace qualcosa, un conto è quello che sai fare, quello per cui hai talento);
  • ecc..

A volte penso che la “Crescita Personale” sia un’arma a doppio taglio: un insieme di strumenti in grado di apportare qualità nella vita di un individuo, ed un insieme di strumenti che – se non adeguatamente compresi e gestiti – possono generare dinamiche comportamentali dannose.

Il Coaching, la PNL e le altre discipline affini devono – sempre secondo me – aiutarti a ragionare con maggiore lucidità, ad uscire dai “loop” negativi nei quali ci si impiglia in alcuni momenti, a farti gestire gli stati d’animo in maniera migliore, a farti prendere decisioni migliori e funzionali, a farti vedere le cose da più punti di vista.

Invece, in alcuni casi, rappresentano un’ancora di salvezza, un rifugio dalla realtà, che può farti perdere la rotta e farti credere cose non reali e non correttamente ponderate.

Come tutti gli strumenti sofisticati può fare molto bene e può fare molto male, dipende dall’uso che se ne fa.

Secondo me l’abilità sta nel testare gli strumenti che si acquisiscono su se stessi, utilizzandoli per tracciare la giusta rotta, mantenendo un confronto costruttivo con la realtà fatta di conoscenze acquisite (cultura acquisita) e confronti con amici, mentori, referenti, che possono anche avere idee diverse dalle tue (e guardarti con scetticismo) ma possono anche funzionare egregiamente come “contro-bilanciatori” in grado di farti scegliere le giuste strategie, considerando sempre che la decisione finale è sempre e solo tua.

Ciò che ho scritto in questo post scaturisce da riflessioni che sto intensificando in questi ultimi tempi, a conclusione del percorso della Scuola per Coach. Ho attraversato (e sto attraversando) fasi di grande motivazione nel volere fare il Coach, e altrettanti grandi momenti di riflessione:

  • Ha senso cambiare rotta con una brusca virata, abbandonando a 43 anni quanto fatto sino ad oggi per andare a fare una cosa completamente diversa?
  • Mi piacerebbe realmente fare il Coach?
  • Ho le capacità necessarie?
  • Come posso utilizzare quanto imparato ad oggi come un valore aggiunto per riconfigurare la mia attuale professionalità?
  • Come posso incardinare queste nuove conoscenze con le conoscenze acquisite in quasi 15 anni di lavoro?
  • Come posso incardinare 15 anni di esperienze tecniche pregresse in una nuova figura professionale di Coach?

Queste domande potrebbero essere una traccia di un esame di coscienza da farsi durante questi percorsi di crescita, ascoltandosi molto attentamente mentre si risponde, individuando eventuali falsi segnali che possono farci prendere decisioni sbagliate.