Essere figlia, avere un padre (2)

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Oggi ho trascorso una bella giornata in compagnia del babbo.

Complice la festività del 25 aprile, ne ho approfittato per accompagnarlo per alcune commissioni.
Ed è stata l’occasione per condividere riflessioni, e scambiarsi punti di vista, su futuro, lavoro e vita a 360′.

È stata anche l’occasione per tranquillizzarlo su sue preoccupazioni relative al mio “nuovo” stile di vita: corsi, “nomadismo”, nuove conoscenze ed esperienze.
Sapevo che mio padre era preoccupato, ma non esprimeva i suoi timori a causa di un carattere non propenso ad esternare sentimenti ed emozioni (che vive).
E lo avevo saputo in un modo non proprio sereno: una telefonata dura con mia madre, degenerata in pochi minuti a causa di equivoci verbali, stanchezza mia e nervosismo a fiumi.

Forse non sono così scontate (almeno per me, visto che ogni tanto me lo dimentico) le lecite preoccupazioni di un genitore (in crescita all’avanzare dell’età), soprattutto se senti e leggi molto di cose negative (da giornali, TV e altri mezzi di comunicazione “convenzionali” e mono-direzionali), e se sei figlia unica.

Era da tempo che non parlavamo senza entrare in rotta di collisione causa scontro generazionale. Ricordo ancora discussioni che degeneravano in litigi mal celati, dove ognuno restava arroccato sulle sue posizioni, piantandosi il muso reciprocamente.
Un evento accaduto nel 2008, cambiò radicalmente il mio punto di vista ed il mio approccio, rendendomi molto più attenta e sensibile all’ascolto di un uomo (mio padre) che non avevo mai realmente visto e compreso.

A me, come figlia, spetta il non sempre facile compito di comprendere e di non innervosirmi davanti a vicende che non vengono capite.

A me, come figlia, spetta far comprendere prodigandomi in spiegazioni (anche dettagliate) per trasferire le informazioni nella maniera più chiara possibile, spazzando via le preoccupazioni (lecite) di un genitore.

3 pensieri su “Essere figlia, avere un padre (2)

  1. Ho trascorso con mio padre gli ultimi dieci giorni. In pensione da vent’anni, anche lui appartiene ad una generazione diversa. E’ un uomo di larghe vedute, fortunatamente, con cui si può parlare di politica, di lavoro, di società, di tecnologia, di storia, di religione, di filosofia, delle cose che mi interessano, insomma. Non a caso, siamo figli dei nostri padri. Allo stesso tempo, tuttavia, è un “uomo dell’altro secolo”, per così dire, con preoccupazioni e, in qualche senso, “deformazioni” implicate dall’appartenenza ad un mondo che è inesorabilmente cambiato. Ecco, quindi, che leggendo il tuo intervento, mi sono ritrovato nelle tue considerazioni su vicinanza e distanza nel rapporto con un genitore.

    • Ciao Pierluigi,
      grazie per il tuo contributo.
      Sì, condivido: non è facile “far passare” i concetti di questo nuovo mondo dove anche noi (migranti digitali e non) ci troviamo a confrontarci con un qualcosa di molto diverso da quello che abbiamo appreso durante la crescita.
      E’ un lavoro difficile che credo sia comunque necessario svolgere.
      Lo considero un dovere nei confronti di chi mi ha cresciuto, allevato e nutrito e che vuole il mio bene.
      La considero anche una occasione di crescita e acculturamento e ampliamento di prospettive anche per chi, in età avanzata (come i miei genitori), ha visto e sta vedendo un mondo sempre più accelerato ed incomprensibile.
      (Il mio babbo ogni tanto mi racconta il suo stupore nell’avere assistito alla evoluzione del telefono: dal telefono a muro – nero, in bachelite – al cellulare che segue l’uomo, fino agli smartphone…)
      Grazie. A presto!

  2. Pingback: Il babbo… | Barbara Olivieri

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