Essere figlia, avere un padre

 

padre-e-figlio

Il titolo di questo post parafrasa a reinterpreta un articolo di Sebastiano Zanolli, scritto il 2 gennaio 2008 e che ho scoperto per caso solo ieri sera, mentre navigavo in internet “annusando la rete”. A quei tempi non c’ero ancora sul web, non conoscevo la figura di Sebastiano Zanolli, i suoi libri ed il suo blog. Ma forse ieri era il momento giusto perchè incrociassi questo post di 3 anni e mezzo fa…

Dire che quell’articolo mi ha commosso è quasi riduttivo, nel senso che la parola “commozione” non descrive esattamente ciò che ho provato leggendo quelle righe.

Ho provato un senso di maliconia sordo e avvolgente (paradossalmente con un effetto quasi da “calda coperta”).

Ho provato tenerezza per un giovane padre che si fa profonde riflessioni, si pone immensi dubbi, spostandosi dalla figura di figlio alla figura di padre, rivivendo ricordi e ponendosi grandi domande sul futuro.

Ho provato comprensione verso gli uomini (che in alcuni post ribattezzo affettuosamente “maschietti”), che a volte noi donne bistrattiamo inutilmente, non comprendendo (non volendo comprendere?) la loro natura e la loro sensibilità (a volte coperta da sovrastrutture educative e sociali). Negli ultimi tempi ho acuito la sensibilità verso il genere maschile e vedo intorno a me uomini un po’ bambini, un po’ smarriti, a volte affaticati, che fingono a volte una sicurezza che stentano a portare sulle spalle.

Sto parlando di un genere di uomini, non di tutti gli uomini. Sono conscia del fatto che esistono uomini che fanno del male, ma esistono anche uomini che fanno del bene e danno il massimo.

E ho pensato a mio padre.

Ho ricordato la profonda ristrutturazione della figura di mio padre avuta in occasione dell’intervento di by-pass che subì nell’aprile del 2008.

Andò tutto bene, oserei dire magnificamente: la sua filosofia di prevenzione ha fatto si che si intervenisse prima dell’aggravarsi di un piccolo sintomo che – col tempo – avrebbe portato all’infarto. Oggi ha 71 anni, è sempre in perenne movimento e faccio fatica a stargli dietro.

E ricordo anche le ore immediatamente prima ed immediatamente dopo l’intervento.

Ricordo il discorso che mio padre mi fece il giorno prima: quasi un discorso di bilancio e di commiato, che mi gettò nel panico (costretta a sopprimerlo, per non preoccupare proprio mio padre che stava per subire l’intervento).

Ricordo quando l’ho salutato al termine dell’orario di visita, pervasa da un senso di smarrimento (ben nascosto) e preoccupazione al limite del terrore: un uomo minuto, in pigiama, che salutava. (Il mattino dopo andò mia madre a salutarlo prima dell’ingresso in sala operatoria; le dissi che io non ce la facevo, che rischiavo di scoppiare a piangere davanti a lui e che questo non doveva succedere, non volevo preoccuparlo… Ero reduce 48 ore prima da una lunga serata – conclusasi alle 1.30-2.00 di notte – al Pronto Soccorso dello stesso ospedale, per una crisi ipertensiva di mia madre con abbondante epistassi che non voleva fermarsi).

Ricordo l’attesa fuori dal blocco operatorio (credo che se mi avessero misurato la pressione allora, mi avrebbero ricoverato seduta stante) e le parole (tecniche e comunque positive) del chirurgo (e la mia scansione spasmodica – i primissimi secondi – del locale colloqui, alla ricerca di tracce che indicassero che qualcosa era andato storto).

Ricordo la successiva notte insonne, col cellulare sul comodino, perchè “le successive 24 ore sono quelle critiche” (non ricordo un episodio dove io abbia tirato al chirurgo un numero di accidenti maggiore per la sua affermazione tecnica, ma detonante).

Ricordo la mia immobilità davanti alla porta della Terapia Intensiva (quasi paralizzata), incapace di suonare il citofono; e l’accoglienza della caposala che – probabilmente vedendomi un po’ smarrita – m’ha vestito e m’ha catapultato dentro il reparto dove – finalmente – mi sono rasserenata nel vedere il babbo in buone condizioni (pesantemente intontito).

Ricordo la mia reazione iper-protettiva (a difesa di mio padre) con gli infermieri del reparto, protestando per il comportamento insulso ed irrispettoso dei parenti del compagno di stanza: dopo un giorno hanno spostato l’uomo che era con lui.

Sono tanti ricordi e flash di una settimana durante la quale mi sono confrontata seriamente per la prima volta con un “qualcosa” non previsto, e che ha costituito una riconfigurazione profonda dell’idea di mio padre che avevo nella testa.

Vedere quest’uomo, con il quale avevo avuto sempre un rapporto un po’ conflittuale, con un carattere poco propenso ad esprimere sentimenti (o espressi in modo a volte un po’ da urto della sensibilità altrui), che affrontava preoccupato un evento intenso (taciturno, non condividendo sentimenti e preoccupazioni), mi ha fatto vedere anche un uomo fragile.

Un uomo che ha lavorato duramente tutta la vita per garantire la sussistenza alla famiglia ed un futuro a me (unica figlia).

Un uomo che, anche se è stato avaro di affettuosità, ha dato cuore, anima e tutto se stesso alla famiglia e alla figlia, sacrificando se stesso (un giorno, poco tempo fa, mi ha detto: “Sono contento di quello che ho fatto perchè quando andrò via, lascio a mia figlia delle sicurezze ed un futuro.”).

C’è voluto un evento forte per farmi capire alcune cose. Per farmi vedere le cose in modo diverso. Per farmi comprendere.

Forse ci vuole anche la “maturità di testa”.

Certi ragionamenti non puoi farli quando sei piccolo, non puoi farli quando sei adolescente: sono età con diverse priorità.

Certi ragionamenti puoi farli quando maturi, quando inizi a pensare in modo diverso.

E ben vengano le riflessioni e le domande di un giovane padre. Sono domande giuste, al momento giusto. E’ giusto che sia così.

Grazie a Sebastiano Zanolli per il suo post che – capitato al momento giusto – ha rimesso a posto alcune cose.

Immagine tratta dal sito Bergamo.info.

5 pensieri su “Essere figlia, avere un padre

    • Ciao Vincenzo, grazie della visita e del tuo commento.
      Si, forse è “paura di avere paura”. Lo “smarrimento” lo sperimento in condizioni di forte stress, dove – proprio per evitare di essere soverchiata dalla emotività – sgancio la parte emotiva stessa (me ne allontano) e resta solo la parte logica a gestire gli eventi.
      Grazie per il tuo spunto.
      Mi hai dato modo di riflettere ancora un po’ su alcuni aspetti.
      Ciao!

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