“Talk like TED” di Carmine Gallo [VIDEO]

A “breve giro di posta” (come si suol dire) rispetto al precedente post pubblico qualche riflessione sull’ultimo libro letto: “Talk like TED”, scritto da Carmine Gallo (già autore di un best seller sullo stile di presentazione del compianto Steve Job).

Ho impiegato due settimane per leggerlo (contravvenendo quindi alla regola “un libro a settimana”), perché ho scelto la sua versione originale (che poi ho scoperto essere allo stato attuale l’unica in circolazione, essendo di recentissima pubblicazione).
Sicuramente un buon metodo per esercitarsi con l’inglese (il testo è abbastanza comprensibile), ma – chiaramente (almeno per me) – più lento nell’avanzamento.

Il libro mi è piaciuto molto perché coniuga due interessi che mi sono cari: il public speaking e TED (il cui bellissimo sito/blog non riesco a seguire come vorrei).
E mettendo assieme queste due aree, l’autore riesce a costruire un lavoro sulla comunicazione con strumenti, spunti e suggerimenti per renderla più efficace.
Come lo fa?
Analizzando proprio alcuni degli speech più famosi della manifestazione (quelli che hanno ottenuto tra il più alto numero di visualizzazioni) sia da un punto di vista contenutistico, sia – soprattutto – da un punto di vista di stile espressivo.

Un libro interessante e vivace, la cui particolarità è proprio legata alla presenza dei Talk che lo distingue dai soliti libri triti-e-ritriti sul public speaking (di cui il mercato è pieno).

Se volete leggervelo in lingua originale, è disponibile anche su kindle (la versione che ho letto io).
Altrimenti spero che nell’arco di pochi mesi sia disponibile anche la traduzione in italiano.

Suggerimento: segnarsi i Talk menzionati per visionarli – se non in corso di lettura – in un secondo tempo (con calma) per apprezzarli e studiarli anche da un punto di vista tecnico.

Buona lettura!

[Immagine di copertina tratta dal sito newsana.com]

“Crociera e delizia” di Alessandro Zaltron [VIDEO]

Anche se il blog è rimasto un po’ indietro, le videoriflessioni continuano.
Videoriflessioni che vengono pubblicate sul canale You Tube (ormai quasi una sorta di video-blog) e che accompagnano step-by-step l’avanzamento del progetto “Un libro a settimana”.

Quella che segue è la videoriflessione del libro di Alessandro Zaltron, “Crociera e delizia” (una parafrasi del motto “croce e delizia”): un divertente taccuino di viaggio (e di appunti) di una crociera. Accompagnato da osservazioni e riflessioni argute ed ironiche che ti fanno sorridere (e sogghignare).

Leggendolo ho spesso ripensato alle impressioni di amici che hanno fatto l’esperienza di una crociera su questi giganti dei mari.
E su questo piccolo e divertente libretto (di circa una sessantina di pagine) ho trovato molte conferme, che hanno rinforzato la mia refrattarietà a questo tipo di viaggi (non fanno decisamente per me).

Il punto di forza di questo mini-racconto è proprio la brevità, che mantiene la freschezza narrativa, senza mai ripetersi e dandoti ad ogni pagina motivo di divertimento intelligente.

A questo punto cedo il passo alla videoriflessione, augurando buona visione (del video) e buona lettura (per chi deciderà di trascorrere qualche ora in compagnia delle parole scritte dall’autore).

[L’immagine del post è tratta dal sito Vanity Fair e rappresenta la copertina del libro]

 

“Jony Ive. Il genio che ha dato forma ai sogni Apple” [VIDEO]

$_35Un paio di settimane fa ho letto il libro scritto da Leander Kahney sulla figura di Jonathan Ive, il celebre “master-designer” di Apple.
L’uomo che ha creato gli oggetti della celebre casa, rendendoli unici e dipingendo una nuova visione dei device elettronici.

Avevo già letto un altro libro di Leander Kahney (“Nella testa di Steve Jobs”), ma non mi aveva entusiasmato: forse si parlava da troppo tempo della figura di Jobs e cominciavano a circolare notizie, studi e considerazioni via-via sempre più scontate.

Stavolta invece sono rimasta piacevolmente sorpresa: vuoi per la figura raccontata e vuoi anche per la evidenziazione di alcune caratteristiche salienti, già note ma ben raccontate e trattate.

Prima di tutto la attenzione di Jony Ive per la semplificazione: una passione difficile da perseguire perché per semplificare bisogna togliere, ridurre e ottimizzare. E non è così facile come sembra anche se lui ci riesce egregiamente.
Una sorta di ossessione, la sua, che lo accompagna fin da prima del suo ingresso in Apple e che creerà quello stile che ha reso inconfondibile gli oggetti prodotti dalla casa di Cupertino.

Poi la nota attenzione per il cliente. In particolare per l’esperienza utente.
Una attenzione che esplora come l’essere umano interagisce con gli oggetti e arriva a studiare anche l’esperienza dell’aprire le scatole che contengono i dispositivi Apple (ricordo ancora la scatola che conteneva l’iPhone).

Il tutto perseguendo la bellezza delle forme. L’estetica degli oggetti. Attraverso la linearità e la ricerca sull’impiego di nuovi materiali.

Semplicità. Attenzione per l’utente. Bellezza.
Tre concetti cardine che penso siano attualissimi e potrebbero fornire spunti anche nelle nostre scuole di design e di architettura.

Infatti ritengo che testi simili (come anche film-documentari come quello che ho visto di recente su Sir Norman Foster) siano molto più interessanti di molti libri canonici di storia dell’Architettura, perché più coinvolgenti e più attuali.
Sarebbe una iniziativa interessante introdurli nelle bibliografie d’esame: credo che stimolerebbero dibattiti e riflessioni, nonché spunti di crescita e di sperimentazione.

“E’ facile affrontare i problemi della vita se sai come farlo” di Pino De Sario [VIDEO]

DeSarioMetti che stai tornando a casa da un corso e sei in automobile.
Metti che decidi di fermarti per sgranchirti le gambe e bere un caffè.
E – nel mentre bevi il caffè – ti cade l’occhio su un banchetto dove sono esposti dei libri.

Uno ti colpisce.
Inizialmente per i colori.
Poi per il titolo chilometrico che – di primo acchito – ti lascia un po’ perlessa (“Essì… il solito libro di crescita personale dalle facili soluzioni!”, mormori tra te e te).

Però quel libro continua a guardarti.
E tu lo guardi.
Lo prendi in mano e lo sfogli, leggendo qui e là.
Ed infine, per una ragione a te totalmente sconosciuta, decidi di acquistarlo.

Bene, l’istinto ha avuto ragione.
Perché mi sono ritrovata a leggere un libro molto interessante di un autore facilitatore a me sconosciuto fino ad oggi (per chi vuole sapere che è Pino De Sario qui il link al sito).

Nonostante il titolo un po’ ingannevole (linguisticamente parlando), il testo raccoglie in modo organico idee e strumenti (sotto forma di spunti che possono essere approfonditi in modo autonomo ed in momenti successivi) che ruotano attorno ai conflitti e alla gestione della negatività (finalmente non più rifiutata, bensì riconosciuta come strumento/passaggio valido e propedeutico alla crescita).
Idee e strumenti che hanno come pilastri portanti l’ascolto di sé stessi e degli altri, in una ottica di facilitazione (il facilitatore è una figura professionale ben definita).

Un libro che si lascia leggere gradevolmente e si presta a sottolineature e appunti.
Che si esprime in modo semplice e chiaro, con gli inglesismi (tanto in voga) ridotti allo stretto necessario.

Un libro che – per quanto mi riguarda – può essere tenuto a portata di mano anche per consultazioni rapide, utili per spunti e reminder per la possibile soluzione di problemi.

Consigliato.

“In un batter di ciglia” di Malcolm Gladwell [VIDEO]

Gladwell

Ragionare attorno al libro di Malcolm Gladwell “In un batter di ciglia” mi sembra quasi un controsenso.

Mi spiego: il libro in questione tratta del “pensiero intuitivo” e della “cognizione rapida”. Due caratteristiche dell’essere umano, difficilmente codificabili e descrivibili, ma oggetto di studi da parte di scienziati e psicologi.

Ed in questo caso – per me – la sfida è stata doppia: all’argomento (che mi affascina molto) si è aggiunto anche lo stile di trattazione dell’autore.
Stile che – curiosamente – mi ha dato qualche difficoltà e che da una lato mi spiazza, ma dall’altro lato mi sta gradualmente conquistando (qui la riflessione sul primo suo libro che ho letto).
Infatti Gladwell scrive in modo estremamente semplice, raccontando e affrontando argomenti complessi in modo molto chiaro.
Ma non lo fa con la pretesa di catalogare, analizzare, incasellare e codificare a tutti i costi. (Tendenza che ho riscontrato in molti testi che si collocano a metà strada tra i manuali ed i saggi, come per esempio “Strategia Oceano Blu”)
Bensì è come se si sedesse ad ascoltare chi ne sa più di lui, prendendo appunti e trasferendo in modo comprensibile – a chi poi leggerà – ciò che lui ha appreso.
Senza arrogarsi alcun diritto di “superiorità intellettuale”.
Collocandosi invece sullo stesso piano del lettore.

Con l’aggiunta di una ulteriore variabile: l’autore non ti offre soluzioni.
Racconta storie, supportate dalla ricerca scientifica e accompagnate da interviste ai ricercatori coinvolti, che ti danno la possibilità di fare delle riflessioni e che suscitano qualche curiosità in più.

Una considerazione sulla videoriflessione pubblicata in coda a questo post.
Registrandola, e ascoltando la fatica che ho fatto nell’esprimere i concetti, mi sono ricordata di un episodio accaduto un paio di settimane fa: nel tentare di registrare un video sul libro di Guenassia, “Il club degli incorreggibili ottimisti”, in un primo momento andai in blocco (qui la riflessione scritta e qui la videoriflessione, pubblicata in seguito).
Non riuscivo ad esprimere i concetti: tanti tentavi e false partenze, fino al “lancio della spugna sul ring” (“Basta mi arrendo, non ci riesco!”). Pubblicando un riflessione su Facebook su questo “stato di scoramento”, uno dei contatti commentò con una interessante considerazione sul dualismo tra razionalità (comunicazione di pensieri organizzata secondo una sequenzialità logica) e istinto.
Una considerazione che anticipò quello che poi ho incontrato leggendo questo libro, e che si potrebbe (con qualche licenza personale) riassumere così: il pensiero intuitivo è qualcosa che agisce in modo assolutamente autonomo, dietro la porta chiusa dell’inconscio, e che se tenti di spiegare in modo razionale non ne sei capace.
Ecco, in quel caso e con molta probabilità, avendo vissuto il libro e com-partecipato alle vicende dei personaggi, avevo incamerato sensazioni a livello istintivo che non riuscivo a trasferire a livello razionale (ci sono riuscita solo dopo essere passata attraverso la scrittura, attività che può assumere degli aspetti molto intimi).

Non mi dilungo oltre, inserendo qui sotto il video della riflessione, pubblicato su You Tube.
Buona visione.

Due libri sul talento e la creatività [VIDEO]

2014-04-27 23.26.44

All’interno del progetto di “Un Libro A settimana”, mi è capitato di leggere in sequenza due testi apparentemente slegati fra loro, ma in realtà legati da un filo rosso che è quello che si può battezzare con il nome duale di “Creatività e Talento”.

Infatti, qualche settimana fa, in occasione della lecture di Paola Antonelli (curatrice del MOMA di New York) programmata da Meet the Media Guru, è stata organizzata una iniziativa molto interessante che ha coinvolto una startup di recente costituzione che permette di creare dei TweetBook.
Per questo esperimento – effettuato in collaborazione con MtMG – è stato scelto un libro speciale: “Fantasia” di Bruno Munari.
L’obiettivo era leggere un capitolo al giorno tra quelli selezionati, pubblicando su Twitter (con l’hashtag #mmgFantasia) spunti, immagini, frasi, suggestioni che emergevano durante la consultazione del piccolo e ricchissimo libro, con lo scopo di creare un museo virtuale, immaginario ed immaginifico. Creando una sorta di visionaria wunderkammer.
Così mi sono divertita (assieme a molti altri utenti) a partecipare a questo progetto di “scrittura condivisa” (a questo link ho raccolto in Storify i tweet) destreggiandomi e recuperando reminescenze di arte, design e anche cinematografia, lasciando andare a briglia sciolta la mia immaginazione un po’ anchilosata.

Concluso il libretto di Munari, mi sono poi cimentata nella lettura de “La trappola del talento” di Geoff Colvin.
Scritto da un giornalista della rivista Fortune, il libro ha come obiettivo il dimostrare che il talento non è un dono divino con il quale si nasce, bensì è frutto di un allenamento costante e continuo secondo determinate metodiche, ben codificate e ben programmate.
Si tratta di un libro che lavora su “fondamenti scientifici e logici” (se così li possiamo definire) e incoraggia anche chi pensa di non essere dotato di alcun “dono divino”. E a supporto della teoria dell’autore sono molti gli esempi di sportivi, musicisti, scacchisti, manager (ma non solo) che vengono menzionati. Proprio a sottolineare che è possibile eccellere in qualche campo se ci si applica con rigore e precisione.

La cosa interessante è che questi due libri hanno trattato un universo composto appunto da talento e creatività (anch’essa frutto di stimoli ed esercizi, così come sostenuto sia da Munari che da Colvin) in modo interessante e tra loro complementare.
Se il libro di Munari è stata una scoperta e ha costituito una lettura attualissima, quello di Colvin ha rappresentato un interessante excursus all’interno di una determinata ricerca volta a dimostrare che tutti possiamo sviluppare ed allenare i nostri “talenti”.

Di seguito le due videoriflessioni pubblicate sul canale YouTube, dove ragiono in modo un po’ più approfondito sui due testi.

Due libri interessanti: Domitilla Ferrari e Sebastiano Zanolli [VIDEO]

2014-04-06 16.52.57

Di recente ho letto due bei libri interessanti che si potrebbero annoverare (magari un po’ impropriamente) nella categoria “formazione”.
Intendendo con “formazione” qualcosa che tratta alcuni argomenti che ti possono tornare utili per imparare qualcosa di nuovo e che ti possono offrire nuovi punti di vista su argomenti che magari conosci già un po’.

Sto parlando del libro di Domitilla Ferrari, “Due gradi e mezzo di separazione, e del nuovo lavoro di Sebastiano Zanolli, “Aveva ragione Popper, tutta la vita è risolvere problemi.

Due libri che trattano di due argomenti ben distinti (come si può dedurre già dai loro titoli) e che mi hanno riconciliato con un genere col quale faticavo sempre più a dialogare.
Infatti stavo sviluppando una vera e propria idiosincrasia per testi che trattano di formazione, di web e di materie di acculturamento e di sviluppo delle proprie capacità personali e professionali.
Non ne potevo più di leggere sempre le stesse cose, proposte in salse diverse ma dal medesimo retrogusto assai noto.
Ed invocavo qualcosa di nuovo. Invocando qualcuno che potesse raccontare le cose in modo inusuale.
E semplice. (Anche qui stufa di leggere dissertazioni noiose, vagamente accademiche e/o scontate)

Così ho affrontato con fiduciosa curiosità il libro di Domitilla Ferrari, che – confesso – non conoscevo fino ad oggi (e che ho avuto il piacere di ascoltare dal vivo al corso “Dieci Cose”, assieme ad altri giganti del web), e ho atteso con altissime aspettative il nuovo libro di Sebastiano Zanolli (che mancava dagli scaffali delle librerie dal 2011, credo…)

Bene, la prima è stata una gran bella sorpresa ed il secondo è stata un gran bella conferma.
Nel primo ho letto con piacere sul networking, ripassando un po’ di concetti, scoprendo qualcosa di nuovo e trovandomi in assoluta sintonia coi concetti e le idee espresse dall’autrice.
Nel secondo mi sono confrontata con il tema dei problemi, e della loro risoluzione, esplorando visioni inusuali sull’argomento e osservando con curiosità contaminazioni non così immediate.

Non mi dilungo oltre.
Lascio spazio alle due videoriflessioni qui sotto (cosa che mi sto dilettando a fare, sperimentando nuove modalità di comunicazione).

Buona visione (a chi si cimenterà nell’ascolto dei due video della durata di circa 8 minuti ciascuno).

“Il Punto Critico” di Malcolm Gladwell

Gladwell

“[…] Il candidato più affascinante a questo ruolo è la “teoria delle finestre rotte”, frutto dell’ingegno dei criminologi James Q. Wilson e George Kelling. I due sostenevano che la criminalità è l’inevitabile risultato del disordine: se una finestra è rotta e non viene riparata, chi vi passa davanti concluderà che nessuno se ne preoccupa e che nessuno ha la responsabilità di provvedere. Ben presto ne verranno rotte molte altre e la sensazione di anarchia si diffonderà da quell’edificio alla via su cui si affaccia, dando il segnale che tutto è possibile. […]” [Citazione intorno alla regola del contesto, uno delle variabili di diffusione del fenomeno con dinamiche da epidemia, N.d.r.]

Mentre leggevo le prime pagine del libro “Il Punto Critico” (osannato da molti miei contatti), ero un po’ perplessa: non stavo leggendo nulla di nuovo. Non c’era l’effetto “Wow!”.

Poi ho pensato di fare la cosa più semplice del mondo: guardare la prima data di pubblicazione.
Correva l’anno 2000: l’inizio di un nuovo secolo e di un nuovo millennio.
E lì ho cambiato la mia modalità di lettura (che già aveva parzialmente – se non totalmente – affossato un altro testo osannato da tanti, “Strategia Oceano Blu”, sul quale mantengo le riserve e le perplessità).

Ho capito che per comprendere la sua validità era necessario modificare il punto di vista tipico di una persona che lo legge nel 2013 (ben 13 anni dopo, durante i quali è accaduto di tutto, ed il tutto ha subito una accelerazione esponenziale): bisognava porsi in un’altra ottica, facendo un viaggio indietro nel tempo.
Se lo si legge in questi termini e si cerca di ricordare quali erano le tendenze culturali e di ricerca del periodo, allora se ne può apprezzare la novità di approccio e la sua trasversalità di vedute.
(Prossimamente mi diletterò (non so come…) a fare una ricerca sugli studi sociologici, psicologici, ecc. pubblicati nello stesso periodo, per avere una conferma (o meno) della visione d’avanguardia che questo testo fornisce.)

C’è praticamente tutto quello che si vede oggi: le figure dei connettori, degli esperti di mercato, dei venditori; la regola del contesto, le dinamiche della comunicazione,… Tutte le componenti che concorrono a generare fenomeni virali.

E c’è quello che è musica per le mie orecchie negli ultimi tempi: il numero di Dunbar (i famosi 150 contatti) ed il perché della sua efficacia.
La piccola rete che funziona grazie alla conoscenza reciproca delle proprie competenze, che fa del gruppo un organismo in grado di rispondere bene agli stimoli e ai compiti quotidiani. (A tale proposito è interessante l’esempio della azienda Gore (l’inventrice del Gore-Tex, per intenderci): non so se è ancora così, ma il leggere della sua filosofia operativa mi ha fatto pensare anche al perché del funzionamento (o malfunzionamento) di certi gruppi o aziende che siano.)

Se poi penso alla mia (ma credo e spero non solo mia) esigenza di una maggiore qualità rispetto alla quantità, una rivalutazione ad oggi del numero di Dunbar mi sembra più che indicata (contando su un effetto domino, di propagazione, da parte dei propri contatti sensibili).
E credo che si sia vicini ad un assestamento, conseguenza fisiologica di un picco di espansione bulimica (sto pensando soprattutto ai grossi numeri dei social network) che – forse – porta ad una contrazione ed una stabilizzazione su numeri più gestibili.

Per il resto si tratta di un libro interessante. Molto interessante se si pensa che è stato scritto un bel po’ di tempo fa.

Ho però una riserva: ho trovato un po’ pesante la parte dedicata alla analisi dei programmi per bambini “Sesame Street” e “Blue’s Clues”.
Su 302 pagine di testo, 50 sono dedicate all’esame di queste due celebri trasmissioni.
Confesso di avere fatto fatica a superare queste 50 pagine: ho avuto la percezione (non reale, perché si tratta di 1/6 del libro, quindi poca cosa) che si sia soffermato troppo a scapito dell’analisi di altri casi che – a mio avviso – risultavano più interessanti. E non trattandosi di un libro di pedagogia, la cosa mi ha lasciato assai perplessa.

Resta comunque un buon libro, tuttora attuale, scritto con un linguaggio di facile comprensione e dotato di una cospicua bibliografia di supporto (non tutta in lingua italiana).

Chiudo con una citazione sulla memoria del gruppo (una sorta di memoria condivisa), sulla memoria transattiva (ribadisco: musica per le mie orecchie…):

[…] conoscere qualcuno abbastanza a fondo da sapere quello che sa, abbastanza bene da potersi affidare al suo dominio di determinate conoscenze, che rientrano nelle sue competenze. E’ la ricreazione, a un livello di organizzazione più ampio, del genere di intimità e di fiducia che esiste all’interno di una famiglia.

Buona lettura!

“Avere fiducia” di Michela Marzano

719iaV4LKNL._SL1396_Il filosofo Simon Blackburn parla della reliance [il fatto di contare su qualcuno di affidabile, n.d.r.] come di una sorta di base austera della fiducia. L’affidabilità di qualcuno la posso constatare via via che lo frequento e che conosco le sue qualità e le sue competenze. Può progressivamente portarmi a dargli fiducia. Soprattutto, se arrivo a instaurare un vero dialogo con lui e a dichiarargli che mi fido: a partire dal momento in cui dichiaro a qualcuno la mia intenzione di contare su di lui, può sentirsi motivato dalle mie aspettative e impegnarsi in un processo al termine del quale può infine stabilirsi la fiducia reciproca.

Questo è uno dei passaggi del libro di Michela Marzano, “Avere fiducia”, che sono stati (e restano tuttora) illuminanti per me.

Un libro che – dopo una partenza faticosa – è stata una lenta, graduale ed inaspettata discesa in profondità nel concetto di “Fiducia”.
Un libro che esamina non solo la Fiducia da un punto di vista storico, politico e sociologico. Ma che offre anche una vista ed una analisi della Fiducia da un punto di vista psicologico, con citazioni ed esempi tratti da film, libri, saggi e lettere più o meno famose.

Leggendolo ho iniziato a farmi domande:

  • cos’è per me la fiducia?
  • perché mi fido?
  • cosa mi aspetto dal dare fiducia a qualcuno?
  • perché dono la mia fiducia?

Mano a mano che avanzavo nella lettura sentivo (con sorpresa) vibrare sensazioni in profondità, ripercorrevo la mia storia professionale e personale, ricordando episodi nei quali mi sono fidata e ho ricevuto come risposta dei “tradimenti” che hanno marcato e lasciato dei segni.
Provocando di conseguenza, innalzamento di metaforici muri di difesa: più davo valore a certe azioni, e ricevevo sgambetti e coltellate nella schiena, maggiore era la struttura di difesa che innalzavo.

Continuando a progredire nella lettura, riflettevo su ciò che l’autrice scriveva, e macinavo concetti, ritrovandomi e riconoscendomi educata alla “regola del contratto”, “della fiducia in sé a tutti i costi e diffidenza verso gli altri”, del “dare e avere” e di una serie di altre nozioni, prodotto di una storia lunghissima che si perde nei secoli, che hanno plasmato quello che siamo oggi (e che forse inizia – fortunatamente – a vacillare).
Il tutto andando ad innestarsi, più che altro a confrontarsi, con il concetto di “autostima”: una autostima sana, legata alla serenità e alla accettazione di sé.
Un accettazione di sé che si accompagna al rischio di esporsi ed aprirsi verso l’altro.

Libro consigliato!
Da leggere con la chiave di lettura che preferite di più.
Vi soprenderà.
Almeno spero…

Buona lettura.

Avere fiducia in qualcuno non significa che ci si possa appoggiare completamente su di lui o aspettarsi in qualsiasi momento il suo aiuto e il suo sostegno. Avere fiducia è, al contrario, ammettere la possibilità del cambiamento, del tradimento, del capovolgimento.

“Il mondo a piedi” di David Le Breton

IlmondoapiediE’ un libro piccolo ed intenso, quello scritto da David Le Breton (docente all’Università di Strasburgo).

Trovato nella pagina dei libri consigliati nel sito di Sebastiano Zanolli (manager e scrittore), narra della marcia, del percorrere la strada a piedi.
E ne esamina i diversi aspetti che essa può assumere.

Una trattazione che si divide tra il filosofico, le riflessioni personali e la documentazione storica (numerose sono le citazioni ed i rimandi a testi di varie epoche, con comune denominatore di racconti e riflessioni attorno al viaggio a piedi).

Una analisi della marcia da diversi punti di vista: dall’allegro vagabondare, alla passeggiata filosofica, al vero e proprio viaggio intrapreso a piedi (una usanza consueta da noi – in tempi passati – dove avere mezzi propri era una cosa assai rara, ma una usanza/necessità tuttora presente in quei Paesi dove ancora oggi avere un mezzo proprio è quasi – se non del tutto – impossibile).

Senza dimenticare la camminata (la marcia) intesa come pellegrinaggio. Quindi con una valenza mistica.

Raccontando della marcia estrema, capitolo nel quale vengono raccontate alcune esplorazioni alla ricerca di terre lontane.
Vere e proprie prove al limite della sopravvivenza, sfidando condizioni estreme, privazioni e malattie, inseguendo verità presunte o immaginate.
Prove che ti danno la misura di cosa si è in grado di fare quando si è mossi da un obiettivo alto.

Un libercolo piacevole, che ho letto subito dopo quello di Murakami Haruki: dopo avere corso con uno, ho camminato con l’altro rallentando il ritmo.
Abbracciando totalmente l’idea della camminata filosofica: concetto che mi è già (inconsapevolmente) familiare.

Apprezzando il piacere della camminata in solitaria (comune denominatore con la corsa solitaria di Murakami).
Momenti nei quali ritrovi te stesso, ed entri in comunione con l’ambiente che ti circonda.
Stando in silenzio.
Ascoltando e ascoltandoti.
Aprendo i sensi ed affinandoli.
Stando nella e con la Natura.
Stando nel e con il Presente.

Cosa che – secondo l’autore – questo non avviene quando si cammina in città: luogo di sovrastimoli che impediscono la completa percezione di sé stessi e di ciò che ci circonda.
E’ malcelata la sua antipatia verso l’ambiente urbano, verso mezzi di trasporto (anche parziali) quali treni, autobus o altro (evitando il discorso dell’auto privata, esclusa a prescindere).
E questo tradisce un po’ il suo estremismo.
Col quale si può essere d’accordo o meno.
Personalmente questo è l’unico aspetto del libro che mi ha lasciato perplessa.
Camminare (vagabondare) in città può essere una esperienza interessante.
Girandola a piedi si possono scoprire luoghi inaspettati, discreti e nascosti.
Basta essere mentalmente presenti (e non persi nei propri pensieri).
Basta non dover correre dal punto A al punto B.

Resta comunque un libro interessante e ricco di spunti.
Utile per apprezzare i vari aspetti che questa sorta di “meditazione dinamica” è in grado di offrirti e che – magari – tu non hai mai avuto modo di percepire (piuttosto che di prenderne consapevolezza).

Camminare significa aprirsi al mondo. L’atto del camminare riporta l’uomo alla coscienza felice della propria esistenza, immerge in una forma attiva di meditazione che sollecita la piena partecipazione di tutti i sensi.

Buona lettura!