“#Luminol” di Mafe De Baggis [VIDEO]

foto per blog

Sono in ritardo sulle tabelle di marcia, lo so.
Complice un raffreddore geneticamente evoluto che mi perseguita da una settimana e non ha intenzione di mollarmi, son giorni che avanzo a metà regime.
Tossicchiando e starnutendo.
Conseguenza? Ritardo sul “sacro calendario” di pubblicazioni che ho intenzione di seguire per alimentare questo blog.
Pazienza… Pian-piano mi rimetto in pari.

Ma veniamo al libro della settimana (scorsa…): “#Luminol. Tracce di realtà rivelate dai media digitali” scritto da Mafe De Baggis (edito da Informant).

Ho conosciuto Mafe De Baggis al corso Dieci Cose che si è tenuto a Milano un anno fa (qui e qui gli Storify delle due giornate intense ed istruttive).
Lei era una delle relatrici coinvolte e da allora ho iniziato a seguirla sui social.
Lì mi sono accorta che ogni tanto utilizza(va) l’hashtag #luminol quando si cimenta(va) nell’analisi di fatti digitali, svelando e analizzando ciò che si cela dietro determinati eventi.
Proprio come fa la Polizia Scientifica quando arriva sulla scena del delitto, che usa il “luminol” per cospargere l’ambiente e rivelare ciò che l’occhio umano non riesce a cogliere (dichiara la stessa autrice).

E’ stata quindi inevitabile la curiosità che mi ha spinto a leggere l’omonimo libro, pubblicato di recente.

Ebbene per me si tratta di una lettura molto piacevole e molto ricca.

E’ uno libro che definirei “ad albero” (etichetta che a me piace tanto): rappresenta un punto di partenza da cui puoi inoltrarti nell’approfondimento delle questioni trattate al suo interno.
E tutto ciò è possibile grazie alle numerose citazioni ed ai riferimenti che l’autrice utilizza per farti ragionare attorno all’ampia (e dibattuta) questione del web, dei social network e delle condivisioni.

Nel mentre leggevo, spesso mi sono ritrovata a riflettere (e ad annuire).
Da migrante digitale (quale io mi considero), avanzando nelle pagine, ho avuto modo di (ri)vedere cosa (e come) era prima della “rivoluzione digitale” e di vedere cosa (e come) è adesso.
E’ stata una occasione per fare mente locale su come andavano le cose prima dell’avvento di questa sorta di “nuova era”.
Ed è stata l’occasione per scoprire tante nuove strade da esplorare con fiducia.

Libro consigliato.
Soprattutto per chi ha ancora dei timori nell’utilizzo degli strumenti che questa tecnologia sempre più avanzata ci mette a disposizione.
Utile anche per tutti quei “dinosauri” e “migranti” (digitali) che hanno il loro bel da fare anche nell’approccio emotivo alla questione (che provoca diffidenza).

Da leggere e – da lì – partire con gli approfondimenti.
(Nel mentre ho acquistato anche un testo citato dall’autrice, per andare ad indagare alcuni temi trattati: “L’orologiaio cieco” di Richard Dawkins.)

[PS: martedì scorso ho partecipato ad un’altra edizione di Dieci Cose dedicato al “Social Thinking” e al “Digital PR” con docenti Mafe De Baggis e Rocco Rossito. Per chi vuole, qui il link allo Storify realizzato da Giusy Congedo.]

Qui sotto la video riflessione proveniente dal canale You Tube.

“Fare blogging” di Riccardo Esposito [VIDEO]

Blogging
I primi appunti scritti dopo le prime pagine lette del libro “Fare Blogging”

Si dice che una immagine vale più di mille parole…

Se è veramente così, l’immagine qui sopra è emblematica (per me) dei ragionamenti che ho iniziato a fare su questo blog, appena ho iniziato a leggere il libro di Riccardo Esposito “Fare blogging”.
Sin dalle prime battute è stato un susseguirsi di domande e riflessioni.

Cosa può diventare (il blog), cosa voglio fare io (essendo un blog personale)…
Verticalizzazione sì, verticalizzazione no…
Collimazione di competenze, conoscenze, informazioni acquisite…
Informazioni? Riflessioni? Altro?
Forzare la trasversalità, oppure no. Oppure – ancora – sfruttarla per fornire “qualcosa”.

Mille domande, mille dubbi (nella accezione positiva del termine)…
Neuroni che si “muovevano” (e si muovono ancora, ora che ho finito il libro), brainstorming continui con se stessi…
Armata di taccuino e penna, rispettando la tradizione dello scrivere a mano prima che con mezzi digitali (per rinforzare il processo neurologico, così dicono).
Sfruttando tutti i tempi possibili: in treno, a piedi, nei tempi di attesa, a casa…

Prima di iniziare il libro, seguivo già il blog dell’autore e ne ho sempre apprezzato i contenuti: scritti in modo molto semplice e comprensibile.
Quindi leggere questo libro è stato come proseguire un discorso iniziato in rete, approfondendolo.
Ed è stata una conferma di competenza, di semplicità di linguaggio e di approccio.

L’ho trovato un libro per tutti.
Senza tecnicismi che possono intimorire.
Utile – secondo me – per chi è titubante sull’argomento (e indeciso se aprire un blog o meno): ti prende per mano e ti aiuta a capire, a muovere i primi passi.
Utile anche per blogger “dilettanti”, che curano spazi virtuali per passione (il mio caso, per esempio): personalmente ho trovato spunti per focalizzare, e ho trovato indicazioni tecniche che possono servire a gestire il “mare magnum” delle informazioni in rete (che possono portare tanto fuori strada!).

Se dovessi riassumere tutto questo in due parole chiave, direi che si tratta di un libro “vivace” e “pragmatico”. Consigliato.

Di seguito la videoriflessione dove approfondisco un po’ il discorso…

“Raccontarsela” di Alessandra Cosso [VIDEO]

Il libro di Alessandra Cosso, dal titolo (sibillino) “Raccontarsela”, è un concentrato di come il nostro modo di “raccontarci” (e “raccontarcela”, appunto) influisce su noi stessi e sull’ambiente che ci circonda (influenzando la percezione che gli altri hanno di noi).

Ho trovato questo libro veramente molto interessante: un excursus denso ed esaustivo nelle teorie della linguistica, delle neuroscienze e di altre discipline collegate, utili a focalizzare il lettore sulla importanza e la potenza che il linguaggio riveste.
Linguaggio (scritto e verbale) che usiamo ma che è stato “usato” (e viene “usato”) anche su di noi e contribuendo alla nostra formazione caratteriale e culturale.

Considero questo lavoro di Alessandra Cosso come uno di quei libri ad albero”: parti dalla sua lettura (e dalle citazioni ampiamente supportate da una ricca bibliografia), per poi proseguire in approfondimenti autonomi che ti fanno esplorare nuove strade, facendoti scoprire percorsi nuovi ed interessanti.

Lo consiglio. Caldamente.
Per i contenuti ed anche per la semplicità e la fluidità del linguaggio usato. (Che non è poco in testi di questo tipo, dove è facile scivolare nella complessità della spiegazione)

Per chi vuole, qui sotto la videoriflessione (durata 6 minuti circa).

Buona lettura e alla prossima!

“Partire dal perché” di Simon Sinek [VIDEO]

Il libro di Simon Sinek “Partire dal perché”, scritto nel 2009, arriva da noi con qualche anno di ritardo (pubblicato di recente in edizione italiana da Franco Angeli).
Questo – secondo me – lo penalizza un po’, facendolo risultare superato per certi aspetti: negli esempi (case history) ed in alcuni concetti espressi.
Inoltre, come mi capita spesso di vedere in tanti testi di formatori di scuola americana, i concetti vengono ripetuti più e più volte all’interno del testo, appesantendolo e rendendo un po’ faticosa (ed anche un po’ noiosa) la lettura.
E forse sono questi i motivi che hanno fatto sì che non mi abbia convinto totalmente (pur essendo interessante l’idea di partenza).

Se fossi al posto dell’autore prenderei in seria considerazione una revisione del testo, che potrebbe essere aggiornato nei case history (ad essere sinceri non se ne può più dei soliti esempi di Apple, Southwest Airlines, ecc.), snellendo la struttura ed integrandola con nuovi studi e nuove riflessioni.

Peccato, perché il concetto del “perché faccio quello che faccio” è un argomento molto importante e di grande interesse, che meriterebbe una trattazione accurata e sviluppata su diversi livelli (dal libero professionista alla azienda di varie dimensioni).
A maggior ragione al giorno d’oggi dove regna molta confusione ed incertezza.

Per chi desidera, qui sotto la videoriflessione (della durata di 15 minuti circa) dove cerco di esporre in modo più articolato i motivi per cui il lavoro di Simon Sinek mi ha lasciato un senso di perplessità.

Libri e Web, un binomio interessante [VIDEO]

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Ho letto il libro scritto da Davide Giansoldati, “Promuovere e raccontare i libri sui social network: Strategie, idee, consigli pratici e soluzioni su misura”.
Libro insolito che mette assieme, crea punti di contatto, tra due mondi ancora un po’ lontani ma che se intrecciati fra loro possono trarne un immenso vantaggio entrambi.

Di seguito la recensione pubblicata su Amazon seguita dalla videoriflessione presente su You Tube:

“L’ho letto in pochissimi giorni e l’ho trovato un testo utile.

In particolare ho letto la versione ebook, che consiglio vivamente per la seguente ragione: dal titolo è facile evincere l’argomento trattato dall’autore, che cita numerose fonti e siti web utili alla esemplificazione di quanto scrive.

La presenza dei link attivi sull’ebook, ti permette di visionarli direttamente dal dispositivo conducendo così un esperimento di “lettura integrata” e – se vogliamo – dal sapore “social”.

Inoltre – pur non essendo io un editore o un autore di libri – ho trovato molti spunti e suggerimenti validi anche per chi ha un blog e/o condivide informazioni relative ai libri che legge.

Di lettura agile e rapida, si divora in pochissimo tempo.

E resta un testo da tenere comunque a porta di mano, per poterlo riprendere in qualsiasi momento come guida per potersi districare nell’intricato mondo del web, che forse dialoga con un po’ di difficoltà con il mondo della editoria (ancora legato – per alcuni aspetti – al mondo cartaceo… ma questa è una mia impressione da “migrante digitale”).”

Buona lettura!

Due libri diversi fra loro [VIDEO]

COPERTINAUltimamente ho letto due libri “in parallelo”, contravvenendo un po’ alla promessa che avevo fatto a me stessa un po’ di tempo fa di leggere un libro alla volta…
Però confesso essermi stato utile per rompere il ritmo e apprezzarli di più, entrambi.
Infatti si tratta di due libri di genere opposto:
uno di narrativa (“House of cards” di Michael Dobbs) e uno di formazione (“Detto, fatto!” di David Allen).

Avere tra le mani due testi così diversi, si è rivelato molto utile per alternare il ritmo, spezzarlo, e cambiare passo a seconda del momento della giornata.

Di seguito le recensioni che ho pubblicato su Amazon e la videoriflessione.

Buona lettura!

Su “House of cards”:

Forse il mio più grande “errore” è avere letto questo libro dopo avere visto la trasposizione televisiva americana con Kevin Spacey.
Resta però il fatto che per l’epoca in cui è stato scritto (diversi anni fa) e – nonostante sia stato un pochino rivisto rispetto alla versione originale – si tratta di un bel romanzo crudele.
Ben scritto, si lascia leggere molto piacevolmente.
La “chicca” delle frasi/riflessioni di apertura è molto divertente e feroce: piccole perle di “saggezza” politica.
Da leggere per fare anche un interessante confronto con la serie di Netfix: per vedere come è stato ristrutturato il romanzo originario per tagliarlo sulla quotidianità e sulla realtà politica americana (sostanzialmente diversa da quella inglese).
Interessanti infine anche i riferimenti e le note alle cariche governative britanniche: curioso ed istruttivo (nonché ben documentato, visto che l’autore è un ex-addetto ai lavori).

Su “Detto, fatto!”:

Da leggere anche se in alcuni punti l’ho trovato un po’ “forzato”.
E’ un buon libro, indubbiamente.
Si lascia leggere con facilità e – se ci si lascia coinvolgere (armati di matita per sottolineare e penna e bloc-notes per appuntarsi idee) – può essere uno strumento utile per focalizzarsi, pianificare ed organizzarsi.
Quindi l’obiettivo dell’autore è raggiunto.
Quello che invece mi ha rallentato nella lettura (e che ritrovo spesso nei manuali di formatori americani) è l’eccessivo incedere in descrizione dettagliate: qui David Allen arriva persino ad indicare gli strumenti migliori (secondo lui) per ordinare ed archiviare.
E questo può essere il suo punto debole, che mostra l’età del libro: gli strumenti di archiviazione sono mutati molto velocemente in questi anni e alcuni suggerimenti possono risultare superati.
Sarebbe interessante se l’autore rivedesse il testo, adattandolo alle nuove tecnologie disponibili.
Resta però il fatto che – leggendolo – mi sono ritrovata a prendere appunti, a scrivere/elencare cose da fare e a tracciare con maggiore chiarezza un progetto futuro.
Da leggere.
Traendone ciò che più risulta utile ed efficace per se, in una sorta di lettura personalizzata.

Tre libri… [VIDEO]

PhotoGrid_1416410212083~2Chi legge da un po’ questo blog (e/o segue il canale YouTube), avrà visto che per un po’ di tempo ho tenuto un ritmo elevato nella lettura dei libri. Pubblicando videoriflessioni e post scritti.
Tutto questo aveva dato vita ad un esperimento che avevo ribattezzato “Un libro alla settimana” (con tanto di hashtag #unlibroallasettimana)…

Ma dopo 29 videroriflessioni (che corrispondono a qualche libro in più) sono collassata…
Ossia miseramente crollata.
Causa del “crollo” (se così si può dire, anche se non rappresenta una vera e propria sconfitta) un libro in particolare: “Le quattro casalinghe di Tokyo”.
Un poliziesco giapponese di 650 pagine circa, dal ritmo molto lento.
E’ stato quindi inevitabile il rallentamento e l’avanzamento a fatica, girando le pagine di carta come se fossero fatte di pietra.

Ma siccome non tutto il male vien per nuocere, questo mi ha fatto anche capire che stavo facendo qualcosa che, man-mano che avanzava, stava assumendo i connotati di una maratona di studio che minava la mia passione per la lettura.
E’ stata quindi una presa di coscienza (una pausa di riflessione, se vogliamo) che – però – non ha compromesso la volontà di condividere via video e via parole scritte, quello che sento, imparo e vivo leggendo un libro.
Anzi!
I post e le videoriflessioni continueranno ad esistere. Solo con un ritmo più lento, meditato e variato. E – soprattutto – più funzionale al libro oggetto delle mie attenzioni.

Quindi ecco di seguito delle brevi recensioni (pubblicate anche su Amazon) degli ultimi tre libri letti, accompagnate dalla consueta videoriflessione (mi scuso per la qualità del video, ma ho avuto qualche problema di “dialogo” con la tecnologia… prossima volta faccio meglio, promesso!)
(E – nel mentre – veleggio all’interno delle pagine di David Allen del suo “Detto fatto!”, e di Michael Dobbs e “House of cards”… ebbene sì, ne sto leggendo due in parallelo e diametralmente opposti fra loro… pensando ad un video sui miei libri preferiti della famiglia simil-professionale/manualistica, utili ad incoraggiare… nel mentre incombe il primo incontro post-vacanziero di Bookeater di Zelda Was A Writer, libro che non ho ancora iniziato a leggere…!).

Le quattro casalinghe di Tokyo:

Sono stata attratta dal libro per una serie di ragioni e ho avuto una prima falsa partenza.
Infatti – in prima battuta – ho iniziato a leggerlo e (dopo poche pagine) l’ho sospeso, in attesa di tempi migliori: troppo lento, troppo deprimente.
L’ho ripreso in mano dopo qualche settimana e stavolta sono arrivata in fondo.
Confesso che mi ha lasciato però un po’ “perplessa”.
Il libro ha qui e là delle riflessioni molto profonde e la storia non è male.
Quello che mi ha un po’ affaticato è lo stile “giapponese” (com’è giusto che sia, essendo scritto da una autrice nipponica).
L’incedere nelle descrizioni, il ritmo lento e quasi meditato, mi hanno un po’ “confuso” e mi hanno fatto perdere il “filo del discorso” abbassando il mio livello di coinvolgimento nella storia narrata.
(Anche se poi mi trovavo a scorrere pagine pervase di veri e propri momenti “splatter”, che rappresentavano mini-shock narrativi.)
Credo anche che un ruolo fondamentale lo giochino le oltre 650 pagine di romanzo: la sua monumentalità può risultare un po’ eccessivo, soprattutto se confrontato con la lentezza dello stile narrativo.
Sono comunque opinioni personali, perché l’opera ha un suo fascino e può piacere a chi ama i ritmi lenti e meditati (quasi da teatro del No) di cui scrivevo poco sopra.

Il sogno di scrivere:

Ho approcciato il libro di Cotroneo con un misto di curiosità e ritrosia (a causa della mia idiosincrasia nei confronti dei manuali che spiegano “come fare a”). Ma apprezzando molto quanto pubblica sul suo blog, ne ho affrontato volentieri la lettura.
Ed è stata una sorpresa.
Una piacevole sorpresa.
Perché mi sono trovata a leggere una sorta di “manuale emotivo” (se così si può definire).
Infatti l’autore non dà consigli su come scrivere.
Bensì suggestiona il lettore, stimolandolo a scrivere.
Attraverso esempi, condivisione di episodi della sua vita e della sua professione, racconta del piacere di scrivere. Incitando, incoraggiando, te lettore a scrivere (e condividere) le tue storie che tieni nel cassetto.
A me è piaciuto.
Chiaramente se si è alla ricerca di un manuale tecnico, sicuramente è un libro da evitare.
Ma se si è alla ricerca di un qualcosa che ti faccia riflettere, che ti fornisca spunti da cui partire poi con il tuo progetto… beh… penso che questo sia un testo molto interessante.

Un animo d’inverno

Divorato in tre giorni.
Sono stata catturata dalla storia e ho nutrito un sentimento/sensazione di inquietudine da un certo punto in avanti, che è andato in crescendo.
Leggevo la storia con la sensazione sempre più nitida e netta che ci fosse qualcosa di tremendamente sbagliato (anche se non riuscivo a capire cosa potesse essere). Per poi arrivare al finale e capire solo allora lo svolgimento dei fatti.
Se dovessi classificarlo/definirlo con una parola chiave mi verrebbe da dire “insolito”.
Sì, sicuramente un romanzo insolito che ti cattura e ti porta con sé dentro la storia.
È stato definito un thriller psicologico, ma non so se si tratta della definizione giusta.
Penso sia un libro talmente particolare da non meritare una etichettatura che potrebbe risultare riduttiva.
Mi ha lasciato addosso però un profondo senso di tristezza e malinconia.

La scelta del libro da leggere…

Libri“Le cose non si sanno, si hanno dentro.” [Roberto Cotroneo]

Spesso, finito un libro, passo qualche ora (a volte anche qualche giorno) a scegliere cosa leggere di nuovo.
E così è stato anche questa volta.

Finito con un po’ di fatica “Le quattro casalinghe di Tokyo” (sul quale ragionerò a breve perché ci sto ancora ruminando sopra e attorno), avevo pensato di leggermi un manuale.
Per spezzare il ritmo e dare una mano all’esausto emisfero sinistro, duramente provato dalla lettura del libro di Natsuo Kirino.

Così ho pensato fosse arrivato il momento di prendere in mano “Detto fatto” di David Allen. Pensando ad un aiuto per trovare idee ed ispirazione su come gestire il tempo, che stento assai a controllare ultimamente.
Ma lette pochissime pagine, ahimè!, mi sono arresa sentendo che serpeggiava il disinteresse ed un senso di rifiuto ormai presente ogni qual volta prendo in mano un manuale.

Allora, rovistando nelle torri di libri che mi assediano, e pensando a cosa poter leggere, ho guardato gli ultimi acquisti (tutti romanzi) ma, “pur guardandomi tutti con gli occhioni, supplicandomi ‘leggimi!’“, nessuno mi convinceva.

Poi – ieri sera – chiacchierando con un amico su “Le quattro casalinghe di Tokyo”, che entrambi abbiamo letto, l’ho guardato e gli ho detto: “Sì, so cosa leggere! Sì, stasera inizio ‘L’armata dei sonnambuli’ di Wu Ming [collettivo di scrittori, n.d.r]!“, e la chiacchierata si è diretta verso Wu Ming, verso “Guerra agli umani”, verso “1954” (per me strepitoso!), verso “Q” (che scandalosamente non ho ancora letto).
Guidavo verso casa con la convinzione di avere trovato il degno successore del thriller giapponese appena terminato.

Ma poi cosa è successo?
Tornata a casa, l’occhio è caduto su “L’arte della diplomazia” di Kissinger. “Già, perché no?”, mi sono detta.
Così, motivata e fiduciosa, ho iniziato a leggerne qualche pagina.
Soccombendo poco dopo, complice il sonno e l’ora tarda…

E poi, stamattina all’alba, sono stata svegliata da uno strano pensiero (da dove è arrivato non ne ho la più pallida idea…):

Perché bisogna vivisezionare le storie?
Perché bisogna far loro radiografie per analizzarne la più piccola componente?
Perché non si può semplicemente solo raccontare le storie, lasciando intatta la magia e l’alchimia?
Lasciando libertà di espressione a chi racconta e libertà di comprensione in chi legge?
Traendone entrambe ciò che è più utile e benefico?

Un pensiero assai strano, emerso dal nulla alle 6 di stamattina… senza alcun motivo apparente.

E così, complice la sveglia antelucana, l’occhio è caduto stavolta su un altro libro parcheggiato sul comodino: “Mappe e leggende” di Michael Chabon, dalla copertina molto accattivante.
Preso in mano e letta qualche pagina, mi sono persa quasi subito nel linguaggio piuttosto ricco e “circonvoluto”.
(“No, niente da fare… Neanche questo va bene…”)

Ma ecco che infine mi sono ricordata di un libro di recente acquisto: “Il sogno di scrivere” di Roberto Cotroneo. Di cui ho letto critiche ed elogi.
Così, ho preso in mano il kindle e ho iniziato a leggerlo.
E sono stata catturata.
Subito.

Ho iniziato a sentire muoversi in modo inaspettato delle emozioni.
Agganciata fin da subito dalle prime riflessioni dell’autore (che già apprezzo attraverso il suo blog, che leggo spesso).

Finalmente, dopo una serie di tentativi, credo di avere trovato il giusto compagno di viaggio dei prossimi giorni, che mi seguirà nei miei tragitti da e per l’ufficio e mi farà compagnia negli “sfridi del tempo”

E mi sorge spontanea una domanda: ma sono l’unica che ha un processo di scelta così “avvitato a cavatappi”?
Qualcuno mi conforti, per favore, perché inizio seriamente a preoccuparmi della mia sanità mentale…

Buon weekend!

Letture estive [VIDEO]

Questa estate, nelle due settimane di vacanza, ho letto in un modo quasi patologico-bulimico.
Sì, perché – mi vergogno a dirlo – ho letto più o meno sei libri…
“Più o meno” perché ne ho conclusi due, che avevo in corso, e ne ho letti altri quattro.
E mi sono destreggiata tra generi diversi, per diversificare un po’.

Così ho letto “L’hotel dei cuori infranti” di Deborah Moggach, “Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace, “La ragazza dei cocktail” di James M. Cain, come libri di narrativa; alternati a testi stile manuali/saggi quali “Web 3.0” di Rudy Bandiera, “Quando meno te lo aspetti” di Magnus Lindkvist e “Da cosa nasce cosa” di Bruno Munari.

Tutti testi scorrevoli (alcuni più, alcuni meno) e piacevoli da leggere.
Alcuni mi sono piaciuto di più, altri di meno. Come penso sia normale. (Anche se leggo in modo bulimico…)

[Immagine di copertina tratta da indie-handmade.blogspot.com]

Le 10.000 ore

malcolm-gladwell-14Leggendo il libro di Magnus Lindkvist “Quando meno te lo aspetti, ho ritrovato una vecchia conoscenza: il libro Effetto Medici” di Frans Johansson che avevo letto nel lontano 2008 e che aveva costituito per me una di quelle piccole pietre miliari nel mio percorso di crescita attraverso i libri.

Così, dalla citazione sul libro di Lindkvist, sono arrivata al sito “The Medici Group” e alla pagina Facebook associata.
E proprio su questa ultima ho trovato un interessante articolo di Business Insider che mette seriamente in discussione la teoria delle 10.000 ore di pratica per eccellere in una competenza/professione (teoria che vede in uno dei suoi massimi esponenti Malcom Gladwell – nella foto a lato).

Il fatto che questo articolo abbia dato voce ad una perplessità che nutrivo da tempo, mi ha confortato da un lato ed incoraggiato dall’altro.
(Mi ha dato conferma di una cosa che penso da tempo… Ma non essendo io un luminare in materia, ho sempre considerato la mie riflessioni come quelle di un dilettante. E – apro una parentesi – leggendo anche il libro di Lindkvist, ho avuto conferma di tante altre cose. Ma questo sarà oggetto di un prossimo post dedicato)

Riporto uno dei passaggi in lingua inglese dell’articolo di Business Insider che ritengo fondamentali:

[…] deliberate practice is only a predictor of success in fields that have super stable structures. For example, in tennis, chess, and classical music, the rules never change, so you can study up to become the best.

But in less stable fields, like entrepreneurship and rock and roll, rules can go out the window […]

Traduco in sintesi: la regola della pratica e dell’esercizio costante è utile solo per quelle attività che hanno una struttura “super-stabile”. Per esempio il tennis, gli scacchi, la musica classica, hanno regole pressoché immutabili. Questo ti permette di esercitarti fino all’eccellenza.
Ma in campi molto meno stabili (come l’imprenditoria ed il rock and roll, per esempio) le regole possono anche essere “buttate dalla finestra” (testualmente).

Questo – come scritto poco sopra – mi conforta molto.
Ed il “beneplacito” di ricerche di settore mi fa ben sperare che quanto sia variabilità, trasversalità, interdisciplinarietà e studi condotti anche in campi diversi tra loro (per trovare punti di contatto e stimoli), cominci a non essere più visto come una sorta di confusione, indecisione e inconcludenza.
Bensì cominci ad essere visto come un qualcosa che arricchisce e stimola la crescita.
In un costante work-in-progress, liquido e mobile.

E questo mi fa ulteriormente pensare ad una specie di super-nicchia ad alta competenza, dove proprio l’attitudine alla trasversalità/interdisciplinarietà diventa LA competenza.
In una sorta di paradosso.

Non sarà facile.
Sarà una bella sfida.
Temo necessaria.

[Immagini tratte dal sito Business Insider]