Le 10.000 ore

malcolm-gladwell-14Leggendo il libro di Magnus Lindkvist “Quando meno te lo aspetti, ho ritrovato una vecchia conoscenza: il libro Effetto Medici” di Frans Johansson che avevo letto nel lontano 2008 e che aveva costituito per me una di quelle piccole pietre miliari nel mio percorso di crescita attraverso i libri.

Così, dalla citazione sul libro di Lindkvist, sono arrivata al sito “The Medici Group” e alla pagina Facebook associata.
E proprio su questa ultima ho trovato un interessante articolo di Business Insider che mette seriamente in discussione la teoria delle 10.000 ore di pratica per eccellere in una competenza/professione (teoria che vede in uno dei suoi massimi esponenti Malcom Gladwell – nella foto a lato).

Il fatto che questo articolo abbia dato voce ad una perplessità che nutrivo da tempo, mi ha confortato da un lato ed incoraggiato dall’altro.
(Mi ha dato conferma di una cosa che penso da tempo… Ma non essendo io un luminare in materia, ho sempre considerato la mie riflessioni come quelle di un dilettante. E – apro una parentesi – leggendo anche il libro di Lindkvist, ho avuto conferma di tante altre cose. Ma questo sarà oggetto di un prossimo post dedicato)

Riporto uno dei passaggi in lingua inglese dell’articolo di Business Insider che ritengo fondamentali:

[…] deliberate practice is only a predictor of success in fields that have super stable structures. For example, in tennis, chess, and classical music, the rules never change, so you can study up to become the best.

But in less stable fields, like entrepreneurship and rock and roll, rules can go out the window […]

Traduco in sintesi: la regola della pratica e dell’esercizio costante è utile solo per quelle attività che hanno una struttura “super-stabile”. Per esempio il tennis, gli scacchi, la musica classica, hanno regole pressoché immutabili. Questo ti permette di esercitarti fino all’eccellenza.
Ma in campi molto meno stabili (come l’imprenditoria ed il rock and roll, per esempio) le regole possono anche essere “buttate dalla finestra” (testualmente).

Questo – come scritto poco sopra – mi conforta molto.
Ed il “beneplacito” di ricerche di settore mi fa ben sperare che quanto sia variabilità, trasversalità, interdisciplinarietà e studi condotti anche in campi diversi tra loro (per trovare punti di contatto e stimoli), cominci a non essere più visto come una sorta di confusione, indecisione e inconcludenza.
Bensì cominci ad essere visto come un qualcosa che arricchisce e stimola la crescita.
In un costante work-in-progress, liquido e mobile.

E questo mi fa ulteriormente pensare ad una specie di super-nicchia ad alta competenza, dove proprio l’attitudine alla trasversalità/interdisciplinarietà diventa LA competenza.
In una sorta di paradosso.

Non sarà facile.
Sarà una bella sfida.
Temo necessaria.

[Immagini tratte dal sito Business Insider]

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