Reali ispiratori o abile operazione di marketing?

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Spesso (ma non sempre), quando mi capita di ascoltare alcune persone che hanno molto seguito (definibili nuovi “guru”?), ci sono alcune cose che non mi tornano.
Sto parlando di quelle persone che hanno fatto scelte più o meno radicali, prendendo talvolta anche alcune posizioni decise e ben delineate, e che vengono indicati come dei fari che illuminano nuove strade da percorrere.

Spesso (non sempre) ho notato che sono persone che partono da posizioni di vantaggio economico.
Per esempio sono dei manager che – dopo una vita passata a spremersi e a spremere come un limone l’umanità – decidono di cambiare vita, giustamente stanchi ed esausti. Non riconoscendosi più in quello che fanno e nel ruolo che ricoprono.

Fin qui nulla di strano.
Succede. Ed è comprensibile.
(Conosco persone che ad un certo punto hanno detto basta e hanno fatto la virata, con tempi fisiologici di cambiamento medio-lunghi.)

Io stessa (dal basso della mia posizione di piccola rotella all’interno di un enorme ingranaggio) spesso mi faccio delle domande sul senso di quello che faccio, cercando di vederci un disegno, un obiettivo nel futuro.
E quando c’è nebbia (e spesso c’è), arrivano inevitabilmente le domande sul perché faccio quello che faccio.

Ma se prendo in considerazione la possibilità di cambiare vita, iniziano i problemi raccolti sotto una domanda-mamma: “Sì, ma come?
Ossia, logisticamente ed economicamente parlando come posso fare?
Perché il pane me lo devo comunque guadagnare… Devo mangiare, devo coprirmi, devo pagare le bollette…

E osservando queste figure di riferimento, porta bandiera dei cambi radicali di vita, mi sono fatta una riflessione che suona più o meno così:
“Sono manager che hanno deciso di cambiare vita. Ma quanto guadagnavano questi signori?”
Presumo (ma è una mia ipotesi) che il loro compenso fosse consistente.
E presumo (è sempre una mia ipotesi) che – all’atto delle dimissioni – una buona uscita succosa l’abbiano intascata.
Una buona uscita che ha permesso loro di ragionare con calma e di avere un “cuscinetto economico” che permettesse loro di pianificare ed organizzare la propria vita.

Per quanto mi sforzi, non ricordo casi di persone in “posizioni intermedie” che hanno deciso di punto in bianco di cambiare, rinnegando vita e ruolo, e andando a fare altro, professando la proprie idee in una sorta di nuova evangelizzazione (a proposito di evangelizzazione, qui un interessante articolo su Guy Kawasaki che non c’entra molto con l’argomento del post, ma che fa fare qualche riflessione interessante).

E mi è capitato di osservare che in alcuni casi questi “nuovi guru” si sono circondati (volontariamente o involontariamente) di persone adoranti, pronte ad osannarli e a seguirli: proseliti che – alla fine – sono diventati una sorta di nuovi collaboratori di una nuova “azienda”.

Sì, perché poi accade che queste persone tornino a fare quello che avevano rinnegato: tornano a fare business.
Continuando a rifiutare (apparentemente) le forme di business.
E questo è il secondo punto che non mi torna: una incongruenza che crea una distonia (almeno per me).

Mi preme però sottolineare una cosa: non contesto ciò che queste persone portano avanti come idee (la conservazione del pianeta, la salvaguardia ed il recupero di alcuni valori, e altro), ma resto molto perplessa davanti a prese di posizione che rinnegano il proprio passato, tornando comunque a fare quello che facevano prima, con un vestito diverso.

Davanti a questo io non riesco a credere a quello che queste persone dicono.
Per quanto siano ottimi oratori e le idee che portano avanti siano sacrosante, io proprio non riesco a credere loro.

Ed è per questo che apprezzo chi porta in giro certi valori con un assunto di base:
“Resto dentro il sistema perché questo sistema mi permette di avere dei vantaggi, anche se ha generato e genera delle storture. Storture che cerco di cambiare come meglio posso.”
Sono persone che cercano di farsi portatori/portatrici di valori, idee e strumenti che possono far mettere in discussione alcune devianze strutturali.
E che cercano di cambiarle al meglio delle loro possibilità.
Senza rifiutare il sistema, bensì riconoscendolo e cercando di lavorarci dentro e attorno per migliorare la situazione.

[Immagine: Ben Kingsley in “Love Guru”]

Amo la quiete…

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Amo la quiete.
Amo l’understantement.
Amo l’educazione.
Amo il “per favore” ed il “grazie” (senza che ne sia fatto un abuso che lo snatura).
Amo leggere ed amo camminare.
Amo le cose fatte bene.
Amo le cose belle, che non vuol dire costose.
Amo la rarità.
Amo ascoltare.
Amo la lentezza.
E tutto ciò non vuol dire essere pigri (magari anche, perché no?!).
Sono convinta che si può fare (bene) senza urlare, senza isterismi, senza soverchiare e senza sgomitare.
Sto invecchiando?
Può essere.
Ma non me ne curo.
Cerco solo angoli tranquilli.
Educati.
Tutto qui.

[Immagine tratta da tempi.it]

Una riflessione sul rapporto coi libri

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Mi sto accorgendo che ho un rapporto duale (se così si può definire) con i libri…
A seconda del genere, preferisco la versione cartacea o la versione ebook.

Quando si tratta di libri di narrativa (o ai quali tengo particolarmente per varie ragioni) preferisco la carta.
[E mi ricordo una intervista a Oriana Fallaci, nella quale diceva che lei amava i libri di carta: “li puoi toccare ed annusare”, diceva… già, l’odore della carta…]
Un rapporto sensoriale e quasi fisico, che favorisce – almeno in me, migrante digitale (e quindi con un piede di qua ed un piede di là, a cavallo della linea di demarcazione della digitalizzazione) – un maggiore immersione nella storia raccontata.
(Anche se si dice che, a livello cognitivo, nulla cambia tra una versione digitale ed una versione cartacea di un libro)

Invece, stranamente e per un motivo a me totalmente sconosciuto, quando si tratta di libri di management, di web (e qui potrebbe esserci una sorta di congruenza di argomentazione), professionali, mi oriento sulle versioni digitali.
Come se non ci fosse coinvolgimento emotivo, ma solo informativo.
Come se la mia interazione col testo fosse più logica e meno emozionale.
(Anche se può succedere che acquisti la versione cartacea di qualche libro di queste categorie. Ma mai il contrario… Almeno fino ad oggi.)

E sono ben conscia del vantaggio che le versioni digitali offrono!
Basti pensare che sul mio kindle (versione base) ho archiviati circa 90 titoli (una follia…!).
Che se ci penso, se faccio mente locale, significa che ho tutto su un piccolo dispositivo ultraleggero che mi porto ovunque, e che mi consente anche di leggere tomi altrimenti cartacei sotto il peso dei quali soccomberei…

Stranezze di una migrante digitale… Che si sta divertendo a partecipare, tra l’altro, a progetti di nuove forme di narrazione digitale e condivisa (e verso la quale è fortemente attratta) come questo: #mmgFantasia (fateci un giro… è un gran bel progetto che spero sia il primo di una lunga serie…)

(A proposito di migranti digitali, ieri sera – sulla strada verso casa – ho letto, rilanciato su Twitter, questo divertente articolo di un coetaneo che consiglio: L’interazione e la percezione di se stessi per Matteo Piselli. Non c’entra nulla con l’argomento in questione, ma offre qualche spunto di riflessione divertente ed interessante sui 40 anni e dintorni…)

[Immagine tratta da ehibook.corriere.it]

Su una serratura – un metafora di vita…?

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Ieri sera sono rientrata a casa a tarda ora e, per l’ennesima volta, ho trovato la serratura del portoncino d’ingresso rotta: chiave che gira a vuoto ed ingresso da cancelletto laterale (per fortuna… perché in caso contrario avrei dovuto citofonare a qualche anima pia, per farmi aprire…).

E stamattina – bevendo il caffè – mi facevo qualche riflessione (che ormai ha superato lo stato di infastidimento per l’inedia risolutiva, per approdare ad uno stato di profonda perplessità) su ‘sta vicenda che va avanti ormai da quasi un mese e mezzo.
E – senza avere trascorso una nottata burrascosa causa bagnacauda serale (ossia non ho mangiato pesante e non ho sognato i draghi) – mi facevo un paio di ragionamenti le cui risposte possono (nel microscopico esempio di una serratura e di un condominio) essere emblematiche di atteggiamenti mentali (e dinamiche varie) ben più vasti.

Primo ragionamento…
Come dicevo poco sopra, sono assai perplessa davanti alla assenza decisionale davanti a questo episodio.
E’ possibile che per decidere di cambiare una serratura sia necessaria qualche procedura stravagante a me sconosciuta (tipo una mega-riunione plenaria di ispirazione fantozziana)?
E dire che ho ricevuto anche io (in copia conoscenza, pur non essendo rappresentante di alcunché) una mail con un paio di preventivi sulla sostituzione della serratura con due tipologie differenti.
Ma tutto tace…
E nel frattempo si rompe, si ripara, si rompe e si ripara…

E come sempre mi accade in questi casi, faccio pensieri vari&eventuali.
O meglio: estraggo microscopici episodi e ci ricamo su il mondo, estraendone ulteriori metafore bislacche a manetta…

Infatti ho fatto 2+2+2+… e ho pensato che spesso alcune persone (non tutte, per fortuna) assumono delle cariche (delle più disparate) per soddisfare il proprio Ego (“Eh sì… sai… sono rappresentante di… presidente di… membro di… nella commissione di…”). Senza essere consapevoli del fatto che tutti i ruoli (ma proprio tutti-tutti) comportano delle responsabilità piccole o grandi che siano.
E così accade, ad un certo punto, che davanti a decisioni da prendere ci sia un arretramento rapido. Meglio ancora un mascheramento dai connotati camaleontici.

Secondo ragionamento…
Perché continuare a riparare una serratura che non ce la fa più?
Perché ostinarsi in una sorta di accanimento terapeutico su un oggetto che sta cedendo per usura?
Non sovviene il pensiero che – così facendo – si arrivi a spendere di più rispetto ad una sostituzione?

E anche qui parte l’estrazione di una metafora bislacca…
Perché insistere nella riparazione di una “cosa” usurata, quando sarebbe più benefico per tutti gli attori sostituirla definitivamente? E così poter andare oltre?

Non lo so.
Non capisco.
Alcune cose non le capisco proprio…

E mi sfugge qualcosa.
In realtà mi sfuggono tantissime cose…

Ringrazio in anticipo chi saprà illuminarmi su quanto sopra…
Perché io non ci arrivo proprio.

PS: la foto del post non è la foto della serratura oggetto della storiella…

“Formazione” – ragionamenti attorno al suo significato

Formazione

Sulla Lettura Emotiva e di Formazione, cercando nuovi territori da esplorare.

AGGIORNAMENTO AL 21 DICEMBRE 2013: alcuni testi verranno barrati e altri (aggiunti e/o revisionati) sono evidenziati in corsivo ed in colore blu. Inutile nasconderlo: il passaggio di identità del blog non è semplicissimo e riflettendo ci si può anche rendere conto che le cose possono essere viste da diverse angolazioni e che certe scelte possono essere “scelte di pancia” che non sempre sono buone consigliere…

Tempo di bilanci di fine anno.
E tempo di programmi per l’anno nuovo.
E questo blog non è esente da lavori di adeguamento, affinamento, varie ed eventuali.

Nel post precedente, dedicato alla crescita lenta e spontanea di questo spazio, scrivevo:

Passerei giornate intere a leggere e a scrivere di quello che leggo!
Ma non criticando bensì applicando una sorta di lettura emotiva, dedicando l’attenzione a ciò che mi suscita il leggere qualcosa…

Parlavo di business con il blog e di cose fatte con passione (tipo, proprio, leggere).
Facendo ragionamenti attorno allo scrivere e al riflettere “senza scopo di lucro”, bensì per il piacere di condividere.

E l’espressione “lettura emotiva” ha iniziato a girarmi nella testa con insistenza, assumendo un tono, una accezione, via-via sempre più importante rispetto a quella relativa alla parola “Formazione” (nel significato che do io, ma che credo diamo in tanti).
Parola – quest’ultima – che mi sembra ormai abbia raggiunto livelli di abuso al di là di ogni immaginazione, facendole perdere il suo significato originale.

Infatti ho iniziato a pensare a quei racconti che vengono presentati come “romanzo di formazione“… Dove la parola “formazione” ha un significato di ben altra caratura.
Così ho fatto una ricerca su internet, più precisamente su Wikipedia, e ho letto quanto segue:

Il concetto di formazione ha molteplici significati ed è usato in diverse discipline; il significato deriva da formare da cui dare una forma.

Wikipedia poi prosegue nella enumerazione di vari aspetti nei quali il concetto di formazione si articola e si sviluppa:

  • Aspetto pedagogico: “[…] In ambito pedagogico è un processo complesso di trasferimento di contenuti e metodi per fare acquisire alle persone livelli intellettuali, culturali, emotivi e spirituali sempre maggiori. Il processo formativo studiato dalla pedagogia, in particolare, cerca di ottenere contenuti e metodi di insegnamento propri per l’età evolutiva di riferimento in cui il processo formativo si esplica.[…]”
  • Aspetto scientifico: “[…]La formazione ha un’importanza talmente rilevante che molte università hanno intere facoltà dedicate proprio alla scienza della formazione, dove si studia la materia nel suo complesso. La materia infatti ha attinenza, sia per sé stessa che per i contenuti terzi che è deputata a trasmettere, con l’area tecnico-scientifica, l’area umanistica e l’area di ricerca.[…]”
  • Aspetto filosofico: “[…]La formazione fa parte della nostra vita, della nostra filosofia di pensiero; in ogni momento c’è bisogno della formazione, perché nessuno nasce già con le conoscenze, metà della nostra vita la passiamo a formarci. Tutte le culture più o meno evolute hanno dedicato studi e risorse alla formazione, al passaggio della conoscenza, alla formazione di una coscienza.[…]”
  • Aspetto teologico: “[…] La formazione religiosa in fondo è la formazione dell’anima e il rapporto che si dovrebbe avere con l’essere supremo.[…]”

Non dedica ampie descrizioni, però Ti dà una idea di quali significati si celino dietro questa parola, restituendole un po’ di “nobiltà”.
Infatti – purtroppo – il termine formazione (e la categoria ad esso associato: “formatore”) mi sta diventando sempre più di difficile accettazione: il suo uso (come l’abuso della parola “coach”, impiegata come un inglesismo mirato a trasmettere una [presunta e tutta da verificare] maggiore qualità) fa sì che appena io lo senta nominare, mi faccia scattare un meccanismo di rifiuto (“No! Un altro formatore! No, basta, non se ne può più!”).

Così ho deciso pensato di cambiare anche il motto di questo blog, abbandonando la parola “formazione” e passando ad un neologismo che mette assieme due argomenti che mi sono molto cari: la lettura e le emozioni. Con l’obiettivo di dare vita ad un “progetto” (non ancora ben definito) che sarà oggetto di un post successivo dedicato proprio alla “Lettura Emotiva” e ad una (forse) nuova identità: quella della “lettrice emotiva” (ma anche del lettore emotivo).

Però, dopo avere riflettuto un paio di giorni (dopo avere pubblicato questo post nella giornata del 19 dicembre), e dopo essermi riletta con attenzione la sintesi fornita da Wikipedia, nonché avere scorso i titoli dei libri che ho in programma di leggere, ho pensato: “Ma perché devo rinnegare la parola “formazione”? Perché invece non considerarla nel suo significato più primitivo e pregno di contenuti? Perché non contribuire nel proprio piccolo a ri-nobilitarla, anziché a cancellarla?”.

E allora, marcia indietro! Non rifiuto della parola in sé, piuttosto un contributo per arricchirla, ampliarla, restituendole quella sua interdisciplinarietà volta a formare l’individuo a 360 gradi. Attraverso scienza, filosofia, narrazione di storie, arte, cultura in genere. Senza fossilizzarsi sul significato che il termine “formazione” ha acquisito negli ultimi tempi, legato ad un ambito specifico.

Innestandole sopra le emozioni, che tanto peso hanno nel processo di apprendimento.
Ed intersecandole con le esperienze di vita, fonti di insegnamento anch’esse, ma anche palestra nella quale esercita ciò che si apprende dai libri.

E quindi, ecco il nuovo motto con il quale ho aperto questo post revisionato:

Sulla Lettura Emotiva e di Formazione, cercando nuovi territori da esplorare.

L’unica cosa che mi rammarica (per una mia pignoleria, dovuta ad una questione di congruenza delle informazioni trasmesse e trasferite) è l’impossibilità di cambiare il nome alla pagina Facebook, creata ad-hoc come porta di accesso di questo blog al social network in questione, visibile qui a fianco nella barra laterale.
Purtroppo – per una ragione che mi è totalmente ignota – superati i 200 Like, non è più possibile modificarne il nome.

Pazienza.
Resta un legame con ciò che era prima.
Un ricordo utile.
Da non rinnegare.

Immagine tratta dal sito http://www.novatest.it

Crescere lentamente… libera associazione di idee

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Credo siano tre anni (mese più, mese meno) che curo questo piccolo blog.

Come ho ripetuto in varie parti, qui dentro scrivo e condivido ciò che leggo e ciò che penso (oltre a ciò che mi capita di vivere nella quotidianità personale e professionale), senza un disegno preciso (una strategia)…
[Magari un filo conduttore c’è, ma non ci faccio caso]

E ho letto tante cose sul web relative a fare business con i blog.
Costruendoli attorno ad argomenti specifici, per offrire un servizio su cui costruire una fonte di guadagno.
Ci ho anche pensato dopo avere letto il libro “100 Euro bastano”: questa estate ho passato tre giorni a studiare la mia rete, cercando di renderla più funzionale possibile.
Ed effettivamente è servito a mettere un po’ di ordine e a rendermi conto del pasticcio di transito di informazioni che girano tra i miei vari profili sui vari social network.
Però l’ispirazione di creare qualcosa di “funzionale a” non ha tenuto (era vera ispirazione? non credo…).

Sicuramente, questa operazione di creare qualcosa di utile è servito anche a riordinare le numerosi sezioni frammentate di cui era composto all’inizio il blog.

È servito a dare maggiore evidenza alla mia passione per la lettura che mi porta ad acquisti bulimici in libreria e su internet (non mi basteranno dieci vite per leggere tutto quello che compro!).
Passerei giornate intere a leggere e a scrivere di quello che leggo!
Ma non criticando bensì applicando una sorta di lettura emotiva, dedicando l’attenzione a ciò che mi suscita il leggere qualcosa

Però alla fine sono tornata a quella che è sempre stata l’idea iniziale: scrivere per lasciare un segno nell’universo, per fare mente locale, per ricordare e fissare dei momenti, per riflettere e per condividere.
Senza pensare ad un possibile business.
Perché se solo penso ad un possibile sbocco monetario, si crea il vuoto mentale e divento incapace di pensare alcunchè.

Un paio di persone (in momenti differenti) mi hanno detto: “Perché non crei una raccolta dei tuoi post migliori?”
La mia risposta è stata più o meno: “Ma no, ma va! Meglio di no. Non ha senso.”
Anche perché penso che oggi siamo in tanti a scrivere (grazie a questi meravigliosi mezzi che il web mette a disposizione) e se mi metto pure io… dove vado?
Non ci vedo un gran senso.
Almeno per me.

Io faccio tutto questo perché mi piace farlo e mi va di farlo.
Senza un fine.

Sicuramente sbaglio.
Sicuramente mi accontento. Di poco.

E proprio anche per questo non spingo per far crescere il blog a numeri stratosferici.

Perché mi piace pensare che chi capita qui anche per caso, e si ferma leggere, lo faccia perché trova qualcosa di interessante per lui/lei.
Ed ogni volta che scopro che qualcuno si iscrive, o commenta perché ha trovato un argomento sul quale vuole esprimersi, io sono contenta.

Perché c’è spontaneità, disinteresse e semplice desiderio di esprimere il proprio pensiero.

Penso che una crescita lenta di questo piccolo spazio sia la cosa migliore.

A me basta questo.
Sono già contenta così.

Buon fine settimana.

Essere Architetti oggi

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A volte certe riflessioni e considerazioni arrivano nel modo più inaspettato.
E ieri è proprio avvenuto questo, davanti ad una cioccolata calda con panna, parlando d’altro, rientrata dal corso di Time Management tenuto da Sebastiano Zanolli.

Che i corsi di Zanolli e de La Grande Differenza siano – almeno per me – sempre fonte di spunti dei più disparati è cosa nota.
Ma questa volta, oltre ad essere tornata a casa con un bagaglio colmo di riflessioni sulla gestione del tempo (proposte in modo insolito, tant’è che nella prima ora di corso non riuscivo ad agganciare i concetti perché non riuscivo a capire dove Sebastiano “andava a parare”, forse per stanchezza mia), sulla strada del ritorno ho ruminato un po’ di cose in più.

Cose che se prima apparivano sganciate una dall’altra, all’improvviso hanno iniziato a generare una riflessione che forse (mi) sta portando ad un altro passo avanti (o ad uno scarto di lato, non lo so…).

Tutto è nato da un confronto di idee avvenuto con Sebastiano qualche giorno fa, in previsione di una sua serata su Architettura e Sociale organizzata da Buildopia (e patrocinata dall’Ordine degli Architetti di Treviso). Idee che ruotavano attorno all’Architetto come ruolo sociale.
Se qualcuno mi dovesse chiedere se e come l’Architetto può essere definito un ruolo sociale, io risponderei che l’Architetto (secondo me) è un ruolo sociale.
Se si riesce ad uscire dal solito perimetro di definizioni che vede l’Architettura come la creazione di spazi di design e la creazione di oggetti che vorrebbero fare la storia del Disegno Industriale, la figura dell’Architetto ha molto altro da dire, sotto molti aspetti.

Lo stesso iter di studi (per lo meno ai miei tempi, fine anni ’80 fino a metà degli anni ’90) si articola(va) in esami di Sociologia, Tecnica delle Costruzioni, Fisica, Progettazione declinata in varie forme (Architettonica, Ambientale, ecc.), Igiene Ambientale, Storia (dell’Arte, di Architettura, di Urbanistica…), Urbanistica, Matematica e tante altre discipline. Senza dimenticare la questione dell’Ergonomia.
(E parlando non molto tempo fa con un esperto di linguaggio del corpo, si parlò anche di prossemica.)
Un mare vastissimo di conoscenza, trasversale.
Un percorso di studi che ricordo essere stato – in alcuni momenti – un vero e proprio incubo.

E di questo parlavo ieri con un altro partecipante al corso di Time Management: un Architetto come me, ma che – a differenza di me – persegue la strada dell’Architettura, con mille dubbi e perplessità. Domandandosi dove è e dove vuole andare. Nel mezzo di un momento di profonda riflessione sulla sua professione e sul suo futuro.
Condivisibile.

Chiacchierando assieme, pensando anche al mio andamento sinusoidale, fatto di picchi e baratri, di strade tortuose, di ripensamenti vari, ma anche di un percorso assistito che mi ha portato a percepire ciò che sono capace di fare, indipendentemente dal contesto, mi è venuto spontaneo offrirgli lo spunto di pensare alle proprie competenze che – magari – possono trovare la loro collocazione (e anche la loro ottimizzazione, perché no) in un ambiente diverso da quello del classico studio di architettura.

E parlando brevemente con Zanolli in chiusura di corso, è emersa un’altra riflessione sua su un convegno al quale aveva assistito con ospiti protagonisti Ezio Manzini ed Aldo Cibic, dove uno dei concetti emersi è stato quello di “Architettura della complessità”.
E questo mi ha ricondotto alla “Architettura della Informazione”, un concetto raccontatomi da un collega e amico di Treviso: un Architetto che vede le cose in modo un po’ diverso dal solito.
Senza dimenticare il duetto esplosivo a cui assistetti qualche mese fa, organizzato da Meet the Media Guru, composto da Fabio Novembre e Carlo Ratti.

Quindi, mi sono detta, l’Architettura (il fare Architettura) è una cosa molto più vasta (e, se si vuole, evanescente) rispetto al luogo comune della progettazione dell’Arredamento, dell’Edificio, dell’Appartamento e dell’Oggetto. (Lì – secondo me – bisogna essere dei geni e avere “quel qualcosa in più” che ti permette di emergere dalla folla dei tanti colleghi. Altrimenti sei un numero, tristemente uno dei tanti.)

Quindi ci possono essere altre strade che possono essere percorse, utili a valorizzare le proprie capacità.

Penso che essere Architetti oggi può voler dire fare anche cose inaspettate (ed inconcepibili) che consentono alle competenze acquisite e ai talenti emersi negli anni di studio, di trovare la giusta via espressiva.
Non è un percorso facile, e non è immediato.
Ma penso valga la pena investirci tempo ed energia, per poter capire dove si è e dove si vuole andare.

Immagine: “Il Sogno” – Olio su tela – RUSP@ – http://www.pittart.com/

Che cosa vuoi fare?

Sarà stata una serie di pensieri che si sono generati da soli, saranno riflessioni nate dalle ultime 48 ore… non lo so…
Ma stamattina (che mi sono alzata un po’ “storta”) ho messo in fila un po’ di cose…

Oltre alle grane lavorative che hanno fatto vacillare quel poco (?) di buono che ho fatto, impegnandomi al massimo, senza risparmiare sabati e domeniche, spesi a cercare di confezionare un buon prodotto, ho anche pensato all’incarico come VPE (Vice President Education) del Toastmasters, che tante soddisfazioni mi sta dando, non senza impegno e fatica (ma con sotto dei motori potenti che spingono e permettono di superare possibili asperità e “dislivelli” che si possono trovare lungo la strada).

E ho anche pensato all’ultima valutazione che ho fatto martedì, durante il meeting del club: si trattava di un discorso di un manuale avanzato che si chiama “High Performance Leadership” (manuale che ho anche acquistato per cultura personale, essendo ancora molto lontana dal poterlo affrontare).

Preparandomi per la valutazione (studiando il “progetto”, come viene chiamato) ho letto di “mission”, “vision” e “value”, e – come mi accade sovente quando faccio queste cose – penso di riflesso anche a me e a quello che faccio: penso a quale può essere la mia mission, a quale può essere l’obiettivo che io ho riferito ad un determinato compito,…
Il tutto calato dentro un contesto più o meno dinamico, che si confronta anche con le mie capacità performanti.

Ed è accaduto che stamattina ho pensato alla mia mission come VPE, poggiata sui miei valori (che considero un po’ come delle fondamenta di un edificio), sulle cose in cui credo ed anche – perché no?! – sulle mie ambizioni (parola bistrattata e spesso letta in una accezione negativa).
Ho iniziato a domandarmi:

  • Che cosa mi sta dando questo ruolo?
  • Che cosa sto imparando?
  • Che punti di forza sta evidenziando?
  • Quali punti deboli sta facendo emergere?
  • Cosa voglio fare?
  • Che obiettivi ho?
  • Dove voglio arrivare?

Il Vice President Education è uno dei ruoli dell’Executive Committee più complessi.
Ma essendo complesso, è in grado di darti tantissimo: un dare e avere di alto livello (mi ricorda quello che mi disse un socio di lunga data del Toastmasters: “Il Toastmasters ti può dare tanto. Dipende da quanto dai tu.”).
Una scuola di vita, fatta di confronti con altre persone, di feedback, di gestione dei rapporti con altri e di gestione di te stesso.
Di cura del prossimo e di comprensione di quali sono i suoi bisogni e desideri.
E mi ricordo quello che mi venne detto a maggio, al termine del primo giorno della Conferenza di Milano dei club italiani, da uno dei membri di maggiore spicco del Distretto Europeo (dopo che c’era stato un intoppo iniziale): “E’ come nella vita: possono accadere degli intoppi. Bisogna avere pronto un piano B.” (Altro insegnamento)

Insomma si impara.

Ed ogni tanto si scivola. Si pensa che non ce la fai più. Che sei stanco. Che ti stai incasinando e che non riesci a seguire tutto.
Ed impari anche ad ottimizzare.
Ad ottimizzare tempi e metodi e scelte, in un continuo processo di auto-settaggio.

Tutta questa riflessione per dire cosa? (Uno si chiede, giustamente)

Elencando in ordine sparso, così come mi vengono in mente:

  • per ricordarsi che spesso si deve fare fatica;
  • per ricordarsi che errare è umano, che si possono fare degli sbagli;
  • per dire che l’imperfezione c’è e fa parte del processo di crescita;
  • per dire che è normale avere paura di non farcela, ma che se sotto c’è una motivazione forte alla fine – in qualche modo – ci arrivi;
  • per dire che è normale avere voglia di abbandonare un progetto, una idea, ma bisogna chiedersi se ne vale davvero la pena.

Sono tutte cose che lette così, sono di una banalità sconcertante.
Ma che spesso – quando siamo immersi in una determinata situazione che ci sta mettendo alla prova – ci dimentichiamo, correndo il rischio di fare scelte sull’onda emotiva, che si possono rivelare profondamente sbagliate.

Mai mollare.

O per lo meno, prima di mollare, fermarsi, tirare un bel respiro, e pensare bene a cosa si vuole fare e se vale la pena mollare per una possibile momentanea difficoltà…

[Foto di Nick Fewings su Unsplash]

Diversificazione

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Diversificare…
Penso che diversificare sia la fatica più utile che si possa fare.

Ci riflettevo ieri dopo che ho rimesso in marcia lo smartphone-clone (un telefono Android acquistato su Amazon, molto simile ai Samsung, ma non Samsung), dopo che ero tornata sui dispositivi Apple per qualche giorno (iPhone e iPad).

Adesso se guardo i dispositivi che ho, mi trovo con un Pc HP su cui è installato Windows 8, uno smartphone con Android, l’iPad con iOS7 (un iPhone 4 prossimo alla pensione) ed un Kindle (base) per gli ebook.
A livello di sistemi operativi penso di avere a disposizione tutto (manca Linux forse…).

E confrontandomi con device riottosi, upgrade che “fanno sedere” i dispositivi, e App che vanno in crash, ho pensato che tutto sommato non è male.
Sembra un gran caos, ma avere sistemi operativi diversi può essere utile per mantenere elastici i neuroni e per compensarli uno con l’altro.
(Anche se ogni tanto un po’ di confusione c’è.)

Sicuramente i fedelissimi Apple storceranno il naso, ma non me ne vogliano.
Sono proprio io che non riesco a essere monomarca (pur riconoscendone la comodità).
Pur essendo una persona stanziale, pigra, che cerca di semplificarsi le cose (spesso senza successo), tendo a mescolare e spingo per uscire da un perimetro per andare a curiosare in altri recinti.
E’ un lato recente che sto scoprendo di me stessa, e che non credevo di avere.

E ragionando su questo, partendo dai sistemi operativi, oggi la riflessione si è estesa ad altri ambiti.

Infatti, proprio qualche giorno fa facevo una riflessione uguale e contraria, partita da un articolo letto sul web e dedicato ad alcune App dal design molto bello.
Esplorandole, mi si era risvegliata la voglia di un design minimalista e purista.
Quasi un processo di depurazione da orpelli inutili.
Un processo che è andato – gradualmente – ad estendersi ad altre aree: no make up, sì cosmetici iper-naturali ed iper-puri; no a monili vari ed eventuali, sì a linee pulite; no alle fantasie sui tessuti, sì a tinte unite; no ai decori, sì alle linee pulite…
Quasi un processo di alleggerimento, di ricerca di una sorta di lusso che solo la semplicità e la linearità ti possono offrire (almeno secondo me).
E così ero andata ad individuare delle marche rappresentative (che già utilizzo), per concentrarmi su di esse e dimenticarmi del resto.

Comodo.
Confortevole.
Non c’è alcun dubbio.

Però a rischio di limitazione.
A tale proposito mi ricordo di un docente del Politecnico di Milano che – durante una sua lezione – parlando di scelte, disse (in tempi non sospetti, cioè 20 anni fa, poco più): “Io per esempio, per poter scegliere nel mare di possibilità offerte ho deciso di vestirmi solo di bianco e nero.”
Ricordo che mi colpì questa osservazione.
Per il suo eccessivo purismo (così lo interpretai allora e così tendo ad interpretarlo anche oggi).

E allora mi domando: essere selettivi e focalizzarsi solo su alcune cose, può essere utile?
Forse sì, se ti sgombra il campo per fare altre ricerche.
Forse no, se ti chiude in un tuo recinto.

E quindi (all’opposto) mi domando: diversificare può essere utile?
Forse sì, se ti permette di esplorare e restare aperto a ciò che incrocia la tua strada.
Forse no, se ti fai sopraffare dall’effettivo caos informativo e di stimoli.

Non lo so.
Io tendo costantemente ad oscillare da un estremo all’altro: dalla selezione alla diversificazione; e dalla diversificazione alla selezione.

Non lo so.
Oggi peroro la causa della diversificazione.
Domani – come un pendolo inquieto – potrei perorare la causa della selezione.

Vedremo…
Nel frattempo diversifico.

Fallimento…

wpid-fallimento

Che brutta parola!
Fallimento… (Anche l’immagine l’ho scelta apposta… e non è stato facile trovare qualcosa di attinente sul web…)
Una parola che suona quasi come una bestemmia.
Un tabù.
Un qualcosa di cui non si deve assolutamente parlare.

Per lo meno in tanti ambienti.
Dove si gioca a livello linguistico con la parola “Successo” (“participio passato di succedere” – sì – ma non solo).
E dove l’atmosfera da “ricchi premi e cotillon” serve – in modo molto perfido – a fare leva sul tuo desiderio di successo.

Però facendo una ricerca sul dizionario, alla parola “successo” si legge:

successo (su’t:ʃɛs:o)
nome maschile
1. riuscita buon fine superare l’esame con successo
2. notorietàpopolaritàconsenso accoglienza favorevole, apprezzamento generale riscuotere un grande successo – Il successo gli ha dato alla testa.
di successo – molto famoso, apprezzato, amato un professionista di successo una trasmissione di successo
3. ciò che ha riscosso il favore del pubblico una raccolta dei più grandi successi

[Fonte “The Free Dictionary”]

Che poi è il significato che io ho sempre considerato (e credo come me, tanti altri).

Attenzione, non sto contestando l’utilizzo massiccio e massivo della parola “successo”: è comunque una parola che viene spinta anche giustamente in avanti, utile ad esorcizzare paure varie ed eventuali che ci inseguono senza tregua (tendendoci agguati ad ogni angolo).

Solo che secondo me (e non credo di essere la sola) questa parola sta iniziando a creare qualche problema.
E ascoltare stamattina alla radio (Virgin Radio) un DJ che raccontava di un blog di successo dedicato proprio al fallimento, mi ha spinto a riflettere e a recuperare dei ricordi.

In particolare il DJ ha citato un blog (segnalato dal sito di La Repubblica) intitolato “Start up Over“: un sito/blog dedicato a tutte quelle Start Up nate come funghi e rovinosamente fallite.
Ne esamina le dinamiche, con l’obiettivo di “imparare dai fallimenti altrui e propri”.

Idea molto interessante.
Anche perché, dal mio punto di osservazione molto periferico e da perfetta neofita, osservo questo proliferare di nuove iniziative (tutte battezzate come “start up”) che hanno un comune denominatore: la tecnologia.
Un oceano che – secondo me – sta diventando via-via sempre più rosso, tendente al purpureo.

(Mi ricordo di un open-day della redazione di Wired al quale avevo partecipato e che aveva presentato nuove start up, con un comune denominatore: tutte applicazioni per web-mobile… Tant’è che mi ero domandata dove stava il vantaggio di tutto ciò. Percepivo una virtualizzazione sempre più spinta all’eccesso, con un pericoloso rischio di “sovra-esposizione”. Non a caso oggi si parla di possibile “bolla delle start up”).

Ma il “gancio” colto dal DJ stamattina e che gli è stato utile per lanciare un dibattito in rete è stato:
“Ma tu come vivi il fallimento?”

Mi sono detta: “Già, come vivo il fallimento?”
Risposta: male, molto male!

Ovviamente a seconda della entità del fallimento, della cura che ci metto in una cosa, nel sentirmi più o meno sotto esame, nel livello di coinvolgimento con altre persone, ho diversi livelli di metabolizzazione del fallimento: vado dal “chissenefrega!” nel caso di errore minimo, alla frustrazione, rabbia e depressione se sbaglio/fallisco in cose a cui tengo molto (sono fresca su questi argomenti, ahimè…).
Attraversare la tempesta emotiva che ne segue, può essere una impresa piuttoso difficile.
Posso passare giorni a rimuginare sulla cosa, domandandomi ossessivamente dove ho sbagliato.

Però, poi, passata la fase di implosione/esplosione, mi rialzo, mi scrollo la polvere di dosso, mi guardo in giro un po’ frastornata, e – barcollando come un pugile suonato – mi rimetto in moto.
Sicuramente con un bagaglio conoscitivo in più.

Essì, perché che mi piaccia o meno (e non so come la pensi tu), ho imparato di più dai fallimenti che dai successi.
E ne sono uscita pure rinforzata…

L’unica mia preoccupazione è che non diventi l’unico modo per imparare in modo efficace… 🙂

Immagine tratta da http://www.associazionequadri.it