Le quattro regole del metodo cartesiano [Citazione]

La prima era di non accogliere mai nulla per vero
che non conoscessi esser tale per evidenza:
di evitare, cioè, accuratamente la precipitazione
e la prevenzione; e di non comprendere nei miei giudizi
nulla più di quello che si presentava così chiaramente
e distintamente alla mia intelligenza
da escludere ogni possibilità di dubbio.

La seconda era di dividere ogni problema
in tante parti minori
quante fosse possibile e necessario
per meglio risolverlo.

La terza, di condurre con ordine i miei pensieri,
cominciando dagli oggetti più semplici
e più facili a conoscere, per salire a poco a poco,
come per gradi, sino alla conoscenza dei più complessi;
e supponendo un ordine anche tra quelli
e di cui gli uni non precedono naturalmente gli altri.

In fine, di far dovunque enumerazioni così complete
e revisioni così generali
da esser sicuro di non aver omesso nulla.

René Descartes 1637

[Tratto da “Cosa nasce cosa” di Bruno Munari, Laterza Editori – libro in lettura]

Immagine in evidenza da Google Images

“E’ facile affrontare i problemi della vita se sai come farlo” di Pino De Sario [VIDEO]

DeSarioMetti che stai tornando a casa da un corso e sei in automobile.
Metti che decidi di fermarti per sgranchirti le gambe e bere un caffè.
E – nel mentre bevi il caffè – ti cade l’occhio su un banchetto dove sono esposti dei libri.

Uno ti colpisce.
Inizialmente per i colori.
Poi per il titolo chilometrico che – di primo acchito – ti lascia un po’ perlessa (“Essì… il solito libro di crescita personale dalle facili soluzioni!”, mormori tra te e te).

Però quel libro continua a guardarti.
E tu lo guardi.
Lo prendi in mano e lo sfogli, leggendo qui e là.
Ed infine, per una ragione a te totalmente sconosciuta, decidi di acquistarlo.

Bene, l’istinto ha avuto ragione.
Perché mi sono ritrovata a leggere un libro molto interessante di un autore facilitatore a me sconosciuto fino ad oggi (per chi vuole sapere che è Pino De Sario qui il link al sito).

Nonostante il titolo un po’ ingannevole (linguisticamente parlando), il testo raccoglie in modo organico idee e strumenti (sotto forma di spunti che possono essere approfonditi in modo autonomo ed in momenti successivi) che ruotano attorno ai conflitti e alla gestione della negatività (finalmente non più rifiutata, bensì riconosciuta come strumento/passaggio valido e propedeutico alla crescita).
Idee e strumenti che hanno come pilastri portanti l’ascolto di sé stessi e degli altri, in una ottica di facilitazione (il facilitatore è una figura professionale ben definita).

Un libro che si lascia leggere gradevolmente e si presta a sottolineature e appunti.
Che si esprime in modo semplice e chiaro, con gli inglesismi (tanto in voga) ridotti allo stretto necessario.

Un libro che – per quanto mi riguarda – può essere tenuto a portata di mano anche per consultazioni rapide, utili per spunti e reminder per la possibile soluzione di problemi.

Consigliato.

“In un batter di ciglia” di Malcolm Gladwell [VIDEO]

Gladwell

Ragionare attorno al libro di Malcolm Gladwell “In un batter di ciglia” mi sembra quasi un controsenso.

Mi spiego: il libro in questione tratta del “pensiero intuitivo” e della “cognizione rapida”. Due caratteristiche dell’essere umano, difficilmente codificabili e descrivibili, ma oggetto di studi da parte di scienziati e psicologi.

Ed in questo caso – per me – la sfida è stata doppia: all’argomento (che mi affascina molto) si è aggiunto anche lo stile di trattazione dell’autore.
Stile che – curiosamente – mi ha dato qualche difficoltà e che da una lato mi spiazza, ma dall’altro lato mi sta gradualmente conquistando (qui la riflessione sul primo suo libro che ho letto).
Infatti Gladwell scrive in modo estremamente semplice, raccontando e affrontando argomenti complessi in modo molto chiaro.
Ma non lo fa con la pretesa di catalogare, analizzare, incasellare e codificare a tutti i costi. (Tendenza che ho riscontrato in molti testi che si collocano a metà strada tra i manuali ed i saggi, come per esempio “Strategia Oceano Blu”)
Bensì è come se si sedesse ad ascoltare chi ne sa più di lui, prendendo appunti e trasferendo in modo comprensibile – a chi poi leggerà – ciò che lui ha appreso.
Senza arrogarsi alcun diritto di “superiorità intellettuale”.
Collocandosi invece sullo stesso piano del lettore.

Con l’aggiunta di una ulteriore variabile: l’autore non ti offre soluzioni.
Racconta storie, supportate dalla ricerca scientifica e accompagnate da interviste ai ricercatori coinvolti, che ti danno la possibilità di fare delle riflessioni e che suscitano qualche curiosità in più.

Una considerazione sulla videoriflessione pubblicata in coda a questo post.
Registrandola, e ascoltando la fatica che ho fatto nell’esprimere i concetti, mi sono ricordata di un episodio accaduto un paio di settimane fa: nel tentare di registrare un video sul libro di Guenassia, “Il club degli incorreggibili ottimisti”, in un primo momento andai in blocco (qui la riflessione scritta e qui la videoriflessione, pubblicata in seguito).
Non riuscivo ad esprimere i concetti: tanti tentavi e false partenze, fino al “lancio della spugna sul ring” (“Basta mi arrendo, non ci riesco!”). Pubblicando un riflessione su Facebook su questo “stato di scoramento”, uno dei contatti commentò con una interessante considerazione sul dualismo tra razionalità (comunicazione di pensieri organizzata secondo una sequenzialità logica) e istinto.
Una considerazione che anticipò quello che poi ho incontrato leggendo questo libro, e che si potrebbe (con qualche licenza personale) riassumere così: il pensiero intuitivo è qualcosa che agisce in modo assolutamente autonomo, dietro la porta chiusa dell’inconscio, e che se tenti di spiegare in modo razionale non ne sei capace.
Ecco, in quel caso e con molta probabilità, avendo vissuto il libro e com-partecipato alle vicende dei personaggi, avevo incamerato sensazioni a livello istintivo che non riuscivo a trasferire a livello razionale (ci sono riuscita solo dopo essere passata attraverso la scrittura, attività che può assumere degli aspetti molto intimi).

Non mi dilungo oltre, inserendo qui sotto il video della riflessione, pubblicato su You Tube.
Buona visione.

Due libri sul talento e la creatività [VIDEO]

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All’interno del progetto di “Un Libro A settimana”, mi è capitato di leggere in sequenza due testi apparentemente slegati fra loro, ma in realtà legati da un filo rosso che è quello che si può battezzare con il nome duale di “Creatività e Talento”.

Infatti, qualche settimana fa, in occasione della lecture di Paola Antonelli (curatrice del MOMA di New York) programmata da Meet the Media Guru, è stata organizzata una iniziativa molto interessante che ha coinvolto una startup di recente costituzione che permette di creare dei TweetBook.
Per questo esperimento – effettuato in collaborazione con MtMG – è stato scelto un libro speciale: “Fantasia” di Bruno Munari.
L’obiettivo era leggere un capitolo al giorno tra quelli selezionati, pubblicando su Twitter (con l’hashtag #mmgFantasia) spunti, immagini, frasi, suggestioni che emergevano durante la consultazione del piccolo e ricchissimo libro, con lo scopo di creare un museo virtuale, immaginario ed immaginifico. Creando una sorta di visionaria wunderkammer.
Così mi sono divertita (assieme a molti altri utenti) a partecipare a questo progetto di “scrittura condivisa” (a questo link ho raccolto in Storify i tweet) destreggiandomi e recuperando reminescenze di arte, design e anche cinematografia, lasciando andare a briglia sciolta la mia immaginazione un po’ anchilosata.

Concluso il libretto di Munari, mi sono poi cimentata nella lettura de “La trappola del talento” di Geoff Colvin.
Scritto da un giornalista della rivista Fortune, il libro ha come obiettivo il dimostrare che il talento non è un dono divino con il quale si nasce, bensì è frutto di un allenamento costante e continuo secondo determinate metodiche, ben codificate e ben programmate.
Si tratta di un libro che lavora su “fondamenti scientifici e logici” (se così li possiamo definire) e incoraggia anche chi pensa di non essere dotato di alcun “dono divino”. E a supporto della teoria dell’autore sono molti gli esempi di sportivi, musicisti, scacchisti, manager (ma non solo) che vengono menzionati. Proprio a sottolineare che è possibile eccellere in qualche campo se ci si applica con rigore e precisione.

La cosa interessante è che questi due libri hanno trattato un universo composto appunto da talento e creatività (anch’essa frutto di stimoli ed esercizi, così come sostenuto sia da Munari che da Colvin) in modo interessante e tra loro complementare.
Se il libro di Munari è stata una scoperta e ha costituito una lettura attualissima, quello di Colvin ha rappresentato un interessante excursus all’interno di una determinata ricerca volta a dimostrare che tutti possiamo sviluppare ed allenare i nostri “talenti”.

Di seguito le due videoriflessioni pubblicate sul canale YouTube, dove ragiono in modo un po’ più approfondito sui due testi.

Una riflessione sul rapporto coi libri

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Mi sto accorgendo che ho un rapporto duale (se così si può definire) con i libri…
A seconda del genere, preferisco la versione cartacea o la versione ebook.

Quando si tratta di libri di narrativa (o ai quali tengo particolarmente per varie ragioni) preferisco la carta.
[E mi ricordo una intervista a Oriana Fallaci, nella quale diceva che lei amava i libri di carta: “li puoi toccare ed annusare”, diceva… già, l’odore della carta…]
Un rapporto sensoriale e quasi fisico, che favorisce – almeno in me, migrante digitale (e quindi con un piede di qua ed un piede di là, a cavallo della linea di demarcazione della digitalizzazione) – un maggiore immersione nella storia raccontata.
(Anche se si dice che, a livello cognitivo, nulla cambia tra una versione digitale ed una versione cartacea di un libro)

Invece, stranamente e per un motivo a me totalmente sconosciuto, quando si tratta di libri di management, di web (e qui potrebbe esserci una sorta di congruenza di argomentazione), professionali, mi oriento sulle versioni digitali.
Come se non ci fosse coinvolgimento emotivo, ma solo informativo.
Come se la mia interazione col testo fosse più logica e meno emozionale.
(Anche se può succedere che acquisti la versione cartacea di qualche libro di queste categorie. Ma mai il contrario… Almeno fino ad oggi.)

E sono ben conscia del vantaggio che le versioni digitali offrono!
Basti pensare che sul mio kindle (versione base) ho archiviati circa 90 titoli (una follia…!).
Che se ci penso, se faccio mente locale, significa che ho tutto su un piccolo dispositivo ultraleggero che mi porto ovunque, e che mi consente anche di leggere tomi altrimenti cartacei sotto il peso dei quali soccomberei…

Stranezze di una migrante digitale… Che si sta divertendo a partecipare, tra l’altro, a progetti di nuove forme di narrazione digitale e condivisa (e verso la quale è fortemente attratta) come questo: #mmgFantasia (fateci un giro… è un gran bel progetto che spero sia il primo di una lunga serie…)

(A proposito di migranti digitali, ieri sera – sulla strada verso casa – ho letto, rilanciato su Twitter, questo divertente articolo di un coetaneo che consiglio: L’interazione e la percezione di se stessi per Matteo Piselli. Non c’entra nulla con l’argomento in questione, ma offre qualche spunto di riflessione divertente ed interessante sui 40 anni e dintorni…)

[Immagine tratta da ehibook.corriere.it]

“Avere fiducia” di Michela Marzano

719iaV4LKNL._SL1396_Il filosofo Simon Blackburn parla della reliance [il fatto di contare su qualcuno di affidabile, n.d.r.] come di una sorta di base austera della fiducia. L’affidabilità di qualcuno la posso constatare via via che lo frequento e che conosco le sue qualità e le sue competenze. Può progressivamente portarmi a dargli fiducia. Soprattutto, se arrivo a instaurare un vero dialogo con lui e a dichiarargli che mi fido: a partire dal momento in cui dichiaro a qualcuno la mia intenzione di contare su di lui, può sentirsi motivato dalle mie aspettative e impegnarsi in un processo al termine del quale può infine stabilirsi la fiducia reciproca.

Questo è uno dei passaggi del libro di Michela Marzano, “Avere fiducia”, che sono stati (e restano tuttora) illuminanti per me.

Un libro che – dopo una partenza faticosa – è stata una lenta, graduale ed inaspettata discesa in profondità nel concetto di “Fiducia”.
Un libro che esamina non solo la Fiducia da un punto di vista storico, politico e sociologico. Ma che offre anche una vista ed una analisi della Fiducia da un punto di vista psicologico, con citazioni ed esempi tratti da film, libri, saggi e lettere più o meno famose.

Leggendolo ho iniziato a farmi domande:

  • cos’è per me la fiducia?
  • perché mi fido?
  • cosa mi aspetto dal dare fiducia a qualcuno?
  • perché dono la mia fiducia?

Mano a mano che avanzavo nella lettura sentivo (con sorpresa) vibrare sensazioni in profondità, ripercorrevo la mia storia professionale e personale, ricordando episodi nei quali mi sono fidata e ho ricevuto come risposta dei “tradimenti” che hanno marcato e lasciato dei segni.
Provocando di conseguenza, innalzamento di metaforici muri di difesa: più davo valore a certe azioni, e ricevevo sgambetti e coltellate nella schiena, maggiore era la struttura di difesa che innalzavo.

Continuando a progredire nella lettura, riflettevo su ciò che l’autrice scriveva, e macinavo concetti, ritrovandomi e riconoscendomi educata alla “regola del contratto”, “della fiducia in sé a tutti i costi e diffidenza verso gli altri”, del “dare e avere” e di una serie di altre nozioni, prodotto di una storia lunghissima che si perde nei secoli, che hanno plasmato quello che siamo oggi (e che forse inizia – fortunatamente – a vacillare).
Il tutto andando ad innestarsi, più che altro a confrontarsi, con il concetto di “autostima”: una autostima sana, legata alla serenità e alla accettazione di sé.
Un accettazione di sé che si accompagna al rischio di esporsi ed aprirsi verso l’altro.

Libro consigliato!
Da leggere con la chiave di lettura che preferite di più.
Vi soprenderà.
Almeno spero…

Buona lettura.

Avere fiducia in qualcuno non significa che ci si possa appoggiare completamente su di lui o aspettarsi in qualsiasi momento il suo aiuto e il suo sostegno. Avere fiducia è, al contrario, ammettere la possibilità del cambiamento, del tradimento, del capovolgimento.

“Formazione” – ragionamenti attorno al suo significato

Formazione

Sulla Lettura Emotiva e di Formazione, cercando nuovi territori da esplorare.

AGGIORNAMENTO AL 21 DICEMBRE 2013: alcuni testi verranno barrati e altri (aggiunti e/o revisionati) sono evidenziati in corsivo ed in colore blu. Inutile nasconderlo: il passaggio di identità del blog non è semplicissimo e riflettendo ci si può anche rendere conto che le cose possono essere viste da diverse angolazioni e che certe scelte possono essere “scelte di pancia” che non sempre sono buone consigliere…

Tempo di bilanci di fine anno.
E tempo di programmi per l’anno nuovo.
E questo blog non è esente da lavori di adeguamento, affinamento, varie ed eventuali.

Nel post precedente, dedicato alla crescita lenta e spontanea di questo spazio, scrivevo:

Passerei giornate intere a leggere e a scrivere di quello che leggo!
Ma non criticando bensì applicando una sorta di lettura emotiva, dedicando l’attenzione a ciò che mi suscita il leggere qualcosa…

Parlavo di business con il blog e di cose fatte con passione (tipo, proprio, leggere).
Facendo ragionamenti attorno allo scrivere e al riflettere “senza scopo di lucro”, bensì per il piacere di condividere.

E l’espressione “lettura emotiva” ha iniziato a girarmi nella testa con insistenza, assumendo un tono, una accezione, via-via sempre più importante rispetto a quella relativa alla parola “Formazione” (nel significato che do io, ma che credo diamo in tanti).
Parola – quest’ultima – che mi sembra ormai abbia raggiunto livelli di abuso al di là di ogni immaginazione, facendole perdere il suo significato originale.

Infatti ho iniziato a pensare a quei racconti che vengono presentati come “romanzo di formazione“… Dove la parola “formazione” ha un significato di ben altra caratura.
Così ho fatto una ricerca su internet, più precisamente su Wikipedia, e ho letto quanto segue:

Il concetto di formazione ha molteplici significati ed è usato in diverse discipline; il significato deriva da formare da cui dare una forma.

Wikipedia poi prosegue nella enumerazione di vari aspetti nei quali il concetto di formazione si articola e si sviluppa:

  • Aspetto pedagogico: “[…] In ambito pedagogico è un processo complesso di trasferimento di contenuti e metodi per fare acquisire alle persone livelli intellettuali, culturali, emotivi e spirituali sempre maggiori. Il processo formativo studiato dalla pedagogia, in particolare, cerca di ottenere contenuti e metodi di insegnamento propri per l’età evolutiva di riferimento in cui il processo formativo si esplica.[…]”
  • Aspetto scientifico: “[…]La formazione ha un’importanza talmente rilevante che molte università hanno intere facoltà dedicate proprio alla scienza della formazione, dove si studia la materia nel suo complesso. La materia infatti ha attinenza, sia per sé stessa che per i contenuti terzi che è deputata a trasmettere, con l’area tecnico-scientifica, l’area umanistica e l’area di ricerca.[…]”
  • Aspetto filosofico: “[…]La formazione fa parte della nostra vita, della nostra filosofia di pensiero; in ogni momento c’è bisogno della formazione, perché nessuno nasce già con le conoscenze, metà della nostra vita la passiamo a formarci. Tutte le culture più o meno evolute hanno dedicato studi e risorse alla formazione, al passaggio della conoscenza, alla formazione di una coscienza.[…]”
  • Aspetto teologico: “[…] La formazione religiosa in fondo è la formazione dell’anima e il rapporto che si dovrebbe avere con l’essere supremo.[…]”

Non dedica ampie descrizioni, però Ti dà una idea di quali significati si celino dietro questa parola, restituendole un po’ di “nobiltà”.
Infatti – purtroppo – il termine formazione (e la categoria ad esso associato: “formatore”) mi sta diventando sempre più di difficile accettazione: il suo uso (come l’abuso della parola “coach”, impiegata come un inglesismo mirato a trasmettere una [presunta e tutta da verificare] maggiore qualità) fa sì che appena io lo senta nominare, mi faccia scattare un meccanismo di rifiuto (“No! Un altro formatore! No, basta, non se ne può più!”).

Così ho deciso pensato di cambiare anche il motto di questo blog, abbandonando la parola “formazione” e passando ad un neologismo che mette assieme due argomenti che mi sono molto cari: la lettura e le emozioni. Con l’obiettivo di dare vita ad un “progetto” (non ancora ben definito) che sarà oggetto di un post successivo dedicato proprio alla “Lettura Emotiva” e ad una (forse) nuova identità: quella della “lettrice emotiva” (ma anche del lettore emotivo).

Però, dopo avere riflettuto un paio di giorni (dopo avere pubblicato questo post nella giornata del 19 dicembre), e dopo essermi riletta con attenzione la sintesi fornita da Wikipedia, nonché avere scorso i titoli dei libri che ho in programma di leggere, ho pensato: “Ma perché devo rinnegare la parola “formazione”? Perché invece non considerarla nel suo significato più primitivo e pregno di contenuti? Perché non contribuire nel proprio piccolo a ri-nobilitarla, anziché a cancellarla?”.

E allora, marcia indietro! Non rifiuto della parola in sé, piuttosto un contributo per arricchirla, ampliarla, restituendole quella sua interdisciplinarietà volta a formare l’individuo a 360 gradi. Attraverso scienza, filosofia, narrazione di storie, arte, cultura in genere. Senza fossilizzarsi sul significato che il termine “formazione” ha acquisito negli ultimi tempi, legato ad un ambito specifico.

Innestandole sopra le emozioni, che tanto peso hanno nel processo di apprendimento.
Ed intersecandole con le esperienze di vita, fonti di insegnamento anch’esse, ma anche palestra nella quale esercita ciò che si apprende dai libri.

E quindi, ecco il nuovo motto con il quale ho aperto questo post revisionato:

Sulla Lettura Emotiva e di Formazione, cercando nuovi territori da esplorare.

L’unica cosa che mi rammarica (per una mia pignoleria, dovuta ad una questione di congruenza delle informazioni trasmesse e trasferite) è l’impossibilità di cambiare il nome alla pagina Facebook, creata ad-hoc come porta di accesso di questo blog al social network in questione, visibile qui a fianco nella barra laterale.
Purtroppo – per una ragione che mi è totalmente ignota – superati i 200 Like, non è più possibile modificarne il nome.

Pazienza.
Resta un legame con ciò che era prima.
Un ricordo utile.
Da non rinnegare.

Immagine tratta dal sito http://www.novatest.it

“Il mondo a piedi” di David Le Breton

IlmondoapiediE’ un libro piccolo ed intenso, quello scritto da David Le Breton (docente all’Università di Strasburgo).

Trovato nella pagina dei libri consigliati nel sito di Sebastiano Zanolli (manager e scrittore), narra della marcia, del percorrere la strada a piedi.
E ne esamina i diversi aspetti che essa può assumere.

Una trattazione che si divide tra il filosofico, le riflessioni personali e la documentazione storica (numerose sono le citazioni ed i rimandi a testi di varie epoche, con comune denominatore di racconti e riflessioni attorno al viaggio a piedi).

Una analisi della marcia da diversi punti di vista: dall’allegro vagabondare, alla passeggiata filosofica, al vero e proprio viaggio intrapreso a piedi (una usanza consueta da noi – in tempi passati – dove avere mezzi propri era una cosa assai rara, ma una usanza/necessità tuttora presente in quei Paesi dove ancora oggi avere un mezzo proprio è quasi – se non del tutto – impossibile).

Senza dimenticare la camminata (la marcia) intesa come pellegrinaggio. Quindi con una valenza mistica.

Raccontando della marcia estrema, capitolo nel quale vengono raccontate alcune esplorazioni alla ricerca di terre lontane.
Vere e proprie prove al limite della sopravvivenza, sfidando condizioni estreme, privazioni e malattie, inseguendo verità presunte o immaginate.
Prove che ti danno la misura di cosa si è in grado di fare quando si è mossi da un obiettivo alto.

Un libercolo piacevole, che ho letto subito dopo quello di Murakami Haruki: dopo avere corso con uno, ho camminato con l’altro rallentando il ritmo.
Abbracciando totalmente l’idea della camminata filosofica: concetto che mi è già (inconsapevolmente) familiare.

Apprezzando il piacere della camminata in solitaria (comune denominatore con la corsa solitaria di Murakami).
Momenti nei quali ritrovi te stesso, ed entri in comunione con l’ambiente che ti circonda.
Stando in silenzio.
Ascoltando e ascoltandoti.
Aprendo i sensi ed affinandoli.
Stando nella e con la Natura.
Stando nel e con il Presente.

Cosa che – secondo l’autore – questo non avviene quando si cammina in città: luogo di sovrastimoli che impediscono la completa percezione di sé stessi e di ciò che ci circonda.
E’ malcelata la sua antipatia verso l’ambiente urbano, verso mezzi di trasporto (anche parziali) quali treni, autobus o altro (evitando il discorso dell’auto privata, esclusa a prescindere).
E questo tradisce un po’ il suo estremismo.
Col quale si può essere d’accordo o meno.
Personalmente questo è l’unico aspetto del libro che mi ha lasciato perplessa.
Camminare (vagabondare) in città può essere una esperienza interessante.
Girandola a piedi si possono scoprire luoghi inaspettati, discreti e nascosti.
Basta essere mentalmente presenti (e non persi nei propri pensieri).
Basta non dover correre dal punto A al punto B.

Resta comunque un libro interessante e ricco di spunti.
Utile per apprezzare i vari aspetti che questa sorta di “meditazione dinamica” è in grado di offrirti e che – magari – tu non hai mai avuto modo di percepire (piuttosto che di prenderne consapevolezza).

Camminare significa aprirsi al mondo. L’atto del camminare riporta l’uomo alla coscienza felice della propria esistenza, immerge in una forma attiva di meditazione che sollecita la piena partecipazione di tutti i sensi.

Buona lettura!

“L’arte di correre” di Murakami Haruki

CopertinaL’ho trovato un libro strano.

Ho fatto molta fatica a partire.
Ad entrare in sintonia con il suo modo di scrivere.
Sì, perché all’inizio trovavo il suo stile un po’ discontinuo. Frammentato. Fatto di scarti improvvisi da un argomento (la sua passione per la corsa) all’altro (la sua vita e la sua attività di scrittore).

Poi è scattata la sintonia.
Non so esattamente a che punto, ma credo quando ho letto questa frase:

“La pazienza, la scrupolosità e la resistenza fisica sono sempre stati i miei titoli di merito, sia da quando ero bambino. Per fare un paragone con i cavalli, sono più vicino a quello da tiro che a quello da corsa.”

Da lì il percorso all’interno della sua metodica narrativa si è fatto più agevole, e le affinità si sono via-via moltiplicate:

“In una certa misura, penso che la sconfitta non si possa evitare. L’essere umano, qualunque essere umano, non può continuare a vincere in eterno. Nell’autostrada della vita, non si può sempre stare sulla corsia di sorpasso. Questo lo accetto. Ma ripetere lo stesso sbaglio, no. Da un insuccesso voglio imparare qualcosa che mi torni utile la volta successiva. Per lo meno finché mi è concessa la facoltà di farlo.”

“Sì, sono convinto che esistono processi che non subiscono variazioni, qualunque cosa accada. E, se li accettiamo così come sono, non ci resta che modificare noi stessi, trasformarci con l’esercizio ostinato e ripetitivo, fino ad assimilare quel processo nella nostra personalità. Forza e coraggio!”

Queste sono solo alcune riflessioni dell’autore che mi hanno colpito.
Ne ho sottolineate tantissime altre, ma non le riporto qui altrimenti il post diventa lunghissimo.

Alla fine credo che quello che mi abbia fatto apprezzare l’autore è stato il percepire, l’interpretare (perché di lettura personale si tratta), quello che Murakami scriveva come un qualcosa di molto affine a quello che a volte io leggo, percepisco e ascolto di me stessa. In termini di fatica, di successi, di insuccessi, di perseveranza, di forza di volontà, di sconfitte…

Ho letto tra quelle righe delle riflessioni intimiste, oggettive, anche permeate di una sottile malinconia, che ho apprezzato.

Ho interpretato, mi sono immedesimata, nelle riflessioni dinamiche dell’autore che scaturivano durante le corse:

“[…] i pensieri che si avvicendano nella mia mente mentre corro sono semplicemente dei derivati nel nulla, tutto lì. Si formano ruotando intorno al nulla.”

Ed essendo riflessioni in libero scorrimento ed associazione, forse lì ho capito che il suo modo di scrivere era voluto.
Ho ripensato di quando io vado a camminare e di cosa succede mentre mi lascio portare dalle gambe: dei pensieri che emergono, di come essi influenzano l’andatura, e di come l’andatura stessa ammansisca considerazioni che – magari – in prima istanza emergono dure, violente ed aggressive, costringendomi a fare inizialmente molta fatica fisica.

Murakami ha buttato giù appunti, pensieri, riflessioni, così come venivano:

“Perché non cerco di mettere per iscritto, nel modo che mi viene più spontaneo, ciò che mi passa pe la mente, ciò che sento? O per lo meno perché non comincio da lì?”

Non è un libro per runner.
Chi pensa di trovare un testo tecnico di allenamento, sbaglia.
Conviene che faccia altre scelte (le pubblicazioni in materia sono tante e valide).
Il suo è un testo di memorie, e come tale va preso.
E’ un libro dove vari lati della vita dell’autore si intrecciano.
E dove l’autore dimostra, descrive, racconta, di come i due aspetti principali della vita (la corsa e la scrittura) si alimentino l’un l’altro.
Traendone energia a vicenda, generando una metafora interessante.

“LEGO Story”

61npeUULOjL._SL1500_Lettura agevole, LEGO Story (edito da Egea)…

Diviso in due parti, racconta – nella prima sezione – come è nata e si è sviluppata la Lego, analizzando le colonne portanti della visione del fondatore, illustrata attraverso un determinato tipo di leadership ed una precisa metodologia di lavoro fedele ad un importante punto di vista: quello del bambino. Un punto di vista che prevede non solo uno sforzo cognitivo (come ragiona un bimbo? cosa pensa un bimbo? cosa piace ad un bimbo?), ma che si estende anche ad una dimensione fisica che prevede l’abbassarsi alla loro altezza, arrivando a sedersi a terra per poter meglio osservare quello che loro vedono, e comprendere meglio la loro dinamica comportamentale.

(Mi ha fatto ricordare quando – a Natale – dovevo scegliere i regali per dei bimbi: mancando di fantasia, una volta – in un negozio di giocattoli – mi sono messa ad osservare cosa facevano i bambini, come si comportavano, che giochi guardavano, con cosa interagivano. Fu una vera e propria rivelazione e da allora è diventanto un metodo di riferimento: osservare ed ascoltare.)

Ma nel libro vengono anche evidenziati concetti interessanti (perché  pensati in tempi non sospetti) come l’importanza del restare fedeli alle proprie idee anche quando il successo ti esplode fra le mani, ed il rischio di perdersi per strada è alto (inseguendo la smania di crescere e la bulimia da business): proprio questo principio, questo recupero dell’origine di tutto, è quello che ha consentito il salvataggio della azienda quando stava naufragando.

La LEGO è un’azienda mossa dalle idee, e restare aggrappati a un’idea può essere difficile. […]
Di regola, le aziende non muoiono di fame, ma di costipazione: continuando a espandersi, il marchio perde forza.

Ed emerge anche la visione di grande avanguardia che ha contraddistinto fin da subito il fondatore Oli Kirk Kristiansen ed i suoi eredi (figli e nipoti).
In particolare di Godtfred Kirk Kristiansen sono la redazione di vademecum fondamentali dei requisiti che un giocattolo LEGO deve avere, le dieci regole LEGO, le regole di leadership...

Scritte negli anni ’60, sembrano redatte oggi e non hanno nulla da invidiare a quanto pensato in epoca odierna:

Le dieci regole LEGO:
1) essere persone vere e obiettive
2) essere persone positive e semplici
3) essere economi
4) essere internazionali
5) risvegliare l’entusiasmo
6) incoraggiare l’immaginazione e l’attività
7) tenere presente i “requisiti LEGO”
8) lasciare in secondo piano l’interesse personale
9) tenere d’occhio l’intero processo
10) seguire l’idea di base dell’azienda

E poi:
Fare domande…
Ascoltare…
Proporre…
E attendere i risultati.
E se qualcosa va storto, prenderla con filosofia.
Questo era – in sintesi – un altro dei metodi adottati da Godtfred, nell’approcciarsi ai collaboratori.

lego13Il libro prosegue poi con una seconda parte che è quasi uno spin-off del racconto della LEGO: viene presentata la metodologia LEGO Seriuos Play.
Un metodo di formazione per gruppi e aziende, che utilizza i celebri mattoncini per creare sinergie, esaminare progetti, smuovere la creatività, fare team-building in modo anticonvenzionale.
Sistema inventato dalla LEGO stessa come metodo educativo per manager, si basa sul capovolgimento delle dinamiche normalmente usate: se di solito “si pensa e poi si fa”, qui “si fa e poi si pensa”.
Usando il gioco e la manualità come punti di partenza, di sblocco alla creatività, affrontando solo dopo l’analisi e la codifica tipica dei normali processi di management.
Il metodo viene ben spiegato (forse anche fin troppo), analizzandone i molteplici aspetti di metodica e cognitivi, e spiegando diffusamente le fasi nei quali si articola.

Quello che mi ha un po’ disturbato è stato il dilungarsi di questa seconda parte: in alcuni punti mi è risultata un po’ promozionale.
Con i concetti ripetuti più e più volte.
A mio avviso poteva essere ridotta, a favore di un possibile ampliamento dell’excursus storico dell’azienda.
D’atronde il titolo del libro è “LEGO Story” e l’aspettativa nel lettore può essere di altro tipo, rispetto a quello di illustrazione di un metodo per buona metà del testo.
Potevo capire se il libro fosse stato ad uso interno di un corso universitario o di formazione.
Ma questo è un libro di divulgazione.
Racconta una storia.
O perlomeno il titolo dà l’idea che sia così.

gli-interni-degli-uffici-legoDiciamo che sono rimasta un po’ delusa.
Mi aspettavo un libro diverso.
Diverso nella struttura (e nei contenuti): più spazio, più voce, alla realtà LEGO (anche odierna), visto che si tratta di una azienda menzionata tutt’oggi come tra le più innovative come luogo di lavoro.
Mi aspettavo più colore: so che potrà sembrare strano come commento, ma tra il testo e l’immagine della LEGO che ho nella mia memoria, ho percepito una discrepanza. Credo che tanti di noi hanno davanti agli occhi ricordi di un mare di mattoncini colorati. E proprio i colori sono uno dei punti di forza: squillanti, gioiosi, vitali.
Invece il testo è in bianco e nero. Impostazione seria. Manageriale.
Dissonante – per come l’ho percepito io – rispetto al messaggio aziendale.
Può essere che – trattandosi di un testo ufficioso (non ufficialmente riconosciuto dalla LEGO) – ci siano stati problemi autorizzativi di uso di informazioni ed immagini.
Però resta questo vago senso di incompiuto.
Come una (parziale) occasione persa.

Titolo: LEGO Story
Autori: Mikael Lindholm, Frank Stokholm, Leonardo Previ
Editore: Egea
Costo: €12,75 (versione eBook – €8,99)

Immagine sotto proveniente da http://www.leganerd.com

Le altre immagini sono relative agli uffici della LEGO Danimarca

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