“Gemmazione”…?

gemmazione

Ti è mai capitato di tornare a casa tardi, andare a dormire all’1.00 di notte e svegliarti alle 5.30 con una sensazione addosso di fretta?

E di non riuscire più a prendere sonno e di arrenderti e alzarti alle 7.00?

Stamattina per me è stata così.
(E la cosa che mi consola è che – essendo sabato – magari oggi pomeriggio ci scappa un pisolo con un po’ di recupero.)

Ma quando succede una cosa così?

Quando hai una preoccupazione.
Quando hai un problema da risolvere e non ti dai pace fino a che non lo hai risolto.
Quando qualcosa “bolle in pentola nel retrocranio” e – forse – spinge per emergere e spinge per farti fare…

Non so se in chi legge c’è qualcuno che si trova in una situazione di questo tipo: le soddisfazioni lavorative sono in caduta libera in avvitamento verso il basso (ed i colleghi attorno a te li vedi stanchi, se non come te, più di te); vorresti fare altro ma non trovi il tempo se non rosicchiando angoli di riflessione durante i tragitti da e per l’ufficio e rubando ore di sonno; vorresti fare altro ma non riesci a focalizzarti su come gestire la situazione da un punto di vista finanziario…

Insomma un turbine di cose che si agitano nella testa e premono per configurarsi in una qualche struttura logica a te sconosciuta.

E questa struttura logica combatte contro uno dei tuoi più grossi demoni: la paura.
Quella paura di non farcela professionalmente ed economicamente.

Ma ti rendi conto anche che la paura ha una piccola falla che potrebbe essere la tua salvezza, la tua spinta definitiva verso un salto (non privo di rischi) che deve però escludere una programmazione ed una visione oltre l’anno (se non raccontando una storia che può “stimolarti a”).

La falla che potrebbe essere la tua salvezza si chiama “fuga”.
Fuga da situazioni di riconoscimento professionale sconfortanti.
Fuga da luoghi virtuali nei quali la tua professionalità non conta nulla: conta solo un mostro che assume diverse forme e nomi (burocrazia, profitto,… chiamalo come ti pare, perché tanto ha diverse facce…).

E allora pensi.
Ti rigiri nel letto in ansia.

Hai fretta.
Hai paura di perdere questa strana pressione di spinta all’azione, che però necessita di un finale colpo di reni che ti faccia tirare giù con una precisa spallata (neanche tanto forte) l’ultimo diaframma che ti separa dallo spazio che sta dall’altra parte e che si chiama “tentativo” (se mai provi, mai sai…).

“Tentativo” che però si deve confrontare con un altro spettro: quello del “e se poi non ce la fai?”
Quello spettro che rappresenta l’ultimo legaccio strategico che ti potrebbe tenere inchiodato qui.
Nello status-quo di qualcosa che sai benissimo che non ti rappresenta più e che – se non affrontato – ti condanna a vivere qualcosa di non tuo.

Ed in questo turbine di pensieri mattutini, ripensi a frasi dette da persone che stimi, spunti che ti sono stati offerti, caratteristiche che sono state individuate da altri (ognuno ne ha vista una, ma se ci pensi un comune denominatore c’è, anche se la tua logica e la tua razionalità stentano a capire… e questo rappresenta un ulteriore problema da affrontare).

Ripensi ai mesi di questo anno che si sta avviando alla fine e che ti ha spremuto come un limone. Ma che ti ha insegnato tanto.

Rifletti su storie di persone che conosci, che hanno avuto il coraggio di buttarsi (con tutta l’ansia del pianeta a fargli da fardello) e che adesso stanno arrivando. Ce la stanno facendo, tutti: nessuno è tornato sui propri passi.

Pensi che forse ce la puoi fare anche tu.
Solo che non hai mai avuto il coraggio di tentare.

Pensi che devi solo prenderti il tempo (senza scuse) per pianificare bene la cosa (così metti in pace la tua coscienza, che ti dà del folle sconsigliandoti vivamente di fare cose insensate “perché non è il momento adatto, e poi hai già una certa età”…).

E hai bisogno di tempo e di spazio, per sgombrare e per fare posto a cose nuove.

È possibile che da una serata trascorsa a fare quattro chiacchiere con una amica davanti ad una pizza ti emergano nottetempo queste riflessioni?
Pare di sì.

(Serata dove, tra le altre cose, raccontandole entusiasta del tuo telefono Android, i signori del tavolo a fianco ti chiedono timidamente informazioni sul telefono e tu – parlandogliene – glielo vendi [!!!]… eggià… la vendita, il tuo peggiore demone…)

Forse è stata la ciliegina sulla torta (o una delle ciliegine sulla torta) di un lungo processo decisionale, molto più complesso del peggiore consiglio di amministrazione mai visto sino ad oggi…

Se la decisione è presa, devi solo pianificare sul serio.

E smettere di rigirarti su te stesso, trovando scusanti varie ed eventuali che fanno scorrere inesorabilmente il tempo, che non si riavvolge più…

Immagine tratta da http://www.giornalettismo.it]

Io sono una astronauta

astronauta“Bello come ci si evolve… e si cambia, per ritornare poi…a fare l’astronauta alla scoperta di nuovi pianeti!”

Ho conosciuto Lucia Perfetti di Chiocciola Blu (Milano) una sera del Toastmasters: il club che frequento ha partecipato ad una serata dimostrativa per patrocinare e lanciare un club in territorio monzese.
Numerosi soci di Milano hanno accettato di buon grado la trasferta per partecipare e mettersi in gioco.
Ma anche numerosi ospiti si sono presentati (persino una amica di Verona) e tra queste c’era proprio Lucia.
Che più tardi mi ha fatto una sorpresa, di portata molto-molto ampia.
E di lunga gittata.

Infatti quando sono tornata a casa, facendo un rapido giro nei social network ho visto la condivisione sul suo profilo della pagina di questo blog intitolata “La mia storia” (dove scrivo che da piccola volevo fare l’astronauta…): nei commenti ai miei ringraziamenti per la condivisione, mi sono meravigliata per la bella ed insolita considerazione che apre questo post.
E’ stata una bella sorpresa che mi ha fatto molto piacere.
Ma siccome sono una ruminante e lenta di assimilazione, i flash di comprensione più ampia posso arrivarmi dopo tanto tempo…
E così è stato anche questa volta.

Dopo una giornata di quelle in cui sei stato un po’ (tanto) giù…
Nel mezzo di una giornata dove diventi ostaggio emotivo di te stesso e fatichi ad uscire da loop emotivi…
In una giornata di quelle dove la “para mentale” diventa una cosa fastidiosissima ed una volta che ne sei uscita, ne compare un’altra e avanti così in una sequenza senza apparente via d’uscita…

Accade che da un angolo del tuo crapino emerga un pensiero, un ricordo, che risale a diverse settimane prima, e si faccia largo – sgomitando – in mezzo ai pensieri bui e deprimenti, fino a diventare chiaro e limpido nella tua testa.
Allora osservi stupefatta questa metafora che ora – sotto un potente spotlight – esplode in un moltitudine di colori.
Dandoti ossigeno.
E in un improvviso flash-back ritorni all’infanzia, ricordando che volevi fare l’astronauta, ricordando che tutti i film di fantascienza che uscivano al cinema erano tuoi (cosa che accade ancora oggi, in misura un pochino inferiore), e la bimba che è in te gioisce (dopo che ha passato qualche giorno ranicchiata in un angolo, triste e sconsolata).

Ma anche l’adulto sorride (con benevolenza).
Sorride perché forse ha trovato un modo diverso per approcciare la quotidianità che non sempre è tutta “ricchi premi e cotillon” (anzi lo è sempre meno).
Ma che se presa nella giusta prospettiva può diventare una sfida esplorativa. Sicuramente non facile, ma comunque esplorativa.
Non a caso la quotidianità viene sempre più definita una “giungla”, ma nella accezione negativa del termine.
Invece così, sforzandoti, facendo anche dei doppi salti mortali carpiati per trovare chiavi di lettura insolite, osando ristrutturazioni linguistiche ardite, cerchi motivi per i quali andare avanti.
Tentando e sforzandoti di leggere la realtà in modo diverso da come la leggi usualmente.

E allora, esplorando, magari riesci a scrollarti di dosso quella pesantissima coperta che ti pesa sulle spalle, deprimendoti.
Riesci a liberarti di quei lacci che ti imbrigliano e ti impediscono di muoverti.
Trovando risorse inaspettate per partire in esplorazione di strade altrettanto inaspettate.
Che possono condurti verso nuovi mondi che non avevi minimamente preso in considerazione, o che ti erano totalmente sconosciuti.
Perché non li vedevi. Semplicemente.

Perché ho scritto tutto questo?
Perché magari può tornare utile a qualcuno che – come me – si ficca in pensieri nefasti e disfattisti, molto ben alimentati da tutto ciò che leggi e vedi.

Coraggio…
Non è una passeggiata, ma se non altro per rispetto nei confronti di te stesso vale la pena tentare.
Rimboccandosi le maniche e partendo in esplorazione.

Libere riflessioni sul tempo

Magritte

Sabato sera, prima di addormentarmi, ho avuto la sensazione di avere perso il controllo del (mio) tempo.

Mi è venuto il panico, pensando alle cose che devo fare.
E pensando alle cose fatte, che mi sembra di non avere fatto.

Così mi sono fermata un attimo e ho ripercorso mentalmente la giornata…

Cosa hai fatto stamattina? Sono andata a lavorare.
Bene, e cosa hai fatto in particolare? Ho portato avanti un disegno, recuperando qualche ora di lavoro.
Ok. E poi cosa hai fatto? Sono andata a pranzo da mia mamma.
E poi? Sono andata dal parrucchiere.
E dopo? Dopo sono tornata da mia mamma e ho riposato un po’.
E quando ti sei svegliata cosa hai fatto? Sono andata in stazione a prendere il babbo che tornava dal mare. L’ho accompagnato a casa e poi sono tornata a casa mia.
Cosa hai fatto nella serata? Ho cincischiato da un libro all’altro senza trovare la giusta motivazione per proseguire nella lettura di un testo preciso.

E pensando proprio alla serata, e ai suggerimenti di una persona sulla mia indecisione su cosa leggere, ho pensato che quando perdo (anche) la costanza mi viene il panico.
Mi sembra di gettare via il tempo.

Chissà… Forse anche da un innocuo commento ad un post sui libri, può scaturire una riflessione sul tempo e sulla sua dispersione…
Può essere…

Infatti è stato così che ho ripreso la concentrazione sulla lettura di un libro (“Una cosa alla volta, in fila indiana”, mi recito ogni tanto, quando sento che sto per iniziare a sbandare).

È stata una settimana dura.
Funestata anche da tensioni in ufficio.
Ho visto scorrere via il tempo (prezioso) in modo inesorabile.
Praticamente l’ho visto gettare via. Con conseguente accumulo di ritardo.

Quando succede questo, puntualmente ricompare l’ansia e l’affanno.
Mancano cose, manca il tempo, e bisogna fare in fretta e bene.
E “in fretta e bene” sono due concetti che – per me – non vanno a braccetto…

Entrando in questo meccanismo perverso, facendosi tritare dall’ingranaggio, perdo ancora di più la consapevolezza di quello che sto facendo.
E non riesco a rendermi conto, non riesco ad avere il polso della situazione.
Ho la sensazione di girare in tondo.
Inutilmente.

Così, mi devo fermare (come ho fatto ieri sera), riepilogare e ripercorrere quello che ho fatto, passo-passo, per scrollarmi di dosso quella sgradevole sensazione di perdita del controllo e della gestione del tempo.
Già aggravata dalla continua frammentazione operativa, che ti fa scartare, avanzando a zig-zag da un argomento all’altro e ad un altro ancora…

Fermarmi.
Ogni tanto devo fermarmi e capire dove sono, cosa ho fatto e cosa devo ancora fare.
Con carta e penna.
Con un computer.
Con i Post-it.
Va bene qualsiasi strumento.
Basta che riesca a ricordarmi – quando sono presa dall’ansia e sento di essere prossima ad essere soverchiata dagli eventi – di fermarmi due minuti per osservare cosa ho fatto, congelando la situazione.

Per capire che – forse – il tempo non l’ho gettato via…

[Immagine: “Il tempo trafitto” di René Magritte]

Il mistero insondabile della fisica della caffettiera

caffè

Il mistero insondabile della fisica della caffettiera…
Potrebbe essere il titolo di un romanzo o un racconto…
Invece è la quotidiana querelle con la caffettiera che – a suo insindacabile piacimento e gradimento – decide se e come fare il caffè…
Nonostante le mie procedure di preparazione restino immutabili giorno dopo giorno dopo giorno…
Chi te possino…

Scrivevo così il giorno 21 agosto 2013.
Per la precisione dopo pranzo, quando ho deciso di prepararmi un caffè pre-pisolo pomeridiano (che poi non ho fatto).

Già… La caffettiera… Questo “elementare” e vetusto aggeggio, minacciato dalle varie macchinette domestiche marcate Nespresso (o chi per esso), capaci di farti dei caffè espresso delle miscele più pregiate ed esclusive.
Le ho sempre disdegnate queste macchinette… Sarò antica, starò invecchiando… Però la ritualità del preparare il caffè con la Moka (volutamente con la “M” maiuscola) ha tutto un altro sapore.
La preparazione secondo dei riti comunque lenti, di una bevanda che ti deve dare la spinta a partire e ad affrontare la giornata,  ha un che di particolare.
Ti permette di svegliarti ancora un pochino, nelle prime ore della mattina, mentre esegui tutta la procedura di preparazione:
Riempire di acqua fino al di sotto della valvolina…
Riempire il filtro con il caffè (usando – io – miscela adatta alla Moka, per una mia mania di perfezionismo legata alla granulometria del caffè stesso), senza pressare e senza riempire troppo…
Chiudere, avvitando…
Mettere sul fuoco e aspettare che il caffè esca, gorgogliando…
(Mentre tu ti svegli ancora un pochino, uscendo dallo stropicciamento mattutino…)

Un rito. (D’altronde ognuno di noi ha i suoi riti.)
Una bolla di calma pre-giornata, che fa accendere gradualmente tutti i neuroni, uno dopo l’altro…

Tranne quando il rito in questione si “guasta”…
Cosa che è avvenuta “random” durante i 15 giorni di vacanza…

È la caffettiera?…
Pare di no… Mi è stato detto che ben 3 caffettiere sono state cambiate, con esisto sempre discontinuo e dubbio…
È la miscela?…
Pare di no… Usando la stessa miscela per Moka usata a casa, dove non si è mai verificato alcun problema, si pensa non sia colpevole…
È l’acqua?…
Non dovrebbe… È meno calcarea di quella di Milano…
È l’umidità?…
Mmmmhhhh… Potrebbe essere…
E torna alla memoria quell’articolo di giornale che avevi letto tempo addietro, dove – esperti di caffè e gestori di torrefazioni e bar – avevano spiegato che, al cambio della umidità atmosferica, dovevano cambiare la macinazione del caffè per evitare l’agglomerazione dei granuli e compromettere la preparazione di un buon espresso…

Tutto ciò pensi, mentre osservi la caffettiera che produce a fatica una schiumetta sinistra, seguita da un liquido di densità inquietante, che sgorga a fatica e riempie lentamente (molto lentamente) la caffettiera…
Mentre si diffonde nell’aria un odore ibrido tra “caffè robusto” (per usare un eufemismo) e qualcosa di bruciacchiato…

E sempre mentre osservi la manifestazione fisica di un “caffè sbagliato” (dal concetto ben diverso del ben più noto “Negroni sbagliato”), pensi ai principi della fisica che fanno sì che questa bevanda venga prodotta attraverso il calore che agita le molecole dell’acqua, contenuta nella caldaietta, che viene spinta e convogliata a passare attraverso questi granuli che rilasciano questa sostanza che diventa caffè liquido.
(Mi si passi la “licenza fisica” da spiegazione domestica…)

Processo fisico che – a volte – risulta fallace, producendo “sostanza-altra” lontanamente imparentata con il caffè…

L’insondabile fisica della caffettiera…
Mi fa tornare in mente il titolo di un libro (che ho da qualche parte) che prima o poi leggerò.
Mi pare si intitoli “La fenomenologia del tostapane”
Ma questa è un’altra storia…

PS: il 21 agosto sono riuscita – al secondo tentativo – a prepararmi il caffè. E, portata la tazza sul comodino, sistemando i cavi e cavetti del telefono, della tavoletta e dell’eReader, sono riuscita a mettere in ammollo nel caffè il cavetto del Kindle… Tanto per non smentirci… (Il giorno dopo ho utilizzato il cavetto per ricaricare il Kindle e non è esploso, per fortuna… funziona come se nulla fosse successo)

PS-1: e visto che non credo alle coincidenze (non è esattamente così… sono per il “non è vero ma ci credo”…), il Post proprio il 21 agosto ha pubblicato un articolo sulla storia della Moka Bialetti: http://www.ilpost.it/2013/08/21/moka-bialetti-caffe/

PS-2: e ancora… un amico mi è venuto in soccorso indicandomi questo link che spiega ben-bene come funziona una caffetteria… http://parliamone.eldy.org/2009/06/la-fisica-del-caffe-e-della-caffetiera/

PS-3: un altro amico mi ha segnalato che dipende anche dalla composizione dell’acqua (non solo dalla sua quantità di calcare)….

Parole chiave: obiettivi – vincente

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Ci sono delle parole, delle parole-chiave, che sortiscono effetti positivi, evocando belle sensazioni.
E ci sono altre parole-chiave che provocano l’effetto opposto.

Questo post (come tutti i post di questo blog) esprime una opinione personale che non vuole essere offensiva nei confronti di nessuno.
Si tratta semplicemente della condivisione di impressioni e sensazioni generate da determinati modus-operandi linguistici e visivi, che non condivido (più).

Quanto viene espresso potrà sembrare un po’ duro ed aggressivo, ma è generato da stanchezza nell’ascoltare sempre le stesse cose, in una caduta libera di fantasia e creatività.
Posso sperare che – nel piccolo – quanto scritto qui costituisca un spunto di riflessione per qualcuno.

Andiamo ad iniziare.

Ieri sera mi sono messa a fare ricerca (quasi per associazione di idee) sul web e sono incappata in un paio di figure che avevano un comune denominatore in una parola chiave che mi fa letteralmente venire l’orticaria al solo sentirla pronunciare: “vincente”.

Questa, insieme all’altra parola-chiave tanto in voga “obiettivi” (nell’accezione ansiogena), sono vocaboli che mi rendono veramente insofferente nei confronti di chi le pronuncia.

Ben inteso, non sono una che non si pone degli obiettivi.
Sul lavoro è uno stabilire obiettivi una-via-l’altro, procedendo per precisi step intermedi all’interno di lavori di progettazione piuttosto estesi, consegnando commesse…
Tutto è governato da obiettivi intermedi e/o finali.
Ma quello che non sopporto più è il martellamento di dover assoggettare tutto o quasi a precisi obiettivi, pianificando ossessivamente e compulsivamente tutto.
Con l’incubo (la minaccia) che se non lo fai sei un povero tapino, disgraziato e pure fallito che non concluderà mai nulla nella sua vita, marchiato in una sorta di evoluzione della Lettera Scarlatta.

L’altra parola (vincente) poi viene associata automaticamente, nella mia testa, a figure di manager (o presunti tali) fotografati a braccia conserte, di tre quarti, con un sorriso vincente (appunto).
Oppure fotografati con sorrisi a trecentosettandue denti, coi pollici alzati, vincenti (appunto).
Se poi sfoggiano una abbronzatura caraibica, ancora meglio…

Qualcuno mi potrebbe giustamente chiedere: “Ok… Va bene… E quindi? Cosa proponi in alternativa?”

Propongo un po’ di “sano pragmatismo”.
Nulla più.
Non uno stracciamento di vesti.
Non un lamento, accompagnato da pessimismo sottile e strisciante.
No.
Voglio solo un po’ di sano pragmatismo.

Sano pragmatismo
Una definizione di cui mi sono letteralmente innamorata appena l’ho sentita pronunciare.
Per me rappresenta concretezza, fatica (certo), ma anche capacità di guardare in faccia ai problemi (magari se li chiamiamo “questioni” suona meglio e meno drammatico) con la volontà di trovare una sana e concreta via di uscita (che c’è).

Sano pragmatismo mi riporta anche parole dense di significato, che costituiscono pilastri importanti su cui poggiare la costruzione di cose/iniziative/idee solide.
Parole che ci siamo dimenticati, buttandoci a capofitto su altri vocaboli presi in prestito e scimmiottati da una cultura che non ci appartiene.
Nella speranza, forse, che il loro utilizzo ci possa far fare cose diverse.
Ma che – per come la vedo io – poggiando sull’inconsistente, non portano a nulla se non ad un risultato effimero e di breve durata.
Un risultato che magari non ti appartiene e che risulta essere di superficie, non tuo.

Quindi basta con il linguaggio pushy, per favore.
Basta con queste immagini rampanti così démodé.
Fa molto anni ’80.
E gli anni ’80 sono finiti da mo’.

C’è altro là fuori.
C’è ben altro.
E richiede una linguistica ed un comportamento ben diversi.

Richiede meno inconsistenza e proclami e slogan.
Richiede più concretezza, flessibilità e forza/energia risolutiva.

Almeno secondo me.

Siamo tutti generali

Falegname

Siamo tutti generali” ha detto un collega geologo un venerdì sera, in una riflessione tipica da chiusura di settimana lavorativa.

È vero, condivido: siamo tutti generali.

Siamo tutti manager, nelle più disparate declinazioni: social, project, marketing, community, office, e chi più ne ha più ne metta.

Siamo tutti coach (nelle più disparate declinazioni: life, executive, project, e chi più ne ha più ne metta…).

Siamo tutti filosofi, facilitatori, sociologi, e lo sa Dio cos’altro.

Siamo tutti a caccia di titoli (Prof., Ing., Arch., Comm., Cav., Dott., e chi più ne ha più ne metta…).

Siamo tutti impegnati a pluridecorarci di master costosissimi e – spesso – perfettamente inutili. Per la gioia di chi li organizza.

Siamo tutti impegnati a vendere parole.

Tutti vendiamo servizi…

E non mi torna.

Continua a non tornarmi.

E non mi torna sempre di più.

Questo disagio lo avverto già da un po’.

Osservando internet, leggendo, parlando con altra gente, lavorando, mi aggiro da un po’ – smarrita – con una domanda: “Sì, va bene, ma chi fa?

Sì, va bene, ma chi realizza?

Chi costruisce qualcosa di concreto?

E mi pongo la domanda: sì, ma io che faccio? Come li misuro i miei risultati?

Tempo fa una persona che stimo mi ha chiesto (e ‘sta domanda continua a girarmi nella testa): “Ma tu cosa fai?

Bene, sono rimasta spiazzata perché non sono riuscita a dare una risposta che avesse un senso per me e per il mio retrocranio. Anche se faccio un mestiere che è già più identificabile di tanti altri, seppur la mia figura professionale (ossia il “professionista Barbara Olivieri”) sia già pesantemente ibridata da molto tempo prima che la parola “trasversalità” diventasse il mantra/tormentone degli ultimi tempi.

Non so, forse essendo una migrante digitale, sono a cavallo di un passaggio epocale del quale faccio fatica a vedere l’orizzonte a lunga gittata.

Oppure, forse, c’è un oggettivo problema di assoluta mancanza di concretezza. Di materialità.

E se è così, penso si sia prossimi ad un pesante aggiustamento.

Spero salutare.

Perché non si può continuare a vendere virtualità, immaterialità, inconsistenza.

Qualcuno deve costruire case.

Qualcuno deve realizzare pentole.

Qualcuno deve realizzare scarpe.

Qualcuno deve realizzare vestiti.

Qualcuno deve produrre cibo…

Le cose devono essere realizzate fisicamente.

Mica viviamo di aria e di irrealtà.

E mi torna in mente una immagine che mi ha raccontato mio papà: di recente (per questioni di lavoro) ha fatto un salto al Salone del Mobile. È rimasto colpito da uno spazio dove c’era una dimostrazione di lavorazione del legno: ragazzi che lavoravano i pezzi di legno, trasformandoli in oggetti. C’era una folla impressionante di giovani ad assistere e a prendere informazioni.

È un segnale.

Un buon segnale (secondo me).

Sì, perché io sono fondamentalmente concreta e leggere di questo mi fa ben sperare. In cosa non so. Ma mi fa ben sperare.

Perché amiamo tutti leggere, amiamo tutti parlare, amiamo tutti spiegare, amiamo tutti scrivere… E tutto questo è molto bello.

Però le cose, gli oggetti, poi devono essere fatti… Secondo me…

Forse è per questo che amo molto i cantieri

Il babbo…

Babbo e mamma

Oggi è la Festa del papà. 19 marzo.

E, visto che invecchio e quindi inizio  comportarmi come i salmoni (modo di dire tipico di mio padre, per descrivere la nostalgia che ti riporta ai luoghi di origine), mi rendo conto che – più passa il tempo – più apprezzo quello che mio padre mi ha trasmesso (e mi trasmette) come valori, convinzioni ed insegnamenti vari di vita.

Mi rendo conto che grazie a quanto mi ha insegnato, sono sempre riuscita a restare in carreggiata, più o meno… (ogni tanto bisogna recuperarmi, ma non vado poi così lontano…)

Mi rendo conto che grazie al suo esempio, io ho acquisito delle caratteristiche che mi hanno permesso (e mi permettono) di tenere duro. Anche quando sono ad un passo dal buttare tutto all’aria.

Mi rendo conto che grazie ai suoi sacrifici, al suo essere a volte un po’ brusco, ma – anche e soprattutto – alla sua generosità, ho imparato ad essere etica, ad essere concreta e ad essere stabile. Forse a volte ho sfiorato limiti estremi, ma – alla lunga – il ritorno in termini di vantaggio c’è stato.

Sì, certo, mi sono arrabbiata. Mi sono scontrata con lui (e ancora oggi abbiamo delle divergenze di opinioni piuttosto robuste).

Ma oggi più che mai (sarà la vecchiaia che avanza), mi rendo conto di quello che mi ha insegnato.

E penso che uno dei momenti (se non IL momento) catartici, è stato quando dovette subire un intervento di by-pass.

Lì, probabilmente, ho percepito la paura di perderlo. E –  come sempre succede in questi casi – ho capito chi avevo davanti e quello che aveva fatto (e fa tuttora) per me, figlia unica.

Che altro dire? Nulla.

Se non che faccio tanti auguri non solo al mio papà, ma a tutti i papà!

Per non chiudere con la lacrimuccia di commozione, mi piace ricordare quello che mi ha detto sabato scorso il mio amico Francesco (che ha di recente ha conosciuto mio padre, per questioni di lavoro): “Adesso capisco, capo! [si diverte a chiamarmi così n.d.r.] Sei il clone di tuo papà!”

Si vede che ridendo e scherzando, con accapigliamenti annessi, ho comunque acquisito dal babbo (come lo chiamo io) caratteristiche ben precise.

Un po’ ruvide, ma “che spaccano!” (come dice Francesco). 🙂

Nella foto il babbo tenta l’eroica impresa di spiegare alcune cose di computer alla mamma…

La Disincastratrice di Oggetti

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Ieri sera scherzavo on-line con degli amici a seguito di un episodio che era accaduto durante la giornata e che aveva suscitato la mia ilarità (visto che era già successo a me diverse volte): c’è una signora che viene una volta alla settimana a darmi una mano a tenere in ordine la casa e ieri, lavando i piatti, ha messo un bicchiere dentro una tazza e questo si è incastrato.
Dopo ripetuti tentativi andati a vuoto, ha rinunciato – mortificata – a disincastrare i due oggetti ad evitare di sfasciare il tutto.
Mia madre ha versato un po’ di acqua ed olio nella tazza, sperando le superfici diventassero scivolose. Ma non c’è stato niente da fare.
E ieri sera – rientrata a casa – non ho potuto fare altro che constatare che i due oggetti erano ben incastrati fra loro.

Mi è già accaduto qualche volta con i bicchieri e la situazione l’avevo risolta picchiando un paio di volte, in modo secco e deciso, sul bordo del lavello per sbloccarli e liberarli.
Ma stavolta no. Sentivo che non avrebbe funzionato: la tazza è più fragile del robusto vetro del bicchiere Ikea, e avevo la certezza matematica che se avessi usato lo stesso metodo avrei sicuramente spaccato la tazza (natalizia di Winnie the Pooh… assolutamente da salvare!).

Così dopo avere provato manualmente, ho pensato di usare un martello e di operare con 2-3 piccoli colpi secchi lungo la loro linea di contatto, affidandomi all’istinto.
E così ho fatto, disincastrando – con un colpo di fortuna – i due oggetti, senza danneggiarli.

E, commentando l’episodio on-line con gli amici, ho fatto la battuta scrivendo: “Ho un futuro: la Disincastratrice di Oggetti!”, precisando che avevo già svolto questo ruolo in altri contesti (in ufficio) disincastrando fogli aggrovigliati e lacerati nella fotocopiatrice, utilizzando delle pinze (dove le dita non arrivavano senza rischiare tagli ed ustioni). Ed una mia amica ha commentato (tra il serio ed il faceto): “C’è sempre un oggetto da disincrastrare!”

Facendo questa operazione, e pensando alla frase dell’amica (a metà tra una considerazione “detta così”, ed una sottile metafora) mi sono resa conto anche di quello che qualche ora prima avevo detto ad un’altra persona: “In genere mi perdo in un bicchiere d’acqua, affogo in una pozzanghera. Mentre quando invece sono dentro una burrasca, resto – paradossalmente – calma e cerco le soluzioni…”

Ora, disincastrare un bicchiere da una tazza non è un macro-problema di enormi dimensioni. Male che vada spacchi tutto, con buona pace della tazza di Winnie The Pooh, però…
Però, cosa ho fatto? Mi sono messa davanti agli oggetti (il problema), ho pensato ai materiali di cui erano fatti (struttura del problema), ho preso il martello (strumento per risolvere il problema) e con poche azioni ottimizzate ho risolto la questione.

Possibile che dal disincastrare una tazza ed un bicchiere si possa trarre un piccolo insegnamento su come risolvere i problemi?
Possibile che da uno stupido ed insignificante problemino casalingo, si possano estrarre macro-regole per la risoluzione di macro-problemi?
Può essere…
Perché “alla fine della fiera”, tutto si riduce a tre semplici passaggi: problema –> analisi della struttura del problema (e sua semplificazione) –> soluzione con gli strumenti adatti usati in modo adeguato (una pinza per i fogli incastrati, un martello per il binomio tazza-bicchiere).
Con buona pace di tutte le costosissime teorie super-sofisticate.

Sto delirando?
Può essere…

D’altronde stavo solo disincastrando un bicchiere da una tazza (di Winnie The Pooh…)…

Slot Temporale

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Questa stravagante commistione di due parole quasi ridondanti tra loro (“slot” e “temporale”, nel senso di tempo), mi è venuta in mente oggi, mentre guardavo ad una serie di iniziative culturali e digitali alle quali mi sono iscritta.

Tra la Fondazione del Corriere della Sera (che avvia un ciclo di tre conferenze dal titolo “Cultura e Sviluppo nel mondo che cambia”, che verteranno sulla “Creatività”, sulla “Innovazione” e sulla “Conoscenza”), le iniziative di Meet the Media Guru, la magica scoperta che ho fatto delle visite guidate ad Hangar Bicocca (spazio spettacolare!)  e le conferenze della Social Media Week (che si terrà a Milano settimana prossima), mi sono resa conto che il comune denominatore di queste iniziative è il tempo.

60, 90 minuti massimo di conferenze e visite. Non di più.

Uno specchio dei tempi (sempre più accelerati) che inizio ad apprezzare particolarmente anche io.

E mi domando, da migrante digitale quale io mi sento, se questo è indice di un abbassamento di attenzione e di volontà di approfondimento, oppure se si tratta semplicemente di un cambio radicale del modo di comunicare.

Perchè osservo (o per lo meno, mi sembra di osservare) che sì, c’è una maggiore superficialità della condivisione di informazione (prova ne sono certe bufale, gettate abilmente in rete, alle quali abboccano subito in tanti, senza previa verifica della veridicità della notizia), ma c’è anche una abile ricerca di trasmissione e condivisione di informazioni, operando delle sintesi efficaci.

Sintesi che – ribadisco – apprezzo sempre più, forse perchè riescono a trasferire contenuto senza entrare nella “pericolosa” zona del calo di attenzione (che non ricordo più dopo quanto tempo si verifica).

Infatti – in contemporanea – mi rendo conto che davanti a filmati lunghi, tomi impressionanti e visite guidate fiume, mi stanco, mi distraggo e mi annoio.

Mi affascina il linguaggio e la comunicazione, ed i mezzi utilizzati per trasmetterli.

Ed in una Era come questa – dove la comunicazione (soprattutto visiva… ma questa è un’altra riflessione che mi facevo dopo avere visto Prometheus) ha assunto aspetti affascinanti che presagiscono evoluzioni che forse noi (almeno io…) non riusciamo ancora ad intuire – accorgermi di un cambiamento percettivo che mi interessa da vicino, mi stupisce e mi disorienta.

Io, me!, povera migrante digitale che ha passato anni a studiare tomi mostruosi, visitando mostre oceaniche…

Immagine tratta dal Sintesi Digitale

Costruire…

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Purtroppo soffro di una grave deformazione professionale, che mi fa vedere e leggere il mondo, le cose e gli eventi in modo rigido e “blindato”: per costruire ci vogliono delle solide fondamenta.

Altrimenti la bella struttura che vuoi che venga messa in piedi, rischia di rovinare in men che non si dica.

Ma non basta.

Per costruire delle strutture devi anche disporre di un terreno idoneo. O meglio: devi pensare, progettare, calcolare e realizzare delle fondamenta adeguate. A seconda del tipo di terreno che trovi, devi poter valutare se fare fondazioni su plinti, a platea, su pali, ecc. ecc.

Ma non finisce qui.

Puoi avere una idea meravigliosa di una architettura fantastica. Ma questa architettura deve potere essere realizzabile con gli strumenti e le tecnologie che hai a disposizione.

Quindi oltre all’architetto visionario, devi avere a disposizione ottimi ingegneri, ottimi geologi, ottimi impiantisti,… Tutte figure una diversa dall’altra, con competenze specifiche nei vari ambiti, che devono poter dialogare tra loro, con l’obiettivo comune di realizzare e concretizzare la magnifica struttura pensata. Se poi ci sono difficoltà di dialogo, occorre una figura sopra le parti, un facilitatore, che contribuisca a far dialogare e ad accompagnare nel processo di realizzazione.

E – ancora – nel corso della progettazione, è possibile che alcuni aggiustamenti si rendano necessari. Cercando di non snaturare troppo l’idea di partenza iniziale.

Che deve potersi inserire armoniosamente in un determinato ambiente; oppure deve poter – coraggiosamente – rappresentare un elemento di rottura, ampiamente giustificato e doverosamente supportato.

Se tutto funziona come deve, il risultato è buono e l’obiettivo è raggiunto.

Se l’orchestra non è accordata, le valutazioni ed i calcoli non sono stati fatti, e l’ambiente si rivela inidoneo, il progetto rischia di andare alla deriva. E, nel processo di deriva, il dispendio di risorse, energie, denaro e tempo, diventa notevole. Con ripercussioni inaspettate.

Fine della metafora edilizia.

Quasi…

Infatti penso che questo ragionamento ben si applica alla pianificazione e realizzazione di qualsiasi progetto, impresa, o altro.

Se hai una idea e la vuoi realizzare, hai bisogno di persone e risorse che possano ricoprire le varie competenze che questa impresa richiede.

Altrimenti rischi di girare a vuoto, di aprire mille porte che conducono su mille strade diverse, senza finalizzare alcunchè, disperdendoti inesorabilmente.

Quando ho incominciato un processo assistito di “definizione professionale”, la mia coach mi ha costretto (nel senso buono del termine) a fare una Analisi SWOT. Per me fu un parto faticosissimo, che andrò a rifare adesso avendo un obiettivo molto più definito nella testa (e quindi essendo in possesso di qualche elemento in più).

Ecco, proprio ora, mi rendo conto di quanto sia prezioso questo passaggio:

  1. definire un obiettivo
  2. analizzarlo
  3. pianificarlo nei dettagli
  4. procedere alla realizzazione

Ci ho messo molto tempo a capirlo.

Oggi ne comprendo in pieno l’utilità.

Forse perchè mi trovo davanti a questioni che non vedo instradarsi su binari precisi.

E quando questo non accade, io inizio ad agitarmi…

Sarà perchè soffro di questa grave deformazione professionale che mi deriva dalla progettazione, dall’ingegneria e dai cantieri…

Immagine tratta da Doka