Di supereroi, storie e viaggi dell’eroe

Stamattina ho visto il trailer della nuova serie Marvel “Luke Cage” di produzione Netflix.

Ad un certo punto, nel filmato, uno dei protagonisti intervistati menziona il “viaggio dell’eroe”.

Il viaggio dell’eroe è stato spiegato e “sistematizzato” da Christopher Vogler. E viene utilizzato ormai quasi ovunque (declinato in molti modi) per strutturare e raccontare storie. Siano esse personali e/o aziendali.

Può sembrare strano che queste 3 parole abbiano catturato la mia attenzione nel mezzo del flusso di sequenze e mini-interviste ai protagonisti, ma c’è un motivo che vado a spiegare più sotto.

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(Da Zelda Was a Writer)

Ormai credo si sia codificato (quasi) tutto in ambito personale (e aziendale): coaching, strategie di business, analisi SWOT, Business Model Canvas, narrazione (ho perso il conto dei prefissi anteposti alla parola “telling”… e anche sull’uso del termine in inglese si potrebbe aprire una riflessione).

[Stamattina ho ricevuto la newsletter di Daniel H. Pink, nella quale viene menzionato un libro di recente pubblicazione: Designing Your Life: How to Build a Well-Lived Joyful Life. Non ancora disponibile in italiano, da quello che mi pare di comprendere è la applicazione alla vita personale dei concetti e strategie di Design Thinking normalmente utilizzati per progettare prodotti.]

Confesso che questa estrazione/applicazione di strategie spinta – talvolta – all’eccesso mi genera dei dubbi.

Dubbi che mi pongo ormai con una frequenza sempre maggiore, e che si estendono anche ad altre aree (recentemente ragionavo sulla Complessità e Semplificazione).

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“Strategy concept with creative light bulb idea modern design template, Vector illustration” (Da blog.rhei.it)

Perché?

Perché questa “estrazione forzata di strategie” forse fa perdere un po’ della magia tipica delle storie. Quella magia alchemica che fa si che ci si senta coinvolti, che si instauri un rapporto empatico con il protagonista della vicenda che stiamo seguendo. E che – nel caso di romanzi – arriva a far apparire reale quello che può essere anche puro artificio.

[E a proposito di storie segnalo due articoli interessanti in tema di lettura dei romanzi e di lettura ad alta voce (da non sottovalutare): Perché leggere romanzi cambia il cervello – Idee 136 – Leggere storie ad alta voce ai bambini fa bene anche agli adulti: alcuni consigli.]

Poi la sottoscritta si accorge che fa sempre più fatica a leggere manuali e saggi, mentre è sempre più alla ricerca di romanzi (Leggere: manuali o storie?), combattendo contro la personale paura di non imparare nulla (“dai manuali imparo, dai romanzi no”, mi dico… una bella convinzione limitante, per usare un termine caro al coaching, che torna con sistematicità ad intervalli regolari)

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(Prossime) letture inconsuete, esplorando nuovi generi e storie

Attenzione però, non rifiuto totalmente le strategie (puoi avere una bella storia da raccontare, ma se non sai farlo rischi di non riuscire a comunicarla bene). Ma penso anche che non ci si possa affidare totalmente ad esse, pensando che siano la “soluzione-mamma”.

E davanti alla proliferazione di sistematizzazioni, ripenso alla magia citata all’inizio di questo post. Penso a dove possa essere recuperata questa magia che talvolta appare sacrificata o – peggio ancora – nascosta.

E credo che si trovi nella unicità della persona.
Nella unicità delle proprie esperienze vissute e percepite.

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©Pixar (cortometraggio “For the birds”)

Perché ognuno di noi è fatto in un modo tutto suo.
E vive e legge ciò che gli accade secondo un suo modo.

E forse sta tutta lì la personalissima declinazione della meta-struttura del “viaggio dell’eroe”.

(Detto ciò, anche Luke Cage entra nella lista delle serie da vedere…)

 

Condivisione di saperi

Libri
Immagine tratta dal web

Tra ieri ed oggi mi è capitato di assistere (commentando) ad una discussione su Facebook relativa alla condivisione integrale di un libro tuttora in commercio.

Tecnicamente (e giuridicamente) si tratta di una violazione del copyright (Wikipedia dà una spiegazione abbastanza esaustiva e chiara dell’argomento, rimandando a link di ulteriore approfondimento: Copyright).

Infatti se prendo un libro (che non è mio, ma è frutto della fatica intellettuale e fisica di chi – rispettivamente – lo ha scritto e lo ha reso fisico e reale, rendendolo “prodotto”) ne faccio la scansione e lo condivido online commetto un reato. Non c’è molto altro da dire.

Ma quello che mi ha lasciato perplessa è stata la reazione delle persone che hanno dato il loro contributo alla discussione: poche hanno evidenziato il problema di violazione esprimendo forti dubbi, molte hanno parlato di condivisione positiva del sapere e di utile veicolo di diffusione della reputazione dell’autore.

In particolare mi ha colpito la “leggerezza” di approccio. Leggerezza che mi ha dato la sensazione che la questione dello “sharing” (e la sua scarsa conoscenza perché – presumo – argomento molto acerbo) stia facendo travisare la realtà delle cose, sdoganando comportamenti potenzialmente scorretti (mettendo un momento da parte “la buona fede”). (Sempre Wikipedia – nella versione inglese – ha una pagina molto esaustiva dedicata alla Sharing Economy di cui essa stessa – come “enciclopedia libera” e open source ne è una declinazione.)

Onestamente ho qualche grossa perplessità sul tema.

Penso che chi crede nella “condivisione a prescindere” rischi di perdere di vista un punto fondamentale: il valore del lavoro fatto da altri (che merita di essere riconosciuto non solo intellettualmente ma anche economicamente).

L’atto del condividere non è applicabile senza un minimo di cognizione di causa.

A chi accarezza questa idea (con più o meno buone intenzioni) porrei una domanda

Saresti contento di fare un lavoro intellettuale non retribuito? Saresti realmente soddisfatto della sola retribuzione in termini di visibilità?

Non credo…

Credo anzi sia necessario iniziare a fare delle distinzioni nel mare magnum dell’informazione online e offline, facendo mente locale e prendendo consapevolezza di alcune dinamiche che la velocità del web e dei click-baiting ci hanno fatto perdere di vista.

Partendo da un punto fondamentale secondo me: un conto è la condivisione delle idee trasmesse via social media (che non sono un prodotto di serie B a cui attingere a piene mani ignorando i “credits”, altra questione annosa), un conto è un prodotto intellettuale come il libro, messo in vendita il cui prezzo è costruito per ripagare chi ha contributo alla sua costruzione.

Sulla condivisione dei contenuti e delle idee via web ci sono interessanti esperimenti di tutela e pareri legali interessanti, che penso siano eccellenti per iniziare ad avere una idea di quali possano essere diritti e doveri.

Uno dei tanti è la licenza Creative Commons che rappresenta un buon metodo di regolamentazione e responsabilizzazione rispettivamente per chi produce contenuti e per chi li condivide (TED – colosso della condivisione, ma con precise regole – è tutelato da licenza Creative Commons).

E sempre per il web esistono molti interessanti studi e pareri di cui riporto qui alcuni link (l’elenco non è esaustivo e qualsiasi contributo aggiuntivo è ben accetto):

Credo che sia arrivato il momento di avviare un processo di alfabetizzazione su argomenti troppo nuovi per essere compresi appieno.

Ma che se capiti diventano uno strumento utile e vantaggioso per tutti, dalle immense potenzialità.

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Immagine tratta da http://www.inc.com

Narrare, narrarsi…

Foto courtesy di Sebastiano Zanolli (pagina pubblica)
Foto courtesy di Sebastiano Zanolli (pagina pubblica Facebook)

Io sono una guerriera ed una viaggiatrice.
Io cerco l’Araba Fenice, convinta che esista.
Io cerco, cerco, cerco… Sperando di trovare.

Questa è una descrizione che ho dato di me stessa, quando mi è stato richiesto praticamente a bruciapelo.
Lo so che sembra una roba da matti (e forse lo è), però assicuro esserci un motivo.
E la dice molto più lunga di quanto non si pensi.
Anche per me, che rileggo questa specie di tweet col senno di poi (l’ho scritto un paio di settimane fa).
Ci sono molte tracce utili.

Alessandro Zaltron | Francesca Gazzola | La Grande Differenza
Francesca Gazzola e Alessandro Zaltron

Ma andiamo con ordine: sono di ritorno dal corso di Storytelling organizzato da La Grande Differenza.
Un corso gestito a quattro mani da Francesca Gazzola e Alessandro Zaltron, che ci hanno accompagnato in una giornata intensa in esplorazione della “scienza della narrazione”, con  annessi momenti di sperimentazione e laboratori.

Momenti di laboratorio (Foto courtesy de La Grande Differenza)
Momenti di laboratorio (Foto courtesy de La Grande Differenza – pagina Facebook)

(Foto courtesy de La Grande Differenza - pagina Facebook)
(Foto courtesy de La Grande Differenza – pagina Facebook)

Nel mentre ascoltavo, prendevo appunti e facevo gli esercizi, sentivo dubbi e riflessioni che rimbalzavano nella testa stile palline in un flipper.

Mi facevo domande su domande, e mi appuntavo sul bloc-notes “Note interne” nelle quali evidenziavo ed isolavo appunti sulla (mia) narrazione personale.
Facendomi domande tipo: “È giusto quello che sto facendo? Oppure c’è qualcosa di fondamentale che non funziona?”

Quello che ascoltavo si agganciava alle inaspettate elevate visualizzazioni del precedente post sul BIM (che esce dallo stretto ambito di “Imparare leggendo”) e mi faceva pensare alle competenze presenti sul profilo di LinkedIn (sul quale scrissi un articolo, qui sul blog, qualche settimana fa). Facendomi pensare ancora una volta a come mi vedono gli altri.

Nel frattempo gli stimoli continuavano, ed il ribaltamento del concetto del “viaggio dell’eroe” (gli eroi sono coloro che ci leggono/ascoltano, noi siamo i facilitatori) ha avuto l’effetto di una illuminazione nella testa della sottoscritta.

Storytelling | La Grande Differenza

Scrivendo, riflettendo, ascoltando, le idee continuavano a modificarsi (idee che già giacevano in stato embrionale dal corso di blogging).

Poi tornando a casa, in autostrada, mi sono detta (in tono canzonatorio, ma neanche così tanto):
“L’è tutto sbagliato! L’è tutto da rifare!”, (parafrasando Gino Bartali).

Io sono un Architetto, ma anche no…
Io sono una lettrice, ma non solo…
Io cammino e cerco cose nuove da imparare…

E avanti così, con pensieri che si accavallano per tutti i 200 km di strada.

Morale della giornata?
Mai dare nulla per scontato.
A volte i percorsi non lineari sono quelli più interessanti da seguire, perché non sai dove ti porteranno.
E penso vadano assecondati.
Perché forzare potrebbe non essere la soluzione migliore.

Sono tornata a casa con bozze di pensieri, tracce di storie ed una cassetta degli attrezzi più ricca di strumenti.

Link utili:
Alessandro Zaltron – http://www.alessandrozaltron.com/
La Grande Differenza – http://www.lagrandedifferenza.com/
Sebastiano Zanolli – http://www.sebastianozanolli.com/

E qualche consiglio di lettura…

Un po' di libri: Alessandro Zaltron e Sebastiano Zanolli
Un po’ di libri: Alessandro Zaltron e Sebastiano Zanolli

Fare blogging con La Grande Differenza

 

Fare Blogging La Grande Differenza

Sabato scorso sono stata a Vicenza per una giornata di formazione organizzata da La Grande Differenza.
L’argomento era il “fare blogging” (ossia il “bloggare”, lo scrivere e l’avere un blog) con relatore Riccardo Esposito (autore del libro “Fare blogging”, e blogger di professione).

Di Riccardo Esposito avevo già letto il libro e avere l’occasione di ascoltarlo per una giornata intera mi è sembrata una buona opportunità da cogliere al volo.
Tanto più vista la mia costante indecisione, e riflessione, sulla utilità di mantenere o meno il blog.

E’ stata una giornata intensa e pienissima di contenuti.

Tanti gli argomenti trattati, che hanno ruotato attorno due colonne portanti del mondo del web e del blog: Google e WordPress.
Tanti gli spunti che mi hanno fatto scrivere moltissimo.

Ragionamenti e abbozzi di mappe mentali
Ragionamenti e abbozzi di mappe mentali

Trucchi del mestiere e suggerimenti
Trucchi del mestiere e suggerimenti

E tante le finezze e le sottigliezze che ho colto, e che possono fare la differenza anche nella resa dei motori di ricerca.
Qualche esempio? Le parole chiave e la loro posizione all’interno del testo e del titolo stesso, i nomi dati alle foto, la struttura del testo in riferimento alle modalità di lettura degli utenti (che sono diverse rispetto alle modalità di lettura di un articolo di giornale o di un libro),…

E tantissime le riflessioni che mi sono fatta sulla strada del ritorno, a fine giornata.
Tutte sotto una “domanda mamma”: cosa vuoi comunicare con il tuo blog?
E’ un curriculum on line?
Vuoi raccontare della tua professione?
Vuoi raccontare delle tue competenze?
E’ un diario online? (E qui mi torna in mente il libro di Francesca Sanzo, “Narrarsi online”)

La Grande Differenza

Sono arrivata a casa con l’idea di spezzare il blog in due: uno dedicato alla passione per la lettura, ed uno dedicato alla professione della sottoscritta (pensando alle competenze che si stanno “autogenerando” su LinkedIn).
Domenica mattina (dopo averci dormito sopra) avevo una idea ancora diversa: marcia indietro, si torna alle origini. Si torna al blog personale. Si torna a “Barbara Olivieri – Non solo un architetto”.
Lunedì (dopo avere sedimentato ancora un po’ gli input ricevuti durante il corso), ho pensato che no, il blog resta così com’è. Va bene così com’è.
Ho solo apportato qualche piccola modifica di tipo funzionale (catturata dagli spunti di ottimizzazione recepiti durante la giornata con Riccardo Esposito), non senza prima avere osservato con attenzione alcuni blog che considero di riferimento e che mi hanno confermato la bontà dell’attuale struttura (sempre migliorabile).

Mi rendo conto che detta così può sembrare la descrizione di un’anima in pena che non riesce a trovare una propria identità professionale/digitale.
Non lo escludo.
Però, mi rendo anche conto che più si impara, più si conosce, meno certezze si hanno, maggiori territori inesplorati ti si aprono davanti e sempre più numerose sono le domande che ti fai.
In modalità “continuos learning”, senza mai fermarsi, in stato di “laboratorio permanente” (o “versione beta”, per parafrase Ben Casnocha autore – insieme a Reid Hoffman – del libro “Teniamoci in contatto”, che mi guarda dal tavolino da tre anni e che forse è arrivato il momento di leggere).

Chiudo con la riflessione di lunedì (con tanto di foto di accompagnamento, pubblicata su Facebook), scritta mentre stavo andando a prendere il treno e mi stavo accingendo ad iniziare una nuova settimana, con qualcosa in più nella “cassetta degli attrezzi”:

Imparare cose nuove
Riflessioni del lunedì, iniziando una nuova settimana

 

Riflettendo camminando (sotto il sole…)
È dal 2008 che macino corsi di formazione e libri (sull’argomento). Sono partita dalla PNL ed il coaching, attraversando rapidamente le Dinamiche a Spirale, approdando alla negoziazione, alla leadership, al Personal Branding, alla scrittura, allo storytelling, al public speaking, al web…
Mantenersi aggiornati è fondamentale.
Stare allerta è diventata una attività quotidiana come bere il caffè (adrenalina per adrenalina…)
Ma mano a mano che prosegui l’asticella si alza.
E fermarsi non è consigliato (almeno per me, anche se a volte vorrei farlo raggomitolandomi in un angolo…).
C’è una cosa però che ho notato. (Nelle mie scelte e dinamiche)
Una sorta di filo conduttore.
I gruppi piccoli.
Preferisco aule con gruppi piccoli.
Perché? Perché c’è più interazione.
C’è possibilità di fare delle cose, di mettere in pratica e sperimentare, di interagire e di parlarsi.
Di imparare facendo.
Le grosse platee, le megaconferenze non fanno per me (l’anno scorso ho fatto una eccezione e quest’anno lo farò ancora perché so che è esperienziale). A quel punto preferisco leggere i libri: diventano strumenti fondamentali sempre a disposizione. Integrabili poi con informazioni (ben filtrate… altro lavoro in più da fare…) prelevate dal “mare magnum” del web. (La caducità delle informazioni contenute in certi libri è rapidissima)
Sì, certo, costa fatica. È una attività di ricerca che certe volte ti fa domandare: “Ma chi me lo fa fare…?!”
Però è necessario.
Forse anche fondamentale.
Anche per dosare sforzi economici (cosa non trascurabile) ed intellettivi.
…Fine della riflessione sotto il sole…

Nel frattempo si va avanti a leggere libri e a condividere esperienze…
Buon proseguimento di settimana!

Raccontare la propria storia [VIDEO]

Ho conosciuto Carina Fisicaro a dei corsi di crescita personale.
Non avevamo scambiato molte parole, però avevamo con-vissuto e con-diviso contenuti ed esperienze.
Poi le nostre strade si sono separate e dopo qualche tempo ci siamo ritrovate su Facebook ed abbiamo iniziato a seguirci.

Qualche settimana fa, Carina inaspettatamente mi contatta in privato e mi chiede se voglio partecipare ad un suo progetto molto importante, facendo una intervista.

Il progetto si chiama “Donne di Successo & Family” e l’obiettivo è trovare donne che – con la loro storia e la loro esperienza – abbiano qualcosa da raccontare e possano essere di ispirazione per altre ragazze e donne che vorrebbero fare “qualcosa” per cambiare o anche solo sistemare la loro vita.

Come mi era accaduto già un’altra volta, la prima domanda che mi è venuta in mente è stata: “Ma io che diavolo posso raccontare?”
Però mi sono anche detta: “Ma sì, proviamo e vediamo che succede!”
(Anticipando a Carina: “Occhio che non sono sposata e non ho figli! Quindi non so che contributo posso dare…”, pensando alla parola “family” del progetto)

È diventata una chiacchierata tra amiche.
Carina ha saputo mettermi a mio agio e disquisire in modo naturale, portando con leggerezza la conversazione su argomenti di non facile approccio e facendomi dimenticare che si trattava di una intervista.
Mi sono divertita ed è stato per me anche un momento di bilancio e di riflessione.

Qui c’è il link all’articolo sul suo blog: “Come star bene con se stessi e perché – Barbara Olivieri”

Mentre qui sotto c’è il video (durata: 50 minuti… mettetevi comodi…).
(Guardandolo qualche sera fa in anteprima mi sono detta: “Ammazzate quanto parlo!”.)

Buona lettura e buona visione!
E un grande grazie di cuore a Carina per avermi coinvolto!
Complimenti per il suo progetto, che merita tutto il successo possibile!

[Foto di copertina courtesy of Viola Cappelletti Photography, scattata nella serata di Elvis Inside di gennaio 2014]

“Less is more” lo speech al Boccascena Cafè

 

Best Speaker

“Less is more” è il titolo del nono speech del manuale di Competent Communicator del Toastmasters International che ho tenuto al Milan Easy Toastmasters Club, nel meeting organizzato “fuori porta” al Boccascena Cafè.
L’obiettivo del discorso era quello di persuadere col cuore, con l’emozione ma anche con la logica.

Ho scelto questo titolo (motto caro all’architetto Mies Van Der Rohe) per raccontare e trasmettere la necessità di razionalizzare la propria quotidianità. Individuando ciò che è veramente importante per sé, favorendo – così – la qualità.
Liberandosi della quantità.

Compito non facile.
Sia trasferire in modo efficace l’idea.
Sia metterla in pratica.
(Ma ci sto provando. Ogni giorno, tutti i giorni.)

L’argomento mi ha portato fortuna.
La convinzione nel perseguire l’obiettivo del “less is more” mi ha portato fortuna.
E la presenza dell’amica Martina tra il pubblico mi ha portato fortuna.
Facendomi guadagnare il ribbon del Best Speaker.

Grazie! 🙂

Sulla scrittura d’impresa con Alessandro Zaltron e La Grande Differenza

ZaltronUn paio di settimane ho avuto il piacere di partecipare al corso di “scrittura d’impresa”, organizzato da La Grande Differenza con relatore Alessandro Zaltron.

Due serate in quel di Vicenza, dove sono stati affrontati molti argomenti in modalità “cavalcata attraverso l’uso (improprio e non) della lingua italiana“.

Mi sono divertita per tutte le “perle” costituenti il bestiario linguistico che – ahimè – capita di utilizzare in buona fede (soprattutto quando sei a stretto contatto con tutto il magico universo delle normative, come nel mio caso).

Tutto questo è stato affrontato con serietà, ma non con seriosità.
Accompagnati da uno stile leggero, allegro e vivace.
Stile che apprezzo particolarmente perché convinta della sua notevole efficacia.

Alessandro Zaltron lo conoscevo di fama, seguendolo su Facebook.
Avevo letto il suo libro “Guru per caso”, scritto a quattro mani con Demetrio Battaglia, che avevo avvicinato spinta dalla curiosità, e che si era rivelato divertentissimo e gradevolissimo (divorato in un paio di giorni).
[E ho terminato da poco “¡Viva Maria!”, libro assai interessante sul quale mi diletterò in qualche riflessione a breve su questo blog]
L’impressione positiva che ne traevo dai suoi post e dai suoi scritti, è stata confermata dalla congruenza del personaggio: così come scrive, è così come pensa e interagisce.

Quello che mi sono portata a casa è stata una maggiore attenzione per la parola scritta (e parlata), mirata anche ad uno sfoltimento di uno stile arzigogolato che spesso mi trovo ad utilizzare inconsapevolmente (e che mi porta ad autoavvitamenti linguistici incomprensibili anche a me, che li scrivo).

Ed è stata anche l’occasione per un impietoso esame di coscienza, facendomi alzare ancora di più il livello di “ossessione e chirurgia linguistica” che adotto quando leggo testi miei e altrui.

Ergo è tempo di setacciamento linguistico.
Di sfrondamento e di ottimizzazione.
Di cancellazione di ridondanze linguistiche.

Con il corso che feci con Alessandro Lucchini tre anni fa, imparai la cura delle parole, con l’obiettivo di diventare più evocativa.

Con Alessandro Zaltron ho imparato quanto sia importante essere snelli, asciutti e precisi nell’utilizzo delle parole.
Che non vuol dire essere linguisticamente più poveri, bensì decisamente più efficaci e ficcanti.

Vendita Venditore Vendere – il video dello speech

Best Speaker

Raccontare per iscritto uno speech al Toastmasters è un po’ un controsenso.
Va bene per descrivere i contenuti, dare dei riferimenti bibliografici, fare delle considerazioni aggiuntive che il tempo dello speech non ha consentito.
Ma Toastmasters è soprattutto Public Speaking.
Ed il Public Speaking è composto da moltissime variabili:

  • contenuti,
  • linguaggio,
  • tono di voce,
  • linguaggio del corpo,
  • emozioni condivise.

E quindi – dopo ben due anni e 6 speech – finalmente oggi mi sono fatta coraggio e mi sono guardata nel video del discorso che mi è valsa la vittoria.
Analizzando(mi) e valutando dove c’è da lavorare ancora e dove sono i punti di forza.

Lascio a questo punto la parola alle immagini…
Ogni feedback è benvenuto.
(Rivedendomi ho sorriso anche agli arguti feedback ricevuti, tra i quali uno mi aveva particolarmente colpito: “Ti tocchi spesso il naso“)
Quando si è lì, davanti ad un pubblico più o meno conosciuto, si possono fare tanti gesti inconsapevoli e rivelatori di micro-scariche di tensione.

I libri menzionati nello speech sono (in ordine di citazione):

  • “La bibbia delle vendite” di Jeffrey Gitomer
  • “Il più grande venditore del mondo” di Og Mandino
  • “Quiet” di Susan Cain

Storytelling per Exhibitionist

foto

Mercoledì sera ho assistito alla conferenza di Andrea Fontana (dell’Osservatorio di Corporate Storytelling), in merito allo Storytelling applicato alle fiere.

L’iniziativa rientra all’interno della rassegna Exhibitionist, di Fondazione Fiera (in collaborazione con Regione Lombardia, Camera di Commercio e Meet the Media Guru): un ciclo di conferenze che coniuga il mondo fiera con le nuove tecnologie ed i nuovi modi di comunicazione.

Mercoledì 20 marzo è stata la volta di una disciplina che sta acquistando sempre maggiore attenzione anche in Italia: lo Storytelling.

E’ stato interessantissimo. E’ stato un evento denso di spunti e che – personalmente – mi ha aperto un mondo di notevoli dimensioni.

Ed anche la forma di narrazione della conferenza è stata una esperienza di storytelling: via le slide, sì ad una telecamera in posizione zenitale, che riprende il tavolo sul quale Andrea Fontana mostra oggetti, fogli e foto che vengono proiettati sul mega-schermo alle sue spalle.

Insomma, una “Super-Esperienza“. Un viaggio molto interessante.

Di seguito, una serie di appunti presi in ordine sparso, durante la conferenza…

Diritti al Racconto:

  • diritto alla bilocazione: se vogliamo raccontare qualcosa, dobbiamo poterci perdere
  • diritto alla emozione autobiografica: una emozione che cambia aspetti della nostra esistenza
  • diritto di credere: quando ci raccontano qualcosa, noi sospendiamo la nostra capacità critica
  • diritto a perdersi: diritto a perdersi all’interno della narrazione
  • diritto a combinare la dimensione analogica con quella digitale (viene citato il caso di Moleskine Evernote: una applicazione associata per Android associata ad una particolare forma linea dei famosi taccuini Moleskine)
  • diritto ad essere imprigionato dalla narrazione: legame con la realtà

Parola chiave: Tradinnovazione

Stato d’animo chiave: passione erotica – la narrazione genera passione.

La narrazione è un processo mentale: pensiamo per narrazione. Quando narriamo qualcosa a qualcuno si verifica una sincronizzazione dei cervelli.

Cos’è un racconto? Diventa un medium mentale permanente:

  1. protagonisti
  2. azioni
  3. obiettivi
  4. trame
  5. risultati

Case History 1: Fiera Linea Pelle: una fiera che – grazie ad un esperimento di storytelling – viene riproposta in chiave totalmente nuova ed esperienziale, uscendo dalle mura delle fiera e coinvolgendo l’intera città. Lo slogan dell’edizione 2012 è stata “Linea Pelle – la magia della pelle nelle fiabe“, partendo proprio da un libro di fiabe per ragazzi, creando una esperienza narrativa.

Nella creazione di un evento narrativo i fattori dominanti e da tenere sotto controllo:

  • racconto 
  • mezzi
  • processi di costruzione
  • spazio
  • lettore/visitatore

“Se io racconto qualcosa a qualcuno, la cosa più importante non sono io, sei tu.”

Tema – Analisi del lettore – Racconto

Racconto: 1) protagonisti – 2) trame – 3) conflitto – 4) risoluzione

Stage craft (allestimento scenico): Carta – Relazione – Web

Urbanian Pavilion Shanghai 2010 – Photocredit Kossman-Dejong (https://www.kossmanndejong.nl)

Case History 2: Urbanian Pavillion Shanghai 2010.

Il tema del padiglione dell’Expo di Shanghai (2010) è la qualità della vita urbana, espressa come problematica in cinque macro-aree:

  1. Salute
  2. Apprendimento
  3. Connettività
  4. Casa
  5. Lavoro

L’innovazione sta nel cambiamento del mindset.

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Case History 3: il comune di Bugarach. Venuto alla ribalta in occasione della presunta fine del mondo (2012), come unico luogo che si sarebbe salvato dalla catastrofe, è un esempio di come la narrazione genera un destino.

La narrazione genera un destino.

La comunicazione sta transitando verso “la problematizzazione del bene”. Non è più “il bene ti risolve il problema”. Si sta passando dal Dr. Kildare al Dr. House

Costruire un universo narrativo.

La narrazione genera una super-esperienza (io mi devo perdere nella narrazione).

Il palinsesto è la struttura che crea l’organizzazione narrativa.

Transmedia Storytelling: universi narrativi paralleli interrelati fra loro che portano alla gemmazione di storie.

L’utente
– vuole perdersi ed avvolgersi nel racconto, oppure…
– vuole esplorare.

Noi siamo dei copioni formattati in un certo modo, derivato da esperienze.

Qualche suggerimento bibliografico:

  1. Raccontarsela” di Alessandra Cosso, Lupetti Editore
  2. Manuale di Storytelling” di Andrea Fontana, Etas Libri
  3. Lost in a book” di Victor Nell, Yale University Press

Put Yourself in His/Her Shoes

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Put yourself in his (or her) shoes

Questa indicazione mi è rimasta impressa dal convegno di William Ury dello scorso ottobre a Vicenza. Letteralmente significa: “mettiti nei panni dell’altro“. E, nello specifico, l’affermazione era riferita a tecniche di negoziazione volte al sistema win-win.

Ma di recente mi è tornato in mente che lo stesso sistema è utile applicarlo anche quando si scrive per qualcuno: un racconto, una relazione, un articolo…
Ossia mettersi nei panni di chi legge.

E proprio nella settimana appena conclusa ho avuto modo di ripescare questa preziosa indicazione in occasione di una relazione che abbiamo consegnato.

All’interno di un importante lavoro di pianificazione territoriale che stiamo conducendo, abbiamo dovuto redigere della documentazione in lingua inglese che verrà a sua volta tradotta in arabo.

Le complicazioni non mancano: oltre al passaggio “italiano-inglese/inglese-arabo”, anche gli argomenti da noi trattati (elettricità e telecomunicazioni) non sono così immediati (oltre a richiedere una certa precisione linguistica).

Infatti a differenza delle altre discipline (housing, agricoltura, turismo, infrastrutture, trattamento rifiuti e trattamento delle acque), per alcuni aspetti più comprensibili e più “familiari”, l’elettricità e le telecomunicazioni sono ambiti più tecnici e che trovano una minore diffusione nella cultura popolare (pur essendo fondamentali per garantire e supportare anche gli altri aspetti sopra elencati).

Quindi ci siamo trovati a dover ri-analizzare approfonditamente i testi da noi redatti, dopo che il cliente ci ha chiesto dei chiarimenti interpretativi: “La mia preoccupazione è che questo materiale [redatto in inglese n.d.r.] debba essere tradotto in arabo e che questo passaggio comporti una distorsione dei significati contenuti.”

Effettivamente rileggendo la relazione insieme al cliente, ho potuto constatare che – sì – aveva ragione.
Avevamo commesso l’errore di scrivere dando per scontato una serie di concetti di base (tipici degli ambiti da noi trattati) che sarebbero sicuramente risultati sconosciuti ai traduttori (che, molto probabilmente, non sono persone appartenenti ai settori coinvolti nel lavoro di pianificazione).

Ecco quindi che alcune frasi e spiegazioni sono state riviste e “tradotte” in concetti più comprensibili (magari allungando anche un po’ i testi, per fornire qualche spiegazione in più), eliminando capillarmente tutte le presupposizioni che permeavano lo scritto.

Come è stato fatto?
Facendosi delle domande mentre si rileggeva il testo.
“Che cosa intendo per…?”
“Che cosa sto comunicando?”
“Che cosa voglio comunicare?”
“Qual’è l’obiettivo di questo intervento sul territorio?”

Non è stato semplice. Anzi, a volte ci si è confrontati coi colleghi fino allo sfinimento.
Ma è stato utile per spostare il focus e per far sì che ci si mettesse (a fatica) nei panni di chi leggerà il documento finale, passando attraverso l’immedesimazione di chi tradurrà i testi, con l’obiettivo di essere i più chiari possibile.

Speriamo di avere ridotto al minimo il margine di errore interpretativo.

Sicuramente, la prossima volta, partiremo da subito mettendoci nei panni del lettore finale, lavorando per produrre documenti comprensibili in tal senso, ponendoci domande volte a migliorare il trasferimento e la comunicazione delle informazioni.