Sulla scrittura d’impresa con Alessandro Zaltron e La Grande Differenza

ZaltronUn paio di settimane ho avuto il piacere di partecipare al corso di “scrittura d’impresa”, organizzato da La Grande Differenza con relatore Alessandro Zaltron.

Due serate in quel di Vicenza, dove sono stati affrontati molti argomenti in modalità “cavalcata attraverso l’uso (improprio e non) della lingua italiana“.

Mi sono divertita per tutte le “perle” costituenti il bestiario linguistico che – ahimè – capita di utilizzare in buona fede (soprattutto quando sei a stretto contatto con tutto il magico universo delle normative, come nel mio caso).

Tutto questo è stato affrontato con serietà, ma non con seriosità.
Accompagnati da uno stile leggero, allegro e vivace.
Stile che apprezzo particolarmente perché convinta della sua notevole efficacia.

Alessandro Zaltron lo conoscevo di fama, seguendolo su Facebook.
Avevo letto il suo libro “Guru per caso”, scritto a quattro mani con Demetrio Battaglia, che avevo avvicinato spinta dalla curiosità, e che si era rivelato divertentissimo e gradevolissimo (divorato in un paio di giorni).
[E ho terminato da poco “¡Viva Maria!”, libro assai interessante sul quale mi diletterò in qualche riflessione a breve su questo blog]
L’impressione positiva che ne traevo dai suoi post e dai suoi scritti, è stata confermata dalla congruenza del personaggio: così come scrive, è così come pensa e interagisce.

Quello che mi sono portata a casa è stata una maggiore attenzione per la parola scritta (e parlata), mirata anche ad uno sfoltimento di uno stile arzigogolato che spesso mi trovo ad utilizzare inconsapevolmente (e che mi porta ad autoavvitamenti linguistici incomprensibili anche a me, che li scrivo).

Ed è stata anche l’occasione per un impietoso esame di coscienza, facendomi alzare ancora di più il livello di “ossessione e chirurgia linguistica” che adotto quando leggo testi miei e altrui.

Ergo è tempo di setacciamento linguistico.
Di sfrondamento e di ottimizzazione.
Di cancellazione di ridondanze linguistiche.

Con il corso che feci con Alessandro Lucchini tre anni fa, imparai la cura delle parole, con l’obiettivo di diventare più evocativa.

Con Alessandro Zaltron ho imparato quanto sia importante essere snelli, asciutti e precisi nell’utilizzo delle parole.
Che non vuol dire essere linguisticamente più poveri, bensì decisamente più efficaci e ficcanti.

Due libri sul talento e la creatività [VIDEO]

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All’interno del progetto di “Un Libro A settimana”, mi è capitato di leggere in sequenza due testi apparentemente slegati fra loro, ma in realtà legati da un filo rosso che è quello che si può battezzare con il nome duale di “Creatività e Talento”.

Infatti, qualche settimana fa, in occasione della lecture di Paola Antonelli (curatrice del MOMA di New York) programmata da Meet the Media Guru, è stata organizzata una iniziativa molto interessante che ha coinvolto una startup di recente costituzione che permette di creare dei TweetBook.
Per questo esperimento – effettuato in collaborazione con MtMG – è stato scelto un libro speciale: “Fantasia” di Bruno Munari.
L’obiettivo era leggere un capitolo al giorno tra quelli selezionati, pubblicando su Twitter (con l’hashtag #mmgFantasia) spunti, immagini, frasi, suggestioni che emergevano durante la consultazione del piccolo e ricchissimo libro, con lo scopo di creare un museo virtuale, immaginario ed immaginifico. Creando una sorta di visionaria wunderkammer.
Così mi sono divertita (assieme a molti altri utenti) a partecipare a questo progetto di “scrittura condivisa” (a questo link ho raccolto in Storify i tweet) destreggiandomi e recuperando reminescenze di arte, design e anche cinematografia, lasciando andare a briglia sciolta la mia immaginazione un po’ anchilosata.

Concluso il libretto di Munari, mi sono poi cimentata nella lettura de “La trappola del talento” di Geoff Colvin.
Scritto da un giornalista della rivista Fortune, il libro ha come obiettivo il dimostrare che il talento non è un dono divino con il quale si nasce, bensì è frutto di un allenamento costante e continuo secondo determinate metodiche, ben codificate e ben programmate.
Si tratta di un libro che lavora su “fondamenti scientifici e logici” (se così li possiamo definire) e incoraggia anche chi pensa di non essere dotato di alcun “dono divino”. E a supporto della teoria dell’autore sono molti gli esempi di sportivi, musicisti, scacchisti, manager (ma non solo) che vengono menzionati. Proprio a sottolineare che è possibile eccellere in qualche campo se ci si applica con rigore e precisione.

La cosa interessante è che questi due libri hanno trattato un universo composto appunto da talento e creatività (anch’essa frutto di stimoli ed esercizi, così come sostenuto sia da Munari che da Colvin) in modo interessante e tra loro complementare.
Se il libro di Munari è stata una scoperta e ha costituito una lettura attualissima, quello di Colvin ha rappresentato un interessante excursus all’interno di una determinata ricerca volta a dimostrare che tutti possiamo sviluppare ed allenare i nostri “talenti”.

Di seguito le due videoriflessioni pubblicate sul canale YouTube, dove ragiono in modo un po’ più approfondito sui due testi.

Reali ispiratori o abile operazione di marketing?

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Spesso (ma non sempre), quando mi capita di ascoltare alcune persone che hanno molto seguito (definibili nuovi “guru”?), ci sono alcune cose che non mi tornano.
Sto parlando di quelle persone che hanno fatto scelte più o meno radicali, prendendo talvolta anche alcune posizioni decise e ben delineate, e che vengono indicati come dei fari che illuminano nuove strade da percorrere.

Spesso (non sempre) ho notato che sono persone che partono da posizioni di vantaggio economico.
Per esempio sono dei manager che – dopo una vita passata a spremersi e a spremere come un limone l’umanità – decidono di cambiare vita, giustamente stanchi ed esausti. Non riconoscendosi più in quello che fanno e nel ruolo che ricoprono.

Fin qui nulla di strano.
Succede. Ed è comprensibile.
(Conosco persone che ad un certo punto hanno detto basta e hanno fatto la virata, con tempi fisiologici di cambiamento medio-lunghi.)

Io stessa (dal basso della mia posizione di piccola rotella all’interno di un enorme ingranaggio) spesso mi faccio delle domande sul senso di quello che faccio, cercando di vederci un disegno, un obiettivo nel futuro.
E quando c’è nebbia (e spesso c’è), arrivano inevitabilmente le domande sul perché faccio quello che faccio.

Ma se prendo in considerazione la possibilità di cambiare vita, iniziano i problemi raccolti sotto una domanda-mamma: “Sì, ma come?
Ossia, logisticamente ed economicamente parlando come posso fare?
Perché il pane me lo devo comunque guadagnare… Devo mangiare, devo coprirmi, devo pagare le bollette…

E osservando queste figure di riferimento, porta bandiera dei cambi radicali di vita, mi sono fatta una riflessione che suona più o meno così:
“Sono manager che hanno deciso di cambiare vita. Ma quanto guadagnavano questi signori?”
Presumo (ma è una mia ipotesi) che il loro compenso fosse consistente.
E presumo (è sempre una mia ipotesi) che – all’atto delle dimissioni – una buona uscita succosa l’abbiano intascata.
Una buona uscita che ha permesso loro di ragionare con calma e di avere un “cuscinetto economico” che permettesse loro di pianificare ed organizzare la propria vita.

Per quanto mi sforzi, non ricordo casi di persone in “posizioni intermedie” che hanno deciso di punto in bianco di cambiare, rinnegando vita e ruolo, e andando a fare altro, professando la proprie idee in una sorta di nuova evangelizzazione (a proposito di evangelizzazione, qui un interessante articolo su Guy Kawasaki che non c’entra molto con l’argomento del post, ma che fa fare qualche riflessione interessante).

E mi è capitato di osservare che in alcuni casi questi “nuovi guru” si sono circondati (volontariamente o involontariamente) di persone adoranti, pronte ad osannarli e a seguirli: proseliti che – alla fine – sono diventati una sorta di nuovi collaboratori di una nuova “azienda”.

Sì, perché poi accade che queste persone tornino a fare quello che avevano rinnegato: tornano a fare business.
Continuando a rifiutare (apparentemente) le forme di business.
E questo è il secondo punto che non mi torna: una incongruenza che crea una distonia (almeno per me).

Mi preme però sottolineare una cosa: non contesto ciò che queste persone portano avanti come idee (la conservazione del pianeta, la salvaguardia ed il recupero di alcuni valori, e altro), ma resto molto perplessa davanti a prese di posizione che rinnegano il proprio passato, tornando comunque a fare quello che facevano prima, con un vestito diverso.

Davanti a questo io non riesco a credere a quello che queste persone dicono.
Per quanto siano ottimi oratori e le idee che portano avanti siano sacrosante, io proprio non riesco a credere loro.

Ed è per questo che apprezzo chi porta in giro certi valori con un assunto di base:
“Resto dentro il sistema perché questo sistema mi permette di avere dei vantaggi, anche se ha generato e genera delle storture. Storture che cerco di cambiare come meglio posso.”
Sono persone che cercano di farsi portatori/portatrici di valori, idee e strumenti che possono far mettere in discussione alcune devianze strutturali.
E che cercano di cambiarle al meglio delle loro possibilità.
Senza rifiutare il sistema, bensì riconoscendolo e cercando di lavorarci dentro e attorno per migliorare la situazione.

[Immagine: Ben Kingsley in “Love Guru”]

Amo la quiete…

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Amo la quiete.
Amo l’understantement.
Amo l’educazione.
Amo il “per favore” ed il “grazie” (senza che ne sia fatto un abuso che lo snatura).
Amo leggere ed amo camminare.
Amo le cose fatte bene.
Amo le cose belle, che non vuol dire costose.
Amo la rarità.
Amo ascoltare.
Amo la lentezza.
E tutto ciò non vuol dire essere pigri (magari anche, perché no?!).
Sono convinta che si può fare (bene) senza urlare, senza isterismi, senza soverchiare e senza sgomitare.
Sto invecchiando?
Può essere.
Ma non me ne curo.
Cerco solo angoli tranquilli.
Educati.
Tutto qui.

[Immagine tratta da tempi.it]

Una riflessione sul rapporto coi libri

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Mi sto accorgendo che ho un rapporto duale (se così si può definire) con i libri…
A seconda del genere, preferisco la versione cartacea o la versione ebook.

Quando si tratta di libri di narrativa (o ai quali tengo particolarmente per varie ragioni) preferisco la carta.
[E mi ricordo una intervista a Oriana Fallaci, nella quale diceva che lei amava i libri di carta: “li puoi toccare ed annusare”, diceva… già, l’odore della carta…]
Un rapporto sensoriale e quasi fisico, che favorisce – almeno in me, migrante digitale (e quindi con un piede di qua ed un piede di là, a cavallo della linea di demarcazione della digitalizzazione) – un maggiore immersione nella storia raccontata.
(Anche se si dice che, a livello cognitivo, nulla cambia tra una versione digitale ed una versione cartacea di un libro)

Invece, stranamente e per un motivo a me totalmente sconosciuto, quando si tratta di libri di management, di web (e qui potrebbe esserci una sorta di congruenza di argomentazione), professionali, mi oriento sulle versioni digitali.
Come se non ci fosse coinvolgimento emotivo, ma solo informativo.
Come se la mia interazione col testo fosse più logica e meno emozionale.
(Anche se può succedere che acquisti la versione cartacea di qualche libro di queste categorie. Ma mai il contrario… Almeno fino ad oggi.)

E sono ben conscia del vantaggio che le versioni digitali offrono!
Basti pensare che sul mio kindle (versione base) ho archiviati circa 90 titoli (una follia…!).
Che se ci penso, se faccio mente locale, significa che ho tutto su un piccolo dispositivo ultraleggero che mi porto ovunque, e che mi consente anche di leggere tomi altrimenti cartacei sotto il peso dei quali soccomberei…

Stranezze di una migrante digitale… Che si sta divertendo a partecipare, tra l’altro, a progetti di nuove forme di narrazione digitale e condivisa (e verso la quale è fortemente attratta) come questo: #mmgFantasia (fateci un giro… è un gran bel progetto che spero sia il primo di una lunga serie…)

(A proposito di migranti digitali, ieri sera – sulla strada verso casa – ho letto, rilanciato su Twitter, questo divertente articolo di un coetaneo che consiglio: L’interazione e la percezione di se stessi per Matteo Piselli. Non c’entra nulla con l’argomento in questione, ma offre qualche spunto di riflessione divertente ed interessante sui 40 anni e dintorni…)

[Immagine tratta da ehibook.corriere.it]

Due libri interessanti: Domitilla Ferrari e Sebastiano Zanolli [VIDEO]

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Di recente ho letto due bei libri interessanti che si potrebbero annoverare (magari un po’ impropriamente) nella categoria “formazione”.
Intendendo con “formazione” qualcosa che tratta alcuni argomenti che ti possono tornare utili per imparare qualcosa di nuovo e che ti possono offrire nuovi punti di vista su argomenti che magari conosci già un po’.

Sto parlando del libro di Domitilla Ferrari, “Due gradi e mezzo di separazione, e del nuovo lavoro di Sebastiano Zanolli, “Aveva ragione Popper, tutta la vita è risolvere problemi.

Due libri che trattano di due argomenti ben distinti (come si può dedurre già dai loro titoli) e che mi hanno riconciliato con un genere col quale faticavo sempre più a dialogare.
Infatti stavo sviluppando una vera e propria idiosincrasia per testi che trattano di formazione, di web e di materie di acculturamento e di sviluppo delle proprie capacità personali e professionali.
Non ne potevo più di leggere sempre le stesse cose, proposte in salse diverse ma dal medesimo retrogusto assai noto.
Ed invocavo qualcosa di nuovo. Invocando qualcuno che potesse raccontare le cose in modo inusuale.
E semplice. (Anche qui stufa di leggere dissertazioni noiose, vagamente accademiche e/o scontate)

Così ho affrontato con fiduciosa curiosità il libro di Domitilla Ferrari, che – confesso – non conoscevo fino ad oggi (e che ho avuto il piacere di ascoltare dal vivo al corso “Dieci Cose”, assieme ad altri giganti del web), e ho atteso con altissime aspettative il nuovo libro di Sebastiano Zanolli (che mancava dagli scaffali delle librerie dal 2011, credo…)

Bene, la prima è stata una gran bella sorpresa ed il secondo è stata un gran bella conferma.
Nel primo ho letto con piacere sul networking, ripassando un po’ di concetti, scoprendo qualcosa di nuovo e trovandomi in assoluta sintonia coi concetti e le idee espresse dall’autrice.
Nel secondo mi sono confrontata con il tema dei problemi, e della loro risoluzione, esplorando visioni inusuali sull’argomento e osservando con curiosità contaminazioni non così immediate.

Non mi dilungo oltre.
Lascio spazio alle due videoriflessioni qui sotto (cosa che mi sto dilettando a fare, sperimentando nuove modalità di comunicazione).

Buona visione (a chi si cimenterà nell’ascolto dei due video della durata di circa 8 minuti ciascuno).

Negoziazione e Persuasione

2014-03-12 21.46.12 (1)Lo scorso weekend (8-9 marzo) sono stata alla due giorni di Performance Strategies relativa alla Negoziazione e Persuasione.
Un weekend di formazione che ha visto alternarsi sul palco (in ordine di avvicendamento): Sebastiano Zanolli, Emanuele Maria Sacchi e Paul McKenna (quest’ultimo per tutta la giornata di domenica).

E’ stata la mia prima esperienza con Perfomance Strategies e confesso che l’ho affrontato con un po’ di timore dovuto ad un presupposto (al buio) fatto di perplessità verso un mondo della formazione che lavora sugli alti numeri di presenze.
(Abituata come sono a frequentare corsi con circa 30-40 persone massimo in aula)
Per fortuna che ho vinto le resistenze pre-partenza, che mi facevano pensare al weekend come ad un qualcosa di faticoso.
Infatti è andato tutto bene. Com’era d’altronde prevedibile.
Organizzazione perfetta. Aula con postazioni comode. Spazi allestiti in modo che non ci fosse affollamento.

Ma veniamo ai relatori.
Sebastiano Zanolli, che seguo da un paio di anni frequentando i suoi corsi, resta una conferma ed una certezza.
Ha parlato della Gestione dei Conflitti in azienda ed è stata una continua fonte di spunti di approfondimento, nel suo inconfondibile stile dinamico e vulcanico. (Spesso mi succede di non catturare tutti i concetti al momento del suo intervento, ma di vedermeli emergere a distanza di qualche giorno).
La questione dei conflitti mi è particolarmente “cara”, essendo un mio punto debole.
Come persona molto emotiva, spesso mi trovo a doverla gestire in momenti professionali di particolare tensione (ormai quotidiani).
E ascoltandolo ho preso anche consapevolezza del fatto che spesso uso il conflitto come sistema estremo di risoluzione dei problemi… Ossia quando vedo che non se ne esce e le dimensioni dell’“elephant in the room” (citato da Zanolli) assume dimensioni notevoli, mentre le figure coinvolte fanno finta di non vederlo.

Nel pomeriggio di sabato è stata la volta di Emanuele Maria Sacchi, che ha parlato di Negoziazione.
Per me era il relatore-novità, non conoscendolo e non avendolo mai ascoltato prima.
Ed in fase di decisione di iscrizione al corso ero andata a cercare in rete qualcosa su di lui: avevo trovato un video di circa venti minuti, che avevo seguito con attenzione.
Lo stile oratorio e la pacatezza, la misura e la precisione nella esposizione, mi hanno convinto.
L’apertura del suo intervento è stata molto emozionante, catturando l’attenzione di tutta la platea.
Il suo intervento poi è proseguito affrontando ed esaminando le “best practice” negoziali per mediare con il cliente, attraverso un uso accurato e scientifico delle domande.
Ha fatto anche una digressione attorno al networking mirato agli affari, e qui – forse – non mi sono trovata totalmente d’accordo in quanto considero il networking come una attività di relazione e di condivisione. Non riesco a vederlo fatto “in funzione di”.

E domenica è stato il “Paul McKenna Day“.
Grande attesa e curiosità (mia) di voler ascoltare dal vivo la persona della quale ho letto i libri e sperimentato i CD.
E dopo una fase iniziale di “riscaldamento”, nella quale abbiamo anche lavorato parecchio, il gran finale è stato il momento nel quale abbiamo sedimentato e consolidato quanto appreso in tema di Persuasione (la materia da lui trattata). Argomento scottante, visto il significato negativo e manipolatorio che il termine si porta dietro. Infatti McKenna ha sottolineato più volte l’importanza della onestà, della integrità e della verità.
Nonostante il numero elevato di presenze (circa 400), ha condotto il suo workshop in modo magistrale, interagendo col pubblico, facendoci scrivere, muovendosi nell’aula e padroneggiando lo spazio con maestria.
Insomma una conferma della sua fama e moltissimi spunti ed informazioni, tutt’ora in fase di metabolizzazione.

Cosa mi sono portata a casa da questo weekend?
Una folgorazione sulla via di Damasco per quanto riguarda la frase memorabile con la quale presentarsi (stile titolo di giornale). M’è venuto un flash e la frase si è presentata così, pronti via. Ora verifico se affinare le parole per renderla più di effetto… (Ma penso vada bene così)
Un block-notes pieno di appunti che riguarderò fra qualche giorno. Per dare tempo di sedimentare.
Il bagaglio di convinzioni ed informazioni trasmesse da Paul McKenna, che stanno lavorando in profondità.

Qui sotto il video che ho registrato a caldo, alla sera tardi, subito dopo il rientro da Bologna (il volto stanchissimo tradisce l’intensità del weekend; ma ho preferito lasciarlo così con incertezze e difetti): buona visione

Su una serratura – un metafora di vita…?

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Ieri sera sono rientrata a casa a tarda ora e, per l’ennesima volta, ho trovato la serratura del portoncino d’ingresso rotta: chiave che gira a vuoto ed ingresso da cancelletto laterale (per fortuna… perché in caso contrario avrei dovuto citofonare a qualche anima pia, per farmi aprire…).

E stamattina – bevendo il caffè – mi facevo qualche riflessione (che ormai ha superato lo stato di infastidimento per l’inedia risolutiva, per approdare ad uno stato di profonda perplessità) su ‘sta vicenda che va avanti ormai da quasi un mese e mezzo.
E – senza avere trascorso una nottata burrascosa causa bagnacauda serale (ossia non ho mangiato pesante e non ho sognato i draghi) – mi facevo un paio di ragionamenti le cui risposte possono (nel microscopico esempio di una serratura e di un condominio) essere emblematiche di atteggiamenti mentali (e dinamiche varie) ben più vasti.

Primo ragionamento…
Come dicevo poco sopra, sono assai perplessa davanti alla assenza decisionale davanti a questo episodio.
E’ possibile che per decidere di cambiare una serratura sia necessaria qualche procedura stravagante a me sconosciuta (tipo una mega-riunione plenaria di ispirazione fantozziana)?
E dire che ho ricevuto anche io (in copia conoscenza, pur non essendo rappresentante di alcunché) una mail con un paio di preventivi sulla sostituzione della serratura con due tipologie differenti.
Ma tutto tace…
E nel frattempo si rompe, si ripara, si rompe e si ripara…

E come sempre mi accade in questi casi, faccio pensieri vari&eventuali.
O meglio: estraggo microscopici episodi e ci ricamo su il mondo, estraendone ulteriori metafore bislacche a manetta…

Infatti ho fatto 2+2+2+… e ho pensato che spesso alcune persone (non tutte, per fortuna) assumono delle cariche (delle più disparate) per soddisfare il proprio Ego (“Eh sì… sai… sono rappresentante di… presidente di… membro di… nella commissione di…”). Senza essere consapevoli del fatto che tutti i ruoli (ma proprio tutti-tutti) comportano delle responsabilità piccole o grandi che siano.
E così accade, ad un certo punto, che davanti a decisioni da prendere ci sia un arretramento rapido. Meglio ancora un mascheramento dai connotati camaleontici.

Secondo ragionamento…
Perché continuare a riparare una serratura che non ce la fa più?
Perché ostinarsi in una sorta di accanimento terapeutico su un oggetto che sta cedendo per usura?
Non sovviene il pensiero che – così facendo – si arrivi a spendere di più rispetto ad una sostituzione?

E anche qui parte l’estrazione di una metafora bislacca…
Perché insistere nella riparazione di una “cosa” usurata, quando sarebbe più benefico per tutti gli attori sostituirla definitivamente? E così poter andare oltre?

Non lo so.
Non capisco.
Alcune cose non le capisco proprio…

E mi sfugge qualcosa.
In realtà mi sfuggono tantissime cose…

Ringrazio in anticipo chi saprà illuminarmi su quanto sopra…
Perché io non ci arrivo proprio.

PS: la foto del post non è la foto della serratura oggetto della storiella…

Vendita Venditore Vendere – il video dello speech

Best Speaker

Raccontare per iscritto uno speech al Toastmasters è un po’ un controsenso.
Va bene per descrivere i contenuti, dare dei riferimenti bibliografici, fare delle considerazioni aggiuntive che il tempo dello speech non ha consentito.
Ma Toastmasters è soprattutto Public Speaking.
Ed il Public Speaking è composto da moltissime variabili:

  • contenuti,
  • linguaggio,
  • tono di voce,
  • linguaggio del corpo,
  • emozioni condivise.

E quindi – dopo ben due anni e 6 speech – finalmente oggi mi sono fatta coraggio e mi sono guardata nel video del discorso che mi è valsa la vittoria.
Analizzando(mi) e valutando dove c’è da lavorare ancora e dove sono i punti di forza.

Lascio a questo punto la parola alle immagini…
Ogni feedback è benvenuto.
(Rivedendomi ho sorriso anche agli arguti feedback ricevuti, tra i quali uno mi aveva particolarmente colpito: “Ti tocchi spesso il naso“)
Quando si è lì, davanti ad un pubblico più o meno conosciuto, si possono fare tanti gesti inconsapevoli e rivelatori di micro-scariche di tensione.

I libri menzionati nello speech sono (in ordine di citazione):

  • “La bibbia delle vendite” di Jeffrey Gitomer
  • “Il più grande venditore del mondo” di Og Mandino
  • “Quiet” di Susan Cain

“Il Punto Critico” di Malcolm Gladwell

Gladwell

“[…] Il candidato più affascinante a questo ruolo è la “teoria delle finestre rotte”, frutto dell’ingegno dei criminologi James Q. Wilson e George Kelling. I due sostenevano che la criminalità è l’inevitabile risultato del disordine: se una finestra è rotta e non viene riparata, chi vi passa davanti concluderà che nessuno se ne preoccupa e che nessuno ha la responsabilità di provvedere. Ben presto ne verranno rotte molte altre e la sensazione di anarchia si diffonderà da quell’edificio alla via su cui si affaccia, dando il segnale che tutto è possibile. […]” [Citazione intorno alla regola del contesto, uno delle variabili di diffusione del fenomeno con dinamiche da epidemia, N.d.r.]

Mentre leggevo le prime pagine del libro “Il Punto Critico” (osannato da molti miei contatti), ero un po’ perplessa: non stavo leggendo nulla di nuovo. Non c’era l’effetto “Wow!”.

Poi ho pensato di fare la cosa più semplice del mondo: guardare la prima data di pubblicazione.
Correva l’anno 2000: l’inizio di un nuovo secolo e di un nuovo millennio.
E lì ho cambiato la mia modalità di lettura (che già aveva parzialmente – se non totalmente – affossato un altro testo osannato da tanti, “Strategia Oceano Blu”, sul quale mantengo le riserve e le perplessità).

Ho capito che per comprendere la sua validità era necessario modificare il punto di vista tipico di una persona che lo legge nel 2013 (ben 13 anni dopo, durante i quali è accaduto di tutto, ed il tutto ha subito una accelerazione esponenziale): bisognava porsi in un’altra ottica, facendo un viaggio indietro nel tempo.
Se lo si legge in questi termini e si cerca di ricordare quali erano le tendenze culturali e di ricerca del periodo, allora se ne può apprezzare la novità di approccio e la sua trasversalità di vedute.
(Prossimamente mi diletterò (non so come…) a fare una ricerca sugli studi sociologici, psicologici, ecc. pubblicati nello stesso periodo, per avere una conferma (o meno) della visione d’avanguardia che questo testo fornisce.)

C’è praticamente tutto quello che si vede oggi: le figure dei connettori, degli esperti di mercato, dei venditori; la regola del contesto, le dinamiche della comunicazione,… Tutte le componenti che concorrono a generare fenomeni virali.

E c’è quello che è musica per le mie orecchie negli ultimi tempi: il numero di Dunbar (i famosi 150 contatti) ed il perché della sua efficacia.
La piccola rete che funziona grazie alla conoscenza reciproca delle proprie competenze, che fa del gruppo un organismo in grado di rispondere bene agli stimoli e ai compiti quotidiani. (A tale proposito è interessante l’esempio della azienda Gore (l’inventrice del Gore-Tex, per intenderci): non so se è ancora così, ma il leggere della sua filosofia operativa mi ha fatto pensare anche al perché del funzionamento (o malfunzionamento) di certi gruppi o aziende che siano.)

Se poi penso alla mia (ma credo e spero non solo mia) esigenza di una maggiore qualità rispetto alla quantità, una rivalutazione ad oggi del numero di Dunbar mi sembra più che indicata (contando su un effetto domino, di propagazione, da parte dei propri contatti sensibili).
E credo che si sia vicini ad un assestamento, conseguenza fisiologica di un picco di espansione bulimica (sto pensando soprattutto ai grossi numeri dei social network) che – forse – porta ad una contrazione ed una stabilizzazione su numeri più gestibili.

Per il resto si tratta di un libro interessante. Molto interessante se si pensa che è stato scritto un bel po’ di tempo fa.

Ho però una riserva: ho trovato un po’ pesante la parte dedicata alla analisi dei programmi per bambini “Sesame Street” e “Blue’s Clues”.
Su 302 pagine di testo, 50 sono dedicate all’esame di queste due celebri trasmissioni.
Confesso di avere fatto fatica a superare queste 50 pagine: ho avuto la percezione (non reale, perché si tratta di 1/6 del libro, quindi poca cosa) che si sia soffermato troppo a scapito dell’analisi di altri casi che – a mio avviso – risultavano più interessanti. E non trattandosi di un libro di pedagogia, la cosa mi ha lasciato assai perplessa.

Resta comunque un buon libro, tuttora attuale, scritto con un linguaggio di facile comprensione e dotato di una cospicua bibliografia di supporto (non tutta in lingua italiana).

Chiudo con una citazione sulla memoria del gruppo (una sorta di memoria condivisa), sulla memoria transattiva (ribadisco: musica per le mie orecchie…):

[…] conoscere qualcuno abbastanza a fondo da sapere quello che sa, abbastanza bene da potersi affidare al suo dominio di determinate conoscenze, che rientrano nelle sue competenze. E’ la ricreazione, a un livello di organizzazione più ampio, del genere di intimità e di fiducia che esiste all’interno di una famiglia.

Buona lettura!