“Le ricerche su internet conducono a risultati che non hanno un modello interpretativo, ma si comportano come la luce quando si riflette da uno specchio a un altro. È un gioco di superfici, è un procedimento enigmistico.”
Un interessante articolo di Roberto Cotroneo per il Corriere della Sera.
Penso che questa riflessione sia utile non solo per le nuove generazioni (che vivono senza sapere “cosa è accaduto prima di internet”, ed è recente anche un articolo che ho letto su Quartz che “re-blogger” in coda), ma anche per noi “migranti digitali” che con queste “tecnologie facilitative” rischiamo di dimenticare come era prima e di non essere più in grado di farci portatori di un certo tipo di cultura e metodologia.
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Le 10.000 ore
Leggendo il libro di Magnus Lindkvist “Quando meno te lo aspetti“, ho ritrovato una vecchia conoscenza: il libro “Effetto Medici” di Frans Johansson che avevo letto nel lontano 2008 e che aveva costituito per me una di quelle piccole pietre miliari nel mio percorso di crescita attraverso i libri.
Così, dalla citazione sul libro di Lindkvist, sono arrivata al sito “The Medici Group” e alla pagina Facebook associata.
E proprio su questa ultima ho trovato un interessante articolo di Business Insider che mette seriamente in discussione la teoria delle 10.000 ore di pratica per eccellere in una competenza/professione (teoria che vede in uno dei suoi massimi esponenti Malcom Gladwell – nella foto a lato).
Il fatto che questo articolo abbia dato voce ad una perplessità che nutrivo da tempo, mi ha confortato da un lato ed incoraggiato dall’altro.
(Mi ha dato conferma di una cosa che penso da tempo… Ma non essendo io un luminare in materia, ho sempre considerato la mie riflessioni come quelle di un dilettante. E – apro una parentesi – leggendo anche il libro di Lindkvist, ho avuto conferma di tante altre cose. Ma questo sarà oggetto di un prossimo post dedicato)
Riporto uno dei passaggi in lingua inglese dell’articolo di Business Insider che ritengo fondamentali:
[…] deliberate practice is only a predictor of success in fields that have super stable structures. For example, in tennis, chess, and classical music, the rules never change, so you can study up to become the best.
But in less stable fields, like entrepreneurship and rock and roll, rules can go out the window […]
Traduco in sintesi: la regola della pratica e dell’esercizio costante è utile solo per quelle attività che hanno una struttura “super-stabile”. Per esempio il tennis, gli scacchi, la musica classica, hanno regole pressoché immutabili. Questo ti permette di esercitarti fino all’eccellenza.
Ma in campi molto meno stabili (come l’imprenditoria ed il rock and roll, per esempio) le regole possono anche essere “buttate dalla finestra” (testualmente).
Questo – come scritto poco sopra – mi conforta molto.
Ed il “beneplacito” di ricerche di settore mi fa ben sperare che quanto sia variabilità, trasversalità, interdisciplinarietà e studi condotti anche in campi diversi tra loro (per trovare punti di contatto e stimoli), cominci a non essere più visto come una sorta di confusione, indecisione e inconcludenza.
Bensì cominci ad essere visto come un qualcosa che arricchisce e stimola la crescita.
In un costante work-in-progress, liquido e mobile.
E questo mi fa ulteriormente pensare ad una specie di super-nicchia ad alta competenza, dove proprio l’attitudine alla trasversalità/interdisciplinarietà diventa LA competenza.
In una sorta di paradosso.
Non sarà facile.
Sarà una bella sfida.
Temo necessaria.
[Immagini tratte dal sito Business Insider]
Reali ispiratori o abile operazione di marketing?
Spesso (ma non sempre), quando mi capita di ascoltare alcune persone che hanno molto seguito (definibili nuovi “guru”?), ci sono alcune cose che non mi tornano.
Sto parlando di quelle persone che hanno fatto scelte più o meno radicali, prendendo talvolta anche alcune posizioni decise e ben delineate, e che vengono indicati come dei fari che illuminano nuove strade da percorrere.
Spesso (non sempre) ho notato che sono persone che partono da posizioni di vantaggio economico.
Per esempio sono dei manager che – dopo una vita passata a spremersi e a spremere come un limone l’umanità – decidono di cambiare vita, giustamente stanchi ed esausti. Non riconoscendosi più in quello che fanno e nel ruolo che ricoprono.
Fin qui nulla di strano.
Succede. Ed è comprensibile.
(Conosco persone che ad un certo punto hanno detto basta e hanno fatto la virata, con tempi fisiologici di cambiamento medio-lunghi.)
Io stessa (dal basso della mia posizione di piccola rotella all’interno di un enorme ingranaggio) spesso mi faccio delle domande sul senso di quello che faccio, cercando di vederci un disegno, un obiettivo nel futuro.
E quando c’è nebbia (e spesso c’è), arrivano inevitabilmente le domande sul perché faccio quello che faccio.
Ma se prendo in considerazione la possibilità di cambiare vita, iniziano i problemi raccolti sotto una domanda-mamma: “Sì, ma come?”
Ossia, logisticamente ed economicamente parlando come posso fare?
Perché il pane me lo devo comunque guadagnare… Devo mangiare, devo coprirmi, devo pagare le bollette…
E osservando queste figure di riferimento, porta bandiera dei cambi radicali di vita, mi sono fatta una riflessione che suona più o meno così:
“Sono manager che hanno deciso di cambiare vita. Ma quanto guadagnavano questi signori?”
Presumo (ma è una mia ipotesi) che il loro compenso fosse consistente.
E presumo (è sempre una mia ipotesi) che – all’atto delle dimissioni – una buona uscita succosa l’abbiano intascata.
Una buona uscita che ha permesso loro di ragionare con calma e di avere un “cuscinetto economico” che permettesse loro di pianificare ed organizzare la propria vita.
Per quanto mi sforzi, non ricordo casi di persone in “posizioni intermedie” che hanno deciso di punto in bianco di cambiare, rinnegando vita e ruolo, e andando a fare altro, professando la proprie idee in una sorta di nuova evangelizzazione (a proposito di evangelizzazione, qui un interessante articolo su Guy Kawasaki che non c’entra molto con l’argomento del post, ma che fa fare qualche riflessione interessante).
E mi è capitato di osservare che in alcuni casi questi “nuovi guru” si sono circondati (volontariamente o involontariamente) di persone adoranti, pronte ad osannarli e a seguirli: proseliti che – alla fine – sono diventati una sorta di nuovi collaboratori di una nuova “azienda”.
Sì, perché poi accade che queste persone tornino a fare quello che avevano rinnegato: tornano a fare business.
Continuando a rifiutare (apparentemente) le forme di business.
E questo è il secondo punto che non mi torna: una incongruenza che crea una distonia (almeno per me).
Mi preme però sottolineare una cosa: non contesto ciò che queste persone portano avanti come idee (la conservazione del pianeta, la salvaguardia ed il recupero di alcuni valori, e altro), ma resto molto perplessa davanti a prese di posizione che rinnegano il proprio passato, tornando comunque a fare quello che facevano prima, con un vestito diverso.
Davanti a questo io non riesco a credere a quello che queste persone dicono.
Per quanto siano ottimi oratori e le idee che portano avanti siano sacrosante, io proprio non riesco a credere loro.
Ed è per questo che apprezzo chi porta in giro certi valori con un assunto di base:
“Resto dentro il sistema perché questo sistema mi permette di avere dei vantaggi, anche se ha generato e genera delle storture. Storture che cerco di cambiare come meglio posso.”
Sono persone che cercano di farsi portatori/portatrici di valori, idee e strumenti che possono far mettere in discussione alcune devianze strutturali.
E che cercano di cambiarle al meglio delle loro possibilità.
Senza rifiutare il sistema, bensì riconoscendolo e cercando di lavorarci dentro e attorno per migliorare la situazione.
[Immagine: Ben Kingsley in “Love Guru”]
Su una serratura – un metafora di vita…?
Ieri sera sono rientrata a casa a tarda ora e, per l’ennesima volta, ho trovato la serratura del portoncino d’ingresso rotta: chiave che gira a vuoto ed ingresso da cancelletto laterale (per fortuna… perché in caso contrario avrei dovuto citofonare a qualche anima pia, per farmi aprire…).
E stamattina – bevendo il caffè – mi facevo qualche riflessione (che ormai ha superato lo stato di infastidimento per l’inedia risolutiva, per approdare ad uno stato di profonda perplessità) su ‘sta vicenda che va avanti ormai da quasi un mese e mezzo.
E – senza avere trascorso una nottata burrascosa causa bagnacauda serale (ossia non ho mangiato pesante e non ho sognato i draghi) – mi facevo un paio di ragionamenti le cui risposte possono (nel microscopico esempio di una serratura e di un condominio) essere emblematiche di atteggiamenti mentali (e dinamiche varie) ben più vasti.
Primo ragionamento…
Come dicevo poco sopra, sono assai perplessa davanti alla assenza decisionale davanti a questo episodio.
E’ possibile che per decidere di cambiare una serratura sia necessaria qualche procedura stravagante a me sconosciuta (tipo una mega-riunione plenaria di ispirazione fantozziana)?
E dire che ho ricevuto anche io (in copia conoscenza, pur non essendo rappresentante di alcunché) una mail con un paio di preventivi sulla sostituzione della serratura con due tipologie differenti.
Ma tutto tace…
E nel frattempo si rompe, si ripara, si rompe e si ripara…
E come sempre mi accade in questi casi, faccio pensieri vari&eventuali.
O meglio: estraggo microscopici episodi e ci ricamo su il mondo, estraendone ulteriori metafore bislacche a manetta…
Infatti ho fatto 2+2+2+… e ho pensato che spesso alcune persone (non tutte, per fortuna) assumono delle cariche (delle più disparate) per soddisfare il proprio Ego (“Eh sì… sai… sono rappresentante di… presidente di… membro di… nella commissione di…”). Senza essere consapevoli del fatto che tutti i ruoli (ma proprio tutti-tutti) comportano delle responsabilità piccole o grandi che siano.
E così accade, ad un certo punto, che davanti a decisioni da prendere ci sia un arretramento rapido. Meglio ancora un mascheramento dai connotati camaleontici.
Secondo ragionamento…
Perché continuare a riparare una serratura che non ce la fa più?
Perché ostinarsi in una sorta di accanimento terapeutico su un oggetto che sta cedendo per usura?
Non sovviene il pensiero che – così facendo – si arrivi a spendere di più rispetto ad una sostituzione?
E anche qui parte l’estrazione di una metafora bislacca…
Perché insistere nella riparazione di una “cosa” usurata, quando sarebbe più benefico per tutti gli attori sostituirla definitivamente? E così poter andare oltre?
Non lo so.
Non capisco.
Alcune cose non le capisco proprio…
E mi sfugge qualcosa.
In realtà mi sfuggono tantissime cose…
Ringrazio in anticipo chi saprà illuminarmi su quanto sopra…
Perché io non ci arrivo proprio.
PS: la foto del post non è la foto della serratura oggetto della storiella…
Essere Architetti oggi
A volte certe riflessioni e considerazioni arrivano nel modo più inaspettato.
E ieri è proprio avvenuto questo, davanti ad una cioccolata calda con panna, parlando d’altro, rientrata dal corso di Time Management tenuto da Sebastiano Zanolli.
Che i corsi di Zanolli e de La Grande Differenza siano – almeno per me – sempre fonte di spunti dei più disparati è cosa nota.
Ma questa volta, oltre ad essere tornata a casa con un bagaglio colmo di riflessioni sulla gestione del tempo (proposte in modo insolito, tant’è che nella prima ora di corso non riuscivo ad agganciare i concetti perché non riuscivo a capire dove Sebastiano “andava a parare”, forse per stanchezza mia), sulla strada del ritorno ho ruminato un po’ di cose in più.
Cose che se prima apparivano sganciate una dall’altra, all’improvviso hanno iniziato a generare una riflessione che forse (mi) sta portando ad un altro passo avanti (o ad uno scarto di lato, non lo so…).
Tutto è nato da un confronto di idee avvenuto con Sebastiano qualche giorno fa, in previsione di una sua serata su Architettura e Sociale organizzata da Buildopia (e patrocinata dall’Ordine degli Architetti di Treviso). Idee che ruotavano attorno all’Architetto come ruolo sociale.
Se qualcuno mi dovesse chiedere se e come l’Architetto può essere definito un ruolo sociale, io risponderei che l’Architetto (secondo me) è un ruolo sociale.
Se si riesce ad uscire dal solito perimetro di definizioni che vede l’Architettura come la creazione di spazi di design e la creazione di oggetti che vorrebbero fare la storia del Disegno Industriale, la figura dell’Architetto ha molto altro da dire, sotto molti aspetti.
Lo stesso iter di studi (per lo meno ai miei tempi, fine anni ’80 fino a metà degli anni ’90) si articola(va) in esami di Sociologia, Tecnica delle Costruzioni, Fisica, Progettazione declinata in varie forme (Architettonica, Ambientale, ecc.), Igiene Ambientale, Storia (dell’Arte, di Architettura, di Urbanistica…), Urbanistica, Matematica e tante altre discipline. Senza dimenticare la questione dell’Ergonomia.
(E parlando non molto tempo fa con un esperto di linguaggio del corpo, si parlò anche di prossemica.)
Un mare vastissimo di conoscenza, trasversale.
Un percorso di studi che ricordo essere stato – in alcuni momenti – un vero e proprio incubo.
E di questo parlavo ieri con un altro partecipante al corso di Time Management: un Architetto come me, ma che – a differenza di me – persegue la strada dell’Architettura, con mille dubbi e perplessità. Domandandosi dove è e dove vuole andare. Nel mezzo di un momento di profonda riflessione sulla sua professione e sul suo futuro.
Condivisibile.
Chiacchierando assieme, pensando anche al mio andamento sinusoidale, fatto di picchi e baratri, di strade tortuose, di ripensamenti vari, ma anche di un percorso assistito che mi ha portato a percepire ciò che sono capace di fare, indipendentemente dal contesto, mi è venuto spontaneo offrirgli lo spunto di pensare alle proprie competenze che – magari – possono trovare la loro collocazione (e anche la loro ottimizzazione, perché no) in un ambiente diverso da quello del classico studio di architettura.
E parlando brevemente con Zanolli in chiusura di corso, è emersa un’altra riflessione sua su un convegno al quale aveva assistito con ospiti protagonisti Ezio Manzini ed Aldo Cibic, dove uno dei concetti emersi è stato quello di “Architettura della complessità”.
E questo mi ha ricondotto alla “Architettura della Informazione”, un concetto raccontatomi da un collega e amico di Treviso: un Architetto che vede le cose in modo un po’ diverso dal solito.
Senza dimenticare il duetto esplosivo a cui assistetti qualche mese fa, organizzato da Meet the Media Guru, composto da Fabio Novembre e Carlo Ratti.
Quindi, mi sono detta, l’Architettura (il fare Architettura) è una cosa molto più vasta (e, se si vuole, evanescente) rispetto al luogo comune della progettazione dell’Arredamento, dell’Edificio, dell’Appartamento e dell’Oggetto. (Lì – secondo me – bisogna essere dei geni e avere “quel qualcosa in più” che ti permette di emergere dalla folla dei tanti colleghi. Altrimenti sei un numero, tristemente uno dei tanti.)
Quindi ci possono essere altre strade che possono essere percorse, utili a valorizzare le proprie capacità.
Penso che essere Architetti oggi può voler dire fare anche cose inaspettate (ed inconcepibili) che consentono alle competenze acquisite e ai talenti emersi negli anni di studio, di trovare la giusta via espressiva.
Non è un percorso facile, e non è immediato.
Ma penso valga la pena investirci tempo ed energia, per poter capire dove si è e dove si vuole andare.
Immagine: “Il Sogno” – Olio su tela – RUSP@ – http://www.pittart.com/
Che cosa vuoi fare?
Sarà stata una serie di pensieri che si sono generati da soli, saranno riflessioni nate dalle ultime 48 ore… non lo so…
Ma stamattina (che mi sono alzata un po’ “storta”) ho messo in fila un po’ di cose…
Oltre alle grane lavorative che hanno fatto vacillare quel poco (?) di buono che ho fatto, impegnandomi al massimo, senza risparmiare sabati e domeniche, spesi a cercare di confezionare un buon prodotto, ho anche pensato all’incarico come VPE (Vice President Education) del Toastmasters, che tante soddisfazioni mi sta dando, non senza impegno e fatica (ma con sotto dei motori potenti che spingono e permettono di superare possibili asperità e “dislivelli” che si possono trovare lungo la strada).
E ho anche pensato all’ultima valutazione che ho fatto martedì, durante il meeting del club: si trattava di un discorso di un manuale avanzato che si chiama “High Performance Leadership” (manuale che ho anche acquistato per cultura personale, essendo ancora molto lontana dal poterlo affrontare).
Preparandomi per la valutazione (studiando il “progetto”, come viene chiamato) ho letto di “mission”, “vision” e “value”, e – come mi accade sovente quando faccio queste cose – penso di riflesso anche a me e a quello che faccio: penso a quale può essere la mia mission, a quale può essere l’obiettivo che io ho riferito ad un determinato compito,…
Il tutto calato dentro un contesto più o meno dinamico, che si confronta anche con le mie capacità performanti.
Ed è accaduto che stamattina ho pensato alla mia mission come VPE, poggiata sui miei valori (che considero un po’ come delle fondamenta di un edificio), sulle cose in cui credo ed anche – perché no?! – sulle mie ambizioni (parola bistrattata e spesso letta in una accezione negativa).
Ho iniziato a domandarmi:
- Che cosa mi sta dando questo ruolo?
- Che cosa sto imparando?
- Che punti di forza sta evidenziando?
- Quali punti deboli sta facendo emergere?
- Cosa voglio fare?
- Che obiettivi ho?
- Dove voglio arrivare?
Il Vice President Education è uno dei ruoli dell’Executive Committee più complessi.
Ma essendo complesso, è in grado di darti tantissimo: un dare e avere di alto livello (mi ricorda quello che mi disse un socio di lunga data del Toastmasters: “Il Toastmasters ti può dare tanto. Dipende da quanto dai tu.”).
Una scuola di vita, fatta di confronti con altre persone, di feedback, di gestione dei rapporti con altri e di gestione di te stesso.
Di cura del prossimo e di comprensione di quali sono i suoi bisogni e desideri.
E mi ricordo quello che mi venne detto a maggio, al termine del primo giorno della Conferenza di Milano dei club italiani, da uno dei membri di maggiore spicco del Distretto Europeo (dopo che c’era stato un intoppo iniziale): “E’ come nella vita: possono accadere degli intoppi. Bisogna avere pronto un piano B.” (Altro insegnamento)
Insomma si impara.
Ed ogni tanto si scivola. Si pensa che non ce la fai più. Che sei stanco. Che ti stai incasinando e che non riesci a seguire tutto.
Ed impari anche ad ottimizzare.
Ad ottimizzare tempi e metodi e scelte, in un continuo processo di auto-settaggio.
Tutta questa riflessione per dire cosa? (Uno si chiede, giustamente)
Elencando in ordine sparso, così come mi vengono in mente:
- per ricordarsi che spesso si deve fare fatica;
- per ricordarsi che errare è umano, che si possono fare degli sbagli;
- per dire che l’imperfezione c’è e fa parte del processo di crescita;
- per dire che è normale avere paura di non farcela, ma che se sotto c’è una motivazione forte alla fine – in qualche modo – ci arrivi;
- per dire che è normale avere voglia di abbandonare un progetto, una idea, ma bisogna chiedersi se ne vale davvero la pena.
Sono tutte cose che lette così, sono di una banalità sconcertante.
Ma che spesso – quando siamo immersi in una determinata situazione che ci sta mettendo alla prova – ci dimentichiamo, correndo il rischio di fare scelte sull’onda emotiva, che si possono rivelare profondamente sbagliate.
Mai mollare.
O per lo meno, prima di mollare, fermarsi, tirare un bel respiro, e pensare bene a cosa si vuole fare e se vale la pena mollare per una possibile momentanea difficoltà…
[Foto di Nick Fewings su Unsplash]
Diversificazione
Diversificare…
Penso che diversificare sia la fatica più utile che si possa fare.
Ci riflettevo ieri dopo che ho rimesso in marcia lo smartphone-clone (un telefono Android acquistato su Amazon, molto simile ai Samsung, ma non Samsung), dopo che ero tornata sui dispositivi Apple per qualche giorno (iPhone e iPad).
Adesso se guardo i dispositivi che ho, mi trovo con un Pc HP su cui è installato Windows 8, uno smartphone con Android, l’iPad con iOS7 (un iPhone 4 prossimo alla pensione) ed un Kindle (base) per gli ebook.
A livello di sistemi operativi penso di avere a disposizione tutto (manca Linux forse…).
E confrontandomi con device riottosi, upgrade che “fanno sedere” i dispositivi, e App che vanno in crash, ho pensato che tutto sommato non è male.
Sembra un gran caos, ma avere sistemi operativi diversi può essere utile per mantenere elastici i neuroni e per compensarli uno con l’altro.
(Anche se ogni tanto un po’ di confusione c’è.)
Sicuramente i fedelissimi Apple storceranno il naso, ma non me ne vogliano.
Sono proprio io che non riesco a essere monomarca (pur riconoscendone la comodità).
Pur essendo una persona stanziale, pigra, che cerca di semplificarsi le cose (spesso senza successo), tendo a mescolare e spingo per uscire da un perimetro per andare a curiosare in altri recinti.
E’ un lato recente che sto scoprendo di me stessa, e che non credevo di avere.
E ragionando su questo, partendo dai sistemi operativi, oggi la riflessione si è estesa ad altri ambiti.
Infatti, proprio qualche giorno fa facevo una riflessione uguale e contraria, partita da un articolo letto sul web e dedicato ad alcune App dal design molto bello.
Esplorandole, mi si era risvegliata la voglia di un design minimalista e purista.
Quasi un processo di depurazione da orpelli inutili.
Un processo che è andato – gradualmente – ad estendersi ad altre aree: no make up, sì cosmetici iper-naturali ed iper-puri; no a monili vari ed eventuali, sì a linee pulite; no alle fantasie sui tessuti, sì a tinte unite; no ai decori, sì alle linee pulite…
Quasi un processo di alleggerimento, di ricerca di una sorta di lusso che solo la semplicità e la linearità ti possono offrire (almeno secondo me).
E così ero andata ad individuare delle marche rappresentative (che già utilizzo), per concentrarmi su di esse e dimenticarmi del resto.
Comodo.
Confortevole.
Non c’è alcun dubbio.
Però a rischio di limitazione.
A tale proposito mi ricordo di un docente del Politecnico di Milano che – durante una sua lezione – parlando di scelte, disse (in tempi non sospetti, cioè 20 anni fa, poco più): “Io per esempio, per poter scegliere nel mare di possibilità offerte ho deciso di vestirmi solo di bianco e nero.”
Ricordo che mi colpì questa osservazione.
Per il suo eccessivo purismo (così lo interpretai allora e così tendo ad interpretarlo anche oggi).
E allora mi domando: essere selettivi e focalizzarsi solo su alcune cose, può essere utile?
Forse sì, se ti sgombra il campo per fare altre ricerche.
Forse no, se ti chiude in un tuo recinto.
E quindi (all’opposto) mi domando: diversificare può essere utile?
Forse sì, se ti permette di esplorare e restare aperto a ciò che incrocia la tua strada.
Forse no, se ti fai sopraffare dall’effettivo caos informativo e di stimoli.
Non lo so.
Io tendo costantemente ad oscillare da un estremo all’altro: dalla selezione alla diversificazione; e dalla diversificazione alla selezione.
Non lo so.
Oggi peroro la causa della diversificazione.
Domani – come un pendolo inquieto – potrei perorare la causa della selezione.
Vedremo…
Nel frattempo diversifico.
“Gemmazione”…?

Ti è mai capitato di tornare a casa tardi, andare a dormire all’1.00 di notte e svegliarti alle 5.30 con una sensazione addosso di fretta?
E di non riuscire più a prendere sonno e di arrenderti e alzarti alle 7.00?
Stamattina per me è stata così.
(E la cosa che mi consola è che – essendo sabato – magari oggi pomeriggio ci scappa un pisolo con un po’ di recupero.)
Ma quando succede una cosa così?
Quando hai una preoccupazione.
Quando hai un problema da risolvere e non ti dai pace fino a che non lo hai risolto.
Quando qualcosa “bolle in pentola nel retrocranio” e – forse – spinge per emergere e spinge per farti fare…
Non so se in chi legge c’è qualcuno che si trova in una situazione di questo tipo: le soddisfazioni lavorative sono in caduta libera in avvitamento verso il basso (ed i colleghi attorno a te li vedi stanchi, se non come te, più di te); vorresti fare altro ma non trovi il tempo se non rosicchiando angoli di riflessione durante i tragitti da e per l’ufficio e rubando ore di sonno; vorresti fare altro ma non riesci a focalizzarti su come gestire la situazione da un punto di vista finanziario…
Insomma un turbine di cose che si agitano nella testa e premono per configurarsi in una qualche struttura logica a te sconosciuta.
E questa struttura logica combatte contro uno dei tuoi più grossi demoni: la paura.
Quella paura di non farcela professionalmente ed economicamente.
Ma ti rendi conto anche che la paura ha una piccola falla che potrebbe essere la tua salvezza, la tua spinta definitiva verso un salto (non privo di rischi) che deve però escludere una programmazione ed una visione oltre l’anno (se non raccontando una storia che può “stimolarti a”).
La falla che potrebbe essere la tua salvezza si chiama “fuga”.
Fuga da situazioni di riconoscimento professionale sconfortanti.
Fuga da luoghi virtuali nei quali la tua professionalità non conta nulla: conta solo un mostro che assume diverse forme e nomi (burocrazia, profitto,… chiamalo come ti pare, perché tanto ha diverse facce…).
E allora pensi.
Ti rigiri nel letto in ansia.
Hai fretta.
Hai paura di perdere questa strana pressione di spinta all’azione, che però necessita di un finale colpo di reni che ti faccia tirare giù con una precisa spallata (neanche tanto forte) l’ultimo diaframma che ti separa dallo spazio che sta dall’altra parte e che si chiama “tentativo” (se mai provi, mai sai…).
“Tentativo” che però si deve confrontare con un altro spettro: quello del “e se poi non ce la fai?”
Quello spettro che rappresenta l’ultimo legaccio strategico che ti potrebbe tenere inchiodato qui.
Nello status-quo di qualcosa che sai benissimo che non ti rappresenta più e che – se non affrontato – ti condanna a vivere qualcosa di non tuo.
Ed in questo turbine di pensieri mattutini, ripensi a frasi dette da persone che stimi, spunti che ti sono stati offerti, caratteristiche che sono state individuate da altri (ognuno ne ha vista una, ma se ci pensi un comune denominatore c’è, anche se la tua logica e la tua razionalità stentano a capire… e questo rappresenta un ulteriore problema da affrontare).
Ripensi ai mesi di questo anno che si sta avviando alla fine e che ti ha spremuto come un limone. Ma che ti ha insegnato tanto.
Rifletti su storie di persone che conosci, che hanno avuto il coraggio di buttarsi (con tutta l’ansia del pianeta a fargli da fardello) e che adesso stanno arrivando. Ce la stanno facendo, tutti: nessuno è tornato sui propri passi.
Pensi che forse ce la puoi fare anche tu.
Solo che non hai mai avuto il coraggio di tentare.
Pensi che devi solo prenderti il tempo (senza scuse) per pianificare bene la cosa (così metti in pace la tua coscienza, che ti dà del folle sconsigliandoti vivamente di fare cose insensate “perché non è il momento adatto, e poi hai già una certa età”…).
E hai bisogno di tempo e di spazio, per sgombrare e per fare posto a cose nuove.
È possibile che da una serata trascorsa a fare quattro chiacchiere con una amica davanti ad una pizza ti emergano nottetempo queste riflessioni?
Pare di sì.
(Serata dove, tra le altre cose, raccontandole entusiasta del tuo telefono Android, i signori del tavolo a fianco ti chiedono timidamente informazioni sul telefono e tu – parlandogliene – glielo vendi [!!!]… eggià… la vendita, il tuo peggiore demone…)
Forse è stata la ciliegina sulla torta (o una delle ciliegine sulla torta) di un lungo processo decisionale, molto più complesso del peggiore consiglio di amministrazione mai visto sino ad oggi…
Se la decisione è presa, devi solo pianificare sul serio.
E smettere di rigirarti su te stesso, trovando scusanti varie ed eventuali che fanno scorrere inesorabilmente il tempo, che non si riavvolge più…
Immagine tratta da http://www.giornalettismo.it]
Io sono una astronauta
“Bello come ci si evolve… e si cambia, per ritornare poi…a fare l’astronauta alla scoperta di nuovi pianeti!”
Ho conosciuto Lucia Perfetti di Chiocciola Blu (Milano) una sera del Toastmasters: il club che frequento ha partecipato ad una serata dimostrativa per patrocinare e lanciare un club in territorio monzese.
Numerosi soci di Milano hanno accettato di buon grado la trasferta per partecipare e mettersi in gioco.
Ma anche numerosi ospiti si sono presentati (persino una amica di Verona) e tra queste c’era proprio Lucia.
Che più tardi mi ha fatto una sorpresa, di portata molto-molto ampia.
E di lunga gittata.
Infatti quando sono tornata a casa, facendo un rapido giro nei social network ho visto la condivisione sul suo profilo della pagina di questo blog intitolata “La mia storia” (dove scrivo che da piccola volevo fare l’astronauta…): nei commenti ai miei ringraziamenti per la condivisione, mi sono meravigliata per la bella ed insolita considerazione che apre questo post.
E’ stata una bella sorpresa che mi ha fatto molto piacere.
Ma siccome sono una ruminante e lenta di assimilazione, i flash di comprensione più ampia posso arrivarmi dopo tanto tempo…
E così è stato anche questa volta.
Dopo una giornata di quelle in cui sei stato un po’ (tanto) giù…
Nel mezzo di una giornata dove diventi ostaggio emotivo di te stesso e fatichi ad uscire da loop emotivi…
In una giornata di quelle dove la “para mentale” diventa una cosa fastidiosissima ed una volta che ne sei uscita, ne compare un’altra e avanti così in una sequenza senza apparente via d’uscita…
Accade che da un angolo del tuo crapino emerga un pensiero, un ricordo, che risale a diverse settimane prima, e si faccia largo – sgomitando – in mezzo ai pensieri bui e deprimenti, fino a diventare chiaro e limpido nella tua testa.
Allora osservi stupefatta questa metafora che ora – sotto un potente spotlight – esplode in un moltitudine di colori.
Dandoti ossigeno.
E in un improvviso flash-back ritorni all’infanzia, ricordando che volevi fare l’astronauta, ricordando che tutti i film di fantascienza che uscivano al cinema erano tuoi (cosa che accade ancora oggi, in misura un pochino inferiore), e la bimba che è in te gioisce (dopo che ha passato qualche giorno ranicchiata in un angolo, triste e sconsolata).
Ma anche l’adulto sorride (con benevolenza).
Sorride perché forse ha trovato un modo diverso per approcciare la quotidianità che non sempre è tutta “ricchi premi e cotillon” (anzi lo è sempre meno).
Ma che se presa nella giusta prospettiva può diventare una sfida esplorativa. Sicuramente non facile, ma comunque esplorativa.
Non a caso la quotidianità viene sempre più definita una “giungla”, ma nella accezione negativa del termine.
Invece così, sforzandoti, facendo anche dei doppi salti mortali carpiati per trovare chiavi di lettura insolite, osando ristrutturazioni linguistiche ardite, cerchi motivi per i quali andare avanti.
Tentando e sforzandoti di leggere la realtà in modo diverso da come la leggi usualmente.
E allora, esplorando, magari riesci a scrollarti di dosso quella pesantissima coperta che ti pesa sulle spalle, deprimendoti.
Riesci a liberarti di quei lacci che ti imbrigliano e ti impediscono di muoverti.
Trovando risorse inaspettate per partire in esplorazione di strade altrettanto inaspettate.
Che possono condurti verso nuovi mondi che non avevi minimamente preso in considerazione, o che ti erano totalmente sconosciuti.
Perché non li vedevi. Semplicemente.
Perché ho scritto tutto questo?
Perché magari può tornare utile a qualcuno che – come me – si ficca in pensieri nefasti e disfattisti, molto ben alimentati da tutto ciò che leggi e vedi.
Coraggio…
Non è una passeggiata, ma se non altro per rispetto nei confronti di te stesso vale la pena tentare.
Rimboccandosi le maniche e partendo in esplorazione.
Libere riflessioni sul tempo
Sabato sera, prima di addormentarmi, ho avuto la sensazione di avere perso il controllo del (mio) tempo.
Mi è venuto il panico, pensando alle cose che devo fare.
E pensando alle cose fatte, che mi sembra di non avere fatto.
Così mi sono fermata un attimo e ho ripercorso mentalmente la giornata…
Cosa hai fatto stamattina? Sono andata a lavorare.
Bene, e cosa hai fatto in particolare? Ho portato avanti un disegno, recuperando qualche ora di lavoro.
Ok. E poi cosa hai fatto? Sono andata a pranzo da mia mamma.
E poi? Sono andata dal parrucchiere.
E dopo? Dopo sono tornata da mia mamma e ho riposato un po’.
E quando ti sei svegliata cosa hai fatto? Sono andata in stazione a prendere il babbo che tornava dal mare. L’ho accompagnato a casa e poi sono tornata a casa mia.
Cosa hai fatto nella serata? Ho cincischiato da un libro all’altro senza trovare la giusta motivazione per proseguire nella lettura di un testo preciso.
E pensando proprio alla serata, e ai suggerimenti di una persona sulla mia indecisione su cosa leggere, ho pensato che quando perdo (anche) la costanza mi viene il panico.
Mi sembra di gettare via il tempo.
Chissà… Forse anche da un innocuo commento ad un post sui libri, può scaturire una riflessione sul tempo e sulla sua dispersione…
Può essere…
Infatti è stato così che ho ripreso la concentrazione sulla lettura di un libro (“Una cosa alla volta, in fila indiana”, mi recito ogni tanto, quando sento che sto per iniziare a sbandare).
…
È stata una settimana dura.
Funestata anche da tensioni in ufficio.
Ho visto scorrere via il tempo (prezioso) in modo inesorabile.
Praticamente l’ho visto gettare via. Con conseguente accumulo di ritardo.
Quando succede questo, puntualmente ricompare l’ansia e l’affanno.
Mancano cose, manca il tempo, e bisogna fare in fretta e bene.
E “in fretta e bene” sono due concetti che – per me – non vanno a braccetto…
Entrando in questo meccanismo perverso, facendosi tritare dall’ingranaggio, perdo ancora di più la consapevolezza di quello che sto facendo.
E non riesco a rendermi conto, non riesco ad avere il polso della situazione.
Ho la sensazione di girare in tondo.
Inutilmente.
Così, mi devo fermare (come ho fatto ieri sera), riepilogare e ripercorrere quello che ho fatto, passo-passo, per scrollarmi di dosso quella sgradevole sensazione di perdita del controllo e della gestione del tempo.
Già aggravata dalla continua frammentazione operativa, che ti fa scartare, avanzando a zig-zag da un argomento all’altro e ad un altro ancora…
Fermarmi.
Ogni tanto devo fermarmi e capire dove sono, cosa ho fatto e cosa devo ancora fare.
Con carta e penna.
Con un computer.
Con i Post-it.
Va bene qualsiasi strumento.
Basta che riesca a ricordarmi – quando sono presa dall’ansia e sento di essere prossima ad essere soverchiata dagli eventi – di fermarmi due minuti per osservare cosa ho fatto, congelando la situazione.
Per capire che – forse – il tempo non l’ho gettato via…
[Immagine: “Il tempo trafitto” di René Magritte]















