Infuturazione (assenza di)

Infuturare: “v. tr. [der. di futuro], letter. – Estendere nel futuro. Come intr. pron., infuturarsi, prolungarsi nel futuro, spec. nella memoria dei posteri: Poscia che s’infutura la tua vita Via più là che ’l punir di lor perfidie (Dante).” [Treccani]

Infuturazione: capacità di vedere nel futuro.
Non in termini di palla di cristallo, bensì in termini di pensiero anticipatorio. E – aggiungo – di capacità di ipotizzare soluzioni verso il futuro.

Il contrario: assenza di “infuturazione”.
Ossia incapacità di vedere – nello specifico – un (proprio) futuro (lavorativo).

La parola infuturazione l’ho ascoltata per la prima volta in un podcast de Il Post dedicato alle emozioni primarie dal titolo “Le basi”. Mi colpì subito e mi è rimasto in mente (anche a distanza di tempo) perché diede una definizione (e quindi una identità) ad un fenomeno che stava già germogliando in me ma che non aveva ancora raggiunto la superficie (come dico scherzando “non era ancora passato dal retrocranio all’avancranio”), manifestandosi in tutta la sua evidenza.

Oggi, reduce da un anno nel quale ho fatto molta pulizia delle tante attività che seguivo ma che stavano diventando un fardello sempre più pesante che alimentava solo una sorta di identità funzionale al far vedere agli altri che facevo cose (alla ricerca di una improbabile approvazione e ammirazione), ho chiaro in mente che non ho la più pallida idea di quale possa essere il mio futuro lavorativo.

Semplicemente non riesco ad immaginarlo.

E in realtà come – per esempio – i social media (luoghi che sono ormai parte integrante della nostra quotidianità, che ci piaccia o meno [NB: ho scoperto che Cal Newport – autore americano che ha fatto della focalizzazione e del minimalismo digitale la sua bandiera, e che vantava la sua assenza dalle piattaforme social – ha aperto un canale YouTube…]), dove tutti (di)mostrano grandi saperi e grandi certezze, ostentando sicurezza e vendendo soluzioni (una modalità che mi ricorda “culture vincenti” del secolo passato), la (mia) perplessità assume dimensioni ingombranti.

Soprattutto se – come me – cominci ad avere una certa età.
Che dovrebbe (secondo alcuni) darti maggiore supporto per le competenze acquisite e le esperienze vissute, unite ad una modalità di pensiero più ponderata (almeno si spera), che dovrebbero renderti unə potenziale esponente della Silver Economy (però in qualità di Prosumer: consumer + producer).

E invece la perplessità genera incapacità di infuturazione che – a sua volta – si porta dietro stallo, disorientamento (per cui necessiti di mettere ordine nelle cose da seguire, gestendo la tanto cara sindrome F.O.M.O. [Fear Of Missing Out]) e pausa nella comunicazione (se e cosa voglio comunicare?).

Ebbene, non so come è da te (che leggi) ma da queste parti più che risposte e soluzioni da condividere ci sono parecchie domande silenziose e necessità di comprensione.

[Foto di Alex wong su Unsplash]

Bastano le softskill?

In questi giorni – visitando il sito dell’Ordine degli Architetti di Milano – ho letto di questo corso in modalità webinar: Modellazione BIM: ArchiCAD 19 Entry Level. E ho iniziato a fare le mie valutazioni sul fatto se farlo o meno, utilizzando come metro di misura la questione “crediti formativi”.

Vedendo l’elevato numero di crediti dati dal corso, di primo acchito ho pensato di lasciare perdere (“Per quest’anno sono a posto”, mi sono detta pensando al prossimo webinar sugli impianti sportivi e quello sulle parcelle, che assieme soddisfano ampiamente il monte crediti del triennio).

Precisamente ho pensato che potevo attendere l’anno prossimo (sperando in una nuova edizione), per poter mettere in saccoccia un cospicuo punteggio.

Pensiero poco professionale, me ne rendo conto. Purtroppo però anche questi conteggi fanno parte delle variabili da tenere in considerazione.

Dopo un po’ si è insinuato anche un secondo pensiero legato alla mia costante perplessità (che a tratti sfiora la preoccupazione) sul tema delle softskill.

Ripropongo l’immagine di un precdente post

Osservando l’elenco si vede che si tratta di competenze soft, utili per ruoli di gestione e coordinamento di persone e informazioni.

Sono indubbiamente indicazioni interessanti ed utili (per certi aspetti molto accattivanti), ma la riflessione che come professionista mi faccio è: “Non possiamo essere tutti manager”.

Può sembrare una banalità, ma l’impressione che ho (come “colei che lavora” e che cerca di capire il futuro del [proprio] lavoro) è che coloro che si trovano nella mia fascia di età, che stanno vivendo questo periodo di transizione e mutazione permanente della professionalità, corrono il rischio di dare un eccessivo peso alle softskill, ignorando competenze più “tecniche” (strumenti da usare, software da apprendere,…).

Dentro questo gruppo mi ci metto anche io pensando ai corsi che frequento (per interesse personale). Si tratta di corsi che non mi insegnano nuovi strumenti, bensì lavorano proprio su quelle competenze utili per gestire, negoziare, filtrare, facilitare, ma che non mi danno “attrezzi operativi”.

La domanda che mi pongo spesso (e che altrettanto spesso faccio finta di non sentire) è:

Se domani mi trovassi nella condizione di cercarmi un nuovo lavoro, cosa potrei fare? Cosa sarei in grado di offrire?

E ancora:

E se mi dovessi creare un lavoro, cosa potrei fare? Cosa sarei in grado di fare?

Se stilo un elenco delle cose che so fare (che so usare, molto prosaicamente) ciò che emerge mi fa pensare.

Esempio: se elenco i software che conosco (e che so usare più o meno bene) e che potrebbero essere spendibili, vedo aree passibili di implementazione. Così come se penso alla evoluzione in corso della professione di architetto, vedo e leggo dell’emergere di nuove caratteristiche professionali che necessitano di nuovi strumenti (a me totalmente ignoti).

E’ per questo che credo che le softskills non siano sufficienti.

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Immagine tratta dal blog di Brandon Jaculina

In un mondo dove tutti siamo destinati a diventare prosumer, non bastano più capacità gestionali e manageriali.

Non possiamo essere solo coach, manager, team builder, scrittori, formatori, storyteller, abili nel public speaking, leader…

Credo che si debba essere in grado di produrre anche qualcosa di concreto.

E’ vero che studi sul futuro della professione parlano di una graduale scomparsa dei lavori cosiddetti manuali (avevo dedicato una riflessione sul tema), ma credo anche che ne stiano nascendo di nuovi che richiedono nuove competenze tecniche sulle quali andare ad innestare le softskill.

Mi dico che devo ricominciare a studiare in quelle aree dove ho smesso, e devo continuare a farlo in un modo diverso e complementare esplorando nuovi campi che scopro durante il percorso professionale. (Un esempio: di recente mi sono iscritta ad un corso online sulle Nanotecnologie; si tratta di un esperimento propedeutico per capire qualcosa di più di un ambito in forte espansione. E so che dovrò andare oltre, esplorando altre aree quali – per esempio – la programmazione, per acquisire nuove competenze tecniche.)

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Immagine tratta da Data Manager

Se dovessi usare una metafora biologica, penso a me professionista come ad uno di quegli organismi che aggregano ed innestano nuove cose sull’esistente, sganciando man-mano quelle che non servono più, in un costante processo di mutazione assolutamente necessario.

Un mutamento quasi sicuramente scomodo e faticoso, ma inevitabile se si vuole sopravvivere.

Alcuni articoli che ho trovato interessanti:

Libri letti di recente che mi hanno fatto pensare alla inevitabile evoluzione della mia professione:

Su questi libri ho fatto delle riflessioni sul mio canale YouTube, insieme ad altri libri letti (qui e qui i due video).

Polverizzazioni

 

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Immagine tratta dal sito Green Me

Scrivo sempre da utente neofita che corre dietro alla evoluzione tecnologica, mangiando costantemente polvere… (a proposito di “polverizzazioni”).

Vivendo la vita digitale (e anche una parte di quella reale) in stato Beta permanente (per usare una espressione coniata da Reid Hoffman e Ben Casnocha usata nel loro libro “Teniamoci in contatto”; che ho iniziato a leggere, ma che è in stand-by da un po’…).
Montando e smontando di continuo.

Ed il titolo del post nasce da una prima considerazione che mi facevo ieri (dopo una chiacchierata con un amico) su cui si è innestata una seconda considerazione nata da una iniziativa segnalata questa mattina su Facebook da Maria Cristina Pizzato.

Partiamo dal principio.
Se volessi dare un significato personale alla parola “polverizzazione” senza passare dal vocabolario, penserei ad una azione di livello superiore allo “sbriciolamento”. Ossia una azione meccanica di riduzione delle pezzature generate dalla frantumazione, rottura, di un oggetto.
Emotivamente parlando, lo considero un termine forte. D’impatto.
Che identifica una azione forte. (Mi ricorda anche il termine anglosassone disruption)

La prima considerazione sulla polverizzazione è partita l’altra sera, durante una cena.
Chiacchierando con un caro amico, sono state inevitabili alcune considerazioni sul (proprio) futuro professionale. Riflettendo su se stessi e sulle proprie competenze, percependo la difficoltà a comprendere il delinearsi all’orizzonte di nuovi mestieri (anche a livello di comprensione linguistica, per quanto mi riguarda), consapevoli della inevitabilità degli eventi.

Top 10 skills WEF

Ormai lo sappiamo bene e non passa giorno che non lo troviamo scritto da qualche parte, o che ci venga detto da qualcuno: che ci piaccia o no, alcuni lavori si stanno letteralmente polverizzando (partendo da quelli più “automatizzati” come cassieri, addetti alle biglietterie di cinema e aeroporti per esempio, per risalire via-via la “gerarchia”).

Ci salverà l’esperienza?

E gli strumenti con cui affrontare queste successive polverizzazioni sono mutevoli.
Mi rendo conto che appare come un paradosso (come diavolo fa uno strumento ad essere mutevole?, si potrebbe domandare qualcuno), ma credo sia realmente così: puoi solo stare allerta, con le orecchie dritte, affinando i sensi per cercare di catturare in anticipo segnali e tendenze.
Imparando sempre cose nuove, anche apparentemente lontane dal tuo mestiere.

10 Job Skills You’ll Need in 2020

Lavorare meno: sarà complicato, ma ci arriveremo

6 Secret Habits of Highly Successful Millennials

E qui arrivo alla seconda declinazione del concetto di polverizzazione: l’istruzione e la formazione.
Che stanno pesantemente mutando, macinati e sbriciolati da nuovi format e da nuovi canali di comunicazione.

In particolare mi riaggancio al post di Maria Cristina Pizzato di cui ho parlato all’inizio di questo post e che segnalava una realtà elearning nuova per me: Emma Mooc.

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Emma Mooc

Una ulteriore opportunità (ancora in versione Beta) che si va ad aggiungere ad altre consolidate realtà digitali di elearning (per citarne alcune: Lynda – recentemente acquisita da LinkedIn – Coursera, edX, SkillShare, … tutte disponibili anche in versione mobile, tanto per dire…)

Senza dimenticare format meno didattici, ugualmente ricchi di stimoli ed informazioni: TED (il più noto), 5×15 (5 speech da 15 minuti), Pecha Kucha Night (con la regola del 20×20: ossia 20 slide da 20 secondi) e la recente scoperta The DO Lectures (scoperto grazie ad un post su Facebook di Francesca Marchegiano).

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The DO Lectures

 

Tutte occasioni di ascolto di storie, di condivisione di esperienze e di competenze.

Tutti format che stanno scuotendo pesantemente la classica formazione in aula che – secondo me – per sopravvivere deve trovare nuovi modi di comunicazione e di coinvolgimento.

In tutta questa mutazione costante c’è da farsi prendere dallo sconforto, lo so.
Hai la sensazione di essere sopraffatto dalla incredibile disponibilità di informazioni.
E temi di non riuscire a stare al passo.
Temi di perdere pezzi importanti per strada.
Ed in questo caso scegliere è veramente difficile, se non impossibile (con buona pace del discorso delle nicchie).

Coraggio, invece!
Rimboccarsi le maniche e darsi da fare.
Creare il proprio piano di studi “open”, dando fondo alla curiosità e alla voglia di esplorare per trovare nuove soluzioni.
Pensando che abbiamo una grandissima fortuna: possiamo accedere a risorse intellettuali pressoché infinite. E non è così scontato.
Una cosa impensabile fino a pochi anni fa…

Buon surfing!

[Immagine di copertina tratta da http://www.antichitadelsito.it]

Programmazione Vs. “work in progress”

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Qualche mattina fa ti fai questa riflessione (inizio anno, tempo di riflessioni):

[Portate pazienza… è l’età… mia…]
Son sempre qui che scartabello e scrivo, prendo appunti e ragiono attorno agli appunti presi.
E mi domando una cosa: ha ancora senso fare una programmazione a cinque/dieci anni?
Secondo me, no.
O meglio, può avere un senso come idea generale, di massima.
Ma come idea di dettaglio, secondo me, non è più il momento adatto.
Il mondo come lo abbiamo visto fino a ieri non esiste più.
E non ci è consentito programmare con grande dovizia di particolari cosa vuoi essere (o dove vuoi essere) fra “x” anni.
Semplicemente perché questo non è più possibile.
Quella che va bene adesso, fra un anno non va più bene.
(Anche prima magari)

Una riflessione che mi stavo facendo come “Barbara Olivieri”, libero professionista, architetto che lavora in una piccola società di Ingegneria, che continua ad esplorare aree di interesse magari anche (apparentemente?) lontane fra loro alla ricerca di ispirazioni, idee, spunti e punti di contatto inaspettati.
Con la preoccupazione costantemente appollaiata sulla spalla che tutto quello che oggi sto vivendo professionalmente, domattina potrebbe non esserci semplicemente più.

E poi, qualche giorno fa, leggo questo articolo di Luigi Centenaro: “Cinque pezzi facili sul lavoro: 1.The End of the Age of Jobs”.
Leggo all’interno del post di ricerche, analisi, di “bassa” e “alta” competenza.
Cose che, se per un giovane possono generare ansia per il proprio futuro, ad un migrante digitale di 46 anni (io) fanno tremare le ginocchia.
Anche se sei un “migrante digitale” nato professionalmente con la partita IVA, che vive con la partita IVA e che morirà con la partita IVA (senza vedere la pensione…).
(E questo – negli ultimi tempi – mi ha fatto pensare che il miraggio del posto fisso mostrava già segni di declino la bellezza di 20 anni fa, quando mi laureai, e sentirne parlare ancor oggi da ragazze e ragazzi che hanno la metà dei miei – letterlamente – mi fa venire i brividi.)

Ma il post non è scoraggiante.
E’ pragmatico.
Arricchito di dati e utile a farti ragionare.
Tant’è che nel commentarlo su Facebook, e nel confrontarsi con altri interlocutori, mi è venuta una idea.
Che è sempre stata lì, in realtà, ma che avevo accantonato un momento per capire e concentrarmi su altre cose.
E che proprio il giorno prima si era fatta sentire in modo trasversale, mentre pianificavi alcune attività per i prossimi mesi.

Ora sono curiosa di leggere i successivi post di Luigi Centenaro, sui quesiti che chiudono il suo articolo:

Come mi formo per affrontare questo continuo cambiamento e che ruolo avranno le Università?
Come rendo il mio business e la mia vita sostenibile finanziariamente, sia ora che in futuro, in assenza di pensione?
Come mi faccio trovare dal lavoro che non so neppure che esiste e che ruolo avrà il Personal Branding sul dipendente del futuro?
In che modo le organizzazioni dovranno predisporsi per gestire tutto questo?

[Immagini tratte da: Evisors Blog (copertina) – Centenaro.it (articolo) ]

Parole chiave: obiettivi – vincente

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Ci sono delle parole, delle parole-chiave, che sortiscono effetti positivi, evocando belle sensazioni.
E ci sono altre parole-chiave che provocano l’effetto opposto.

Questo post (come tutti i post di questo blog) esprime una opinione personale che non vuole essere offensiva nei confronti di nessuno.
Si tratta semplicemente della condivisione di impressioni e sensazioni generate da determinati modus-operandi linguistici e visivi, che non condivido (più).

Quanto viene espresso potrà sembrare un po’ duro ed aggressivo, ma è generato da stanchezza nell’ascoltare sempre le stesse cose, in una caduta libera di fantasia e creatività.
Posso sperare che – nel piccolo – quanto scritto qui costituisca un spunto di riflessione per qualcuno.

Andiamo ad iniziare.

Ieri sera mi sono messa a fare ricerca (quasi per associazione di idee) sul web e sono incappata in un paio di figure che avevano un comune denominatore in una parola chiave che mi fa letteralmente venire l’orticaria al solo sentirla pronunciare: “vincente”.

Questa, insieme all’altra parola-chiave tanto in voga “obiettivi” (nell’accezione ansiogena), sono vocaboli che mi rendono veramente insofferente nei confronti di chi le pronuncia.

Ben inteso, non sono una che non si pone degli obiettivi.
Sul lavoro è uno stabilire obiettivi una-via-l’altro, procedendo per precisi step intermedi all’interno di lavori di progettazione piuttosto estesi, consegnando commesse…
Tutto è governato da obiettivi intermedi e/o finali.
Ma quello che non sopporto più è il martellamento di dover assoggettare tutto o quasi a precisi obiettivi, pianificando ossessivamente e compulsivamente tutto.
Con l’incubo (la minaccia) che se non lo fai sei un povero tapino, disgraziato e pure fallito che non concluderà mai nulla nella sua vita, marchiato in una sorta di evoluzione della Lettera Scarlatta.

L’altra parola (vincente) poi viene associata automaticamente, nella mia testa, a figure di manager (o presunti tali) fotografati a braccia conserte, di tre quarti, con un sorriso vincente (appunto).
Oppure fotografati con sorrisi a trecentosettandue denti, coi pollici alzati, vincenti (appunto).
Se poi sfoggiano una abbronzatura caraibica, ancora meglio…

Qualcuno mi potrebbe giustamente chiedere: “Ok… Va bene… E quindi? Cosa proponi in alternativa?”

Propongo un po’ di “sano pragmatismo”.
Nulla più.
Non uno stracciamento di vesti.
Non un lamento, accompagnato da pessimismo sottile e strisciante.
No.
Voglio solo un po’ di sano pragmatismo.

Sano pragmatismo
Una definizione di cui mi sono letteralmente innamorata appena l’ho sentita pronunciare.
Per me rappresenta concretezza, fatica (certo), ma anche capacità di guardare in faccia ai problemi (magari se li chiamiamo “questioni” suona meglio e meno drammatico) con la volontà di trovare una sana e concreta via di uscita (che c’è).

Sano pragmatismo mi riporta anche parole dense di significato, che costituiscono pilastri importanti su cui poggiare la costruzione di cose/iniziative/idee solide.
Parole che ci siamo dimenticati, buttandoci a capofitto su altri vocaboli presi in prestito e scimmiottati da una cultura che non ci appartiene.
Nella speranza, forse, che il loro utilizzo ci possa far fare cose diverse.
Ma che – per come la vedo io – poggiando sull’inconsistente, non portano a nulla se non ad un risultato effimero e di breve durata.
Un risultato che magari non ti appartiene e che risulta essere di superficie, non tuo.

Quindi basta con il linguaggio pushy, per favore.
Basta con queste immagini rampanti così démodé.
Fa molto anni ’80.
E gli anni ’80 sono finiti da mo’.

C’è altro là fuori.
C’è ben altro.
E richiede una linguistica ed un comportamento ben diversi.

Richiede meno inconsistenza e proclami e slogan.
Richiede più concretezza, flessibilità e forza/energia risolutiva.

Almeno secondo me.

Siamo tutti generali

Falegname

Siamo tutti generali” ha detto un collega geologo un venerdì sera, in una riflessione tipica da chiusura di settimana lavorativa.

È vero, condivido: siamo tutti generali.

Siamo tutti manager, nelle più disparate declinazioni: social, project, marketing, community, office, e chi più ne ha più ne metta.

Siamo tutti coach (nelle più disparate declinazioni: life, executive, project, e chi più ne ha più ne metta…).

Siamo tutti filosofi, facilitatori, sociologi, e lo sa Dio cos’altro.

Siamo tutti a caccia di titoli (Prof., Ing., Arch., Comm., Cav., Dott., e chi più ne ha più ne metta…).

Siamo tutti impegnati a pluridecorarci di master costosissimi e – spesso – perfettamente inutili. Per la gioia di chi li organizza.

Siamo tutti impegnati a vendere parole.

Tutti vendiamo servizi…

E non mi torna.

Continua a non tornarmi.

E non mi torna sempre di più.

Questo disagio lo avverto già da un po’.

Osservando internet, leggendo, parlando con altra gente, lavorando, mi aggiro da un po’ – smarrita – con una domanda: “Sì, va bene, ma chi fa?

Sì, va bene, ma chi realizza?

Chi costruisce qualcosa di concreto?

E mi pongo la domanda: sì, ma io che faccio? Come li misuro i miei risultati?

Tempo fa una persona che stimo mi ha chiesto (e ‘sta domanda continua a girarmi nella testa): “Ma tu cosa fai?

Bene, sono rimasta spiazzata perché non sono riuscita a dare una risposta che avesse un senso per me e per il mio retrocranio. Anche se faccio un mestiere che è già più identificabile di tanti altri, seppur la mia figura professionale (ossia il “professionista Barbara Olivieri”) sia già pesantemente ibridata da molto tempo prima che la parola “trasversalità” diventasse il mantra/tormentone degli ultimi tempi.

Non so, forse essendo una migrante digitale, sono a cavallo di un passaggio epocale del quale faccio fatica a vedere l’orizzonte a lunga gittata.

Oppure, forse, c’è un oggettivo problema di assoluta mancanza di concretezza. Di materialità.

E se è così, penso si sia prossimi ad un pesante aggiustamento.

Spero salutare.

Perché non si può continuare a vendere virtualità, immaterialità, inconsistenza.

Qualcuno deve costruire case.

Qualcuno deve realizzare pentole.

Qualcuno deve realizzare scarpe.

Qualcuno deve realizzare vestiti.

Qualcuno deve produrre cibo…

Le cose devono essere realizzate fisicamente.

Mica viviamo di aria e di irrealtà.

E mi torna in mente una immagine che mi ha raccontato mio papà: di recente (per questioni di lavoro) ha fatto un salto al Salone del Mobile. È rimasto colpito da uno spazio dove c’era una dimostrazione di lavorazione del legno: ragazzi che lavoravano i pezzi di legno, trasformandoli in oggetti. C’era una folla impressionante di giovani ad assistere e a prendere informazioni.

È un segnale.

Un buon segnale (secondo me).

Sì, perché io sono fondamentalmente concreta e leggere di questo mi fa ben sperare. In cosa non so. Ma mi fa ben sperare.

Perché amiamo tutti leggere, amiamo tutti parlare, amiamo tutti spiegare, amiamo tutti scrivere… E tutto questo è molto bello.

Però le cose, gli oggetti, poi devono essere fatti… Secondo me…

Forse è per questo che amo molto i cantieri

“Facciamoci avanti (Lean in)” – Sheryl Sandberg

libro

Ho da poco terminato la lettura del libro “Lean In” (tradotto in italiano “Facciamoci avanti“) scritto da Sheryl Sandberg (Direttore Operativo di Facebook).

L’ho iniziato con scarsa convinzione: un po’ per quanto avevo letto sul web (che mi faceva intendere un cambio di passo sostanziale rispetto allo stile misurato di Susan Cain), un po’ a causa della introduzione scritta da Daniela Riccardi (Amministratore Delegato di Diesel, attualmente al termine del suo mandato, ed ex-Amministratore Delegato di Procter&Gamble Cina).

Quanto avevo letto sul libro (prima che venisse pubblicato e durante la fase di lancio pubblicitario) mi aveva fatto pensare ad un testo in tipico stile aggressivo-manageriale-americano. Ed appena uscita dal libro-soft (ma non per questo meno emozionante) “Quiet“, temevo – presupponendo – una dissertazione ad “alto impatto”.

E – purtroppo – l’introduzione aveva iniziato a confermare le mie pre-riflessioni: Daniela Riccardi dissertava con stile energetico (troppo energetico e vincente, secondo me) della difficoltà di essere mamma-manager che si doveva dividere tra aerei-marito-figlio-nanny (alias baby sitter), non necessariamente in questo ordine. Mentre leggevo le pagine iniziali pensavo – tra me e me – “Vallo a dire a quelle donne che non hanno una nanny al seguito come se la devono cavare!” (ed io ne conosco alcune…).

Invece, superato lo scoglio, nelle prime pagine Sheryl descrive sé stessa (ai tempi di Google) come una creatura stile “balena” (era incinta di uno dei suoi due figli), con camminata “a papera”, afflitta una nausea (che la perseguiterà per ben nove mesi). Insomma una descrizione umana e simpatica che riesce a farti vedere l’autrice non come la super-manager vincente, ma come una donna che si trova – sì – in una posizione privilegiata, ma che comunque si scontra con le difficoltà lavorative, con gli ambienti maschili e la gestione di una famiglia (ed il senso di inadeguatezza da mamma, accompagnata da sindromi da workaholic).

E’ un po’ il racconto della sua esperienza di vita e delle riflessioni che la accompagnano nella sua quotidianità lavorativa e umana.

Niente di epocale, ma comunque una dissertazione abbastanza trasversale e parecchio vivace (e leggera) sul binomio donne-lavoro. Da un punto di vista americano (dove non è tutto rose e fiori, come possiamo immaginare… tutt’altro…).

Si lascia leggere piacevolmente e ti fa fare qualche considerazione (soprattutto quando si parla dell’auto-sabotaggio, argomento a me molto caro…).

Una nota un po’ stonata è forse il finale: ho trovato la call-to-action troppo enfatica. E qui capisco anche perché il libro sia stato etichettato come un testo filo-femminista (cosa che l’autrice nega più volte nel corso della narrazione).

Comunque qualche spunto qui e là c’è.

Di seguito riporto quelli che mi hanno colpito di più:

“Non penso più che esista un professionista dal lunedì al venerdì, e una persona vera per il resto del tempo. Probabilmente questa separazione non è mai esistita e, oggi che viviamo nell’era dell’espressione individuale, aggiornando di continuo il nostro stato su Facebook e twittando ogni minima mossa, ha ancora meno senso. Anziché indossare una falsa “personalità tutta-e-solo-lavoro”, penso che ci farebbe bene esprimere la nostra verità, parlare di situazioni personali e riconoscere che, spesso, le decisioni professionali sono dettate dalle emozioni.”

“[…] la vera leadership nasce da un’individualità espressa onestamente e, talvolta, in modo imperfetto. Tutti ritengono che i leader dovrebbero privilegiare l’autenticità anche a scapito della perfezione.”

“Avere tutto” è da vedersi come un mito e, come molti miti, può comunicare un utile ammonimento. Pensate a Icaro, che si librò a grandi altezze con le ali preconfezionate con le sue mani. Il padre lo aveva avvertito di non volare troppo vicino al sole, ma Icaro ignorò il consiglio. Volò ancora più in alto, le ali si sciolsero e precipitò a terra. Il perseguimento di una vita sia professionale che privata è un obiettivo nobile e raggiungibile, ma fino ad un certo punto. Le donne dovrebbero imparare da Icaro a puntare al cielo, ma tenendo presente che tutte noi abbiamo dei limiti oggettivi.”

“Fatto è meglio che perfetto”
La ricerca della perfezione porta alla frustrazione nel migliore dei casi, e alla paralisi nel peggiore.”

“Sarà piuttosto caotico, ma abbracciate il caos. Sarà complicato, ma gioite delle complicazioni. Sarà del tutto diverso da come pensate, ma le sorprese vi faranno bene. E non spaventatevi: potrete sempre cambiare idea. Io lo so bene: ho avuto tre carriere e quattro mariti.” [Nora Ephron alla cerimonia di conferimento delle lauree a Wellesley nel 1996.]

“So che non è istintivo, ma io successo a lungo termine nel lavoro spesso dipende dal non cercare di accontentare ogni richiesta che ci viene fatta. Il miglior modo per lasciare spazio sia alla vita che alla carriera è fare deliberatamente delle scelte: porre dei limiti e rispettarli.”

“Il generale Colin Powell […] spiega che la sua visione di leadership rifiuta “gli stronzi stakanovisti” che trascorrono lunghe ore in ufficio senza rendersi conto delle conseguenze sul loro staff. […] “Li pago per la qualità del loro lavoro, non per il numero di ore”

Se dovessi adottare una definizione del successo, direi che successo significa fare le scelte migliori possibili, e accettarle.

Ogni lavoro richiede un sacrificio. Tutto sta nell’evitare i sacrifici inutili. Questo è particolarmente difficile perché la nostra cultura del lavoro dà molto valore alla dedizione totale . Temiamo che menzionare altre priorità ci faccia perdere valore come lavoratrici.

“Leadership significa migliorare la condizione altrui grazie alla vostra presenza e accertarsi che i risultati siano duraturi anche in vostra assenza” [Youngme Moon, Frances Frei e Nitin Nohria – Harvard Business School]

I genitori a tempo pieno – per lo più madri – rappresentano un’ampia quota del talento che ci aiuta a sostenere le scuole, le organizzazioni non profit e le comunità locali.

Alzare la mano e dire “Non si può fare” è garanzia che non si farà mai.

Buona lettura!

Questo il sito del progetto “Facciamoci avanti”: www.facciamociavanti.it

Questo il sito del progetto americano (originale) “Lean In”: http://leanin.org/

Put Yourself in His/Her Shoes

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Put yourself in his (or her) shoes

Questa indicazione mi è rimasta impressa dal convegno di William Ury dello scorso ottobre a Vicenza. Letteralmente significa: “mettiti nei panni dell’altro“. E, nello specifico, l’affermazione era riferita a tecniche di negoziazione volte al sistema win-win.

Ma di recente mi è tornato in mente che lo stesso sistema è utile applicarlo anche quando si scrive per qualcuno: un racconto, una relazione, un articolo…
Ossia mettersi nei panni di chi legge.

E proprio nella settimana appena conclusa ho avuto modo di ripescare questa preziosa indicazione in occasione di una relazione che abbiamo consegnato.

All’interno di un importante lavoro di pianificazione territoriale che stiamo conducendo, abbiamo dovuto redigere della documentazione in lingua inglese che verrà a sua volta tradotta in arabo.

Le complicazioni non mancano: oltre al passaggio “italiano-inglese/inglese-arabo”, anche gli argomenti da noi trattati (elettricità e telecomunicazioni) non sono così immediati (oltre a richiedere una certa precisione linguistica).

Infatti a differenza delle altre discipline (housing, agricoltura, turismo, infrastrutture, trattamento rifiuti e trattamento delle acque), per alcuni aspetti più comprensibili e più “familiari”, l’elettricità e le telecomunicazioni sono ambiti più tecnici e che trovano una minore diffusione nella cultura popolare (pur essendo fondamentali per garantire e supportare anche gli altri aspetti sopra elencati).

Quindi ci siamo trovati a dover ri-analizzare approfonditamente i testi da noi redatti, dopo che il cliente ci ha chiesto dei chiarimenti interpretativi: “La mia preoccupazione è che questo materiale [redatto in inglese n.d.r.] debba essere tradotto in arabo e che questo passaggio comporti una distorsione dei significati contenuti.”

Effettivamente rileggendo la relazione insieme al cliente, ho potuto constatare che – sì – aveva ragione.
Avevamo commesso l’errore di scrivere dando per scontato una serie di concetti di base (tipici degli ambiti da noi trattati) che sarebbero sicuramente risultati sconosciuti ai traduttori (che, molto probabilmente, non sono persone appartenenti ai settori coinvolti nel lavoro di pianificazione).

Ecco quindi che alcune frasi e spiegazioni sono state riviste e “tradotte” in concetti più comprensibili (magari allungando anche un po’ i testi, per fornire qualche spiegazione in più), eliminando capillarmente tutte le presupposizioni che permeavano lo scritto.

Come è stato fatto?
Facendosi delle domande mentre si rileggeva il testo.
“Che cosa intendo per…?”
“Che cosa sto comunicando?”
“Che cosa voglio comunicare?”
“Qual’è l’obiettivo di questo intervento sul territorio?”

Non è stato semplice. Anzi, a volte ci si è confrontati coi colleghi fino allo sfinimento.
Ma è stato utile per spostare il focus e per far sì che ci si mettesse (a fatica) nei panni di chi leggerà il documento finale, passando attraverso l’immedesimazione di chi tradurrà i testi, con l’obiettivo di essere i più chiari possibile.

Speriamo di avere ridotto al minimo il margine di errore interpretativo.

Sicuramente, la prossima volta, partiremo da subito mettendoci nei panni del lettore finale, lavorando per produrre documenti comprensibili in tal senso, ponendoci domande volte a migliorare il trasferimento e la comunicazione delle informazioni.

Qualche buona idea (banale?) per gestire una riunione

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Stamattina avevo giurato a me stessa, e promesso, che avrei esternato il mio disappunto sulla riunione di oggi.

Poi stasera, complice una cena e quattro chiacchiere con una amica, sono tornata a più miti consigli. Ma questo non mi solleva dalla promessa (fatta a me stessa) del condividere qui un paio di riflessioni sulla gestione delle riunioni.
Potranno sembrare considerazioni banali, ma forse non lo sono così tanto, se vedo sistematicamente il verificarsi di certe situazioni.

Il precedente: stamattina levataccia per una riunione presso una società veneta, per il “kick-off meeting” di una importante commessa relativa ad una pianificazione territoriale.
La riunione era convocata per le 10.00 del mattino (noi arriviamo con 15 minuti di anticipo).
I primi membri compaiono intorno alle 10.30.
I successivi 30 minuti sono spesi per preparare la sala riunioni, approntando i collegamenti per la call-conference (fallita) per le persone che non potevano essere presenti.
Io inizio ad innervosirmi.
Ma mi devo trattenere per non distruggere un rapporto professionale collaudato.
Finalmente la riunione inizia e si parte con slide, dettagli ed esame degli indici delle relazioni.

Una precisazione: il gruppo di lavoro era già collaudato. La new-entry eravamo noi.
Nessuno ci ha presentato i membri partecipanti alla riunione, specificando il loro ruolo.
Nessun inquadramento generale della commessa, a sorta di riepilogo e di controllo dello “stato di fatto” (con successiva discesa nei dettagli).

Una riunione che ho faticato a seguire, cercando di comprendere il senso e gli obiettivi degli argomenti trattati.
Una riunione che era una profusione di dettagli e di presupposizioni.

Alla fine della giornata (che comunque ha successivamente preso una piega leggermente diversa, dopo una falsa partenza), sulla strada verso casa, ho riflettuto e sono rimasta perplessa dalla ovvietà delle cose non fatte.
Eppure si tratta di una sorta di check-list abbastanza nota:
iniziare la riunione puntuali (nel rispetto dei partecipanti, a maggior ragione se arrivano da lontano);
arrivare qualche minuto (abbondante) prima per allestire la sala e controllare che tutti i dispositivi elettronici funzionino;
presentare i partecipanti (brevemente), illustrando il loro ruolo (rifarlo quando c’è qualche nuovo ingresso).
E – cosa molto importante – far gestire la riunione a chi è capace di farlo: un capo-branco in grado di tenere il branco assieme, in carreggiata, controllando che non ci siano inutili divagazioni che comportino dispendio di tempo ed energie.

Sono tutte cose ampiamente note, ma che forse non vengono tenute in sufficiente considerazione visto il costante assistere a riunioni dall’andamento frammentato.

Speriamo in una prossima occasione più organizzata.
Confido in una seconda possibilità…

Ibridazione e Contaminazione

Ho scelto per questo post una foto dell’opera di Salvador Dalì, “Geopolitico che osserva la nascita di un nuovo uomo” (1943), perchè trovo i quadri di Dalì fortemente visionari, evocativi e pregni di immagini ibride e contaminanti.

E parto da qui per riflettere sul concetto di “ibridazione” e di “contaminazione“.

Su Wikipedia alla voce “Ibrido” si legge di ibridazione biologica, chimere e altre cose che evocano immagini mitologico-orrorifiche ed immagini di orrori di sperimentazione biologica. Mentre alla voce “Contaminazione (letteratura)“, si leggono definizioni più consone all’idea che io ho dei concetti in questione.

Credo che sia molto diffusa una concezione negativa dell’ibridazione e forse è per questo che quando, durante una chiacchierata, alla mia affermazione che io mi sento un ibrido (professionalmente parlando), ho suscitato qualche perplessità.

Ma questo non ha cambiato la mia idea. Anzi, recentemente, è stata rafforzata dal libro di Herminia Ibarra, “Identità al lavoro”, che – per me – ha rappresentato una vera e propria rivoluzione copernicana in termini di approccio al cambiamento, all’interno di una realtà in forte mutazione.

Ed una ulteriore prova, nonché una concretizzazione di questa idea, mi si sta presentando davanti nel corso della prossima settimana: sarà uno dei numerosi (spero!) momenti nei quali testerò l’effettiva valenza del concetto di ibridazione professionale e contaminazione culturale. Infatti mi accingo a partecipare (come uditore neofita) ad un convegno sulle nuove professioni in ambito digitale (Job Matching a Milano, martedì prossimo 6 marzo) e mi accingo a fare un check delle capacità acquisite in ambito Coaching (l’8 marzo) e parteciperò alla presentazione del libro “Create!” di Mirko Pallera (fondatore di Ninja Marketing) previsto sempre per il giorno 8 marzo, alla libreria Fnac di Milano, con l’obiettivo di annusare l’ambiente digitale e di trarne ulteriore ispirazione.

Mi sto rendendo conto che la mia formazione accademica (laurea in Architettura) e la mia professione (lavoro da quasi 15 anni nell’Ingegneria), rappresentano già un primo fenomeno di ibridazione (come mi è stato evidenziato da tanti clienti).

Ora, nell’ultimo anno e mezzo, ho mosso i primi passi nella realtà digitale, immergendomi nel web e facendomi assorbire da questi scenari – per me nuovissimi – e dalle sue potenzialità per me quasi inesplorate.

Se a questo aggiungo il rinnovato interesse per l’Arte (il recupero di quanto studiato al Liceo Artistico) e tutte le forme di Creatività (digitale e non), una effettiva commistione di interessi c’è.

E mi trovo, come tanti (se non tutti), in un momento molto particolare e di transizione della realtà lavorativa: mi rendo conto che è necessario rivedere il concetto di professione svolta fino ad oggi (anche e soprattutto intorno ai 40 anni, la mia età, dove ci si trova a metà del percorso lavorativo).

Nei mesi scorsi mi sono presa del tempo e ho scritto (in una sorta di brainstorming in solitaria) cosa mi piace fare, cosa mi diverte e cosa mi viene facile (senza che accusi fatica fisica e mentale): sono emersi spunti interessanti e ho buttato via cose che non servivano più (in una sorta di feng-shui mentale, come dice la mia amica Sara), rimuovendo un po’ di ruggine stratificata nel tempo e focalizzando.

Ora, continuando la sperimentazione, il grosso del lavoro sta nel collegare cose nuove e cose note in modo diverso rispetto a quanto fatto finora. Perchè la chiave ed il futuro della (mia) professionalità è lì: bisogna inventarsi qualcosa di nuovo, continuando ad indagare e a sperimentare. Continuando ad essere ricettivi, aprendo la propria mente e funzionando come i migliori radar mai esistiti. Anticipando i tempi e cercando di stare sempre un passo avanti.

Non è facile. Anzi è molto difficile.

Vanno scardinati vecchi processi mentali (cristallizzati nel tempo), vanno coltivati nuovi interessi, vanno fatti esperimenti. Va fatta (tanta) fatica. Ma, per come la vedo io, va fatto se si vuole sopravvivere e – soprattutto – rinascere.

E va buttata a mare la pigrizia e la paura. La paura dell’ignoto. Perchè “l’ignoto è quel luogo dove tutte le idee prendono forma…”.