2019

In questi giorni di ritmo pigro e riflessioni sull’anno che è stato e su quello appena iniziato, non mi ero resa conto che il 2019 è la data nella quale fu ambientato “Blade Runner” (uno dei mie film preferiti in assoluto).

Sono stati i media a ricordarmelo attraverso servizi giornalistici e articoli che confrontano quanto veniva ipotizzato come scenario futuro (il film è del 1982) e quanto è effettivamente accaduto (o sta accadendo) oggi.
In termini di clima, tecnologia, robotica e comunicazioni.
(FanPage Tech, il Corriere ed il Secolo XIX sono alcune delle testate che hanno dedicato articoli alla celebre pellicola di Ridley Scott, che – tra l’altro, a mio avviso – ha riscritto la cinematografia.)

Foto ©Warner Bros

E se sulla tecnologia siamo “in prossimità di”, sulla questione clima siamo apparentemente lontani, ma non più di tanto.
Cosa che – confesso – mi genera non poca inquietudine.

Infatti è di qualche giorno fa il post di Internazionale (Tutti i semi del mondo conservati tra i ghiacci dell’artico) che condivide un breve documentario sullo stato di fatto e di gestione della “Banca delle sementi” ospitata sulle isole Svalbard, raccontando della emergenza dello scioglimento dei ghiacci che sta compromettendo la tenuta della struttura e la conseguente salvaguardia di quanto conservato al suo interno.

Immagina dal sito http://www.green.it

Ma non è finita qui.

E’ di stamattina un articolo di “The Vision” (testata giornalistica online alla quale sono iscritta, che invia una newsletter ogni mattina, facendo un resoconto delle principali notizie dal mondo) che anticipa che, se proseguiamo in questa direzione e con questo ritmo, entro il 2030 potremmo (ri)trovarci nelle condizioni climatiche del Pliocene:
In due secoli l’uomo ha distrutto un equilibrio climatico che esisteva da 50 milioni di anni.

Non ho soluzioni in tasca per problemi di questa portata.
E da comune cittadina che cerca di vivere al meglio la sua quotidianità, nel rispetto degli altri e di ciò che mi circonda, non posso fare altro che continuare (iniziare, forse) a parlarne e scriverne, cercando di prestare sempre attenzione a ciò che faccio e all’impatto che le mie azioni hanno sull’intorno.

Immagine dal sito http://www.vita.it

Ma in tutto questo divagare all’interno di informazioni che si diramano per link successivi, ritornando all’origine (e cioè a Blade Runner e alla “sua” Los Angeles) mi è sorta una ulteriore riflessione a latere che riguarda il grande dibattere che in questi ultimi tempi si fa attorno alle città.
Conosco persone che ne hanno inziato a parlare con largo anticipo, indicando un ritorno delle “città stato” come “nuove” (forse mai tramontate) entità urbane.

Scenario (ed argomento) – questo – che meriterebbe un altro post dedicato ad esse, alla progettazione condivisa (legata anche alle periferie), alle “città-prototipo” che stanno nascendo in alcune aree del mondo (Cina, Paesi Arabi, per citarne solo un paio) e che forse è quello – tra l’altro – che mi sta inconsapevolmente facendo orientare ad un mio “interesse di acculturalmento localizzato” nella città in cui vivo, a discapito della pulsione esterofila e di internazionalizzazione di alcuni amici.
(Ma questo è veramente un altro discorso…)

Alcuni link interessanti (a titolo esemplificativo e non esaustivo):

[Immagine in evidenza ©Warner Bros]

Della singolarità ed esponenzialità nella biotecnologia

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Foto da Pixabay

Stamattina – grazie ad un contatto su Facebook – ho letto l’articolo del World Economic Forum dal titolo “7 ways the ‘biological century’ will transform healthcare”.
Ed è stato immediato farmi alcune considerazioni.

La prima.
Siamo arrivati alle soglie della creazione del super-uomo.
E stiamo per varcare quella soglia (se non lo abbiamo già fatto).

[Qui un post di un anno fa nel quale raccontavo della due giorni della prima conferenza italiana di Singularity University, dove ebbi modo di ascoltare segnali per me inequivocabili.]

Questo perché, leggendo l’articolo del WEF, è stata per me immediata l’associazione con l’idea di processi di selezione di “mattoni” buoni per costruire esseri viventi più resistenti e più sani.

E se questa è una cosa molto bella, vista nella accezione della cura e sconfitta di malattie gravi e/o fino ad oggi incurabili, e nella riparazione di danni fisici subiti (è di questi giorni la notizia di un intervento di impianto spinale che ha consentito a tre pazienti di ricominciare lentamente e faticosamente a muoversi), dall’altro rende sempre più evidenti le implicazioni etiche che operazioni di questo tipo fanno sorgere (questione che viene evidenziata nello stesso articolo soprattutto da un punto di vista normativo):

In parallel, the next wave will be led by a distributed labs around the world, including China and other regions; medicine will be no longer dominated by the US and Europe. The regulatory environment in the US and Europe makes clinical trials somewhat difficult, and for good reason. However, China has a more open view of regulation in many new areas of medicine, coupled with the world’s largest market for most diseases and medical procedures.

E la seconda considerazione è proprio legata all’etica.
Se ne parla sempre di più: la questione assume importanza sempre maggiore.
E non può più essere ignorata.

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Foto da Pixabay

E se stanno nascendo corsi dedicati, si scrive molto in tema di “etica vs AI”, si redigono tesi e si stanno aprendo scenari professionali interessanti (a tale proposito seguo sempre con grande interesse il blog di Paolo Benanti, Francescano del Terzo Ordine che tratta di etica e scienza in modo molto aperto e laico), ho la percezione – nel contempo – di una attenzione focalizzata solo su specifici argomenti.

Per esempio – uno tra i tanti – sull’etica della guida autonoma (dove l’Intelligenza Artificiale deve decidere in situazioni di rischio come comportarsi):

Mentre non vedo (forse perché non sono in grado io di trovare le informazioni) approfondimenti sulla “operatività limite” (molto borderline) che coniuga Genetica  –  Etica – Big Data – Intelligenza Artificiale.
Un mix che apre scenari entusiasmanti nella cura dell’essere umano.
Ma che – se non ben gestita e regolamentata – rende molto concreto quanto da noi solo passivamente sperimentato (tra l’affascinato, l’incuriosito e l’impaurito) leggendo libri e/o vedendo film e serie TV.

Chiudo con due spunti di riflessione ulteriori.
Un Talk — che ebbi modo di ascoltare dal vivo e che mi dissero divise la platea — ed un sito che intercettai per puro caso diversi anni fa e che mi inquietò non poco:

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©Black Mirror – Arkangel

 

[Immagine di copertina: Cyborg di iWebDesigner]

La mia piccola “miracle morning”

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Foto Pixabay da Pexels

Complice la #SheTechBreakfast di lunedì (organizzata da She Tech di cui sono socia da pochi mesi), che mi ha spinto ad alzarmi prima dell’alba, e che ha inaugurato la nuova (vecchia) abitudine di (tornare a) alzarmi presto alla mattina, sto facendo una delle mie “scoperte dell’acqua calda”.

Premesso che non ho letto il libro “The Miracle Morning”, ma leggevo i post di un amico che ne condivideva dei passi su Facebook in una sorta di cronaca di lettura e applicazione del metodo.

Premesso che alcuni amici mi decantavano della bontà dell’alzarsi al mattino presto da ben prima di Hal Elrod (ed io ho sempre ascoltato ed annuito con condiscendenza, ma scarsa convinzione interiore, raccontandomi che “sono più gufo che allodola”…).

Adesso –  nel migliore rispetto della tradizione di “testa dura” quale io sono – ne sto constatando la bontà.
Per puro caso.

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Foto Pixabay su Pexels

Infatti sono già tre mattine che mi alzo intorno alle 6:00 (fascia oraria tra le 5:30 e 6:30 a seconda della sveglia impostata e del ciclo del sonno monitorato dalla applicazione Sleep Cycle, che consiglio caldamente di utilizzare) e – passato il primo giorno nel quale ero profondamente frastornata ma motivata dalla “colazione in Microsoft” – sto osservando dei benefici: umore migliore, maggiore lucidità mentale e (questo molto stranamente) maggiore velocità nel prepararmi e sistemare la casa (prima di uscire).

E la maggiore lucidità e velocità operativa (pur restando sempre un bradipo – animale che adoro – in confronto ad altri) sono associate ad una maggiore focalizzazione sulle attività da svolgere di prima mattina (ma anche durante la giornata).

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Foto di Ryan McGuire su Gratisography

Non faccio nulla di strano, di nuovo o di differente, ma forse la solita routine che eseguo, la svolgo in modo diverso:

  • mi alzo procrastinando meno;
  • faccio la mia colazione (come da indicazioni della mia nutrizionista, che seguo da due anni);
  • leggo mentre sorseggio il caffè…
    e qui spendo due parole in più perché leggere (libri, post,…) è una delle mie attività preferite (e di cui scrivo spesso qui sul blog). Ma la mattina mi accorgo che ho una preferenza di genere e di format: prediligo post di blog, LinkedIn o Medium… letture brevi (magari anche in inglese, con lo scopo di “scaldare un po’ i neuroni”), oppure capitoli di manuali (nello specifico ho in corso di lettura “#letturasenzafine” di Paolo Costa e “Più vendite in meno tempo” di Jill Konrath e quest’ultimo è particolarmente indicato per letture mattutine, essendo organizzato per capitoli brevi e molto chiari);

dopodiché,

  • doccia, vestizione, trucco…
    anche qui andando verso una essenzialità lenta e inesorabile: trucco sempre più minimale (man mano che si avanza con l’età ci si trucca sempre di più o sempre di meno, osservavo con alcune amiche, ed io appartengo alla seconda categoria…), abiti sempre più “standardizzati” e facilmente abbinabili fra loro (di questo discutevo proprio qualche sera fa con una amica minimalista, ragionando da tempo sulla essenzialità adottata da alcune figure influenti dei nostri giorni… essenzialità che fa riflettere sia in termini di rapidità, sia in termini di riconoscibilità).

E poi – via – verso il treno, con zainetto in spalla.

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Foto di Oswaldo Ruben su Pexels

Rapida, leggera, (stranamente, per me) lucida e flessibile.

E sul sentirsi e/o essere leggero e flessibile, stamattina – ferma al semaforo pedonale – osservavo la lunga coda di automobili ferme in attesa di percorrere il canonico metro e scambiando due parole improvvisate con una signora, ho detto: “Felice di essere a piedi!”. “Decisamente!”, mi ha risposto la signora, “Ci si guadagna su tanti fronti!”.
(Ripensando a poco prima quando avevo incrociato un papà in bici, trainante rimorchio con bimbo a bordo, ed un ciclista agile che sfrecciava verso qualche luogo… esempi di sistemi alternativi di trasporto…)

Tornando a la mia piccola “miracle morning”, resta aperta la questione della tendenza all’insonnia (credo dovuta all’età) che confido però si risolva “per stanchezza”: alzandosi presto, gioco forza alla sera il sonno ad una certa ora arriva e hai buone possibilità di sconfiggere l’abitudine (acquisita nel tempo) di veglie notturne, passate trafficando sul web, lavorando, progettando e leggendo, ma sottraendo ore al riposo.

 

 

Leadership e storie personali

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Foto rawpixel.com da Pexels

The most effective business leaders don’t pretend to have all the answers; the world is just too complicated for that. They understand that their job is to get the best ideas from the right people, whomever and wherever those people may be.

La frase qui sopra è tratta dall’articolo pubblicato sulla Harvard Business Review: If Humility Is So Important Why Are Leaders So Arrogant?

Articolo che tratta dell’ancora esistente stile di leadership aggressivo e arrogante.

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Foto rawpixel.com da Pexels

Il messaggio fondamentale che passa dalle parole di Bill Taylor (che ho colto) è della importanza del riconoscere del “non sapere”.
Un atteggiamento di umiltà intellettuale che non è sinonimo di debolezza e di mancanza di capacità di leadership.
Tutt’altro.

È nell’immaginario collettivo che la parola “umiltà” ha assunto – nel tempo – una accezione negativa, da perdente (inteso come colui/colei privo di risorse e quindi privo di potere).
Ma il suo significato è ben più profondo e alto.

Infatti una delle tante definizioni di “umiltà” che si trovano in rete è quella riportata qui sotto.

Virtù per la quale l’uomo riconosce i propri limiti, rifuggendo da ogni forma d’orgoglio, di superbia, di emulazione o sopraffazione.

Una definizione che cela tra le righe una descrizione di Leadership (proprio con “L” maiuscola) di grande spessore.
Accompagnata da una parola importante: virtù.

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Foto di Amber Lamoreaux su Pexels

Quanto letto nell’articolo mi ha richiamato alla memoria un altro post letto di recente: Storie di leader che sbroccano.
Titolo un po’ particolare, ma che tratta di un argomento non così scontato.

Infatti Luca D’Ammando (autore del post) riflette sulla possibile fine dell’era dei CEO dall’Ego molto forte, alcuni dei quali al limite del sociopatico (pare infatti che un’alta percentuale di CEO abbia caratteristiche comportamentali orientate in tal senso).

(Tra i casi eccellenti viene menzionato Elon Musk, autore di recenti esternazioni  “insolite” su Tesla e la sua quotazione in Borsa che hanno portato successivamente ad un rapido dietrofront con relativa multa da parte delle autorità [ma non solo, perché nel frattempo si è reso protagonista di altre stravaganze]).

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Elon Musk – © Art Streiber

E tutto ciò mi ha fatto riflettere su due libri letti di recente: la biografia di Elon Musk scritta da Ashlee Vance (edita in Italia da Hoepli) e “Hit Refresh” scritto da Satya Nadella, CEO di Microsoft (edito in Italia da ROI Edizioni).

Due libri che raccontano due storie (due modalità di pensiero), tratteggiando il carattere dei due protagonisti. Carattere che si esplica attraverso le loro gesta e che individua due stili direttivi molto diversi.

Il primo profondamente egoico (nella sua genialità) e autoreferenziale (al limite del dispotico).
Il secondo più condiviso, aperto e di ascolto.

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Satya Nadella – Foto tratta da Windows Central

Procedendo nella osservazione/riflessione, mi è venuto spontaneo fare una ulteriore considerazione legata alla nazionalità (intesa come Paese di origine) e alla loro storia personale, che penso abbiano inciso ed incidano sullo stile di conduzione e dialogo con l’altro.

Sudafricano e con una storia personale e familiare complessa (il primo), indiano e con trascorsi di vita molto diversi (il secondo), entrambe comunque accomunati da drammi familiari, suggeriscono la formazione e sviluppo di due caratterialità profondamente diverse.
Che hanno portato la costruzione di due professionalità e carriere diverse.

E la personale convinzione che nutro è che quanto noi acquisiamo e viviamo nelle prime fasi formative della nostra vita (derivanti dalla famiglia e dall’ambiente sociale e culturale nel quale cresciamo), lasci tracce che daranno una impronta al nostro stile di leadership.

Con questo però non voglio dire che si tratta di un processo irreversibile ed impermeabile a possibili cambiamenti.
Tutt’altro.

Si può cambiare lungo la strada.
Se si vuole.

Va presa coscienza di quello che si è e della strada che si è percorsa.
Di quello che si è vissuto e si è acquisito.
Della propria storia personale.
Utilizzando il bagaglio di esperienza come punto di partenza per possibili cambiamenti.

 

[Fonti immagini:
http://www.pexels.com
http://www.windowscentral.com
http://www.artstreiber.com]

Alla ricerca del minimalismo

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Immagine tratta dal sito http://www.shaneoleary.me

Sarà l’età, sarà la sempre maggiore consapevolezza del caos informativo e “oggettistico” (oggetti che uno accumula, e che neanche si ricorda di avere), sarà il decidere (per varie ragioni) di creare un foglio su Google Drive nel quale fare il punto della situazione sulle spese (individuando falle in ogni dove, soprattutto di servizi online che paghi ma non usi e che quindi sono superflui e non reggono più la giustificazione del tipo “non si sa mai!”), sarà che sto leggendo l’inaspettatamente interessante libro di Jill Konrath “Vendere di più in meno tempo” (che offre interessanti spunti di riflessione sulla propria attività, qualunque essa sia), e sarà – infine – che recentemente incontro persone che puntano all’essenziale nelle scelte,…

Ebbene fatto sta che, volente o nolente, mi rendo conto che il desiderio di pulizia, riduzione e riordino è sempre più pressante, reclama sempre più attenzione.

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Il minimalismo di Muji

E non solo da un punto di vista cosmetico (nella foto sopra Muji ed il minimalismo che lo permea in ogni singolo dettaglio, persino nei cosmetici), ma anche da un punto di vista – per esempio – del “parco libri”.

La mia grande passione verso la quale nutro un atteggiamento quasi compulsivo e di possesso.
(Si contano sulle dita di una mano le volte che sono uscita da una libreria senza avere acquistato nulla.)

Acquisto più libri di quanti ne possa oggettivamente leggere. Accumulandoli e dimenticando addirittura di averli acquistati. E che – passato il momento – perdono di interesse, ma di cui non mi libero perché “non si sa mai!”,…

Riordino
Momenti di (tentativi di) riordino

Ma non solo.

Anche gli abiti.
Che per me si declinano in magliette, maglioni e pantaloni.

Conservo capi di abbigliamento (che non uso) per anni.
Perché “potrebbero sempre servire”, tornare utili, che magari c’è una occasione per la quale posso indossare quel capo lì o quella scarpa là,…

Non ha importanza se i suddetti abiti restano parcheggiati ed inutilizzati per anni.
L’idea di liberarmene fa scattare nella testa il timore che io possa perdere qualcosa di importante.

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Foto di Juan Pablo Arenas da Pexels

E così vai avanti a conservare, stoccare ed accumulare.

Poi, ad un certo punto, ti guardi intorno e ti rendi conto che non va più bene andare avanti così.

Scegliere e liberarsi diventano due azioni imperative.
Lasciare andare e creare spazio, due necessità.

Ricordo ancora un articolo scritto da Zack Andresen su LinkedIn che racconta del suo periodo sabbatico, nomade, in giro per il mondo, alloggiando grazie a prenotazioni via Airbnb. Ricordo che leggendolo provai un grande senso di libertà.

Così come ricordo bene il docu-film The Minimalist (su Netflix): un film manifesto che è anche un invito a fare a meno del superfluo. A liberarsi del non necessario, senza privarsi.

Ricordo anche la perplessità (ma anche la curiosità) che provai leggendo il libro di Gabriele Romagnoli “Solo bagaglio a mano”.
Un libro che invita alla decrescita, intesa come utilizzo solo di ciò che è necessario. Percorrendo la vita e attraversando gli spazi con poche cose essenziali, con un bagaglio leggero.

Senza contare il talk di Elena Dak (antropologa e scrittrice, autrice del libro “La carovana del sale”) che ho ascoltato proprio questa domenica al TEDxMilano.
Già il titolo, “Farsi nomade”, anticipava l’argomento, ma ascoltarlo è stato come accompagnare l’Antropologa nella sua esperienza nomade con un gruppo di Tuareg. Osservando e condividendo il concetto di essenzialità, di silenzio, di economicità di pensiero e di azione (che non esclude la profondità di riflessione che scaturisce dalla osservazione generata dal silenzio).

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© Elena Dak – https://elenadak.it/

Lasciare andare.
Fare spazio.

Due concetti cari anche ad alcune filosofie orientali.
Ben più antiche dei moderni downshifting, decluttering, Marie Kondo, ecc. ecc.

Si dice che togliere, dare via, liberarsi, provochi sensazioni di beneficio.
Per quel che ho provato io, nel mio piccolo, posso confermare.
È come se l’atto stesso di rimuovere, crei un vuoto che non è sottrazione, bensì espansione.

Uno spazio che si crea.

Da lasciare così com’è, oppure da riempire con qualcosa di nuovo, oppure – ancora – disponibile per allargare altro che prima era compresso, dandogli ossigeno e possibilità di espansione.

 

Medicina e letteratura

Il tempo è una variabile direttamente collegata alle nostre aspettative. Fugge o rallenta seguendo dispettoso il nostro piacere o il nostro dolore, rubando o ammassando le ore in un contrappunto di trepidazione e di noia che scandisce il nostro esistere. Per questo cerchiamo di intrappolarlo negli orologi: per inchiodarlo alle sue responsabilità, per poterne soggiogare l’esistenza con un’osservazione obbiettiva. Ma nel sogno il tempo riprende totalmente la sua inconsistenza e si abbandona senza remore all’anarchia delle nostre sensazioni.

Questa citazione è tratta dal libro “Si è fatto tutto il possibile” scritto da Marco Venturino, direttore del reparto di Terapia Intensiva e Anestesia all’Istituto Europeo di Oncologia.

Ho “incontrato” l’autore (da un punto di vista letterario) per puro caso, grazie ad un suggerimento di lettura di Amazon che – visto il mio acquisto del libro “Il grande lucernario” (di Maria Giovanna Luini), interessante e curiosa lettura estiva di cui parlerò in un post successivo – mi ha proposto i romanzi da lui scritti.

Ma non solo: nel mentre percorrevo le pagine del libro, mi sono improvvisamente ricordata che forse questo signore lo avevo incontrato anche di persona.

Anno: 2006-2007.
Luogo: Istituto Europeo di Oncologia.
Con lo studio con cui collaboro, ricopriamo il ruolo di Direzione Lavori per gli impianti elettrici e speciali per la ristrutturazione di alcuni reparti, tra cui la Terapia Intensiva.
E – preparando e studiando le fasi di adeguamento degli impianti – il Direttore Tecnico organizza un incontro con i responsabili del reparto per conoscere le esigenze e le procedure. Fu allora che incontrai il dottor Venturino, a cui fu chiesto di condividere con noi le informazioni utili a pianificare al meglio le fasi di intervento.
Ricordo un personaggio vivace che – insieme alla Caposala – ci fornì un numero impressionante di indicazioni operative e di sicurezza di cui prendemmo nota. Seguito poi da una riunione tra noi tecnici nella quale pianificammo e ripetemmo fino allo sfinimento tutte le fasi della operazione.

Ma veniamo ai due libri oggetto di questo articolo.

“Si è fatto tutto il possibile”, il primo dei due che ho letto, è un libro tosto.
Appena terminato, l’unico pensiero che mi ha attraversato la mente è stato: “Benvenuti all’inferno…”.

Perché?
Perché scandaglia a grande profondità – nel bene e nel male – la mente di un medico che ricopre un ruolo particolare: nello specifico il protagonista è il Direttore di un reparto di Terapia Intensiva di un non meglio specificato ospedale milanese.

Le emozioni che si vivono leggendolo possono essere piuttosto forti, talvolta disturbanti e scomode davanti a certe dinamiche (anche di potere) e riflessioni.
Se poi si ha avuto a che fare con l’ambiente in qualità di “utente” (inteso anche come parente di un paziente), i ricordi e le riflessioni emergono da ogni dove.

L’impressione è quella di leggere la genesi e lo sviluppo di un burnout (su Wikipedia una definizione di massima), un “fenomeno” che colpisce quei medici che svolgono funzioni particolari (molto “limite”).
Una discesa – in avvitamento – nella paranoia, nella frustrazione e nella paura.
Una descrizione molto accurata di uno stato di esaurimento molto grave, accompagnato da riflessioni e dialoghi interiori molto duri.

Di taglio leggermente diverso è invece Cosa sognano i pesci rossi.

Libro di esordio dell’autore, mi è stato caldeggiato da alcuni contatti di Facebook, che lo hanno preferito rispetto al precedente.

Personalmente confesso di avere fatto fatica ad iniziarlo.
Perché avevo intuivo dalla sinossi che sarebbe stato un ripercorrere le recenti vicende.

Qui le voci sono due: il paziente ricoverato in Terapia Intensiva ed il medico Responsabile del reparto, che lo ha in cura.
Due voci diametralmente opposte, accomunate dallo stesso ambiente e dalla stessa storia.
Due punti di vista diversi.
Due esperienze diverse.
Due vite diverse. Ma più vicine di quanto si pensi.

Un racconto con dei passaggi difficilissimi da digerire. Almeno per me.
Inevitabile ripensare e riandare al delirium da Terapia Intensiva (molto ben descritto “dal di dentro”, dal punto di vista del paziente).
Al pensare cosa può provare una persona che si sveglia in un ambiente simile: collegato alle macchine e totalmente dipendente da esse e dal personale del reparto. Ostaggio di una situazione che fa fatica a comprendere e ad accettare in stato di lucidità, e che non accetta in stato di delirio.

Ho procrastinato la lettura fino a che – mossi i primi passi – sono stata inghiottita e completamente coinvolta dalla storia.
Empatizzando con i protagonisti, emozionandomi e tifando per il buon esito della vicenda.
Rischiando anche di perdere le fermate dei mezzi pubblici, tanto ero immersa nella narrazione.

Due libri non per tutti, ma che tutti dovrebbero leggere.
Per sapere, per capire, per comprendere e per (nella eventualità) saper accettare e gestire.

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Foto tratta di Pixabay da Pexels

E nel mentre preparavo questo articolo, cercando in internet conferme di alcune notizie dell’autore, sono incappata in un articolo-intervista di un paio di anni fa rilasciata dall’autore al Corriere della Sera.
Leggendola ho compreso (credo) che quello che muove Marco Venturino allo scrivere è condividere e dare voce ai malati che incrocia sul suo cammino.

Ma credo che non sia tutto.

Credo che l’autore scriva queste storie anche per una personale necessità di metabolizzare, di elaborare, di esorcizzare (e anche di onorare) quanto quotidianamente vive e sperimenta sulla sua pelle.
In un atto terapeutico.

I libri dell’autore (tutti editi da Mondadori):

  • “Cosa sognano i pesci rossi”
  • “E’ stato fatto tutto il possibile”
  • “Le possibilità della notte” [di mia prossima lettura]

Linguaggi espressivi

Gli argomenti “Ospedali – Medicina – Cura” e ancora di più “Sale Operatorie – Terapie Intensive”, vengono sempre trattati (e visti) con grande cautela.

Infatti se da un lato, se ne parla in termini giustamente tecnici e professionali da coloro che sono del settore, su canali specifici che raramente contemplano i social (comprensibilmente, aggiungo), dall’altro ho l’impressione che da parte di noi gente comune vengano tenuti a debita distanza.
Credo un po’ per ignoranza (a volte non ne conosciamo letteralmente l’esistenza), ma anche un po’ perché portatori di carichi emotivi importanti (può essere molto difficile “guardare ed aggirarsi” dentro ambienti ed argomenti simili).

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E quando ti capita di venire in contatto con questi “ambienti limite” (e con le persone che operano al loro interno) due sono le strade che puoi prendere a “tempesta” finita: scappare il più velocemente possibile per cercare di dimenticare, oppure scendere in profondità.

Personalmente ho scelto la seconda perché sono fortemente convinta che capire e conoscere sia uno dei modi migliori per accettare, elaborare e metabolizzare (si ha paura e si fugge davanti a cose che non si conoscono e non si capiscono: guardarle in faccia e tentare di comprenderle aiuta a dare senso e a ridurne – gestendolo – l’impatto emotivo).

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Così piano-piano ho iniziato ad esplorare anche l’altra faccia di questo mondo (non solo da un punto di vista progettuale – come mi è accaduto diverse volte nell’ambito della mia professione – ma anche da un punto di vista operativo prima e umano poi).

E aggirandomi in questo mondo (quasi) totalmente sconosciuto (mi ricordo che un pomeriggio, in un “momento personale straniante” in Terapia Intensiva, osservando i tre pazienti ricoverati in quel “box” e le attrezzature medicali che li circondavano, in un momento di quiete, ho pensato: “Sant’Iddio…, sembra Matrix… Questa è un’altra dimensione…”), ho incontrato il mondo della “Umanizzazione delle Cure” (di cui avevo già sentito parlare durante i colloqui coi medici) e della Medicina Narrativa, scoprendo recentemente anche i romanzi scritti da Marco Venturino (di cui scriverò nel prossimo post).

Ma non solo.
Si sa che spesso accade che quando ci inoltriamo in un sentiero con l’intento di esplorare, capita che iniziamo a trovare tante altre cose.

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Non è da adesso che seguo portali divulgativi di scienza, medicina e tecnologia.
Ho una personale ossessione che nutro da anni: la progettazione per gli altri.
Ed essendo anche affascinata dalle possibilità del futuro, sono inevitabili le personali scorribande conoscitive nel mondo della tecnologia e della robotica (scrivendone qui sul blog, a più riprese).

E grazie a questa esplorazione e contaminazione di aree al limite del caos, ho scoperto (e seguo sempre con grande attenzione) il sito “La medicina in uno scatto” (date anche una occhiata alla sua pagina Facebook, sempre molto interessante) che non molto tempo fa ha pubblicato un post su un interessante profilo Instagram relativo ad un progetto fotografico: ScrubNurseArt.

Un esperimento inconsueto e – per alcuni scatti – un po’ forte (ma comunque sempre trattato elaborando/editando le immagini per dare loro una connotazione pittorica).

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Un modo di condividere, comunicare e raccontare attraverso vari linguaggi ed espressioni artistiche (in questo caso la fotografia) la complessa realtà della Sala Operatoria.

E se qualcuno può avanzare qualche dubbio e/o perplessità, mi domando (e gli/le domando): quale è la differenza tra uno scatto di questo progetto ed un quadro Rembrandt?
Entrambe rappresentano un certo tipo di realtà.
Veicolano delle informazioni, documentano qualcosa e raccontano delle storie.

Forse la pittura è meno realistica della fotografia perché filtrata dall’occhio e dalla mano di chi osserva e riproduce graficamente.

Ma forse anche la distanza temporale gioca un ruolo fondamentale: Rembrandt e le sue opere sono “là in fondo”, perse in un tempo lontano che noi conosciamo solo attraverso tele, affreschi e disegni. Di cui nessuno di noi è stato testimone (per ovvie ragioni…)
(E ancora più “in fondo nel tempo” sono le tavole anatomiche di Leonardo da Vinci, per citare un altro protagonista che tanto ha maneggiato la materia.)

Forse le tecniche rappresentazionali e la distanza temporale collaborano a togliere forza emotiva. A noi che siamo qui oggi.
Ma anche le tecniche rappresentazionali sono veicoli di espressione che funzionano molto bene nel presente: per narrare, elaborare e divulgare.
Testimoniando e aprendo una finestra su altre realtà.

Colmare le distanze

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Foto di pixabay.com su Pexels

Un paio di giorni fa – scorrendo Twitter – leggo questo tweet di Trame Formazione  (associazione che si occupa di Medicina Narrativa e “Umanizzazione delle cure”, scoperto essere tra i miei follower con mia grande sorpresa):

Il link condiviso, rimanda ad un articolo pubblicato sul sito americano PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States) : Finding the plot in science storytelling in hopes of enhancing science communication.

L’articolo in questione riflette sulla necessità di usare la narrazione come strumento di divulgazione scientifica verso un pubblico “non esperto”.
Evidenziando “l’abitudine”, comprensibile, di coloro che lavorano nel settore a comunicare utilizzando un linguaggio tecnico orientato specificatamente alla documentazione di studi e ricerche scientifiche.

Anche se si tratta di una riflessione non così nuova, il fatto che sia un organo ufficiale a farla è significativo di un’apertura verso l’esterno, con la volontà di includere, di rendere partecipe e di condividere. (Tanto più nel far west quotidiano delle fake news di cui sono oggetto le informazioni scientifiche… ma mi fermo qui per non scoperchiare un pentolone…)

L’articolo però va oltre e approfondisce il tema, riflettendo sulla differenza tra story (storia) e plot (trama). Una sottile ed importante differenza (che nella nostra lingua si coglie meno, avendo la parola “storia” un duplice significato) che traccia una linea di confine tra il raccontare una sequenza di eventi (limitandosi ad un ordine cronologico) e il raccontare gli stessi eventi, motivandoli e dando loro una connotazione emotiva. Umanizzandoli e accompagnandoli con riflessioni.

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A questo punto è un attimo mettere in relazione queste autorevoli considerazioni con la provata efficacia dello strumento della narrazione.

Si sa che Leggere romanzi cambia il cervello (come scrive Annamaria Testa nel suo interessante articolo sul suo blog Nuovo e Utile) e sappiamo anche che il cervello stesso è predisposto ad apprendere attraverso le storie.
Sappiamo che le storie sono forse il più antico veicolo di trasmissione della conoscenza (un libro che mi sento di consigliare – che studiai all’università – è “Oralità e scrittura” di Walter J. Ong, che narra della trasmissione del sapere attraverso la tradizione orale e scritta).
Sappiamo anche che le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella capacità di “presa” di un concetto (e/o di una situazione): se ascoltiamo/leggiamo/vediamo qualcosa che ci emoziona, difficilmente ce ne dimentichiamo.

Di questo “leggere emozionandosi” ne avevo già scritto in passato (anche più di una volta), accusando difficoltà nella lettura di manuali e perdendomi invece nelle pagine di romanzi e di narrazioni in genere (col dubbio – allora – di non imparare nulla…).
E dove questo perdersi è coinciso con narrazioni scientifiche è stata – per me – una “epifania” (Yalom, Sacks e Gawande recentemente “insegnano”).

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Ebbene, introdurre la narrazione in tutti quegli ambiti tecnici e scientifici che – ognuno a modo suo – comunicano in modo complesso, criptico, forbito, colma le distanze, divulgando e riducendo quella “ostilità” data dal fatto di non capire.

[Penso anche all’Architettura: disciplina che emoziona, che stupisce, ma che talvolta sembra distante nel suo essere troppo “saccente”, troppo imposta dall’alto. Tant’è che la “progettazione condivisa” e “del basso” sta assumendo sempre più forza ed importanza. A tale proposito suggerisco la lettura di “Design, When Everybody Designs” di Ezio Manzini e “Architettura open source” (a cura) di Carlo Ratti: due testi che offrono interessanti spunti di riflessione.]

E sempre in termini di narrazione di materie scientifiche, chiudo con il Talk che Michela Prest ha tenuto al TEDxLakeComo due anni fa: perfetto esempio di come un argomento ostico e pressoché inavvicinabile (la Fisica delle particelle) possa essere narrato in modo comprensibile ed altamente coinvolgente.

 

Un discorso da competizione

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© Toastmasters International

Si è appena conclusa a Chicago la Convention di Toastmasters International dedicata ai campionati mondiali di public speaking (“World Championship of Public Speaking®”).

Per la prima volta nella storia il podio è stato interamente al femminile:

Prima classificata – Ramona J. Smith con “Still standing”

Seconda classificata – Zifang Su (un estratto del suo speech: “Turn Around“)

Terza classificata – Anita Fain Taylor (un estratto del suo speech: It Is What It Is, It Ain’t What It Ain’t.)

Difficile (e non privo di un pizzico di presunzione) voler fare una valutazione dello discorso vincitore perché, quando si arriva a quei livelli, chi assiste ha solo da imparare.

Infatti accedere alla finale mondiale del campionato (e vincerla) significa avere superato un numero elevato di gare, sfidandosi con speaker via-via sempre più bravi (si parte dalle gare nel proprio club di appartenenza, per poi passare a quelle di Area, di Divisione e – successivamente – di Distretto, dopodiché si devono superare le semifinali e accedere alle finali; come se fossero – geograficamente parlando – gare locali, poi regionali, poi nazionali, poi europee ed infine mondiali).

Continuando – tra una gara e l’altra – ad affinare la propria performance attraverso feedback continui e l’appoggio di mentori di alto livello.

Come una gara sportiva, né più né meno.

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© Toastmasters International

Però in questo post mi diletto ugualmente a fare qualche considerazione sullo speech di Ramona J. Smith, ad uso di chi non conosce Toastmasters e di chi è incuriosito dal public speaking.

E lo faccio dopo averlo riguardato per la seconda volta.

Perché al primo “giro” (a caldo) non mi aveva convinto (più avanti spiegherò il perché). Invece rivedendolo l’ho studiato un po’ e l’ho apprezzato di più.

Focalizzandomi – da brava Toastmasterssulla performance in sé. Escludendo il contenuto (semplice, di facile comprensione e di facile presa sull’audience… e qui giace uno dei motivi della mia iniziale perplessità).

Contenuto che in genere non si prende in considerazione perché facile preda di valutazioni e percezioni soggettive che possono inficiare un contributo volto al miglioramento, quale un feedback è.

Vado ad analizzare.

Performance: molto dinamica ed energetica.

La metafora dell’incontro di pugilato aiuta, dando un ritmo ginnico allo speech.

Ed il ritmo ginnico aiuta a coprire l’intera area del palco.

Infatti è fondamentale (sempre!) considerare le dimensioni del palco e della platea: più sono ampi, più devono essere ampi i movimenti del nostro corpo e ampia la nostra “speaking area”. E’ per questo che quando si tiene un discorso è importante fare un sopralluogo preventivo, facendo possibilmente delle prove, per prendere confidenza con l’ambiente (anche da un punto di vista dimensionale).

Uso delle “ancore spaziali”: sembra un termine mutuato da un Manga, ma questa terminologia significa il “posizionare nello spazio dei contenuti”. Dare loro una collocazione precisa durante la narrazione.

Durante lo speech, Ramona racconta di tre episodi che ha vissuto e li colloca in precisi punti del palco, tornandoci fisicamente ogni volta che li menziona, senza alcuna sbavatura e nessuna incertezza.

Si tratta di una tecnica oratoria che aiuta a tenere alta l’attenzione del pubblico, costruendo nel contempo una timeline che dia consistenza alla narrazione. Se non si è sicuri di saperla gestire, meglio non utilizzarla (personalmente credo di non averla usata quasi mai in questo modo, la uso spesso aiutandomi con le mani e collocando oggetti e concetti nello spazio).

E visto che ho menzionato i tre episodi, ecco la regola del tre.

Una specie di regola aurea che suggerisce di strutturare i propri discorsi secondo tre punti: tre episodi, tre concetti… La stessa struttura base di un discorso è composta di tre parti: apertura – corpo – chiusura.

Da dove viene questa regola?

Uno dei primi ad utilizzarla è stato Steve Jobs nel famosissimo Keynote speech di presentazione dell’iPhone. E da allora la “regola del tre” è entrata di prepotenza nelle leggi che reggono il public speaking.

Titolo: “Still standing” viene ripetuto più volte a scandire il ritmo, a dare il passo alla storia. A fissarsi nella memoria di chi ascolta (grazie anche ad un altro fattore chiave: la sua brevità).

Un altro fattore interessante è l’ammiccamento verso l’audience: un gioco che tiene alto il coinvolgimento del pubblico, rendendolo partecipe e annullando la distanza oratore-pubblico.

(A mio avviso un po’ “fuori luogo” la parte cantata; un azzardo che comunque rompe lo schema, introduce una novità nel ritmo e vivacizza [infatti il pubblico risponde].)

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© Toastmasters International

Il contenuto: e qui arrivo al punto di perplessità.

Perché? Perché il contenuto, la storia che viene raccontata, non brilla sicuramente per originalità e – come giustamente altri colleghi Toastmasters mi hanno fatto notare – non trasmette particolari emozioni.

Tanti discorsi hanno per oggetto storie simili: sono speech che ricadono nelle categorie “emozionale” e “ispirazionale” (obbedendo alla legge del “racconta una storia di vita vissuta da cui trarre una morale e che sia di ispirazione in chi ascolta”).

Poi però ho riflettuto sulla sua semplicità e “ovvietà”: è un discorso facile da seguire, linguisticamente e concettualmente comprensibile da molti (non dimentichiamo che in questo caso il pubblico proviene da ogni parte del mondo e non è previsto un servizio di traduzione simultanea). Semplicemente fluisce.

E la sua semplicità favorisce una gestione migliore della performance (che è quella che viene sostanzialmente valutata: struttura del discorso, vocal variety, linguaggio del corpo, uso corretto del linguaggio, comprensibilità da parte del pubblico…)

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“Share your life” – Cathey Armillas a TEDxHickory (da YouTube)

Tutto questo mi ha fatto ricordare un interessante articolo scritto tempo fa da Cathey Armillas, Accredited Speaker di TMI e Speaker Coach per TEDx, che – evidenziando le differenze tra Talk di TED e Speech di Toastmasters in una tabella molto ben fatta – sottolineava della performance di quest’ultimo, fortemente orientata alla tecnica.

D’altronde Toastmasters viene definito anche come la “palestra del public speaking”: si è strutturati in meeting periodici, nei quali ci si trova per allenarsi a parlare in pubblico. Ecco quindi che come in tutte le palestre che si rispettino, si lavora sulla tecnica ricevendo valutazioni sulla propria performance.

Checklist e complessità

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Immagine tratta da http://www.wbur.org

Il signore nella foto si chiama Atul Gawande e sulla corposa pagina in italiano di Wikipedia, viene descritto come “medico, chirurgo e giornalista statunitense”.

Non sapevo chi fosse fino a qualche settimana fa quando – grazie ad uno scambio di informazioni su libri con la psicoterapeuta “in forze” all’Hospice il Tulipano e alla Terapia Intensiva del Blocco Dea di Niguarda – lei ha semplicemente chiesto: “E lei conosce Gawande?” [Io le avevo appena segnalato l’ultimo lavoro di Yalom, “Diventare se stessi”].

La prima reazione al nome è stata (tra me e me): “Ossignore… non sarà mica qualche libro spirituale sulla elaborazione del lutto…!”  (complice il nome dell’autore che mi ha fatto pensare ad un “guru spirituale”).
Però – bypassando il “check-point mentale” – sono andata su Google prima, e su Amazon poi, facendo una rapida ricerca e scoprendo qualcosa di straordinariamente affine a ciò che mi interessa da tempo (e al “percorso di elaborazione e ricerca” che sto facendo).
[Mi resterà il dubbio su come sia stato possibile che il suggerimento abbia intercettato con così grande precisione – stile cecchino – argomenti che mi interessano da ben prima di quel che accaduto quasi cinque mesi fa, già ai tempi della progettazione e ristrutturazione di alcune Terapie Intensive.] 

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E’ stato immediato l’acquisto dei libri in foto (editi da Einaudi) ed è stata altrettanto immediata la lettura di uno di essi: Checklist. Sollecitata dalla quarta di copertina che ha ulteriormente accresciuto la mia curiosità.

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Infatti “Checklist” si è rivelato un libro molto interessante, a carattere interdisciplinare.

Perché racconta della ricerca (fatta dall’autore) e della divulgazione delle checklist in ambito ospedaliero, aprendo (a te lettore) una finestra sul mondo ad alta complessità di reparti critici quali il Blocco Operatorio e la Terapia Intensiva (sono rimasta impressionata dal numero medio di operazioni – intese come mansioni – che vengono fatte quotidianamente su un paziente ricoverato in ICU [Intensive Care Unit]: 178… un numero inimmaginabile… vuol dire una medicazione, somministrazione, prelievo, monitoraggio, ecc. ecc. ogni 8 minuti circa).

Ma la cosa ancor più interessante è la “contaminazione conoscitiva”: Gawande non si ferma al mondo sanitario (che ben conosce), bensì esce dal suo perimetro operativo e va a vedere cosa fanno gli altri.
Dove gli “altri” sono ambiti altrettanto ad alta complessità: il mondo delle costruzioni e – specialmente – il mondo della aeronautica civile (dove i tempi di reazione a possibili criticità devono essere molto più rapidi rispetto a quello delle costruzioni nel quale, invece, la fase di progettazione e costruzione ha tempistiche molto diverse e temporalmente dilatate).

Ne risulta un libro dal taglio divulgativo e avvincente. Incalzante nella narrazione di alcuni episodi (su Spreaker ho caricato un podcast dove leggo l’incipit del libro).
Utile non solo per gli addetti ai lavori, ma anche (e forse soprattutto) per chi osserva dal di fuori questo mondo che può risultare incomprensibile e/o traumatizzante (quando ci entri in contatto per “cause di forza maggiore”).
Ed altrettanto utile per chi svolge professioni ad alta complessità, dove può offrire qualche spunto di riflessione per “fare andare meglio le cose” (come recita il sottotitolo).

E a prova della interdisciplinarità dell’autore (e della validità della interdisciplinarità in sé, con tutti i rischi che comporta), è di qualche settimana fa un articolo (in inglese) pubblicato su Forbes dove si dà notizia della sua nomina a CEO della (futura?) “istituzione sanitaria” creata da Amazon, JP Morgan Chase e Berkshire Hathaway:

Why Atul Gawande Will Soon Be The Most Feared CEO In Healthcare

Chiudo questo post con il link al Talk che Atul Gawande ha tenuto al TED 2012, nel quale condivide l’idea su come si può migliorare il mondo medico e della cura (sottotitoli in italiano disponibili).