Il mistero insondabile della fisica della caffettiera

caffè

Il mistero insondabile della fisica della caffettiera…
Potrebbe essere il titolo di un romanzo o un racconto…
Invece è la quotidiana querelle con la caffettiera che – a suo insindacabile piacimento e gradimento – decide se e come fare il caffè…
Nonostante le mie procedure di preparazione restino immutabili giorno dopo giorno dopo giorno…
Chi te possino…

Scrivevo così il giorno 21 agosto 2013.
Per la precisione dopo pranzo, quando ho deciso di prepararmi un caffè pre-pisolo pomeridiano (che poi non ho fatto).

Già… La caffettiera… Questo “elementare” e vetusto aggeggio, minacciato dalle varie macchinette domestiche marcate Nespresso (o chi per esso), capaci di farti dei caffè espresso delle miscele più pregiate ed esclusive.
Le ho sempre disdegnate queste macchinette… Sarò antica, starò invecchiando… Però la ritualità del preparare il caffè con la Moka (volutamente con la “M” maiuscola) ha tutto un altro sapore.
La preparazione secondo dei riti comunque lenti, di una bevanda che ti deve dare la spinta a partire e ad affrontare la giornata,  ha un che di particolare.
Ti permette di svegliarti ancora un pochino, nelle prime ore della mattina, mentre esegui tutta la procedura di preparazione:
Riempire di acqua fino al di sotto della valvolina…
Riempire il filtro con il caffè (usando – io – miscela adatta alla Moka, per una mia mania di perfezionismo legata alla granulometria del caffè stesso), senza pressare e senza riempire troppo…
Chiudere, avvitando…
Mettere sul fuoco e aspettare che il caffè esca, gorgogliando…
(Mentre tu ti svegli ancora un pochino, uscendo dallo stropicciamento mattutino…)

Un rito. (D’altronde ognuno di noi ha i suoi riti.)
Una bolla di calma pre-giornata, che fa accendere gradualmente tutti i neuroni, uno dopo l’altro…

Tranne quando il rito in questione si “guasta”…
Cosa che è avvenuta “random” durante i 15 giorni di vacanza…

È la caffettiera?…
Pare di no… Mi è stato detto che ben 3 caffettiere sono state cambiate, con esisto sempre discontinuo e dubbio…
È la miscela?…
Pare di no… Usando la stessa miscela per Moka usata a casa, dove non si è mai verificato alcun problema, si pensa non sia colpevole…
È l’acqua?…
Non dovrebbe… È meno calcarea di quella di Milano…
È l’umidità?…
Mmmmhhhh… Potrebbe essere…
E torna alla memoria quell’articolo di giornale che avevi letto tempo addietro, dove – esperti di caffè e gestori di torrefazioni e bar – avevano spiegato che, al cambio della umidità atmosferica, dovevano cambiare la macinazione del caffè per evitare l’agglomerazione dei granuli e compromettere la preparazione di un buon espresso…

Tutto ciò pensi, mentre osservi la caffettiera che produce a fatica una schiumetta sinistra, seguita da un liquido di densità inquietante, che sgorga a fatica e riempie lentamente (molto lentamente) la caffettiera…
Mentre si diffonde nell’aria un odore ibrido tra “caffè robusto” (per usare un eufemismo) e qualcosa di bruciacchiato…

E sempre mentre osservi la manifestazione fisica di un “caffè sbagliato” (dal concetto ben diverso del ben più noto “Negroni sbagliato”), pensi ai principi della fisica che fanno sì che questa bevanda venga prodotta attraverso il calore che agita le molecole dell’acqua, contenuta nella caldaietta, che viene spinta e convogliata a passare attraverso questi granuli che rilasciano questa sostanza che diventa caffè liquido.
(Mi si passi la “licenza fisica” da spiegazione domestica…)

Processo fisico che – a volte – risulta fallace, producendo “sostanza-altra” lontanamente imparentata con il caffè…

L’insondabile fisica della caffettiera…
Mi fa tornare in mente il titolo di un libro (che ho da qualche parte) che prima o poi leggerò.
Mi pare si intitoli “La fenomenologia del tostapane”
Ma questa è un’altra storia…

PS: il 21 agosto sono riuscita – al secondo tentativo – a prepararmi il caffè. E, portata la tazza sul comodino, sistemando i cavi e cavetti del telefono, della tavoletta e dell’eReader, sono riuscita a mettere in ammollo nel caffè il cavetto del Kindle… Tanto per non smentirci… (Il giorno dopo ho utilizzato il cavetto per ricaricare il Kindle e non è esploso, per fortuna… funziona come se nulla fosse successo)

PS-1: e visto che non credo alle coincidenze (non è esattamente così… sono per il “non è vero ma ci credo”…), il Post proprio il 21 agosto ha pubblicato un articolo sulla storia della Moka Bialetti: http://www.ilpost.it/2013/08/21/moka-bialetti-caffe/

PS-2: e ancora… un amico mi è venuto in soccorso indicandomi questo link che spiega ben-bene come funziona una caffetteria… http://parliamone.eldy.org/2009/06/la-fisica-del-caffe-e-della-caffetiera/

PS-3: un altro amico mi ha segnalato che dipende anche dalla composizione dell’acqua (non solo dalla sua quantità di calcare)….

Libri, libri finiti, “libri-mantra”

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Il titolo di questo post parafrasa una riflessione che avevo fatto su questo blog nel lontano novembre 2011. Un articolo che avevo scritto dopo che avevo abbandonato, con molta fatica, un testo dal titolo “La scienza della negoziazione” (di George Kolhrieser).

Chi mi ha seguito in quel periodo, e ha seguito le mie vicende con quel libro, sa con quanta sofferenza tiravo avanti nella lettura e con quanto orrore accarezzavo l’idea di abbandonare il testo…
Sì, perché per me abbandonare la lettura di un libro è un delitto: se lo acquisto vuol dire che lo ritengo (lo ritenevo?) un testo che può essere di mio interesse. Ed abbandonarlo significa – sempre per me – una sconfitta…
Però, quella volta lì, mi arresi all’evidenza che – complice la mia passione per la negoziazione – avevo preso un bel granchio (pur sapendo oggi che quel testo è consigliato in un corso universitario).

Comunque succede.
È successo.
E succederà ancora.
Capita anche nelle migliori famiglie.

Invece, dall’altro lato, ci sono testi che – leggendoli – te ne innamori.
Ti ci riconosci, entri in risonanza, ridi mentre leggi, ti commuovi, scuoti la testa in segno di assenso ai concetti espressi.
E si tratta di quei libri che – una volta finiti – diventano un tuo punto di riferimento.
Una sorta di tue personali bibbie (mi si perdoni l’irriverenza… poi capirete perché…), di bigini che consulti all’uopo e che tieni sempre a portata di mano come una sorta di copertina di Linus

Mi piace leggere, e tanto anche. E se dovessi scegliere dei libri che – in qualche modo – rappresentano lati del mio carattere (o sono entrati in risonanza con aspetti della mia vita privata e/o professionale), questi sono i quattro che tengo sempre in considerazione…

Il primo è uno degli ultimi che ho letto: “Quiet” di Susan Cain.
Ho sfinito chi mi conosce a furia di parlarne.
Lo considero quasi un testo sacro sulla Introversione (volutamente scritta con la “I” maiuscola)
Perché? Perché mi ci sono riconosciuta in molti aspetti descritti dalla autrice. Un testo corposo, ma scritto con leggerezza, che ti accompagna nel mondo della introversione e della timidezza, facendotene apprezzare i molteplici aspetti, spesso sottovalutati o soverchiati dal mondo urlante e cacofonico che ci circonda.

Il secondo libro è ritornato “di prepotenza” in primo piano con la prematura scomparsa di James Gandolfini: “La leadership secondo Tony Soprano” di Anthony Schneider.
Appassionata di libri sull’argomento (comunque tutti più o meno codificati), questo testo ha avuto la capacità di farmi ridere, imparando e verificando che alcune metodologie sono decisamente più efficaci di tanti bei manuali di Harvard & C.
[“Altro che sistemi win-win!”, scherzavo con una persona qualche tempo fa parlando di negoziazione e leadership, prendendo bonariamente in giro William Ury – che considero un mostro sacro – e le sue metodiche cooperative. PS: ottimo il suo libro “Il No positivo”.]

Il terzo libro (questo cattivissimo, ma incredibilmente vero) è “Io odio la gente” di Jonathan Littman e Marc Hershon.
Ferocissimo e divertentissimo, individua, descrive, analizza e suggerisce sistemi di neutralizzazione di colleghi di vario genere. Ce n’è per tutti i gusti. Nessuno viene risparmiato. E tu – leggendo – annuisci e sogghigni, appiccicando tante belle etichette a tutto il genere umano strampalato che incontri nelle tua avventure professionali.
Decisamente un buon manuale da consultare all’occorrenza, per ingegnarsi divertendosi.

Il quarto libro è poi la mia personalissima bibbia del management (alla faccia di tutti i manuali-mattone di tecniche manageriali varie ed eventuali): “Rework” di Jason Fried e David Hansson Heinemeier.
Ossia: prendi tutto quello che sai (e/o ti hanno insegnato) sul management e gettalo serenamente alle ortiche. Snellisci, sforbicia, alleggerisci ed inserisci un bel po’ di “rotture di schemi” e innovazioni varie, e vedrai che i risultati arriveranno (condizione necessaria? rovesciare un bel po’ di paradigmi ben consolidati da anni e anni di pratica).

Ed infine, un libro che si sta accingendo ad entrare nella rosa dei preferiti è “€100 bastano” di Chris Guillebeau.
Sono quasi al termine e mi riservo qualche riflessione a libro concluso.
Però lo sto trovando un testo decisamente pragmatico.
Semplice, senza tanti fronzoli e che va dritto al punto.
A breve seguirà post dedicato… 🙂

Immagine tratta da: http://www.milano.mentelocale.it

“Mondo privato e altre storie” – Marta Dassù

Marta

Ho appena finito di leggere un libro strano: “Mondo privato e altre storie” di Marta Dassù.

Strano perchè eterogeneo.

E ho fatto un po’ fatica all’inizio.

Vuoi per il linguaggio scritto utilizzato, vuoi per i continui scarti tra vita privata e vita pubblica (intesa come la professione esercitata dall’autrice).

Poi però mi sono appassionata ed incuriosita.

Incuriosita per lo stile narrativo, che assomiglia ad un flusso di coscienza e ad una condivisione pubblica di una seduta di psicoterapia (l’interlocutore è un fantomatico dottore).

Appassionata per i quadretti di vita privata, indicativi di una certa classe sociale e di un certo tipo di cultura italiana.

Ma anche incuriosita dalle riflessioni dell’autrice relative alle dinamiche di politica internazionale (Marta Dassù vanta un curriculum non indifferente).

Riflessioni che – secondo me – dicono molto di più di quanto non appaia ad una lettura superficiale.

Aiutando ad intuire il perché di alcune questioni della politica nazionale (anche attuali), spesso incomprensibili ed imperscrutabili (ed anche attuali).

Una piacevole lettura, interessante ed insolita, che scorre via come un racconto.

La Disincastratrice di Oggetti

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Ieri sera scherzavo on-line con degli amici a seguito di un episodio che era accaduto durante la giornata e che aveva suscitato la mia ilarità (visto che era già successo a me diverse volte): c’è una signora che viene una volta alla settimana a darmi una mano a tenere in ordine la casa e ieri, lavando i piatti, ha messo un bicchiere dentro una tazza e questo si è incastrato.
Dopo ripetuti tentativi andati a vuoto, ha rinunciato – mortificata – a disincastrare i due oggetti ad evitare di sfasciare il tutto.
Mia madre ha versato un po’ di acqua ed olio nella tazza, sperando le superfici diventassero scivolose. Ma non c’è stato niente da fare.
E ieri sera – rientrata a casa – non ho potuto fare altro che constatare che i due oggetti erano ben incastrati fra loro.

Mi è già accaduto qualche volta con i bicchieri e la situazione l’avevo risolta picchiando un paio di volte, in modo secco e deciso, sul bordo del lavello per sbloccarli e liberarli.
Ma stavolta no. Sentivo che non avrebbe funzionato: la tazza è più fragile del robusto vetro del bicchiere Ikea, e avevo la certezza matematica che se avessi usato lo stesso metodo avrei sicuramente spaccato la tazza (natalizia di Winnie the Pooh… assolutamente da salvare!).

Così dopo avere provato manualmente, ho pensato di usare un martello e di operare con 2-3 piccoli colpi secchi lungo la loro linea di contatto, affidandomi all’istinto.
E così ho fatto, disincastrando – con un colpo di fortuna – i due oggetti, senza danneggiarli.

E, commentando l’episodio on-line con gli amici, ho fatto la battuta scrivendo: “Ho un futuro: la Disincastratrice di Oggetti!”, precisando che avevo già svolto questo ruolo in altri contesti (in ufficio) disincastrando fogli aggrovigliati e lacerati nella fotocopiatrice, utilizzando delle pinze (dove le dita non arrivavano senza rischiare tagli ed ustioni). Ed una mia amica ha commentato (tra il serio ed il faceto): “C’è sempre un oggetto da disincrastrare!”

Facendo questa operazione, e pensando alla frase dell’amica (a metà tra una considerazione “detta così”, ed una sottile metafora) mi sono resa conto anche di quello che qualche ora prima avevo detto ad un’altra persona: “In genere mi perdo in un bicchiere d’acqua, affogo in una pozzanghera. Mentre quando invece sono dentro una burrasca, resto – paradossalmente – calma e cerco le soluzioni…”

Ora, disincastrare un bicchiere da una tazza non è un macro-problema di enormi dimensioni. Male che vada spacchi tutto, con buona pace della tazza di Winnie The Pooh, però…
Però, cosa ho fatto? Mi sono messa davanti agli oggetti (il problema), ho pensato ai materiali di cui erano fatti (struttura del problema), ho preso il martello (strumento per risolvere il problema) e con poche azioni ottimizzate ho risolto la questione.

Possibile che dal disincastrare una tazza ed un bicchiere si possa trarre un piccolo insegnamento su come risolvere i problemi?
Possibile che da uno stupido ed insignificante problemino casalingo, si possano estrarre macro-regole per la risoluzione di macro-problemi?
Può essere…
Perché “alla fine della fiera”, tutto si riduce a tre semplici passaggi: problema –> analisi della struttura del problema (e sua semplificazione) –> soluzione con gli strumenti adatti usati in modo adeguato (una pinza per i fogli incastrati, un martello per il binomio tazza-bicchiere).
Con buona pace di tutte le costosissime teorie super-sofisticate.

Sto delirando?
Può essere…

D’altronde stavo solo disincastrando un bicchiere da una tazza (di Winnie The Pooh…)…

Slot Temporale

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Questa stravagante commistione di due parole quasi ridondanti tra loro (“slot” e “temporale”, nel senso di tempo), mi è venuta in mente oggi, mentre guardavo ad una serie di iniziative culturali e digitali alle quali mi sono iscritta.

Tra la Fondazione del Corriere della Sera (che avvia un ciclo di tre conferenze dal titolo “Cultura e Sviluppo nel mondo che cambia”, che verteranno sulla “Creatività”, sulla “Innovazione” e sulla “Conoscenza”), le iniziative di Meet the Media Guru, la magica scoperta che ho fatto delle visite guidate ad Hangar Bicocca (spazio spettacolare!)  e le conferenze della Social Media Week (che si terrà a Milano settimana prossima), mi sono resa conto che il comune denominatore di queste iniziative è il tempo.

60, 90 minuti massimo di conferenze e visite. Non di più.

Uno specchio dei tempi (sempre più accelerati) che inizio ad apprezzare particolarmente anche io.

E mi domando, da migrante digitale quale io mi sento, se questo è indice di un abbassamento di attenzione e di volontà di approfondimento, oppure se si tratta semplicemente di un cambio radicale del modo di comunicare.

Perchè osservo (o per lo meno, mi sembra di osservare) che sì, c’è una maggiore superficialità della condivisione di informazione (prova ne sono certe bufale, gettate abilmente in rete, alle quali abboccano subito in tanti, senza previa verifica della veridicità della notizia), ma c’è anche una abile ricerca di trasmissione e condivisione di informazioni, operando delle sintesi efficaci.

Sintesi che – ribadisco – apprezzo sempre più, forse perchè riescono a trasferire contenuto senza entrare nella “pericolosa” zona del calo di attenzione (che non ricordo più dopo quanto tempo si verifica).

Infatti – in contemporanea – mi rendo conto che davanti a filmati lunghi, tomi impressionanti e visite guidate fiume, mi stanco, mi distraggo e mi annoio.

Mi affascina il linguaggio e la comunicazione, ed i mezzi utilizzati per trasmetterli.

Ed in una Era come questa – dove la comunicazione (soprattutto visiva… ma questa è un’altra riflessione che mi facevo dopo avere visto Prometheus) ha assunto aspetti affascinanti che presagiscono evoluzioni che forse noi (almeno io…) non riusciamo ancora ad intuire – accorgermi di un cambiamento percettivo che mi interessa da vicino, mi stupisce e mi disorienta.

Io, me!, povera migrante digitale che ha passato anni a studiare tomi mostruosi, visitando mostre oceaniche…

Immagine tratta dal Sintesi Digitale

Costruire…

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Purtroppo soffro di una grave deformazione professionale, che mi fa vedere e leggere il mondo, le cose e gli eventi in modo rigido e “blindato”: per costruire ci vogliono delle solide fondamenta.

Altrimenti la bella struttura che vuoi che venga messa in piedi, rischia di rovinare in men che non si dica.

Ma non basta.

Per costruire delle strutture devi anche disporre di un terreno idoneo. O meglio: devi pensare, progettare, calcolare e realizzare delle fondamenta adeguate. A seconda del tipo di terreno che trovi, devi poter valutare se fare fondazioni su plinti, a platea, su pali, ecc. ecc.

Ma non finisce qui.

Puoi avere una idea meravigliosa di una architettura fantastica. Ma questa architettura deve potere essere realizzabile con gli strumenti e le tecnologie che hai a disposizione.

Quindi oltre all’architetto visionario, devi avere a disposizione ottimi ingegneri, ottimi geologi, ottimi impiantisti,… Tutte figure una diversa dall’altra, con competenze specifiche nei vari ambiti, che devono poter dialogare tra loro, con l’obiettivo comune di realizzare e concretizzare la magnifica struttura pensata. Se poi ci sono difficoltà di dialogo, occorre una figura sopra le parti, un facilitatore, che contribuisca a far dialogare e ad accompagnare nel processo di realizzazione.

E – ancora – nel corso della progettazione, è possibile che alcuni aggiustamenti si rendano necessari. Cercando di non snaturare troppo l’idea di partenza iniziale.

Che deve potersi inserire armoniosamente in un determinato ambiente; oppure deve poter – coraggiosamente – rappresentare un elemento di rottura, ampiamente giustificato e doverosamente supportato.

Se tutto funziona come deve, il risultato è buono e l’obiettivo è raggiunto.

Se l’orchestra non è accordata, le valutazioni ed i calcoli non sono stati fatti, e l’ambiente si rivela inidoneo, il progetto rischia di andare alla deriva. E, nel processo di deriva, il dispendio di risorse, energie, denaro e tempo, diventa notevole. Con ripercussioni inaspettate.

Fine della metafora edilizia.

Quasi…

Infatti penso che questo ragionamento ben si applica alla pianificazione e realizzazione di qualsiasi progetto, impresa, o altro.

Se hai una idea e la vuoi realizzare, hai bisogno di persone e risorse che possano ricoprire le varie competenze che questa impresa richiede.

Altrimenti rischi di girare a vuoto, di aprire mille porte che conducono su mille strade diverse, senza finalizzare alcunchè, disperdendoti inesorabilmente.

Quando ho incominciato un processo assistito di “definizione professionale”, la mia coach mi ha costretto (nel senso buono del termine) a fare una Analisi SWOT. Per me fu un parto faticosissimo, che andrò a rifare adesso avendo un obiettivo molto più definito nella testa (e quindi essendo in possesso di qualche elemento in più).

Ecco, proprio ora, mi rendo conto di quanto sia prezioso questo passaggio:

  1. definire un obiettivo
  2. analizzarlo
  3. pianificarlo nei dettagli
  4. procedere alla realizzazione

Ci ho messo molto tempo a capirlo.

Oggi ne comprendo in pieno l’utilità.

Forse perchè mi trovo davanti a questioni che non vedo instradarsi su binari precisi.

E quando questo non accade, io inizio ad agitarmi…

Sarà perchè soffro di questa grave deformazione professionale che mi deriva dalla progettazione, dall’ingegneria e dai cantieri…

Immagine tratta da Doka

Il Mondo è cambiato…

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Il Mondo è cambiato…!
“Ma dai!? Ma giura!? Non ce ne eravamo mica accorti…!”, potrebbe pensare qualcuno. E a ragione.
Ma questa riflessione banalissima ed evidentissima, arriva da una serie di ragionamenti che mi facevo ieri mattina.

Tutto è partito dal pensiero che sto finendo lo shampoo e la crema districante per i capelli.
Purtroppo sono di una marca di un noto parrucchiere e pensavo – fino a non molto tempo fa – che sarei dovuta andare in uno dei suoi saloni per acquistare i prodotti.
Finché, qualche settimana fa, non ho scoperto che posso acquistarli direttamente on-line da una nota catena di profumerie.

Pensando a questo (pensiero di altissimo livello…), ho anche pensato che spesso faccio le corse alla sera per arrivare a casa in tempo utile per fare la spesa, prima che il supermercato del posto in cui vivo non chiuda (e ciò avviene alle 20.00). Ed improvvisamente mi è tornato in mente che forse una soluzione comoda c’è: l’acquisto on-line dei prodotti alimentari, attraverso il portale di una notissima catena di supermercati, con consegna a casa tua fino alle ore 22.00 (se non ricordo male). Quindi posso fare il mio ordine da un qualsiasi portatile, pc, tablet… e – senza correre come una forsennata – arrivare a casa e aspettare la consegna. Magari costa un po’ di più, ma il risparmio in termini di tempo ed il guadagno in termini di corse, è molto alto.

Proseguendo queste riflessioni, mi sono ricordata che lunedì devo andare a Padova per una riunione. Il solo pensiero mi fa venire il mal di pancia: tanti chilometri, riunione di 2-3 ore, e altrettanti chilometri per tornare indietro, col buio e la stanchezza che ti accompagna.
Ho pensato che abbiamo installato Skype in ufficio ma non lo abbiamo mai attivato.
Acquistando per pochi soldi una webcam ed un microfono, potremmo serenamente fare tutte le riunioni del mondo, agli orari più impensati, riducendo drasticamente i chilometri percorsi e guadagnando tempo prezioso.

E pensando sia agli acquisti on-line (consegna a casa, o dove vuoi tu), che a Skype & C. (grazie al quale ieri ho avuto un bel colloquio telefonico dove ho scambiato idee ed opinioni su un importante progetto, mentre nei giorni precedenti ho fatto lunghe chiacchierate con amici veneti e – grazie a queste modalità di collegamento – sto costruendo assieme ad altre persone, dislocate geograficamente ovunque, una serie di iniziative), ho percepito realmente che il mondo sta cambiando ed è cambiato.

Sembra di una banalità e di una evidenza scontata, ma forse non lo è così tanto.
Perché proprio una settimana fa, girando per Milano con delle persone, si osservavano alcuni esercizi commerciali chiusi, e si rifletteva sulla “crisi”.

Sì, è vero, la crisi c’è ed è pesantissima.
Personalmente – essendo una Partita IVA – vivo costantemente con la Spada di Damocle sulla testa, col pensiero fisso di dovermi reinventare per essere pronta ad affrontare virate improvvise di rotta…
Però, pensando alle molteplici attività di commercio di beni materiali ed immateriali, forse non è stato totalmente metabolizzato questo cambio operativo.

Io, come utente finale, trovo comodo reperire ciò che mi interessa on-line, acquistarlo a qualsiasi ora e farlo arrivare direttamente a casa (salvo alcune merci, tipo abbigliamento, per le quali ho ancora la necessità di vederle, toccarle e provarle).
E forse qualcuno che svolge questa attività non ha ancora ben recepito questo cambio radicale che è in corso.

Analogamente, credo che qualcuno che lavora all’interno di team dislocati in vari punti geografici, non ha ancora ben percepito che esistono tecnologie che permettono di alleggerire parecchio la fatica degli spostamenti.

Io, come progettista e venditore di servizi, trovo molto comodo poter usufruire delle tecnologie di comunicazione sempre più avanzate, che mi permettono di dialogare, ragionare, progettare con persone che si trovano chilometricamente distanti.
Una volta tutto questo non potevo farlo o, se potevo/dovevo, dovevo sobbarcarmi chilometri e chilometri di strada.

Qualcuno potrebbe obiettare che così si finirà per stare ognuno nel proprio loculo/cubicolo, isolato dai propri simili pur essendo in contatto col mondo intero.
Non sono totalmente d’accordo.
Quello che forse non riusciamo ancora a percepire bene è invece l’allargamento immenso dei confini operativi e il guadagno di tempo (che si perde/perdeva negli spostamenti) per fare altro, ottimizzandolo a favore di altre attività.

Ma forse mi sbaglio…
Non lo so…

Questo è semplicemente un flusso di coscienza, partito da una constatazione che mi sta finendo lo shampoo…

[Immagine tratta da Google Image]

Essere passisti…

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Paola: “Quando inizi a correre?” Io: “Quando l’indice di massa corporea scenderà al di sotto di 25…”

Max: “È arrivato il momento che tu inizi a correre! Fai così: 5 minuti di camminata ed 1 minuto di corsa. Vedrai, sarà più facile di quel che pensi…!” Ed io che ascolto con una postura ed una espressione che manifestava forte disagio e profonda sofferenza interiore…

Il proprietario dello stabilimento balneare di Varigotti al mio babbo: “Vedevamo che sua figlia andava a correre alla sera” [“No, cammino”, pensavo]

Qualcuno che non ricordo: “…Adesso che corri…” Io: “No, cammino!”

Cammino, cammino, cammino!!! Accidenti!!!
Io non voglio correre! Io sto bene anche “solo” camminando!
Sembra inconcepibile ai più. Oggigiorno.

Ed invece credo che questa mia tendenza a non mollare la camminata a favore della corsa, indichi molto di più di me stessa di quanto non sia la sola attività fisica.

Sono una passista.

Lo sono a 360 gradi.
La camminata rappresenta il mio stile di vita.
Lento, in costante movimento e inesorabile.

Questa cosa mi ricorda anche una osservazione divertente di un amico in un contesto molto diverso: tanti anni fa a Montevecchia, in una trattoria, a gustare salumi e formaggi commoventi per la loro bontà. Mentre gli altri chiacchieravano, io ascoltavo e mangiavo zitta-zitta, lentamente ed inesorabilmente. Ad un certo punto l’amico mi guarda e dice: “Ma guarda la Barbara! Zitta-zitta si è mangiata un sacco di roba! Sei un diesel!” Ed io che li guardavo con espressione angelica. (Per la cronaca, la scorpacciata mi costò l’orticaria il giorno successivo…)

È vero che non è proprio un paragone salutista, però credo che questi due episodi scollegati e temporalmente lontani tra loro, la dicano lunga sul fatto che la velocità non fa per me.

Tutto dice di me che sono una passista: cammino (e non corro), i cambiamenti della mia vita sono sempre abbastanza lenti, maturati e metabolizzati (salvo alcuni casi), sono lenta al risveglio mattutino, in genere svolgo le mansioni quotidiane a ritmi abbastanza lenti (con le dovute eccezioni) ed in auto non amo la velocità.
[Forse ha inciso profondamente il cartone animato che guardavo da piccola: un trenino a vapore ed un super-treno modernissimo che – puntualmente – si schiantava alla fine di ogni episodio; con la morale finale che recitava così: “Chi va piano, va sano e lontano!”]

Sicuramente in una società come quella odierna sembra che se non sei veloce, sei bruciato in partenza.
Ma siamo sicuri che sia veramente tutto così?
Io ho qualche perplessità…

Certo, la tecnologia ha accelerato a livello esponenziale il flusso di informazioni e la velocità di accadimento delle cose. Ma credo anche che questa iper-connessione abbia liberato degli “slot” per fare altro. Abbia paradossalmente restituito tempo per dedicarsi ad altro.

Forse la velocità di connessione, la velocità del flusso di informazioni (e la loro elevata quantità) hanno contribuito ad una accelerazione del pensiero (e mi rendo conto che a me sta accadendo una cosa simile: penso più veloce, scarto rapidamente da un argomento all’altro ed i processi cognitivi sembrano più elastici e liquidi). Ma – a livello fisico – comprimendo alcune attività, sembrano si siano creati spazi che ci permettono di rallentare e di diventare (forse) un po’ passisti…
Spazi di “polmonazione” dove recuperare pensieri o fare altro alla velocità a noi più congeniale…

Quindi forse essere passisti non è un male.
Magari essere passisti vuol dire anche essere un qualcosa di fluido, che si muove lentamente e costantemente, plasmandosi attorno a dei cambiamenti che accadono.
Magari essere passisti rappresenta la volontà di riappropriazione di ritmi e spazi che sono assolutamente tuoi. Evitando di trasferire la velocità all’interno dei tuoi spazi, mantenendola fuori.
Magari essere passisti equivale ad avanzare lentamente e inesorabilmente, mantenendosi sempre in movimento.

Forse…

Non so…

Forse sono davanti ad un paradosso…

La Lepre e la Tartaruga – Esopo
La lepre un giorno si vantava con gli altri animali: – Nessuno può battermi in velocità – diceva. – Sfido chiunque a correre come me.
La tartaruga, con la sua solita calma, disse: – Accetto la sfida.
– Questa è buona! – esclamò la lepre; e scoppiò a ridere.
– Non vantarti prima di aver vinto replicò la tartaruga. – Vuoi fare questa gara?
Così fu stabilito un percorso e dato il via.
La lepre partì come un fulmine: quasi non si vedeva più, tanto era già lontana. Poi si fermò, e per mostrare il suo disprezzo verso la tartaruga si sdraiò a fare un sonnellino.
La tartaruga intanto camminava con fatica, un passo dopo l’altro, e quando la lepre si svegliò, la vide vicina al traguardo.
Allora si mise a correre con tutte le sue forze, ma ormai era troppo tardi per vincere la gara.
La tartaruga sorridendo disse: “Non serve correre, bisogna partire in tempo.”

Se c’è una cosa che non vuoi fare, falla…

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…perché spesso dietro si nasconde qualcosa di molto interessante dal quale stai fuggendo.

Per anni il mio mantra è stato: “Nel dubbio, non farlo.”
Da un po’ di tempo si è trasformato in: “Nel dubbio, fallo.”

E così è stato anche stavolta.
Anche se la cosa da fare era relativamente semplice, farla mi è costata parecchia fatica (all’inizio, nella fase di “attrito di primo distacco”): quest’anno ho deciso di fare 15 giorni di vacanza da sola, secondo i miei ritmi, con i miei libri e le mie riflessioni, e soprattutto con me stessa.

So che per qualcuno può sembrare di una banalità disarmante, ma per me non lo è stato.

Volevo farlo, agognavo farlo, e avevo l’obiettivo di mettere a posto un po’ di cose, di cercare di capire cosa voglio fare della mia vita.
Volevo pianificare.

Fino all’ultimo ho avuto ripensamenti, sempre lì-lì per fare il biglietto del treno per raggiungere i miei genitori e passare quindici giorni con loro in Puglia.
Ho resistito, sono rimasta focalizzata sull’obiettivo e sulla necessità di stare un po’ da sola, lontano da tutto e da tutti.
Mi sono concentrata sul fatto che la sola idea di trovarmi in un luogo incasinato, affollato e accaldato mi faceva venire l’orticaria.
Mi sono concentrata sulle inevitabili collisioni da scontro generazionale che avrei avuto coi miei, stando a stretto contatto per 15 giorni.
Avevo bisogno di staccare e per rinforzare la decisione ho riportato alla memoria il disagio, e la stanchezza dell’anno che mi facevano desiderare 15 giorni di solitudine e tranquillità.
Da trascorrere in un posto vicino, tranquillo ed educato.

Così sono partita armata di libri, bloc-notes e altro materiale.
Volevo “lavorare” su me stessa, pianificando (soprattuto mettendo per iscritto) idee, obiettivi.

È stato un successo.

Ho potuto confermar(mi) – se mai ce ne fosse stato bisogno – che stare con sé stessi, seguendo i propri ritmi, facendo ciò che si ritiene più consono e avendo tutto il tempo a disposizione per riflettere, può essere una occasione molto importante per imparare a conoscersi ancora un po’ di più.

Sì, ci sono stati momenti di riflessione intensi e turbolenti.
Ma ci sono stati anche momenti di lettura, di camminate (per scaricare la tensione), di silenzio fisico e mentale.
Non ho fatto esattamente quello che volevo fare, ma forse ho fatto qualcosa di più importante.
Assecondando gli stimoli mentali, ho fatto un punto della situazione in modo anomalo: senza scrivere sul bloc-notes, ma solo ragionando. Facendo scorrere i pensieri in assoluta libertà, lasciando che si aggregassero (secondo il giusto momento) in nuove forme e nuove concatenazioni.
Ho preso atto di nuove consapevolezze (a volte scomode, ma necessarie) e ho consolidato alcune certezze (oltre ad avere sdoganato caratteristiche che vedevo come handicap).

Sì, penso che ognuno di noi debba ogni tanto stare da solo con sé stesso (se può).
È utile per re-imparare ad ascoltarsi.
Anche se questo può essere faticoso e fastidioso.
Ma una volta che hai iniziato, non riesci più a smettere e – quando rientri – pensi già a quando ritagliarti ancora un’altra occasione per riprendere il discorso e approfondirlo.

Sono momenti di consapevolezza, e di messa a fuoco, che ti permettono di ripartire con maggiore lena e maggiore convinzione. Verso un “nuovo anno”.

Umiltà vs. Autostima

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Quanti di noi (della mia età, quindi attorno ai 40 anni) hanno ricevuto una educazione orientata all’umiltà, alla fatica, allo studio, alla non-ostentazione e alla serietà?
E quanti di noi (sempre della mia età) hanno ricevuto una educazione orientata al riconoscimento dei meriti, e dei traguardi raggiunti?

Io appartengo alla prima categoria.
Mio padre mi ha trasmesso la serietà nella applicazione allo studio, al metodo e al lavoro. Facendomi comprendere che per conquistare le “cose” bisogna fare fatica ed impegnarsi (arrivato dalla Puglia negli anni 60, con la valigia di cartone, ha fatto tutta la gavetta possibile ed immaginabile, ingoiando anche tanti cucchiai di “roba amara”).
Mia madre (di origini venete, con papà carabiniere di cui conservo un bellissimo ricordo) mi ha educato facendomi anch’essa comprendere l’importanza dello studio, dell’impegno, della serietà valorizzando e assecondando ciò che realmente volevo fare ed eventualmente correggendo un po’ la rotta.

Tutto bene. Tutto perfetto. Tutto sequenziale e logico.

Peccato che oggi – nel mondo di oggi – io stia accusando alcune difficoltà di gestione della realtà odierna: una realtà ben nota a tutti. Dove la meritocrazia sembra (e sottolineo “sembra”) scomparsa. Dove la serietà (non seriosità) sembra una caratteristica tipica degli stupidi e dei noiosi. Dove per emergere devi far vedere (e strombazzare ai quattro venti) che tu sei il migliore, altrimenti non vieni notato. E vieni sorpassato da chi sa vendersi meglio.
Potrei andare avanti ad elencare, ma sono fattori ben noti a tutti…

Io non sono stata educata a coltivare la mia autostima. Sono stata educata a coltivare la cultura, il sapere e la professionalità, nella (presunta) certezza che questo fosse più che sufficiente per emerge e progredire, nel rispetto degli altri, e con umiltà.
Ed iniziare a coltivare oggi la propria autostima (a 44 anni suonati) non è una cosa semplice; soprattutto se sei timido e riservato. E sei cresciuto percorrendo e perseguendo un determinato stile di vita.

Qualche giorno fa un amico (Eugenio), ha commentato il mio precedente post di questo blog, facendomi un discorso sulla autostima. Mi ha fatto molto piacere leggere le sue riflessioni e mi ha instillato un po’ di fiducia nei miei mezzi e nelle mie capacità. Contemporaneamente però devo continuare a convivere con una impostazione educativa e mentale di un certo tipo, consolidata in anni e anni di vita.

Che fare, quindi?
Non ho la soluzione in tasca: vado avanti per tentativi-ed-errori, con difficoltà, continuando a studiare, informarmi, approfondendo argomenti e facendo parlare il mio lavoro; cercando strumenti adatti a me per comunicare con il mondo (in questo mi sono venuti in aiuto i social network, che rappresentano un canale di diffusione dei propri pensieri ed idee, ed un interessante strumento aggregatore di menti affini).
Continuo…
Continuo a cercare ciò che può essere consono, combattendo la stanchezza, la rassegnazione ed i momenti di sconforto (quando manderesti tutto e tutti al diavolo).
Nutrendo la speranza e la convinzione che alla fine si riesce a trovare il modo di comunicare e di valorizzarsi più consono a sé stessi.