Non so se capita anche a te di avere a che fare con eventi complessi che richiedono tanta pianificazione e tanta resistenza fisica e mentale (a volte sono delle vere e proprie maratone)…
Ebbene, di recente – con grande entusiasmo – mi sono imbarcata in una serie di iniziative che oltre a necessitare di una programmazione di tipo generale e sequenziale (“prima faccio questo, poi faccio quello e poi faccio quell’altro…”, smarcando via-via la to do list ed il calendario sul quale religiosamente appunto e segno impegni e cose da fare), necessitano anche di pianificazioni spinte ad un livello di dettaglio discretamente elevato.
E proprio questa super-pianificazione mi fa spesso pensare – per contro – all’imprevedibilità.
Quella cosa che sta in agguato, là fuori da qualche parte, e che personalmente vedo come l’altra faccia di una ipotetica stessa medaglia.
Per la quale una non può esistere senza l’altra.
Perché puoi pianificare tutto fino al micro-dettaglio e micro-secondo, ma devi comunque essere preparato all’imprevedibilità che sarà rappresentata da quell’unica variabile delle dimensioni di un “quanto” (visto che poco sopra ho scritto di “micro”) che non avevi previsto e che rischierà di “mandare serenamente in vacca” (perdona l’espressione… e chiedo scusa alle mucche) tutta la “bella & buona” pianificazione che hai fatto.
E allora, che si fa?
Nulla.
Nel senso che sì – va bene – pianificare ogni minimo dettaglio, ma una cosa che ho imparato in questi ultimi 2-3 anni è che ad un certo punto devi “fermare le bocce” (giocando sulla variabile temporale).
Sospendere le attività.
E far metaforicamente decantare la “situazione”.
Perché va bene verificare che tutto sia più-o-meno pensato e che tutto funzioni.
Ma devi anche fermarti.
E lasciare spazio alla flessibilità operativa.
Flessibilità (e improvvisazione) che alleni maneggiando gli imprevisti.
Perché “per saper improvvisare è richiesta una gran preparazione” (riflettevo tempo fa).
Una contro-intuizione che fa corto circuito con quanto ‘sto sostenendo in questo post.
Ma che conferma la mia strana regola (e convinzione) sulla esistenza dei dualismi.
L’imprevedibilità, che puoi (e devi) gestire anche con lucidità mentale.
Quella lucidità mentale che deriva dal fermarsi, e dal prendere le distanze e spostare il punto di osservazione.
Perché magari da lì, da quel punto nuovo punto di osservazione, ne scorgi l’ombra e ti prepari a gestirla.
Ci sono giorni nei quali tutto sembra un po’ più complicato.
Progetti complessi da seguire, con variabili aggiuntive che emergono strada facendo, e tensioni che vanno ad aggiungersi alla complessità.
Tensioni — queste ultime — che posso minare l’equilibrio, la lucidità e la concentrazione richieste.
[Dal profilo Facebook, qualche giorno fa]
Ebbene trovo che in questi momenti possano venire in aiuto gli interessi extra-lavorativi.
Ossia tutte quelle attività, quegli hobby, che coltivi nel tempo libero (tanto o poco, a seconda delle disponibilità).
Che ti gratificano, ti distraggono ma anche (e forse soprattutto) creano e affinano delle abilità.
Quegli hobby che coltivi (siano essi manuali – come dipingere, per esempio – o intellettivi), che sviluppano e/o implementano delle competenze.
Innestando un circuito virtuoso di crescita che forse ti toglie del tempo dal puro relax, ma costituisce relax esso stesso.
Che ti toglie ore di sonno, che vengono compensate dalla passione che ci metti.
Che crea alleanze che fanno crescere te stesso e gli altri.
Diventando fonte di arricchimento e soddisfazione umana, morale, culturale.
Importanti per il sostegno dell’amor proprio e dell’autostima.
Utili anticorpi a salvaguardia del tuo equilibrio e della tua integrità.
“How to Be Everything”, Emilie Wapnick [consiglio — questo — a scatola chiusa, sulla personale e sconfinata fiducia nel suo TED Talk, che per me rappresenta una bella boccata di ossigeno che mi devo somministrare ad intervalli regolari 🙂 ]
Torno online sul blog dopo una pausa di riflessione che coincide con la chiusura di un incarico che mi sta lasciando un inaspettato e ricco bagaglio di esperienza che sta contribuendo a smontare delle personali convinzioni limitanti. E che mi sta facendo acquisire quel “coraggio propositivo” per me impensabile fino a non molto tempo fa (e parlo di settimane, non mesi o anni).
Per ora mi destreggio tra stati di ansia, altri di entusiasmo, altri di profonda perplessità (“sarà vero?!”, “dove sta l’inghippo?!”, mi scopro a domandarmi sovente), avanzando passo-passo, testando su me stessa la riuscita o meno delle piccole azioni che sto facendo.
Contando quotidianamente – con stupore crescente – i giorni di anzianità di alcune idee nate qualche settimana fa (reduce da precedenti “epifanie” che facevano sorgere idee come pop-up che franavano rovinosamente dopo 48 ore).
E proprio di recente ho affrontato una piccola e grande sfida (per me): dare il mio contributo durante un transition meeting all’interno dell’esperienza Toastmasters.
(Il transition meeting è un passaggio di consegne tra officer – soci con ruoli – uscenti ed entranti, per condividere esperienze e informazioni utili.)
Dove stava la piccola (e grande) sfida?
Non stava tanto nel cosa dovevo dire (spiegare cosa è un club visit report), ma quanto nel come dirlo: in inglese, tenendo un webinar di 15 minuti via GoToMeeting.
Sorvolo sulla preparazione di slide e contenuti, cercando di conciliarli con il tempo a disposizione.
Taccio sulle prove a braccio, durante le quali mi registravo e poi mi riascoltavo, preoccupata del mio inglese un po’ naïf e della moltitudine di incertezze.
Pensando alla diretta web.
Diretta che è stata messa alla prova dal sorgere di problemi tecnici durante la mia sessione (l’audio è saltato), che è stata interrotta ed è stata ripresa in un secondo momento (in una rapida staffetta tra relatori coinvolti).
Successivamente (in fase di editazione) il mio intervento è stato cucito per creare una sessione continua, ed è stato caricato su You Tube insieme agli altri contributi.
E fin qui tutto bene.
Quello che invece non mi ha soddisfatto è stata la mia performance: al riascoltarmi ho notato tutte le incertezze nell’inglese, i commenti off topic, e altre cose che non mi sono piaciute.
E la “Barbara giudicante” ha fatto sentire il suo parere.
In tanti mi dicono che “mi prendo troppo sul serio”, “uso il bazooka per sparare ad un moscerino” (è la mia preferita), “sono troppo critica con me stessa”, ecc ecc. Tutte osservazioni che condivido e sulle quali lavoro alacremente per smussare, tollerare, accettare…
Ma proprio oggi pensavo anche che una convivenza con questo spirito critico ed esigente, è possibile e può tornare utile. Per fare sempre meglio, alzando gradualmente e costantemente l’asticella.
Senza entrare in loop punitivi e auto-sabotanti.
Muovendosi lungo la linea di demarcazione del doppio significato della affermazione “puoi fare di più”:
ok, va bene, e puoi fare meglio (più propositivo)
non va bene, fai meglio (più tranchant)
E così sabato mi sono messa di buzzo buono e ho rifatto la registrazione.
Sempre in inglese e sempre a braccio (quindi con tutte le imperfezioni del caso, ma decidendo scientemente di non preparare un testo scritto).
Ascoltando l’insoddisfazione, usandola come stimolo per rifare (al meglio delle mie possibilità).
Trovandomi davanti anche alla necessità di usare un programma per registrare il nuovo video e cogliendo l’occasione per imparare qualcosa di nuovo (ho scoperto Camtasia e non si contano le versioni di prova che ho registrato e regolarmente cestinato).
Ed è stato inevitabile per me ricordare il vecchio adagio “sbagliando si impara”.
Il risultato è una “extended version” che apre una finestra su uno dei compiti che gli Area Director hanno nel corso del loro mandato.
Sono soddisfatta del risultato?
Pur non essendo perfetto, sì.
Perché?
Perché è frutto di una personale ricerca.
Perché ho cercato di fare il meglio possibile.
Perché ho imparato cose nuove.
Si poteva fare meglio?
Sì, sicuramente.
Ma di questo piccolo risultato mi piace l’autenticità e la ricerca che c’è stata per produrre un risultato.
Su cui costruire qualcosa di migliore, alla prossima occasione.
Secondo te fare le cose per il gusto di farle, senza avere come scopo (più o meno evidente, più o meno conscio) quello di trarne un business, è così grave?
È così grave non avere piani B, C, D,… X, Y, Z…?
Perché non so tu come sei messo, ma io ero arrivata al punto di non fare più le «cose» (leggere libri, frequentare corsi e conferenze, …) per il solo piacere di farlo (godendo del momento, della esperienza e dell’apprendimento), ma con l’obiettivo (indotto o acquisito, che dir si voglia) di trarne possibili spunti per un business, un piano B… senza riuscire – sistematicamente – a finalizzare nulla (senza cavarne un ragno dal buco, come si suol dire).
Arrivando ad una «indigestione intellettiva», con conseguente nausea di tutto. E grande insoddisfazione. E – come ultimo stadio – frustrazione e curiose forme di auto-lesionismo (leggasi dialogo interno del tipo: «non sei capace, rassegnati»).
Ed in questo ultimo anno molto intenso, grazie a (o «a causa di», come preferisci) un’attività di volontariato che mi ha assorbito nella sua totalità, e che mi ha dato e mi sta dando tanto, dove le cose che ho fatto (e che sto facendo) le ho fatte (e le faccio) per pura passione, ho visto in modo ancor più evidente quanto l’ossessione (e la frustrazione) per il business abbia lavorato molto male su di me.
Può essere che questi ragionamenti siano frutto dell’approssimarsi dei 50 anni (con tutto il bagaglio fisiologico, ormonale e psichico che questo comporta), ma questo è.
E qualche settimana fa, in occasione di un momento nel quale ho detto no ad una cosa perché non ce la facevo a sostenerla (paradossalmente legata all’attività di volontariato che sto facendo), ho pensato e ho percepito un disagio da obbligo e da privazione.
Ho pensato che dovevo fermarmi, ripensare e riprender(mi) tempi, spazi e reali interessi.
Voglio leggere libri per il puro gusto di farlo, voglio tornare a viaggiare per il puro di gusto di farlo, voglio andare ad ascoltare persone per il puro gusto di farlo.
Qualcuno potrebbe dire: «Ma se salta il banco? [leggasi: perdi il lavoro, n.d.r]? Se le cose iniziano ad andare storte? Tu che fai?»
Risposta? Non lo so.
Se dovesse succedere, mi porrò il problema. Ma adesso ho ben poco da farmi venire il mal di testa pensando costantemente al «…e se?…». Non avendo la palla di cristallo, non posso correre il rischio di non godere del ciò che faccio perché bisogna programmare, pianificare, intuire, analizzare…
Perché in questa era ad alta fluidità (concetto caro al compianto Zygmunt Baumann), pregna di paradossi, dove la previsione, la proiezione e la progettazione a media/lunga scadenza è pressoché nulla (è già tanto se riesci ad avere una vaga idea di cosa farai fra un anno), è quasi inutile fare programmi bi-tri-quadri-quinquennali (anche se forse sarebbe necessario…).
E forse questa riflessione si è rinforzata conoscendo ed ascoltando storie di persone che – proprio in questa era ad alta instabilità – si sono licenziate [follia!, si può pensare] perché arrivate al limite, e che si sono messe alla ricerca di altro che desse loro maggiore soddisfazione. Iniettando ulteriore instabilità personale alla già alta instabilità del presente. Ma vedendo anche aprirsi insospettate opportunità.
Forse conviene vivere e coltivare i propri interessi. Quegli interessi che ci arricchiscono come persone.
Che poi – magari – il tuo bagaglio personale si arricchisce inconsapevolmente di strumenti che potrebbero attivare risorse inaspettate in caso di emergenza (ma questa – forse – è un’altra storia).
Tempo fa condividevo su Facebook una riflessione sulla leadership declinata al femminile che sintetizzo qui sotto:
“[sto pensando] a quello che leggo su leadership maschile e leadership femminile. E più vado avanti e più provo “disagio” davanti a questa differenziazione. Perché? Perché per me non esiste leadership declinata al maschile o leadership declinata al femminile. Per me esiste la leadership. Asessuata. Per me la leadership (per come la concepisco e la sperimento in continuazione su me stessa) è qualcosa che non è legato al sesso della persona. Bensì è legato alla persona, come individuo, e alle sue peculiarità. È legata al suo carattere, al suo essere, ai suoi valori. Quando leggo di leadership femminile e di programmi ed eventi di formazione al femminile, giuro che mi scorre un brivido lungo la schiena. E non è un brivido di piacere. Perché? Perché vedo degli stereotipi da auto-incaprettamento. Vedo leadership femminile espressa attraverso i tacchi alti… Attraverso capelli fluenti, rossetti,…Tutti canoni che rischiano di diventare degli stereotipi che cristallizzano in codici che possono trasformarsi in griglie di valutazione. E non va bene. Secondo me. Finché ognuno di noi – uomo o donna che sia – non sarà in grado di capire che la leadership non è legata a canoni estetici, a “status symbol”, a “dress code”, bensì è fortemente individuale (inteso come “individuo”, persona), e parte da dentro, continueremo a raccontarci tante belle teorie che spingeranno a incasellamenti forzati e a sviluppare ulteriori griglie. Quelle stesse griglie dalle quali soprattutto le donne in cerca di “identità di leadership” tentano di uscire.”
Con questo post si sollevò un dibattito abbastanza vivace. E dovetti spiegare un po’ di più cosa intendevo dire, specificando che la mia non era una riflessione offensiva nei confronti del genere femminile. Tutt’altro: era (ed è tuttora) un invito a non cadere nella trappola delle categorizzazioni. E – nello specifico – era (ed è tuttora) un invito ad essere prima di tutto leader e poi donna o uomo.
All’interno della discussione mi colpì un commento che offriva una chiave di lettura interessante: la leadership maschile viene vista più “impositiva”, la leadership femminile viene vista più “inclusiva”.
Questa osservazione mi diede la possibilità di ampliare il campo della discussione, facendolo uscire dal concetto di “etichette” e “recinti” (su cui stavo ragionando), per portarlo ad un altro livello, espandendolo e contribuendo ad una operazione di chunk up(è possibile leggere una definizione di chunk e chunking in questi articoli: Chunking up and down – Chunk su Wikipedia).
Ora, ragionando sull’inclusivo (donna) e sull’impositivo (uomo), sappiamo che numerosi studi scientifici hanno dimostrato che il modo di ragionare maschile è diverso dal modo di ragionare femminile. (Un dei numerosi articoli di riferimento, da cui è tratta la foto qui sotto: Brain Connectivity Study Reveals Striking Differences Between Men and Women)
Ma penso che le due modalità di leadership menzionate sopra non siano necessariamente legate al genere. Ho una convinzione profonda che le modalità legate alla persona, al suo carattere e – cosa non meno importante – alla sua formazione culturale, sociale ed educativa hanno comunque importanza.
Faccio un passo in più.
Lo scorso weekend ho seguito via streaming l’evento benefico Dire Fare ed uno dei relatori presenti era il Generale Franco Angioni, che ha parlato di leadership. Senza menzionare donna o uomo, bensì affrontandolo come un concetto alto sganciato da qualsiasi categorizzazione. E due punti hanno richiamato alla memoria riflessioni che mi era capitato di fare in autonomia:
autorità e autorevolezza non sono la stessa cosa (l’autorità ti viene conferita da cariche, l’autorevolezza ti viene riconosciuta da altri)
comando non è necessariamente leadership (chi comanda dà ordini, chi è leader conduce il gruppo e non sempre le due variabili coesistono).
Ora mettendo insieme tutto ciò in modo sequenziale, e semplificando, emerge secondo me un equivoco di interpretazione:
genere (uomo/donna) –> biologia/neurologia–> modalità di pensiero –> tipo di leadership (impositiva per uomo; inclusiva per donna)
generando quella che io chiamerei una equazione complessa: “siccome è così, allora il risultato è questo”. Categorizzando un concetto che personalmente vedo molto più ampio ed influenzabile da molti più fattori esogeni ed endogeni.
Sono conscia che essere donna non facilita certi percorsi. Ma sono anche intimamente convinta che se si inizia:
a pensare alla leadership come ad una capacità (o visione)
a sganciarsi dalle etichette e dalle categorizzazioni
ad anteporre la comprensione del concetto alto per poi calarlo su di sé (in un processo di top-down che ti trasforma)
forse si riescono ad aggirare preconcetti che portano alla creazione di iniziative dedicate che – anziché aiutare nella creazione di una identità – rischiano di creare quei recinti di cui parlavo in apertura, e nei quali si finisce per rinchiudersi da soli (da sole, nello specifico).
Nota finale:
La leadership è un tema che mi è molto caro. Lo sento particolarmente in virtù della mia natura introversa che mi fa guardare con curiosità coloro che conducono e guidano gruppi. Di seguito riporto i link ad altri post che ho scritto, durante il mio percorso di studio, sperimentazione e apprendimento (tra parentesi ho messo le date di pubblicazione, per dare anche una connotazione temporale alla questione), uniti ad un paio di considerazioni sull’universo femminile e manageriale:
Non so se capita anche a voi, di prendere consapevolezza (finalmente…) di qualcosa dopo averne letto tanto sui libri e nelle riviste del settore.
A cosa mi riferisco?
Mi riferisco a quelle che chiamo “rotture di schema” (o anche – più propriamente – “interruzioni di schema”) e ai loro benefici.
“Interruzione di schema” è una definizione che ho conosciuto e appreso diversi anni fa in ambito PNL e coaching. E via-via è diventato un termine che ho usato sempre più per identificare quelle azioni introdotte volontariamente (anche in autonomia) per dare una sterzata e spostare il focus (o il punto di vista) di situazioni che si arrotolano ed aggrovigliano su se stesse e mi impediscono di proseguire.
E la mia recente ed inaspettata “interruzione di schema” è stata la visitata di alcune mostre durante lo scorso weekend (lungo). Durante il quale ne ho concentrato un numero discreto in un breve lasso di tempo.
Biglietteria della Triennale
Di solito prediligo visite culturali ad intervalli di tempo più ampi, per poterne assaporare e goderne i “frutti” anche a distanza di giorni. Ma questa volta – complice una certa fatica intellettiva di cui andrò a raccontare a breve – mi sono sottoposta ad una dose intensiva di “acculturamento”.
Perché questo?
Perché nei giorni scorsi (complice le festività) mi ero prefissata di lavorare a tempo pieno sulla preparazione di alcuni speech ed educational dedicati a prossime iniziative formative del Toastmasters.
Invece mi sono resa conto che più ci lavoravo e peggiore era la resa.
Più mi impegnavo e più mi arenavo.
Distratta e confusa, mi rendevo conto che stavo alimentando un involontario rigetto a scapito della progettazione di un prodotto di qualità.
Questa fatica intellettuale è coincisa – casualmente – con una visita pianificata da tempo con WAAM Tours ad uno spazio espositivo: il Labirinto di Pomodoro (ospitato all’interno della sede Fendi a Milano, in zona Tortona).
La visita fatta il giovedì sera (alla vigilia del weekend della Epifania) è stata una bellissima sorpresa (qui uno dei numerosi articoli sull’argomento: Il sottosuolo di Fendi. Nell’ex Fondazione Pomodoro, a Milano) ed è stato anche un momento immersivo. Dove – per quanto mi riguarda – lo stupore l’ha fatta da padrone, facendomi dimenticare pensieri e incombenze varie.
Dettaglio della Porta di ingresso al Labirinto
Portandomi fisicamente all’interno di uno spazio onirico e a-temporale, che sospende tempo e spazio.
Facendomi percorrere una successione di ambienti che concentrano in un solo spazio ed in un solo momento, suggestioni ed ispirazioni provenienti dai quattro angoli del tempo e della storia dell’uomo. Senza indentificarcisi in modo univoco.
E l’effetto visita si è protratto ben oltre il momento della iniziativa.
Lasciando(mi), consapevolmente o meno, una traccia anche nella giornata successiva, quando (davanti all’ennesima “crisi di rigetto”) ho deciso di continuare a distrarmi.
Di continuare con questa interruzione di schema.
Approfittandone per visitare gli spazi della Triennale ed, in articolare, la mostra dedicata ad Antonio Marras (ma non solo).
Uno scorcio della esposizione nell’atrio della Triennale “Lumi di Channukah”
Ed in quella occasione mi sono ritrovata a fare alcune ulteriori considerazioni nate da ciò che stavo vedendo (e visitando).
Percorrendo la mostra su Antonio Marras mi sono accorta che – a parte un pannello all’ingresso, che raccontava brevemente il motivo della mostra – lo spazio ospitava oggetti, disegni, installazioni senza nessuna spiegazione.
Come se l’interpretazione e l’interazione tra visitatore e autore fossero lasciate alla libertà assoluta di esperienza di ognuno.
Una cosa (per me) molto interessante.
Che mi ha consentito di vivere e percepire “l’insieme” in modo insolito. Senza contagio didascalico.
Facendomi oscillare tra divertimento, curiosità, smarrimento in alcuni dettagli, emozioni…
Stimolando la curiosità e la creatività.
In modo “laterale” e non così codificabile.
Un modo apparentemente incomprensibile da un punto di vista formativo manageriale.
Ma invece molto utile per sperimentare come una stimolo che arriva da un ambiente così lontano (professionalmente) dal tuo, può impiantarti un piccolo seme (producendo un piccolo insight) che può generare quello che gli psicologi chiamano l’Effetto a-ha (l’espressione tipica che usiamo quando troviamo la soluzione del problema).
Condizione fondamentale è però quella di sospendere il giudizio.
Cercando di muoversi al di fuori dei propri schemi sicuri.
Superando il disagio (e l’imbarazzo) iniziale del trovarsi davanti a qualcosa di così diverso.
La seconda considerazione è nata visitando la mostra “W. Women design”.
Percorrendo lo spazio “invaso” da oggetti prodotti da designer, grafiche e creative, ho pensato una cosa: “Sto sbagliando approccio. Devo vedere la cosa da un altro lato.”
Inquinata (io) da una categorizzazione femminile (creata – ahimè – anche delle stesse donne, come ho scritto qualche tempo fa su Facebook, in merito alla “leadership” e ad altri argomenti), ho perso di vista cose silenti e ben più fondamentali (dinamiche di percezione, neurologia, processi creativi,… ) che vanno oltre qualsiasi classificazione.
Ragionamenti inaspettati, arrivati facendo e vedendo altro.
Ragionamenti che si sono intersecati e contaminati con argomenti sui quali sto ragionando e che si sono rivelati utili. Stimoli e spunti laterali.
Quest’anno ho ancora meno voglia del solito di festeggiare il Natale.
Quel Natale dove devi adempiere a tutta una serie di doveri e devi per forza essere felice e buono.
Io quest’anno proprio non ci riesco.
Anche se vedo più discrezione in giro, e molta meno ostentazione, non riesco a farmelo mandare giù.
Non riesco a dirmi: “Sii grata e festeggia per quello che hai!”
Sì, sono grata e ringrazio Dio ogni santo giorno per quello che ho.
Ma da qui, a festeggiare e manifestare felicità, devozioni e gratitudini varie ce ne passa.
Non sto a menzionare le brutture, i drammi e le ingiustizie alle quali si assiste quotidianamente e passivamente, guardando attraverso lo schermo, o – semplicemente – camminando per strada.
Ma proprio per questo oggi, più che mai, ostentare mi sembra uno schiaffo morale in faccia a chi non ce la fa o si trova in situazioni drammatiche che – abituata al calduccio della mia tana – non sarei minimamente in grado di affrontare (salvo forse pensando alla sopravvivenza).
Ma questo disagio penso (e spero) stia portando in superficie qualcosa di più silenzioso e più prezioso: il rapporto umano.
Una cosa talmente ricca (nel bene e nel male) da rendere tutto il resto superfluo e – talvolta – stucchevole.
Sono sempre stata una persona poco propensa a parlare.
Poco telefonica e poco chiacchierona.
Poco incline a raccontare di persona, a voce, e più propensa a scrivere qualcosa qui e là sui social e via mail. Affidando alle parole scritte pensieri che mi risulterebbero difficili da esprimere a voce.
Ebbene, in questi ultimi mesi credo di non avere mai parlato così tanto con le persone.
Di avere ascoltato storie.
Di avere cercato di trovare soluzioni a fatiche e conflitti personali miei e altrui (su questa ultima cosa dei conflitti devo lavorare ancora tanto).
Ho parlato con persone entusiaste e persone sconfortate.
Ho recuperato rapporti e ne ho persi altri, a cui tenevo molto.
E tutto questo mi ha fatto ritrovare, ma forse soprattutto scoprire, l’importanza delle parole dette a voce.
Mi ha fatto vivere il disagio (costruttivo) di dover cercare soluzioni a situazioni complicate, parlando.
Oggi pomeriggio ho visto un video registrato con una telecamera nascosta, che mostrava una persona che regalava un pacchetto a dei senzatetto a Milano. Le loro reazioni di reale gratitudine e le lacrime a cui alcuni si abbandonavano, mi ha fatto sentire ancora di più la mia superficialità ed inutilità. (Il pacchetto conteneva un paio di guanti imbottiti. Una merce preziosissima per chi vive in mezzo ad una strada.)
Davanti a chi non ha nulla e nessuno, mi sento sempre impotente.
E questo piccolo video, unito al semplice ascolto di chi ti circonda e a quello che vedi e leggi, mi ha fatto capire ancora di più quello che è veramente importante.
Avere cura di chi ci è caro. Senza dimenticare gli altri, tutti gli altri.
Ecco che stare a fianco dei miei genitori, di persone a cui voglio bene, di persone che magari conosco poco ma che condividono il loro tempo con me e con altri, regalandolo, è forse la sola cosa più importante per me.
E di cui sono veramente riconoscente.
Tutto il resto è relativo.
E spero che anche tu, che leggi questo piccolo post, possa apprezzare e trovare quello a cui più tieni e te ne possa prendere amorevolmente cura.
In questi ultimi tempi mi trovo da un lato ad assistere e dall’altro ad osservare o vivere delle scelte (ossia “necessità di prendere delle decisioni”).
E, osservando le dinamiche e le variabili in gioco, riflettevo proprio un paio di giorni fa che per scegliere bisogna avere coraggio.
Coraggio di scegliere da che parte andare, spesso senza avere tutte le informazioni a disposizione.
Magari avendo a disposizione informazioni tecniche (“cose da fare”, “elenchi”, “scadenze”,…), ma non informazioni su variabili di tipo umano ed emotivo (fattori – a mio avviso – che influiscono fortemente sull’andamento delle cose).
Ed ecco quindi che – in alcuni casi – si temporeggia e si può arrivare a situazioni di stallo, dalle quali si tenta di uscirne cercando conciliazioni, punti di contatto, vie di mezzo.
Arrivando da ultimo (con grande incertezza e grande fatica) alla soluzione di non fare alcuna scelta.
Con la conseguenza che se sono coinvolti anche attori esterni, la “non scelta” può provocare una serie di reazioni non prevedibili (che possono alimentare possibili situazioni di conflitto). Mentre se la “non scelta” è a carattere personale, le conseguenze ricadono sì solo su noi stessi ma non sono comunque scevre da conseguenze.
Ma anche la non scelta è una scelta
E se di primo acchito una affermazione simile appare come un paradosso, e fatichi a coglierne il senso, se ti soffermi un momento sul significato di questo insieme di parole (“non scegliere è scegliere”) leggi un messaggio interessante: nel momento in cui decidi di non scegliere fai una scelta subdola e – per alcuni aspetti – inconsapevole.
Scegli di delegare ad altri possibili decisioni.
Scegli di far decidere altri per te, che non è detto che andranno ad operare secondo i tuoi interessi, i tuoi desideri, i tuoi progetti, le tue necessità ed i tuoi obiettivi.
È un processo di delega diverso da quello che conosciamo (che ti consente di scegliere persone a cui dare le opportunità di gestione e sviluppo di progetti, in senso lato).
La non scelta è un processo di delega molto più pericoloso, perché non è più sotto il tuo “controllo” consapevole.
Scegliere non è facile.
(Ed in questi giorni sto riflettendo molto attorno ad una possibile strada da intraprendere e sto leggendo, osservando, cercando di capire, parlando con persone… per arrivare a scegliere tra “sì, vado avanti” oppure “no, passo oltre”.)
Scegliere comporta talvolta dolore.
Scegliere comporta fatica.
Scegliere comporta sacrificare qualcosa a favore di qualcos’altro.
Scegliere comporta talvolta “turarsi il naso” e optare per la situazione “meno peggio”.
Scegliere comporta anche commettere degli errori (capita).
Ma scegliere è soprattutto una assunzione di responsabilità.
Che se fatta con coscienza, con etica, magari anche nel rispetto dei propri valori (soppesando anche l’influenza del proprio Ego), riduce il margine di errore (o comunque lo rende più “consapevolmente gestibile”) e riduce il disagio (almeno nella sua durata temporale).
Qualche giorno fa ho assistito ad un dialogo nel quale si menzionava la parola “comando” all’interno di un ragionamento di “leadership”.
Sentendo utilizzare la parola “comando” ho prestato maggiore attenzione e ho pensato alla (apparente) sottile differenza che c’è tra i due termini. Una differenza che, se non colta, può generare equivoci di interpretazione e – conseguenti – difficoltà di gestione di progetti e di dinamiche interpersonali.
Per curiosità (e personale ossessione di precisione linguistica), sono andata a cercare i significati delle due parole sul sito della Treccani:
leadership s. ingl. [comp. di leader «capo, guida» e -ship, terminazione che esprime condizione, ufficio, professione e sim.], usato in ital. al femm. – Funzione e attività di guida, sia con riferimento a individui o organi collegiali in quanto dirigano un gruppo o un’impresa, sia, in senso politico-sociale, con riferimento a un partito o a uno stato.
comando s. m. [der. di comandare]. – 1. Atto di comandare, ordine impartito; le parole con cui s’impartisce l’ordine; la cosa stessa comandata: dare un c.; aspettare il c.; fare, eseguire i c.;obbedire a un c.; parlare con tono, con voce di c.; essere ai c. di qualcuno, essere avvezzo a obbedirgli; essere, stare ai c. di uno, essere alle sue dipendenze, a sua disposizione; ai vostri c., ai suoi c., detto da chi si mette a disposizione di qualcuno e si dichiara pronto a servirlo. 2. Facoltà, autorità di comandare, e la funzione stessa, il grado di chi è investito di tale autorità […] [definizione completa a questo link: http://www.treccani.it/vocabolario/comando1/]
Leggendo attentamente, Treccani per definire i due termini utilizza parole dai significati molto diversi, assimilabili a guidare (per la leadership) e ordinare (per il comando). Azioni che hanno un significato – a mio avviso – profondamente diverso che si sposano con una azione “educativa/ispirazionale” la prima, fortemente “direttiva” (e a senso unico) la seconda.
Personalmente ritengo che il termine leadership sia difficilmente traducibile in italiano, ma ho comunque cercato le traduzioni dall’inglese all’italiano utilizzando due principali piattaforme online, ottenendo risultati un po’ più ambigui (che confermano la mia perplessità):
Google Translator (per certi aspetti più approssimativa, anche se migliorata rispetto a qualche tempo fa) alla parola leadership fa corrispondere – in italiano – la parola “comando”
Word Reference fa corrispondere parole come “guidare” e “dirigere” (a questo link le varie traduzioni).
Credo che per comprenderne appieno il significato sia necessario fare un passaggio intermedio, risalendo alla origine della parola e – dalla sua origine – tentare di risalire al suo significato in italiano:
leader[ship] deriva da to lead che (in italiano) significa condurre/guidare
Se poi tento di costruire un personale elenco di caratteristiche distintive tra i due termini, utili ad orientarmi, scriverei:
Leadership non fa necessariamente rima con comando [un assunto secondo me molto importante]
Comandare è una azione
Leadership è (anche e forse soprattutto) una sorta di identità
In termini di riconoscimento/incarico
Il comando ti viene dato (o – nel bene e nel male – te ne appropri)
La leadership ti viene (anche) riconosciuta (ed eventualmente affidata) per quello che sei e fai (un riconoscimento quasi di autorità)
In termini di durata temporale
Il comando può avere una durata temporale limitata
La leadership non necessariamente (se acquisita e riconosciuta come “identità”, può avere una durata quasi illimitata)
C’è una grande differenza di contenuto e di significato tra queste due parole. Che può incidere profondamente nella comprensione e nell’approccio alle cose, così come nella individuazione di persone adatte a ricoprire ruoli e svolgere compiti.
Variabili, queste – a mio avviso – da non sottovalutare.
[Le immagini scelte – dal web – seppur di lingua inglese, aiutano a dare una maggiore chiarezza di significato alla parola leadership attraverso sinonimi e attività/azioni ad esse correlate.]
Immagine tratta dall’account Twitter di Federica Rovati
“Avere ragione o essere felici?”
“Mentalità rigida vs mentalità di crescita”
…
Bianco o nero…?
Dualismi. Semplificazioni.
Che hanno un senso per intravedere il bandolo in una matassa aggrovigliata, per cercare di intravedere macro-famiglie in mezzo a tante particolarità, per fornire qualche primo elemento utile a capire situazioni complesse.
Ma che non possono – secondo me – essere la Guida (con la “G” maiuscola) utile per leggere la realtà “in toto” e non posso essere usati come strumenti validi per tutte le soluzioni (come quelle chiavi universali, quei passepartout che aprono tutte le porte).
Non è così semplice.
Immagine tratta da Tumblr
La realtà è troppo complessa e multiforme per poter essere categorizzata.
La categorizzazione va bene per vendere istant-book.
Va bene per vendere rimedi rapidi e palliativi effimeri.
Ma la realtà là fuori è altro. Ben altro.
“Aspiriamo a una soluzione, aspiriamo alla serenità, ma non abbiamo tempo, non abbiamo la pazienza, non abbiamo la tenacia per cercarla e ingoiamo riconoscenti soluzioni veloci, cibo veloce, sesso veloce, tutto ciò che promette un rimedio rapido, viviamo nel tempo dell’accelerazione. I manuali di auto aiuto ci promettono una vita migliore, dieci modi per smettere di bere, di ingrassare, di rimpiangere, di aver paura, dieci modi per vivere, raramente sono più di dieci, non ce la faremmo ad assimilarne di più, dieci come le dita, dieci come comandamenti. Dieci modi per vivere.” [Jón Kalman Stefánsson, “I pesci non hanno gambe”, Ed. Iperborea]
Stamattina leggendo un post di una pagina Facebook (“preferisci avere ragione o essere felice?”), mi sono fermata a pensare.
E ho riflettuto su questo dualismo.
Pensavo che spesso per me avere ragione equivale a (mi provoca) soddisfazione.
Ma non la ragione che si dà per il “contentino”, bensì il riconoscimento della ragione altrui. (Un riconoscimento della altrui intelligenza e identità. Un processo che può essere lungo e faticoso.)
Dal sito chiaradinotte.wordpress.com
Per come la percepisco, per come la intendo, la felicità (il suo concetto, la sua idea) è troppo “lontana”. Irreale e staccata dalla quotidianità.
Anch’essa venduta in libricini che spacciano sogni e che fanno leva su dolore e piacere per iniettarti una idea, un bisogno, che forse non esiste (o non esiste nella forma in cui te la raccontano) e che – proprio per questo – può innescare disagio ed una sua ricerca spasmodica, inseguendo una chimera.
Lecite le domande che mi potrebbero essere poste a questo punto:
Sei mai stata soddisfatta? Sì, qualche volta.
Sei mai stata contenta? Sì, qualche volta.
Sei mai stata serena? Sì, qualche volta.
Sei mai stata felice? Non lo so, non lo ricordo.
Soddisfazione, essere contenti (che lo sento diverso dall’essere felice), serenità, sono secondo me stati raggiungibili (con scelte, dialoghi, esperienze e – talvolta – immense fatiche).
Felicità (essere felici) è uno stato che dubito sia raggiungibile così come viene codificato e interpretato dal linguaggio corrente:
Stato d’animo di chi è sereno, non turbato da dolori o preoccupazioni e gode di questo suo stato. L’aspirazione alla f. è caratteristica dell’etica classica, che la chiamò eudaimonia (➔ eudemonismo). Trascurata nella filosofia moderna in seguito alla posizione rigoristica assunta da I. Kant, la nozione di f. è rimasta viva nella tradizione culturale anglosassone, ispirando il pensiero filosofico, sociale e politico. A questa tradizione si ricollega la difesa che del concetto compie B. Russel nel suo The conquest of happiness (1930). [Da Treccani – voce Felicità]
Ed il suo spaccio (come una droga a cui tutti aspiriamo) attraverso induzioni ricoperte di glassa, lascia sgradevoli tracce collose ed appiccicose, una volta che lo strato si scioglie al sole della realtà.