Abitare gli spazi

Negli ultimi tre mesi abbiamo trascorso gran parte del nostro tempo tra le mura domestiche.
Ed è molto probabile che ne trascorreremo molto altro ancora (di tempo), assorbendo gradualmente e sempre più (spontaneamente o meno) nuove modalità di vita e lavoro.

Photo by Patrick Perkins on Unsplash

Una “nuova normalità” (con buona pace di coloro che non apprezzano questo modo di definire questa quotidianità post-lockdown nella quale ci stiamo inoltrando) che sta mettendo in difficoltà molti di noi (a vari livelli, a seconda delle condizioni di vivibilità) che ci sta testando sia da un punto di vista fisico (la mobilità diversa), sia da un punto di vista psicologico.

Abitudini, agende, orari, movimenti e ritmi… tutto nuovo (o quasi).

Parlando con dei colleghi, ho ascoltato di diverse reazioni.
C’è chi ha deciso di affittare lo studio e lavorare (definitivamente) da casa.
Chi sta assaporando il lavoro da casa, forte di una disciplina che fa sì che rispetti orari che non lo portino ad abbruttirsi davanti al computer, migrando dal divano al letto, e viceversa.
E c’è chi – come me – dopo l’entusiasmo iniziale, fatica ad imporsi una disciplina (sulla quale sta lavorando).

Ma questo non è un post sulla organizzazione del tempo.
Sono la persona meno indicata per scrivere sul tema (a meno che non condivida un elenco di cose da non fare).

Questa è una riflessione sugli spazi che abbiamo abitato così tanto negli ultimi mesi (è probabile che molti di noi abbiano trascorso molte più ore in casa in queste settimane, che negli ultimi cinque anni…).

Spazi abitati sui quali in molti hanno scritto e parlato.
Evidenziando che la casa – oggi – ha assunto improvvisamente e realmente (anche) la funzione di luogo di lavoro, dopo che se ne teorizzava da tempo, restando sempre nell’ambito di pochi esempi “di nicchia”.

Vita personale e vita professionale, raccolte all’interno degli stessi metri quadri.
In una situazione forzata che forse ha distorto (nel bene e nel male) la percezione del tutto.

E nei periodi più difficili ho tenuto sempre “a portata di click” la videointervista ad Astrogiulia (al secolo Giulia Bassani) Coronavirus: stare a casa è un po’ come stare nello spazio. Parola di Astrogiulia (una piccola ancora di salvezza per vedere le cose da un lato diverso e più costruttivo)
Un video che – di recente e a scoppio ritardato – mi ha acceso una lampadina e mi ha fatto mettere insieme argomenti dei quali mi interesso da tempo ma mai – fino ad oggi – approfonditamente come vorrei.

Tre argomenti che riguardano gli spazi che usiamo, non da un punto di vista stilistico e di design ma da un punto di vista di fruizione dell’utente.
Che tanta familiarità hanno con il tema (quasi una missione che ho e mi muove) “progettare per gli altri“.

Illuminotecnica – Teoria del Colore – Architettura Comportamentale.

In foto temperature di colore diverse (l’influenza sui ritmi circadiani) – Foto ©iGuzzini

L’Illuminotecnica, una scienza che mi affascina da tempo e che non riesco ad afferrare totalmente in tutte le sue sfaccettature.
Ma che mi è particolarmente cara per la sua importanza sull’uomo.
Infatti è una disciplina che non mi affascina per il suo saper generare effetti scenografici (comunque stupefacenti); bensì mi affascina il suo influire (nel bene e nel male) sul benessere e sulla quotidianità dell’essere umano.
Un tema che ho sentito particolarmente nei giorni nei quali non uscivo di casa e che mi ha portato ad osservare con occhi nuovi l’illuminazione (artificiale e naturale) in casa.

Solido di Munsell – https://it.wikipedia.org/wiki/Sistema_Munsell_dei_colori

La Teoria del Colore (è recente la mia associazione al Gruppo del Colore dopo un corso che mi ha fatto scoprire un mondo nuovo), altra disciplina che leggo in relazione al benessere e alla quotidianità dell’essere umano.
Una scienza dove il colore non è solo un elemento decorativo ma anche – e soprattutto – una componente in grado di influire sullo stato psicologico dell’individuo.
(Ricorderò sempre la mia riflessione – in tempi non sospetti, tanti anni fa – osservando un vecchio ufficio che aveva pareti grigie, arredo metallico e luci al neon; ricordo che pensai: “Capisco perché chi lavora qui dentro è particolarmente scontroso…!”)

Photo by Zac Ong on Unsplash

Ed infine l’Architettura Comportamentale, scoperta grazie ad un corso frequentato nel 2018 a tema “Architettura e Psicologia”. Una esperienza che mi entusiasmò e mi fece esultare nel vedere finalmente delle contaminazioni “dichiaratamente chiare” tra ambiti non così lontani fra loro (contaminazioni che possono apparire scontate, ma in realtà non sono poi così banali).
Una disciplina – anche qui – che mette “insieme e in chiaro” due ambiti di studio che collaborano per rendere lo spazio più “amichevole” (user friendly, se vogliamo usare un anglicismo) e fruibile nella sua quotidianità.

Illuminotecnica – Teoria del Colore – Architettura Comportamentale

Tre aspetti che credo diventare ancor più importanti nella nostra nuova quotidianità (insieme alla Ergonomia, altra scienza legata alla fruibilità fisica degli oggetti).
Nei nostri ambienti domestici.
Che sono stati (nelle scorse settimane) luoghi nei quali abbiamo vissuto e lavorato con maggiore intensità.
E che forse abbiamo visto e vissuto – per la prima volta – da una diversa angolazione.
Scoprendone anche forse aspetti che non conoscevamo.

Photo by Samule Sun on Unsplash


[Immagine di copertina di Michael Browning su Unsplash]

Effetti collaterali

Qualche notte fa mi sono svegliata di soprassalto a causa di un incubo.

Un sogno in cui non si vedeva nulla, ma nel quale fuggivo da un qualcosa che mi braccava, e dal quale mi nascondevo insieme ad un’altra persona a me totalmente sconosciuta.

Non so interpretare i sogni, ma è quasi sicuro che la dinamica dell’incubo sia stata generata dalle settimane di lockdown (che hanno messo a dura prova la tenuta mentale di molti di noi) e dalla – personale – preoccupazione della Fase 2 (che io ho ribattezzato Fase 1.1).

Foto di Wolf Zimmermann su Unsplash

Uno stato d’animo che mi ha indotto ansia e mi ha fatto tendere all’isolamento al momento della prima, timida, riapertura.
E che per combattere il quale mi sono sforzata di uscire a passeggiare, per prendere un po’ di aria ed un po’ di sole.

Sì perché, non so voi, ma la tanto agognata (nei giorni di quarantena) passeggiata è diventata qualcosa di “troppo impegnativo” (la scusante) al momento della sua fattibilità.

Mi sono così “scoperta” in un nuovo equilibrio che nascondeva un desiderio di bolla protettiva.
Una bolla consolidata e assecondata dalla mia atavica pigrizia e dai due mesi di quarantena che hanno riorganizzato la quotidianità in modo conservativo.

Foto di Sharon McCutcheon su Unsplash

Un mix di pensieri ed emozioni abbastanza pericoloso di cui ero (e sono tuttora) cosciente del suo essere infido.
Ma non per questo meno seducente nella sua forma di protezione (quella sensazione che provavo solitamente quando tornavo a casa dopo una giornata di lavoro, e che verbalizzavo – riferito alla casa – come “la mia tana”, portata qui all’estremo).

Un “conforto” (o per meglio dire, “conferma”) a questo comportamento l’ho trovato in questi articoli:

Sindrome della capanna (o del prigioniero) – pubblicato sul sito GreenMe

Lo strano desiderio di voler restare a casa – pubblicato su Rivista Studio

Tre mesi di Coronavirus – pubblicato su Rivista Studio

Tre articoli che ben descrivono una sensazione tuttora presente (e comune anche ad altre persone con le quali mi sono confrontata).
E che nella sua presenza mi ha messo gradualmente in difficoltà attraverso un progressivo sovraccarico di attività al computer che – ad un certo punto, in questa settimana che è appena passata – ha fatto saltare tutti i ritmi e le alternanze fondamentali che contraddistinguono uno smart working sano.

Disturbo post-traumatico da stress” potrebbe dire qualcuno (in forma lieve, aggiungo io).
Burnout“, potrebbe dire qualcun altro (anche se impropriamente, per alcuni aspetti).
Qualsiasi cosa sia quella che in questi giorni mi è accaduta (attacco di ansia, progressivi disturbi del sonno sotto forma di insonnia e di incubi), si è presentata credo per “logoramento”.

Foto di Drew Beamer su Unsplash

Ma c’è dell’altro.
Scontato ma forse non così banale, e con una traccia di positività che può essere catturata.

Questa “esperienza Coronavirus” ha cambiato le mie abitudini (le ha cambiate a molti di noi).
Dimostrando – se mai ce ne fosse stato bisogno – che nuove modalità di lavoro sono possibili (confermate anche da telefonate con colleghi, con i quali abbiamo scambiato anche riflessioni personali).
Tratteggiando nuovi scenari ancora difficili da comprendere ma comunque diversi dai precedenti.
In costante divenire.

Per quanto riguarda l’operatività, la personale area di attenzione resta la disciplina.

L’imparare a stabilire quando “mettermi al computer” e quando staccare (soprattutto alla sera, se non voglio crearmi ulteriori problemi di insonnia grazie alla luce blu emessa dai monitor che altera i ritmi circadiani).
Il reintrodurre l’attività fisica, mantenendo la buona alimentazione che sono riuscita inaspettatamente ad applicare (che mi ha fatto perdere qualche chilo a beneficio del fisico).
Il ricominciare a leggere libri (visto che un altro effetto collaterale è stata la grande fatica nella lettura, a favore della consultazione di notizie che – dopo una prima ubriacatura – sono andata a ridimensionare a favore di una maggiore “pulizia informativa” e conseguente ricerca di migliore sanità mentale).

Ridisegnando la propria realtà.

Che è forse il compito che mi attende da adesso in avanti.

[Immagine di copertina di Andrew Neel su Unsplash]

La difficile sopravvivenza in mezzo alle parole

Da qualche giorno ho rallentato la consultazione delle notizie.
Smettendo anche di seguire le conferenze stampa quotidiane che snocciolano numeri e raccontano (con vari “tone of voice“) delle attività attorno alla pandemia.

Perché?

Foto di Kaboompics .com da Pexels

Perché qualche mattina fa ho fatto il mio solito giro sulle testate online.
Quelle a cui sono fedele (Il Post, Internazionale, Rivista Studio e Youmanist) e le altre più comuni (le versioni online delle storiche testate cartacee).

Inutile nascondere la diversità di comunicazione tra il primo gruppo ed il secondo.

Per come l’ho percepito io, un abisso.

Ma mi sono anche osservata nel mentre navigavo in mezzo alle loro parole.

E ad un certo punto mi sono accorta che sul secondo gruppo mi stavo “avvelenando il fegato” (tra polemiche e altre “amenità” di varia gravità che – se assecondavo – mi avrebbero trasformato a breve in un essere estremamente “aggressivo” [per usare un eufemismo] e facile preda di un profondo disfattismo).

Ho chiuso tutto.
E mi sono fatta una domanda (retorica)

Quanto rischio nel non volermi più informare?
Nel non volere più leggere notizie?

[Continua dopo la foto]

Foto di Produtora Midtrack da Pexels

Nel farmi questa domanda (di cui conosco già la risposta, che rischia di infilarmi in un altro problema che cito più avanti), ho percepito una manifestazione diversa della Sindrome FOMO (Fear Of Missing Out).
Quella pulsione che ti spinge a esserci, sempre e comunque, per il timore (infondato) di perderti qualcosa.

Alla domanda mi sono risposta, dicendomi:

Segui solo quello di cui ti fidi e che è affine a quello che tu sei

Ben conscia – in questo caso – di rischiare di scivolare nei Bias di conferma.

Esercizio funambolico, di questi tempi (su cui ho riflettuto recentemente).
Che – in casi di estremizzazione – ti porta a sentire la pulsione all’eremitaggio digitale e fisico (quest’ultimo già in atto e che sta esercitando tutto il suo potere seduttivo).
Con tutti i rischi che questo comporta.

E proprio sulla gestione funambolica di questa incertezza, nei giorni successivi ho letto una riflessione interessante a firma Annamaria Testa (una certezza nel panorama della comunicazione declinata in molti modi), pubblicata sul suo blog Nuovo e Utile: 4 modi per gestire l’incertezza (solo uno è quello buono)
Blog di cui avevo iniziato a leggere ad alta voce alcuni brani sul mio canale Spreaker (attualmente in stand-by) e di cui mi è tornata la voglia di leggerne brani ad alta voce, traendone tracce audio.

4 modi per gestire l’incertezza (solo uno è quello buono)

E sempre in tema di Bias, sempre di Annamaria Testa (che ha affrontato il tema molte volte) è questa altra interessante riflessione: Bias cognitivi e decisioni sistemiche ai tempi del virus:

Bias cognitivi e decisioni sistemiche ai tempi del virus

[Immagine di copertina Public Domain Pictures su Pexel]

Decameron 4.0

Durante l’ultimo meeting (online) del Milan-Easy Toastmasters Club ho tenuto un breve discorso del nuovo percorso educativo Pathways.
E’ stata una buona occasione per condividere (e/o perseguire) due obiettivi.

Il primo relativo alla modalità di comunicazione (comunicazione in video, che tanta importanza ha assunto improvvisamente a causa della pandemia Covid19), il secondo relativo a cosa condividiamo e raccontiamo in questi giorni di isolamento sui social network.
(La qualità del video è bassa perché ricavato dalla registrazione del meeting via Zoom)

Di seguito il testo del discorso, disponibile in formato pdf qui:

Una nota esplicativa

I colori usati per evidenziare la varie parti del discorso, mi sono tornati utili per avere una memoria visiva dei vari passaggi.
Non sono necessariamente un rimando agli argomenti trattati in diversi punti del testo (non ci sono collegamenti univoci tra argomento e colore), bensì si tratta di una semplice individuazione dei vari “pezzi” di cui è composto.

Chi mi conosce sa che peroro la manualità nella preparazione dei propri discorsi (scrittura a mano, disegni, schemi, matite e pennarelli…).
In questo caso mi sono trovata a scrivere velocemente il testo al computer (dopo diversi giorni di ruminamento su “di cosa parlo?”) e a lavorarlo successivamente, cercando un modo che aiutasse la mia memoria visiva a ricordare i vari passaggi in una sequenza di colori riconoscibile anche a colpo d’occhio.

Sulla vendita (ogni tanto ci torno)

L’ho scritto in passato (su questo blog e in diversi post sparpagliati nei social network), l’ho raccontato in qualche discorso Toastmasters ed è un concetto che – da quando ne ho preso coscienza qualche anno fa – non mi ha più abbandonato.

Quando mi sono resa conto che anche io (che con la vendita – intesa come “atto di vendere qualcosa a qualcuno” – non ho mai fatto pace) sono un venditore, il punto di vista si è improvvisamente spostato.

Mi sono auto-collocata nel duplice ruolo di venditore/cliente e da lì non mi sono più mossa.

[Il video dell’ultimo discorso tenuto al Toastmasters, relativo alla vendita]

La mia ossessione è stata verbalizzata in “non fare agli altri ciò che non vuoi che venga fatto a te” (parafrasando un motto di evangelica memoria).

Che detta in altri termini può suonare più o meno così: “Se ti dà un fastidio atroce essere martellato da chi ti vuole vendere qualcosa a qualunque costo, non martellare a tua volta qualcuno per vendergli il tuo servizio/prodotto a qualunque costo”.

Sì, lo so che bisogna fatturare.
Sì, lo so che bisogna fare numeri.
Sì, lo so che bisogna pagare le bollette (e/o “andare all’Esselunga alla sera quando si torna a casa”, come dice mio papà).

Ma in un’era nella quale siamo seppelliti di pubblicità.
Assediati da telefonate di call center che vogliono venderti servizi di ogni genere (con buona pace della tutela della privacy).
Con curiosi ritorni alla modalità di vendita porta-a-porta (forse nel tentativo di stabilire una connessione fisica/umana bypassando i filtri tecnologici, di qualsiasi tipo essi siano).

Forse un po’ di sano silenzio e ascolto attivo delle conversazioni e dei bisogni dell’altro, può essere una strada interessante da percorrere.

[Photo by Jose Francisco Fernandez Saura From Pexels]

Una strada che può riservare delle sorprese.

Certo, questo comporta forse investire più tempo.
Più risorse.
Più energie.
Impegnandosi ad acquisire nuove competenze.

Ma forse comporta anche la costruzione di rapporti più solidi, più duraturi e più fidelizzati.

Non mordi e fuggi.
Che vanno bene per un one shot e “morta lì”.

(Si tratta di punti di vista da cliente venditore…)

Immagine di copertina di Fancycrave.com da Pexels

Decrescita digitale

Sta succedendo qualcosa di curioso negli ultimi tempi.
O forse sono io che me ne sto accorgendo solo di recente, quando in realtà il fenomeno è in corso da diverso tempo.

Sto parlando di un rallentamento (o forse sarebbe meglio dire “alleggerimento”) delle connessioni.

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Qualche tempo fa alcuni amici avevano espresso più o meno velatamente il desiderio di chiudere l’account Facebook (per le ragioni più disparate: dalle vicende di violazione dei dati alle timeline sempre più infestate di conversazioni rancorose e fake news).
D’altronde articoli, editoriali e riflessioni pubbliche sull’argomento sono all’ordine del giorno.

Ma la cosa interessante è che nello stesso momento tre blogger che seguo sempre con interesse (Riccardo Scandellari [noto come Skande], Luca Conti e Domitilla Ferrari) hanno cambiato più o meno radicalmente la loro modalità di comunicazione, passando dalla condivisione sui social network (che comunque continuano a fare) alla redazione di newsletter settimanali assai accurate.

Contribuendo in questo modo ad un rallentamento delle modalità di lettura, a favore di approfondimenti, informazioni utili e contenuti (senza dimenticare anche momenti di riflessione personale, come sta facendo Luca Conti con le sue comunicazioni settimanali).

Photo by rawpixel.com from Pexels

Una sorta di slow reading digitale (argomento – questo del processo lento di lettura – oggetto anche di un libro dalle dimensioni consistenti che ho in nota di leggere da tempo e che forse è giunto il momento di approcciare).

Con una variabile aggiuntiva non indifferente: l’invito a rispondere alle newsletter, stabilendo un dialogo ed una nuova forma di commento e condivisione, diverso rispetto a quello in atto sui social network, dove – se si osserva – si attivano delle dinamiche nella quali ci si parla “sopra e addosso”, senza leggere con accuratezza quanto scritto dall’interlocutore di turno bensì focalizzandosi sul dire (anche imporre) il proprio punto di vista.

E questo invito a rispondere alle mail (“se rispondi a questa mail, avrò il piacere di leggerti e di risponderti”) recupera l’antico rituale di rapporti epistolari in una moderna versione 3.0.
Rapporti – e dialoghi a distanza – per i quali era (ed è) necessario prendersi del tempo per leggere, comprendere e redigere una risposta accurata.
Avendo così anche il tempo di riflettere e di approfondire a nostra volta. Obbligandoci ad ascoltare.

Una cosa – questa – da non sottovalutare. Ed un segnale debole da osservare con attenzione.

Photo by Stokpic from Pexels.

Di seguito i link degli autori menzionati:

Un interessante e corposo articolo (in inglese) del New YorK Times sulla bontà dell’abbandono di Facebook: This Is Your Brain Off Facebook.

[Immagine di copertina tratta da Pexels]

La mia piccola “miracle morning”

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Foto Pixabay da Pexels

Complice la #SheTechBreakfast di lunedì (organizzata da She Tech di cui sono socia da pochi mesi), che mi ha spinto ad alzarmi prima dell’alba, e che ha inaugurato la nuova (vecchia) abitudine di (tornare a) alzarmi presto alla mattina, sto facendo una delle mie “scoperte dell’acqua calda”.

Premesso che non ho letto il libro “The Miracle Morning”, ma leggevo i post di un amico che ne condivideva dei passi su Facebook in una sorta di cronaca di lettura e applicazione del metodo.

Premesso che alcuni amici mi decantavano della bontà dell’alzarsi al mattino presto da ben prima di Hal Elrod (ed io ho sempre ascoltato ed annuito con condiscendenza, ma scarsa convinzione interiore, raccontandomi che “sono più gufo che allodola”…).

Adesso –  nel migliore rispetto della tradizione di “testa dura” quale io sono – ne sto constatando la bontà.
Per puro caso.

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Foto Pixabay su Pexels

Infatti sono già tre mattine che mi alzo intorno alle 6:00 (fascia oraria tra le 5:30 e 6:30 a seconda della sveglia impostata e del ciclo del sonno monitorato dalla applicazione Sleep Cycle, che consiglio caldamente di utilizzare) e – passato il primo giorno nel quale ero profondamente frastornata ma motivata dalla “colazione in Microsoft” – sto osservando dei benefici: umore migliore, maggiore lucidità mentale e (questo molto stranamente) maggiore velocità nel prepararmi e sistemare la casa (prima di uscire).

E la maggiore lucidità e velocità operativa (pur restando sempre un bradipo – animale che adoro – in confronto ad altri) sono associate ad una maggiore focalizzazione sulle attività da svolgere di prima mattina (ma anche durante la giornata).

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Foto di Ryan McGuire su Gratisography

Non faccio nulla di strano, di nuovo o di differente, ma forse la solita routine che eseguo, la svolgo in modo diverso:

  • mi alzo procrastinando meno;
  • faccio la mia colazione (come da indicazioni della mia nutrizionista, che seguo da due anni);
  • leggo mentre sorseggio il caffè…
    e qui spendo due parole in più perché leggere (libri, post,…) è una delle mie attività preferite (e di cui scrivo spesso qui sul blog). Ma la mattina mi accorgo che ho una preferenza di genere e di format: prediligo post di blog, LinkedIn o Medium… letture brevi (magari anche in inglese, con lo scopo di “scaldare un po’ i neuroni”), oppure capitoli di manuali (nello specifico ho in corso di lettura “#letturasenzafine” di Paolo Costa e “Più vendite in meno tempo” di Jill Konrath e quest’ultimo è particolarmente indicato per letture mattutine, essendo organizzato per capitoli brevi e molto chiari);

dopodiché,

  • doccia, vestizione, trucco…
    anche qui andando verso una essenzialità lenta e inesorabile: trucco sempre più minimale (man mano che si avanza con l’età ci si trucca sempre di più o sempre di meno, osservavo con alcune amiche, ed io appartengo alla seconda categoria…), abiti sempre più “standardizzati” e facilmente abbinabili fra loro (di questo discutevo proprio qualche sera fa con una amica minimalista, ragionando da tempo sulla essenzialità adottata da alcune figure influenti dei nostri giorni… essenzialità che fa riflettere sia in termini di rapidità, sia in termini di riconoscibilità).

E poi – via – verso il treno, con zainetto in spalla.

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Foto di Oswaldo Ruben su Pexels

Rapida, leggera, (stranamente, per me) lucida e flessibile.

E sul sentirsi e/o essere leggero e flessibile, stamattina – ferma al semaforo pedonale – osservavo la lunga coda di automobili ferme in attesa di percorrere il canonico metro e scambiando due parole improvvisate con una signora, ho detto: “Felice di essere a piedi!”. “Decisamente!”, mi ha risposto la signora, “Ci si guadagna su tanti fronti!”.
(Ripensando a poco prima quando avevo incrociato un papà in bici, trainante rimorchio con bimbo a bordo, ed un ciclista agile che sfrecciava verso qualche luogo… esempi di sistemi alternativi di trasporto…)

Tornando a la mia piccola “miracle morning”, resta aperta la questione della tendenza all’insonnia (credo dovuta all’età) che confido però si risolva “per stanchezza”: alzandosi presto, gioco forza alla sera il sonno ad una certa ora arriva e hai buone possibilità di sconfiggere l’abitudine (acquisita nel tempo) di veglie notturne, passate trafficando sul web, lavorando, progettando e leggendo, ma sottraendo ore al riposo.

 

 

Alla ricerca del minimalismo

LessIsMore
Immagine tratta dal sito http://www.shaneoleary.me

Sarà l’età, sarà la sempre maggiore consapevolezza del caos informativo e “oggettistico” (oggetti che uno accumula, e che neanche si ricorda di avere), sarà il decidere (per varie ragioni) di creare un foglio su Google Drive nel quale fare il punto della situazione sulle spese (individuando falle in ogni dove, soprattutto di servizi online che paghi ma non usi e che quindi sono superflui e non reggono più la giustificazione del tipo “non si sa mai!”), sarà che sto leggendo l’inaspettatamente interessante libro di Jill Konrath “Vendere di più in meno tempo” (che offre interessanti spunti di riflessione sulla propria attività, qualunque essa sia), e sarà – infine – che recentemente incontro persone che puntano all’essenziale nelle scelte,…

Ebbene fatto sta che, volente o nolente, mi rendo conto che il desiderio di pulizia, riduzione e riordino è sempre più pressante, reclama sempre più attenzione.

Muji
Il minimalismo di Muji

E non solo da un punto di vista cosmetico (nella foto sopra Muji ed il minimalismo che lo permea in ogni singolo dettaglio, persino nei cosmetici), ma anche da un punto di vista – per esempio – del “parco libri”.

La mia grande passione verso la quale nutro un atteggiamento quasi compulsivo e di possesso.
(Si contano sulle dita di una mano le volte che sono uscita da una libreria senza avere acquistato nulla.)

Acquisto più libri di quanti ne possa oggettivamente leggere. Accumulandoli e dimenticando addirittura di averli acquistati. E che – passato il momento – perdono di interesse, ma di cui non mi libero perché “non si sa mai!”,…

Riordino
Momenti di (tentativi di) riordino

Ma non solo.

Anche gli abiti.
Che per me si declinano in magliette, maglioni e pantaloni.

Conservo capi di abbigliamento (che non uso) per anni.
Perché “potrebbero sempre servire”, tornare utili, che magari c’è una occasione per la quale posso indossare quel capo lì o quella scarpa là,…

Non ha importanza se i suddetti abiti restano parcheggiati ed inutilizzati per anni.
L’idea di liberarmene fa scattare nella testa il timore che io possa perdere qualcosa di importante.

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Foto di Juan Pablo Arenas da Pexels

E così vai avanti a conservare, stoccare ed accumulare.

Poi, ad un certo punto, ti guardi intorno e ti rendi conto che non va più bene andare avanti così.

Scegliere e liberarsi diventano due azioni imperative.
Lasciare andare e creare spazio, due necessità.

Ricordo ancora un articolo scritto da Zack Andresen su LinkedIn che racconta del suo periodo sabbatico, nomade, in giro per il mondo, alloggiando grazie a prenotazioni via Airbnb. Ricordo che leggendolo provai un grande senso di libertà.

Così come ricordo bene il docu-film The Minimalist (su Netflix): un film manifesto che è anche un invito a fare a meno del superfluo. A liberarsi del non necessario, senza privarsi.

Ricordo anche la perplessità (ma anche la curiosità) che provai leggendo il libro di Gabriele Romagnoli “Solo bagaglio a mano”.
Un libro che invita alla decrescita, intesa come utilizzo solo di ciò che è necessario. Percorrendo la vita e attraversando gli spazi con poche cose essenziali, con un bagaglio leggero.

Senza contare il talk di Elena Dak (antropologa e scrittrice, autrice del libro “La carovana del sale”) che ho ascoltato proprio questa domenica al TEDxMilano.
Già il titolo, “Farsi nomade”, anticipava l’argomento, ma ascoltarlo è stato come accompagnare l’Antropologa nella sua esperienza nomade con un gruppo di Tuareg. Osservando e condividendo il concetto di essenzialità, di silenzio, di economicità di pensiero e di azione (che non esclude la profondità di riflessione che scaturisce dalla osservazione generata dal silenzio).

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© Elena Dak – https://elenadak.it/

Lasciare andare.
Fare spazio.

Due concetti cari anche ad alcune filosofie orientali.
Ben più antiche dei moderni downshifting, decluttering, Marie Kondo, ecc. ecc.

Si dice che togliere, dare via, liberarsi, provochi sensazioni di beneficio.
Per quel che ho provato io, nel mio piccolo, posso confermare.
È come se l’atto stesso di rimuovere, crei un vuoto che non è sottrazione, bensì espansione.

Uno spazio che si crea.

Da lasciare così com’è, oppure da riempire con qualcosa di nuovo, oppure – ancora – disponibile per allargare altro che prima era compresso, dandogli ossigeno e possibilità di espansione.

 

Di manutenzione e funzionalità

 

Da un po’ di tempo a questa parte sono pervasa da una sorta di “furia iconoclasta al contrario” (generata dalle recenti esperienze e di cui scriverò in un post successivo), che si palesa in varie forme, comprese quelle inaspettatamente banali e domestiche: mettere a posto (sistemare) alcune piccole cose che “stavano là” da tempo… In attesa (loro ed io, soprattutto) che si risolvessero da sole o per intercessione divina…

Qualche giorno fa, dopo avere iniziato a riordinare armadi di documentazione e oggetti (buttando via “tonnellate di carta”), ho improvvisamente prestato attenzione al gancetto per gli strofinacci da cucina.
Quello a sinistra nella foto, con la mela tagliata.
Caduto mesi fa, per cedimento da vetustà dell’adesivo, ha languito per settimane in una ciotolina (pur avendo rincollato con pazienza certosina alcuni pezzi che si erano staccati nella caduta).
Osservando l’oggetto mi sono detta: “Barbara, ti aspetti che ‘sto coso si riattacchi da solo?!”

E così è scattato il primo blitz al Brico Center a caccia di una colla (un mastice?) adatto a riattaccarlo.
Con la scusa anche di approvvigionarmi di batterie ricaricabili per il cordless (anch’esso “languente” da mesi “perché tanto a me la linea fissa serve solo per internet!”, mi raccontavo) e una batteria per la bilancia della cucina (esaurita anch’essa…).

Nel mentre – sulla strada – deviavo verso la discarica (“stazione ecologica”) per svuotare il bagagliaio dell’auto ingombro di roba che sembrava il deposito di un robivecchi, e provvedevo al successivo approvvigionamento di lampadine alogene per “fare magazzino” prima che vengano definitivamente ritirate dal mercato (visto che nel frattempo si era fulminata anche la lampadina del soggiorno).

Ma non è finita qui.

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Quello nella foto qui sopra è un “soffione di design” che ho quasi distrutto cercando di aprirlo per togliere il calcare.
Ma che essendo cementato dal calcare stesso, ho deformato e fatto sì che l’acqua trafilasse da ogni fessura e pertugio, senza riuscire nel mio intento.
Infastidita dalla faccenda, dopo giorni di (colpevole mia) procrastinazione, ieri ho fatto un secondo blitz allo stesso Brico Center aggirandomi tra gli scaffali di idraulica, cercando (e trovando) un degno sostituto.
Per la modica cifra di circa 36 euro (se penso a quanto ho speso per quello di design mi viene il mal di pancia).
Funzionale e funzionante.
Con buona pace dei pezzi di design che – purtroppo, a loro parziale discolpa – con l’acqua calcarea che ci ritroviamo, hanno vita breve.

Morale della storia?

Primo: mettere ordine nelle proprie cose, mette ordine anche nella propria testa. Ve lo assicuro. Provate per credere (per citare un vecchio slogan pubblicitario) e poi ditemi.

Secondo: sempre più convinta della bontà del “metodo Ikea” e del “mondo Brico”, fatti entrambi di pezzi facili e funzionali. (Potrei raccontare la storia di due amici con due cucine: il primo con la cucina Ikea, che ha anche smontato e rimontato per ristrutturare casa, e non ha avuto mai problemi di sorta; il secondo possessore di una cucina di design che ha avuto sempre qualche piccolo o grande problema di ante malfunzionanti, cerniere difettose, ecc. ecc.)

Sono sempre perplessa davanti alle lodi al design visto come il “produttore” di pezzi esteticamente meravigliosi, ma spesso assai poco funzionali.

Come citava Louis Sullivan (su Wikipedia in inglese e in italiano la sua biografia):

La forma segue la funzione.

Un oggetto che funziona, uno spazio facilmente fruibile, una funzione che viene assolta con semplicità ed immediatezza, sono obiettivi ben più importanti della bellezza ricercata ad ogni costo (a scapito della ergonomia).

Tanto più oggi in un mondo ad alta complessità (ma questo è un altro discorso).

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Sogni, letture ed elaborazioni

È stata una domenica “complessa”.
A causa di un sogno fatto la cui vividezza ha influenzato la mattinata.
E facendo questo sogno, e leggendo al risveglio qualche pagina del libro di Irvin Yalom “Diventare se stessi” (libro che consiglio vivamente, nonostante sia a metà della sua lettura), qualche riflessione mi è sorta.

Premetto: non sono una psicologa e non ho competenze in materia.
Mi appassiona e incuriosisce il funzionamento della mente.
E’ dal 2007, anno nel quale ho incontrato il mondo della crescita personale, che sperimento (cercando di individuare su me stessa) dinamiche di pensiero, lavorandoci attorno e dentro.

E gli eventi degli ultimi mesi, si sono trasformati in un banco di prova e (mio malgrado) in un “laboratorio avanzato” di osservazione e sperimentazione (utile – d’altro canto – ad affrontare nel miglior modo possibile la vicenda, convivendoci e accompagnandola).

Quello che ho osservato (e vissuto) ieri credo sia una delle (tante) manifestazioni della “lunga onda” della elaborazione.

Nel pdf “Dare un senso alle cose“, racconto di sonni profondi e senza sogni (aiutati dalla Melatonina, che ho preso per contrastare l’insonnia da tensione): non ho sognato per settimane.
E solo di recente sono ricomparsi dei loro surrogati.
Ne ho ricordi labili e frammentati che dimentico molto velocemente, nel giro di poche ore, tranne una immagine nitida “accaduta” durante il soggiorno di mia madre non ricordo più se in Terapia Intensiva o in Hospice. Una immagine che conservo ancora oggi, a distanza di mesi: la ricordo che mi dice con forte convinzione “mi fido di te”, ed io che mi sono svegliata il mattino dopo animata da una cieca determinazione di sorveglianza. Sentendomi investita da un surreale compito di tutela e protezione.

L’altra notte però è stato diverso.

L’ho sognata in un letto di ospedale (degenza, perché ricordo una trave testaletto a parete).
Aveva fame e mi chiedeva di procurarle un panino che io andavo a prendere ponendomi dubbi su come dovesse essere, optando per una focaccia (tonda) con prosciutto cotto e un po’ di formaggio. (Una delle cose che mi aveva gradualmente preoccupato sempre più, prima che scattasse l’escalation, era la sua progressiva assenza di appetito. Tant’è che il personale del reparto ci aveva autorizzato a portare del cibo, per cercare di andare incontro a sue esigenze e invogliarla a nutrirsi; ed io andavo a trovarla all’ora di pranzo per farle compagnia, controllarla e stimolarla nel mangiare un po’.)
Nel sogno, rientravo nella stanza con il panino e la trovavo addormentata.
Guardandomi attorno vedevo che sul tavolino c’era una parrucca, e mi dicevo: “Bene, le stanno ricrescendo i capelli!”.
Pensando che presto sarebbe tornata a casa.
(Specifico che mia mamma non era ammalata di tumore: aveva una poliangioite microscopica, una rara forma di vasculite.)

Il sogno è stato talmente vivido che – quando mi sono svegliata – ci ho messo qualche secondo a prendere coscienza che si trattava solo – appunto – di un sogno.
E non è stato divertente.

Ma la cosa ancora più “straniante” per certi aspetti, è stato che – per riprendere possesso della realtà – ho letto un capitolo del libro di Yalom e il caso ha voluto che sia entrata nella parte nella quale racconta della sua esperienza di terapia di gruppo con malati terminali. (Un involontario e fortuito rinforzo alla elaborazione, diciamo così.)

Tutto questo è pura casualità, ma la riflessione è stata automatica: Irvin Yalom è uno dei massimi psichiatri viventi, che usa la narrativa come sapiente veicolo di diffusione della scienza terapeutica. Invitandoti (in maniera laterale ed indiretta) alla riflessione su te stesso.
Mi sono domandata se, leggendo (volutamente) il libro, la mente (l’inconscio) non stia assorbendo le informazioni e le stia rielaborando e combinandole con la propria “banca dati”.

Mentre la parte conscia scantona e si inventa qualsiasi cosa per restare occupata.

Sì, perché un’altra variabile di cui tenere conto è che la mente fugge davanti a situazioni scomode.
Una questione già affrontata durante la permanenza in Terapia Intensiva e che oggi – a distanza di tre mesi e mezzo – si sta ripresentando: dopo avere avuto la necessità di fermarsi, rallentare, sfrondare,… ora la mente ha ricominciato a correre.
E la sottoscritta (ha ricominciato) a doversi fermare per scegliere, sopprimendo la pulsione bulimica di riempirsi giornate e settimane fino a scoppiare.

Già…
La mente è come un sofisticatissimo software, il cui codice è in (gran?) parte ancora sconosciuto.
Riuscire a osservarne con consapevolezza (ponendosi ad una certa metaforica distanza) i risultati comportamentali (sia verbali, che di comprensione) è per me sempre fonte di sorprese.
E più di una volta – in questi mesi – ho osservato cose che ho detto e ho fatto, analizzandole a posteriori e rendendomi conto talvolta di essermi comportata in modi ora infantili, ora dittatoriali, ora ostinati, ora direttivi… nel mentre l’Adulto (e la razionalità, alla quale tentavo di ancorarmi) faticosamente tentava di mediare e di filtrare.

[Fatta eccezione per la foto del libro di Irvin Yalom, le altre foto sono tratte da Pexels]