Multipotenzialità e interdisciplinarietà

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Stamattina ho letto questo articolo che ho trovato molto interessante: “Emilie Wapnick sul perché alcuni di noi non hanno una sola vocazione”.

Chi mi conosce probabilmente intuisce che è stata una sana boccata di ossigeno per i miei neuroni (in questi ultimi tempi molto affaticati a causa di vicende varie e di complessa risoluzione).

Infatti tante, troppe volte mi confronto con l’obbligo professionale di fare delle scelte.
Di decidere cosa fare, su cosa focalizzarsi.
Per ottimizzare la gestione del tempo e diventare lo specialista di quel determinato campo (siamo sicuri che le nicchie di specializzazione siano la strada giusta in un mondo sempre più fluido e dai contorni sfumati?).

E se fossimo attratti da argomenti diversi e avessimo tante cose che ci piacerebbe fare? Beh, non c’è spazio per persone così in questo quadro. E allora forse potreste sentirvi soli. Potreste sentire l’assenza di uno scopo. E potreste avere l’impressione che ci sia qualcosa di sbagliato in voi.

Spesso mi capita di dialogare con amici e colleghi che osservano perplessi e mi suggeriscono di “sfrondare”, fare selezione, interpretando gli interessi molteplici come fonte di problematicità nella individuazione delle competenze.

E sovente mi è capitato di confondere gli interessi molteplici con il multitasking (vivamente sconsigliato, dopo anni di perorazione della causa, forse a supporto e giustificazione di una vita sempre più iper ed inter-connessa).
Confusione esclusivamente personale, dettata credo dalla auto-giustificazione di una caratteristica di difficile accettazione e di difficile collocazione in una realtà strutturata in un determinato modo.

Ebbene, tutto questo spesso mi ha portato fuori strada, generando disagio ed anche un po’ di sofferenza.

Ora però, leggendo il post di Roberta Mezzelani su Medium (che fa riferimento al TED Talk di Emilie “Why some of us don’t have one true calling”), pare che tutto quanto scritto e detto sino ad ora non sia (più?) esattamente così (per fortuna, aggiungo io…).

E forse è tempo anche di recuperare i concetti espressi in un libro che lessi nel lontano 2008 (agli albori del mio percorso di “crescita personale”): “Effetto Medici” di Frans Johansson (lo cito spesso).
Un libro che mi piacque molto e che credo fosse pionieristico per i tempi.
Antesignano di un’epoca ed individuatore di “figure professionali” che forse oggi iniziano ad avere una identità più definita.

Link utili:

Libri interessanti:

Donne, management e speaker

Scarpe Lauboutin [citazione per
Scarpe Lauboutin© [citazione per “House of Cards” ed il personaggio di Claire Underwood]
Scorrendo gli eventi che si susseguono e che vengono annunciati per i prossimi mesi, mi sto accorgendo di una cosa (già notata da altri da tempo, ma su cui non avevo mai prestato particolare attenzione): trovare speaker e conferenzieri donna è una rarità. (Sì, lo so, probabilmente ho fatto la scoperta dell’acqua calda…)

Vedendo gli speaker della prossima convention degli Alumni Polimi (tutti uomini),
vedendo gli speaker dell’imminente Forum delle Eccellenze (dove ce n’è una sola: Renée Maurbogne, coautrice del libro “Strategia Oceano Blu”),
vedendo i relatori del prossimo World Business Forum di Milano che su 15 relatori vede solo 3 donne (nella scorsa edizione non ce n’è stata neanche una e – se non ricordo male – nel 2013 c’è stata solo Susan Cain),
vedendo i trainer e formatori di corsi che frequento (quasi tutti uomini),
ricordando una considerazione di Olivia Schofield (keynote speaker e membro del Toastmasters) che già l’anno scorso evidenziava la scarsa presenza femminile tra i “contestant” della convention del Toastmasters International dell’anno scorso di Kuala Lumpur (motivando le donne a partecipare di più),
mi sono chiesta: “Possibile che siano così poche le donne adatte a calcare il palco come speaker o trainer?”

No, non credo.

Chi mi conosce sa che professionalmente non faccio nessuna distinzione tra uomini e donne.
Professionalmente ho sempre considerato tutti gli attori in gioco come “persone” e “individui”.
E come tale ho sempre valutato e considerato le capacità di ognuno, indipendentemente dal sesso dell’interlocutore.
(E non risparmio strigliate al genere femminile quando fa leva su alcune caratteristiche peculiari per ottenere vantaggi.)

Ho sempre guardato con una certa perplessità amiche e conoscenti che si dedicano esclusivamente alla interlocuzione con il mondo femminile, facendo training, informazione, ecc. ecc., specificamente dedicato.
Ma devo dire che adesso (forse a furia di sentirne parlare), mi sto accorgendo anche io che c’è qualcosa di incomprensibile.

E non mi convince la lettura di imputare esclusivamente al mondo maschile questa esclusione.
Penso che molto dipenda anche da noi (femminucce), che non facciamo quello che dovremmo (e vorremmo) fare, raccontandocela tra di noi in club e clan chiusi in recinti (con le conferenze sul ruolo della donna che vedono – paradosso – relatori uomini sul palco, è successo, giuro…).
(Personalmente mi hanno sempre lasciato molto perplessa le iniziative – conferenze, tavole rotonde, ecc. ecc. – dedicate ad un pubblico femminile con l’intento di ragionare attorno al “problema”. Mi hanno sempre dato l’idea della “riserva indiana” autoreferenziata)

Tutto ciò mi è venuto in mente leggendo ieri un articolo sul tema su Business Insider: 12 ways women unknowingly sabotage their success.
(Senza dimenticare anche un articolo, comparso sull’Huffington Post, qualche tempo fa che la dice lunga – secondo me – su come alcune donne percepiscono alcune figure femminili; percezione che crea un cortocircuito mentale interno ad un certo gruppo del genere femminile stesso, sul quale si potrebbero spendere molte parole: Ho 40 anni e neanche un figlio. E sono una donna felice)

Mi rendo conto che quanto scritto qui possa essere un po’ scomodo e passibile di polemiche a non finire.
Ma la mia vuole essere solo una riflessione per la quale ogni contributo è ben accetto.
E che spero stimoli una riflessione in ognuna di noi (leggete l’articolo di Business Insider: anche se è in inglese, è facilmente comprensibile e offre interessanti spunti di approfondimento).

Storie di blog e di titoli [Flash post]

Qualche tempo fa, una mattina nella quale ero molto infastidita da ciò che leggevo, ho scritto su Facebook questo post:

#momentopolemico
Posso dire una cosa antipatica?
Mi sono stufata di leggere titoli di post con dentro i numeri.
“5 suggerimenti per…”
“9 segreti per…”
“18 punti per…”
Basta. Non se ne può più.
Va bene che ci sono i SEO, Pippo&Pluto&Paperino… Ma sta diventando di una omologazione imbarazzante…
I “guru” dicono che se fai così aumenti il traffico sul sito/blog? E allora tutti a fare così!
Ragazzi, un po’ di autonomia di pensiero…
[Fine momento polemico]

Ne è scaturita una conversazione ironica e divertente nella quale alcuni amici facevano a gara nell’enumerare le cose più strane…

Tenendo comunque fermo il concetto di fondo dello sfogo del non poterne più di leggere sempre gli stessi “format” di titoli.

Ho trascorso i giorni successivi ad evitare di leggere tutti quei post che enumeravano “suggerimenti, segreti & consigli”.
Avevo un vero e proprio momento di rigetto.
E – come se non bastasse – l’algoritmo organico (questa inquietante equazione che apprende) ci metteva del suo, infittendo la mia timeline di post simili (quasi a volermi prendere in giro come un essere senziente).

Poi la svolta.

Tre condivisioni da parte di amici blogger, in tre giorni ravvicinati, tutti e tre molto particolari:

[Scusate la condivisione dei link così, nuda e cruda… Sto pubblicando da “mobile”, per fissare l’idea: prometto di sistemare l’impaginazione appena approdo su un PC…]

Orsù, ripetete con me:
“La verità vi prego sul blogging”
“L’originalità di un blogger è scrivere ciò che sente e ciò che vede”
“Ma che parlo Arabica?”

Ora…
Quanto sono evocativi?
Quanto (vi) suggestionano?
Quanto (vi) fanno sorridere per la loro ironia?
Non so voi, ma a me tanto…!

Ma non fermatevi al titolo.
Leggeteli, se potete e volete.

Vi ritroverete nel flusso di parole che emozionano, informano, divertono e fanno pensare.
Con buona pace di SEO, SERP & “compagnia cantante”…

[La foto è tratta da ilmiolibro.kataweb.it]

Sul web apprezzo la brevità… credo

Letture digitali letture cartacee

Si fa tanto parlare di modalità diverse di lettura tra web e libri, web e articoli (su carta, piuttosto che online), tra libri cartacei e libri digitali… (di recente ho letto questo articolo condiviso da una amica: “8 motivi scientifici per cui dovremmo leggere spesso libri, meglio se cartacei: ci rende più intelligenti ed empatici”; ultimo di una lunga serie di contributi e riflessioni in materia).
E mi rendo conto che anche io (strenua sostenitrice della indifferenziazione del mezzo di lettura) negli ultimi tempi, sto registrando un livello diverso di attenzione a seconda del “tipo di supporto” su cui sto leggendo.

Ricordo anche che tempo fa era stato pubblicato uno studio che forniva delle indicazioni sulla lunghezza media dei contributi online (blog, social network, ecc.) ed ero rimasta sbalordita dall’elevato numero di parole che era consigliato per un post su un blog: 1500 parole! (“Ogni contenuto ha la sua lunghezza ideale…”).
Tant’è che avevo chiesto delucidazioni ad alcuni esperti del settore e si era convenuto che la forse l’interpretazione corretta del dato era “battute”, non “parole” (ridimensionando la lunghezza degli articoli a 500 parole).

LunghezzePost

Ed oggi, leggendo un post di Mafe De Baggis (“Overtip”) e – di rimando – un secondo contributo da lei suggerito (“Mi riprendo la gentilezza” di Arianna Chieli), mi sono resa conto di come la brevità di entrambi gli articoli sia stata da me apprezzata. Permettendomi di assaporarne in pieno il contenuto (forse anche l’argomento ha giocato la sua parte).

Ho ripensato a come ho apprezzato in modo differente i sempre notevoli contenuti di – per esempio – Roberto Cotroneo a seconda che li legga sull’inserto del Corriere, piuttosto che sul blog (sul primo “media” li apprezzo di più, pur trattandosi di argomenti – in entrambi i casi – di altissimo livello).

Ho pensato alla fatica che faccio nell’arrivare al termine dei bellissimi post di “Nuovo e Utile”: articolati, pieni di rimandi e ricchissimi di spunti. E talvolta lunghi.
Lasciando perdere la fatica immensa di lettura del blog “Brain Pickings”: articoli lunghi, con la variabile aggiuntiva della lingua inglese trattata – per i miei parametri – in modo complesso grazie anche alla preziosità dell’argomento. (E di questo mi rammarico non poco, cercando di riparare come meglio posso.)

Ho pensato alla riflessione che sto facendo su come (e se) proseguire nella lettura di “Pensieri lenti e veloci” di Daniel Kahneman: iniziato in formato ebook (per questioni di trasportabilità…), mi sono arrestata (mi sono accasciata, sarebbe più corretto dire), al 30% di lettura.
Tornata a casa dalle vacanze ho preso dallo scaffale la copia cartacea, sfogliandola e rendendomi conto che forse il metodo giusto per leggere questo tipo di libro sia proprio usufruire del tomo.

Senza dimenticarmi della esperienza di lettura de “Le città invisibili” di Italo Calvino.

Per ricordare bene quello che hai letto scegli un libro tradizionale. In questo, sfogliare le pagine fa la differenza rispetto a un e-book. Toccare la carta porta al cervello una sensazione ulteriore – riporta Wired Usa – che aiuta a capire e memorizzare le parole che leggi. [Dall’articolo pubblicato su Huffington Post, citato in apertura di questo post]

Che gli studi neurologici sulla differenza di approccio al mezzo di lettura abbiano un fondamento di verità…?
Non lo so.
Per ora ho aggiunto alla mia “lista dei desideri” dei libri da leggere “Slow reading: leggere con lentezza” di David Mikics (suggerito da una “social amica”), per capirci di più.
In rigoroso formato cartaceo.

Vacanze: tempo di riflessioni

Immagine tratta da blog.tagliaerbe.com

Oggi – lunedì 31 agosto 2015 – si può dire che sia l’inizio di un nuovo anno (una data più significativa – almeno per me – di quella tradizionale del 1° gennaio).
Una data che può significare una ripartenza. Un nuovo inizio.
Preceduto da una pausa (una vacanza) più o meno lunga.
Pausa che può essere stata declinata in vari modi: riflessione, svago, …

Per me è stato anche un momento di riflessioni, di bilanci e di pensieri sul futuro.
E proprio in questi giorni di pausa mi è capitato di leggere un po’ di articoli e di post sulle professioni e sul lavoro.

Due mi hanno colpito particolarmente:

  • uno era un’intervista comparsa su Corriere Innovazione di un giovane imprenditore che si lamentava del fatto che non riesce a trovare giovani che vogliono mettersi in gioco (parlava anche di regolare assunzione);
  • il secondo è relativo ad una ricerca su alcune figure professionali legate alla comunicazione digitale (ho scorso la pagina per curiosità, leggendo di competenze dai termini “astrusi” che poi – forse – ridotte all’osso vogliono dire cose molto semplici).

Leggendo questi articoli (ma anche altri contributi) la domanda che mi è sorta spontanea è: ma una persona della mia età [ho 47 anni, n.d.r.], che cerca di capire come il mondo sta cambiando, che cerca di cavalcare come meglio può il cambiamento, che cerca di restare al passo (senza conoscere molti dei termini astrusi che vengono snocciolati come un rosario negli ultimi tempi), che investe tempo-testa-energia per formarsi… ha futuro? Oppure è destinato comunque ad estinguersi (come i dinosauri)?

Se uno si incaponisce nel voler assumere giovani (che non ne vogliono sapere, ammesso che sia così…), perché non prova anche a valutare candidature con età maggiore, che forse hanno più esperienza, e hanno grandi bagagli di competenza che possono mettere a disposizione?

Capisco che la linguistica, ed il suo uso sapiente, possono fare da filtro e da prima scrematura, ma perché non si prova a semplificare il linguaggio in modo da attrarre anche chi ha competenze maturate consapevolmente (o anche inconsapevolmente), facilmente verificabili online (e offline) e può condividere l’esperienza accumulata nel tempo?

Tutto questo (e altro ancora, che mi capita di leggere navigando nel web) mi ha fatto ricordare un annuncio che avevo letto anni fa su “Corriere e Lavoro”.

L’annuncio recitava (più o meno): “Azienda XYZ ricerca per inserimento nel proprio organico laureati in XKW, massimo 27 anni, pluriennale esperienza maturata in ambito YYY, conoscenza X lingue (livello madrelingua), conoscenze informatiche di [elenco di una serie di software], […]“.
Un elenco di svariate conoscenze e competenze oggettivamente impossibili per un laureato da pochi anni.
In sostanza “odorava” di una immensa presa in giro e di scarsissima serietà: veniva voglia di scrivere e chiedere se erano sicuri di quello che avevano pubblicato.

(Senza contare la mia personale esperienza con una nota agenzia di “head hunter”: arrivata mi diedero un questionario da compilare fatto di tante crocette, dopodiché feci un colloquio con due ragazzi che avevano la metà dei miei anni [lui si atteggiava a manager, lei sembrava una velina]. Ricordo che uscita di lì mi domandai cosa prevedeva la loro procedura quando si presentava un manager di 50-55 anni…)

Davanti a questi episodi e a queste letture, ti fai delle serie domande.
Sul tuo futuro, sulla tua professionalità.
Su cosa ti aspetta da qui ai successivi 20 anni di lavoro.

Ed in momenti nei quali la stanchezza si fa sentire, ti capita di dire al babbo (tornando a casa assieme a lui una sera di qualche settimana fa): “Io vado a fare il contadino. Mi sa che è meglio.”
O forse no.

Buona ripresa!

Blog personale e social network

Quasi un mese fa ho deciso di prendermi una pausa di riflessione, sospendendo le pubblicazioni su questo piccolo blog personale (che nel corso degli ultimi tempi ha subito moltissime modifiche e rimaneggiamenti).

Sedotta dalla sempre maggiore versatilità dei social network, ho pensato che portare avanti un blog personale stesse diventando gradualmente sempre più impegnativo e faticoso.
Così ho iniziato a pubblicare dei post su LinkedIn, con un buon riscontro di visualizzazioni.
Ho pensato che una comunicazione più mirata a seconda dei social network, e maggiormente adatta al “mobile”, fosse la soluzione migliore (la più facile).

Però devo confessare che – nonostante sia stata una strenue sostenitrice di queste pubblicazioni – ho iniziato a sentirmi in gabbia.

Ho vissuto una sorta di paradosso.
Se da un lato scrivere per e su social network “specifici”, costituisce un ottimo esercizio di calibrazione linguistica e di sintesi (è sconsigliabile scrivere post emotivi su LinkedIn, così come scrivere post professionali su Facebook non funziona molto a meno che tu non abbia una pagina professionale), d’altro canto può accadere di sentirsi costretti a percorrere strade delimitate da robusti e metaforici paracarri.

Sì, certo, dipende molto da come e perché usi i social.
Dipende da cosa vuoi comunicare e come lo vuoi comunicare.

Non so voi che leggete come vivete la vita digitale, ma nel mio caso mi sono resa conto che passato l’entusiasmo della novità e dello sperimentare un nuovo strumento (nella fattispecie la funzione di blogging su LinkedIn, disponibile per ora solo in lingua inglese), ho iniziato a sentirmi in gabbia.
Piano-piano ho iniziato a scrivere post che tendevano via-via ad essere dedicati meno alla professione, e più ad impressioni e riflessioni.

E proprio qualche giorno fa, pubblicavo su Facebook questo post:

In un mondo che ti dice che devi avere obiettivi e che devi focalizzarti su alcune cose, scegliendo-scegliendo-scegliendo, che dite se decidiamo di seguire liberamente i nostri interessi e le nostre passioni, senza costringerci a scegliere in funzione di un possibile business…?
La vita è una sola ed è già abbastanza faticoso portare avanti la baracca.
Se poi i nostri hobby, le nostre passioni, devono essere costrette in funzione di un possibile e specifico business… beh… benvenuti stress e frustrazione…
Negli “sfridi di tempo” cerchiamo di fare le cose che ci piace fare. Per sgombrare la testa, per ricaricarci, per divertirci, per il gusto di imparare.
Poi se ne esce un business tanto meglio.
Sennò va bene uguale.
Senza frustrazione e senza ansia.
Basta che abbia un senso per noi, che facciamo quello che facciamo.

E allora, daccapo!
Con buona pace della non-bontà della visione blog-centrica, scatta la nostalgia del blog come spazio personale.
Di narrazione di ciò che si fa, si impara e si è.

E come se non bastasse, ti capita di incrociare sul tuo percorso digitale, un libro (che ho acquistato e che leggerò nelle prossime settimane): “Bloggo con WordPress dunque sono: Remixa la tua identità digitale e personalizza l’interfaccia del tuo blog” di Paolo Sordi.
La cui sinossi recita:

Ha senso oggi parlare di blog e siti personali? Se vuoi tenere un diario, c’è Facebook. Se vuoi un album fotografico, Instagram. Se vuoi pubblicare un video, YouTube. Vuoi mettere in luce le tue competenze? LinkedIn. Vuoi buttare giù una riflessione veloce? Twitter. Vuoi scrivere un articolo? Medium.
Il blog non è morto, si è frammentato in tante piattaforme che del blog hanno assunto alcuni tratti e alcune funzionalità di base, ma che dal blog si sono distaccate, offrendo ognuna caratteristiche e funzioni specifiche che ne hanno favorito un’adozione sempre più di massa.
Con i social network la voce inedita e personale dell’utente ha conquistato un’esposizione infinita, ma si è chiusa in tanti “giardini chiusi” dove ha perso unità di spazio, libertà e indipendenza. Eppure la Rete aperta dell’open source, del PHP, dell’HTML, dei CSS, dei feed RSS, di WordPress (rigorosamente punto org) è ancora un luogo libero, aperto e flessibile che può restituire agli autori il controllo su contenuti, tempi, modi e proprietà di quanto pubblicato online.
Bloggo con WordPress dunque sono ti spiega come.

E poi leggi – veramente per caso – un progetto avviato da una blogger: #CurriculumDelLettore: come è nato e compagni di viaggio.

E leggi di tanti altri blogger per passione che hanno attraversato come te momenti di pausa, nei quali si sono fatti un po’ di domande (la più importante delle quali è: “Ma chi me lo fa fare?”), ma che dopo una assenza di settimane sono tornati alla loro creatura (quel blog che hanno costruito con tanta passione, con le loro mani) e sono ripartiti con più voglia di prima.

E allora perché lo fai?
Perché ti prendi la briga di scrivere su un blog su WordPress (con tutte le sue difficoltà del caso, perché una piattaforma un pochino complessa)?

Già, perché?
Perché coltivare le proprie passioni…?

Vi lascio con qualche link che ho incontrato nel corso di queste settimane di pausa (sono letture apparentemente scollegate fra loro e non tutte congruenti con l’argomento del post, però hanno contribuito a farmi riflettere e forse a farmi ripartire):

Liberarsi dei libri, liberare i libri

Barbara Olivieri - Libri

E’ da un po’ di tempo che piano-piano sto caricando alcuni libri sul portare dedicato alla vendita di libri di seconda mano.

Eh sì, praticamente sto vendendo alcuni miei libri.
Ma questo non vuole un post-marketta. No.

La riflessione che (mi) faccio, è di altro tenore.

In sostanza mi sto “liberando” di un po’ di libri.
Che detta così suona malissimo: sembra quasi il volersi liberare di qualcosa di ingombrante e fastidioso.
Ma non è così. Lo posso garantire.

Infatti ieri sera, mentre caricavo l’ultima tornata di tomi, ci sono stati tanti tentennamenti.

Caricavo alcuni libri che poi ritiravo, tra mille ripensamenti.
C’erano testi che volevo caricare sul portale e poi ho messo da parte per altri ripensamenti dell’ultimo minuto…

Barbara Olivieri - Libri

Mi dispiaceva.
Provavo un po’ di disagio.
Facevo fatica a “liberarmi” di alcuni romanzi, poi di alcuni manuali, poi di alcuni saggi…

Mi sembrava di fare qualcosa di male.
Mi sentivo in colpa.

Poi però mi sono detta: “Ma perché devo pensare che mi sto privando di qualcosa? È veramente così?”
No, non credo.

Ci sono alcuni libri che ho letto, e che non leggerò più.
Quindi perché accumularli e conservarli?
Come se fossero in una prigione dorata e di mia proprietà? (Mio, solo mio, nient’altro che mio!)
Perché invece non rimetterli in circolo facendo vivere loro una seconda vita?

E poi ci sono alcuni libri che non ho mai letto (e che ho acquistato in momenti di vita diversi e che oggi “non hanno più senso”).
Perché li devo tenere?
Perché penso che un domani io possa decidere di leggerli?
Se sono rimasti lì per tanti anni, dubito che li leggerò.
Ormai hanno fatto il loro tempo.
Quando era il momento (quando li ho acquistati), non li ho letti.
E allora perché conservarli ostinatamente?
Perché non rimettere in circolo anche loro?
Magari approdano in mano a chi ne ha veramente tanto bisogno.

Barbara Olivieri - Libri

Ecco…
“Liberarsi” dei libri può essere una grande fatica.
E’ come qualcosa di tuo che abbandoni.
Ma se si pensa che in questo modo li si libera e li si rimette in circolo, si pensa che si da loro nuova vita.
Piuttosto che languire in uno scaffale privato, dimenticati (da me).

“[…] I libri, soprattutto per chi li legge e non li usa come semplici soprammobili, sono facili da accumulare per varie ragioni: un libro letto è la manifestazione concreta di un risultato raggiunto, un libro comprato e da leggere attende speranzoso e i libri sono comunque considerati oggetti diversi dagli altri, per la cultura che contengono (apparentemente). […]”
[Da un post di qualche mese fa di Luca Conti “Lasciar andare le carte […]”, trovato mentre cercavo un articolo che avevo letto tempo fa di uno scrittore che aveva adottato anche lui la scelta estrema di dare via i libri]

E non ho ancora iniziato a leggere seriamente il libro di Marie Kondo, “Il magico potere del riordino”:

Il magico potere del riordino

Cartaceo Vs Digitale

Cartaceo vs Digitale

Non è la prima volta che mi trovo a riflettere sulla faccenda “meglio il libro in formato cartaceo o in formato ebook?”.
E già in passato avevo fatto qualche considerazione, individuando (ai tempi) una differenza di approccio alla lettura e al supporto a seconda dei generi.

Poi è venuto il tempo de “Il cardellino” di Donna Tartt: un romanzo monumentale (anche nel senso fisico del termine: quasi 900 pagine di racconto…).
Un libro che mi ha “costretto” all’uso del formato ebook (regalando la copia cartacea a mia mamma, che ha usato un leggio…), ma di cui ho comunque apprezzato la storia, appassionandomi.

E ieri – sulla pagina pubblica di “Imparare leggendo” – l’argomento è tornato in auge: un’amica mi ha chiesto quando è consigliabile leggere un libro di carta e quando digitale.
Ho risposto così:

Diciamo che una variabile di scelta può essere la dimensione del libro. Quello, per me e per chi va in giro sui mezzi pubblici (per esempio), è una variabile che fa la differenza.
[…]
Sì, direi il peso fisico (la dimensione) è una variabile di scelta abbastanza importante.
Poi dipende dal testo […]

Infatti, il testo.
Altra questione non sottovalutabile (secondo me).
Perché?
Perché ci sono alcuni romanzi (ma anche manuali) per i quali la lettura su carta è altamente consigliabile.

In questi giorni sto leggendo “Le città invisibili” di Italo Calvino (prossimo libro del book club di BeBookers).
Ho iniziato con il formato kindle (facendo fatica ad entrare nella struttura narrativa dell’autore).
Poi – complice un blitz alla libreria Feltrinelli della Stazione Centrale di Milano – ho acquistato anche il libro.
E sfogliandolo (andando avanti indietro tra le pagine, per cercare di avere un quadro generale del romanzo) ho scoperto per caso una cosa: la numerazione insolita dei capitoli.

Italo Calvino
La numerazione insolita dei “capitoli” de “Le città invisibili”

Mi ha fatto subito pensare a possibili diverse modalità di lettura: non solo sequenziale (pagina dopo pagina), ma anche per percorsi dedicati che ti fanno vivere la storia (le storie) come se fossero viaggi tematici.

E’ una considerazione che mi è venuta così, sfogliando il testo.
E questo – leggendo l’ebook (con il quale si procede pagina dopo pagina) – non è così facile da fare.

Ma non è finita qui…

Ci sono dei libri che vanno letti su carta perché sono una gioia (anche) per gli occhi e per il tatto.
Sono esperienze di lettura molto particolari.
(Diverse dalle altrettanto affascinanti “letture integrate” di ebook corredati di link che rimandano a fonti esterne. Un paio di esempi? “#Luminol” di Mafe De Baggis e “Promuovere e raccontare i libri sui social network” di Davide Giansoldati.)

Un esempio di queste “letture fisiche”?
Date una occhiata alle foto qui sotto: si tratta di un volume molto particolare che racchiude una storia.
Non l’ho ancora letto, ma solo a sfogliarlo genera un effetto di meraviglia!
E tutto quello che vedete nelle foto fa parte del libro. Nulla è stato aggiunto dalla sottoscritta…!

Digitale vs cartaceo

JJ Abrams

Lettura esperienziale

Storytelling

Narrazione

Libri cartacei

Finzione o realtà

 

 

Ci salverà l’esperienza?

03-2-Human-Alarm-ClockSarà perché è venerdì.
Sarà l’età che ti fa fare riflessioni.
Sarà che – complice il “caso” – in questo periodo mi capita spesso di affrontare l’argomento con amici e colleghi, leggendo, osservando ciò che accade e ascoltando…

Fatto sta che le domande che mi si parano davanti negli ultimi tempi sono sempre più grandi e (apparentemente?) insormontabili.
Ed io non so se sono in grado (e sarò mai in grado) di rispondere.

Provo a elencare, in una sorta di libera associazione di pensieri.

Nel weekend pasquale, passeggiando col babbo, mi domanda: “Come va il lavoro?”.
Alla mia risposta tranquillizzante (più o meno), riflette: “Eh sì, perché se accade qualcosa adesso, per te può essere difficile trovare qualcosa d’altro… alla tua età… ed io penso che magari rientri a casa ed in qualche modo facciamo…”
Immediata la mia reazione (energica, ma che camuffa la paura del domani con la quale convivo quotidianamente): “Non è detto! Se pensi al mondo del lavoro come lo hai vissuto tu, non hai dei parametri di riferimento giusti. Quello che c’era ieri, oggi non c’è più!”
Ed il buon babbo concorda… Non so se per pacifica convivenza o per effettiva convinzione.

Già…
Quello che era (e c’era) ieri, oggi non c’è più. O va scomparendo.
(Questo mi fa tornare in mente uno “speech” che ho ascoltato di recente, che illustrava i lavori di un tempo e che sono andati via-via scomparendo. Un esempio: l’uomo che andava a bussare alle finestre per svegliare la gente “The Knocker up”. Altre professioni scomparse le puoi trovare in questa gallery curiosa dalla quale sono tratte le immagini di questo post.)

Ma è vero tutto questo?
Non lo so. A volte ho delle certezze, a volte dei dubbi.

E non so voi, ma io mi danno l’anima nel cercare di leggere, informarmi, ascoltare, capire.
Per cercare di cogliere segnali del futuro.
Per cercare di capire che strada percorrere.
Per cercare di modificare il mio modo di pensare, adeguandolo al mondo di oggi.
Per disegnarmi un possibile “piano B”, nel caso in cui tutto vada a scatafascio.
Per cercare di dare un senso alla pianificazione… (quasi un paradosso rispetto alle velocità del cambiamento in atto).

E proprio stamattina riflettevo con un collega sulla sempre più grossa difficoltà nel lavorare. Nello svolgere la nostra professione.

Si rifletteva su come tutto stia diventando sempre più faticoso.
Su come ci sia in atto una specie di scontro tra normative (e burocrazia), professionalità (nel senso di figure professionali), metodi di progettazione (che stanno cambiando e che non vanno bene con quanto richiesto dalle norme) e variabili che ti si presentano dietro ad ogni angolo.
Tutto questo rende infernale il cercare di muoversi in modo congruente, e consono alla propria identità professionale.

La propria identità professionale…

46 anni (quasi 47), laurea in Architettura, da quasi 16 anni nel mondo della ingegneria (e quindi convivente già da tempo con dissonanze di identità professionali) preceduti da un’altra manciata di anni in studi tecnici.
Con ruoli operativi e di gestione.
Ma non verticalizzati.
Non iper-specialistici.
E quindi in “collisione secca” con chi ti dice che bisogna essere specialisti di nicchia, in un mondo che cambia ad una velocità imprevedibile e che vede nella trasversalità e nella elasticità mentale, e di vedute, delle chiavi di lettura fondamentali.

“Che diavolo posso fare?”, mi domando sempre più spesso.
Come diavolo posso affrontare un mondo così, che ha un margine di prevedibilità prossimo allo zero?
Se tutto va a “carte quarantotto”, come ne esco? A quasi 50 anni…?

L’unica risposta (che è anche una domanda) che mi viene in mente è: mi (ci) salverà l’esperienza(?).
Forse.
Una esperienza intesa come una struttura in continua crescita, che si stratifica e si arricchisce attraverso un continuo interscambio tra vita professionale e curiosità (e necessità) di imparare sempre cose nuove che magari esulano anche dalla tua area di esercizio professionale.

Almeno io ci provo…

centralinisti

 

Dire grazie… [Flash post]

cuore-rossoTutti abbiamo bisogno di un incoraggiamento e di una carezza sul cuore.
Tutti facciamo una fatica dannata a vivere con le nostre paturnie, le nostre domande, i nostri dubbi, le nostre paure.
A volte riusciamo a superarle da soli, altre volte no.
E abbiamo bisogno di un conforto.
Che fatichiamo a trovare.
E siamo anche così abituati a destreggiarci all’interno di difficoltà quotidiane, che comunque incidono nella nostra più profonda intimità (ferendola, a volte, e anche contribuendo ad indurirci), che quando arriva l’inaspettata carezza sul cuore, l’emozione sale come un’onda e non hai parole per dire “grazie”.
Perché un semplice “grazie” non ti sembra sufficiente.
E vorresti fare di più.
Dire di più.
Perché ti senti in debito.
Con chi ti ha donato questo incoraggiamento.
Dal valore incalcolabile.

Ebbene, di recente ho avuto modo di dialogare via messaggi privati con una persona.
E ultimamente mi ha inviato un messaggio che mi ha commosso.
Mi ha emozionato e commosso.
Grazie.
Di cuore.
Anche se mi sembra ben poca cosa (dire “grazie”), perché la ricchezza di quella che mi ha trasmesso attraverso le parole.

Grazie.

[Immagine tratta dal sito immaginiamore.net]