Il Mondo è cambiato…

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Il Mondo è cambiato…!
“Ma dai!? Ma giura!? Non ce ne eravamo mica accorti…!”, potrebbe pensare qualcuno. E a ragione.
Ma questa riflessione banalissima ed evidentissima, arriva da una serie di ragionamenti che mi facevo ieri mattina.

Tutto è partito dal pensiero che sto finendo lo shampoo e la crema districante per i capelli.
Purtroppo sono di una marca di un noto parrucchiere e pensavo – fino a non molto tempo fa – che sarei dovuta andare in uno dei suoi saloni per acquistare i prodotti.
Finché, qualche settimana fa, non ho scoperto che posso acquistarli direttamente on-line da una nota catena di profumerie.

Pensando a questo (pensiero di altissimo livello…), ho anche pensato che spesso faccio le corse alla sera per arrivare a casa in tempo utile per fare la spesa, prima che il supermercato del posto in cui vivo non chiuda (e ciò avviene alle 20.00). Ed improvvisamente mi è tornato in mente che forse una soluzione comoda c’è: l’acquisto on-line dei prodotti alimentari, attraverso il portale di una notissima catena di supermercati, con consegna a casa tua fino alle ore 22.00 (se non ricordo male). Quindi posso fare il mio ordine da un qualsiasi portatile, pc, tablet… e – senza correre come una forsennata – arrivare a casa e aspettare la consegna. Magari costa un po’ di più, ma il risparmio in termini di tempo ed il guadagno in termini di corse, è molto alto.

Proseguendo queste riflessioni, mi sono ricordata che lunedì devo andare a Padova per una riunione. Il solo pensiero mi fa venire il mal di pancia: tanti chilometri, riunione di 2-3 ore, e altrettanti chilometri per tornare indietro, col buio e la stanchezza che ti accompagna.
Ho pensato che abbiamo installato Skype in ufficio ma non lo abbiamo mai attivato.
Acquistando per pochi soldi una webcam ed un microfono, potremmo serenamente fare tutte le riunioni del mondo, agli orari più impensati, riducendo drasticamente i chilometri percorsi e guadagnando tempo prezioso.

E pensando sia agli acquisti on-line (consegna a casa, o dove vuoi tu), che a Skype & C. (grazie al quale ieri ho avuto un bel colloquio telefonico dove ho scambiato idee ed opinioni su un importante progetto, mentre nei giorni precedenti ho fatto lunghe chiacchierate con amici veneti e – grazie a queste modalità di collegamento – sto costruendo assieme ad altre persone, dislocate geograficamente ovunque, una serie di iniziative), ho percepito realmente che il mondo sta cambiando ed è cambiato.

Sembra di una banalità e di una evidenza scontata, ma forse non lo è così tanto.
Perché proprio una settimana fa, girando per Milano con delle persone, si osservavano alcuni esercizi commerciali chiusi, e si rifletteva sulla “crisi”.

Sì, è vero, la crisi c’è ed è pesantissima.
Personalmente – essendo una Partita IVA – vivo costantemente con la Spada di Damocle sulla testa, col pensiero fisso di dovermi reinventare per essere pronta ad affrontare virate improvvise di rotta…
Però, pensando alle molteplici attività di commercio di beni materiali ed immateriali, forse non è stato totalmente metabolizzato questo cambio operativo.

Io, come utente finale, trovo comodo reperire ciò che mi interessa on-line, acquistarlo a qualsiasi ora e farlo arrivare direttamente a casa (salvo alcune merci, tipo abbigliamento, per le quali ho ancora la necessità di vederle, toccarle e provarle).
E forse qualcuno che svolge questa attività non ha ancora ben recepito questo cambio radicale che è in corso.

Analogamente, credo che qualcuno che lavora all’interno di team dislocati in vari punti geografici, non ha ancora ben percepito che esistono tecnologie che permettono di alleggerire parecchio la fatica degli spostamenti.

Io, come progettista e venditore di servizi, trovo molto comodo poter usufruire delle tecnologie di comunicazione sempre più avanzate, che mi permettono di dialogare, ragionare, progettare con persone che si trovano chilometricamente distanti.
Una volta tutto questo non potevo farlo o, se potevo/dovevo, dovevo sobbarcarmi chilometri e chilometri di strada.

Qualcuno potrebbe obiettare che così si finirà per stare ognuno nel proprio loculo/cubicolo, isolato dai propri simili pur essendo in contatto col mondo intero.
Non sono totalmente d’accordo.
Quello che forse non riusciamo ancora a percepire bene è invece l’allargamento immenso dei confini operativi e il guadagno di tempo (che si perde/perdeva negli spostamenti) per fare altro, ottimizzandolo a favore di altre attività.

Ma forse mi sbaglio…
Non lo so…

Questo è semplicemente un flusso di coscienza, partito da una constatazione che mi sta finendo lo shampoo…

[Immagine tratta da Google Image]

Coraggio

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Stamattina ho letto l’articolo di Massimo Gramellini sulla edizione online de La Stampa.
Il titolo è inequivocabile: “L’anno del coraggio“.
Parla del coraggio più da un punto di vista sociale e del nostro caro e strampalato Paese, però ad un certo punto scarta e passa al concetto di “assunzione di responsabilità“.
Lo trovo un articolo condivisibile: praticamente mi sono trovata in sintonia su ogni singola parola che lui ha scritto.

Ed è partita la riflessione, che mi ha fatto ricordare che la parola “coraggio” me la ritrovo davanti piuttosto spesso negli ultimi giorni.
Una amica – qualche giorno fa – mi ha detto: “Per vendere a volte ci vuole coraggio.”
Ieri sera, mentre guidavo, pensavo ad una serie di azioni da fare di piccola entità che fatico a fare, e mi sono detta: “Barbara, ci vuole un pochino di coraggio per fare le cose!”
Ripenso al video-curriculum di Gheorghe Hordighan (ne parla Ivana Pais nel suo libro “La rete che lavora“): ha avuto il coraggio di esporsi, costruendo un video-curriculum per cercare un nuovo lavoro. Nessuno avrebbe scommesso sulla riuscita di una iniziativa simile: un carpentiere che realizza un video-curriculum per cercarsi un altro lavoro.

Coraggio.

Sono convinta che il coraggio premia.
E sono anche convinta che la parola “coraggio” sarà il filo conduttore di questo 2013 che si avvicina.

Il coraggio di fare determinate scelte.
Il coraggio di prendere determinate decisioni, tanto a lungo rimandate.
Il coraggio di assumersi le proprie responsabilità, smettendo di demandare ad altri.

Coraggio.

Una qualità necessaria per affrontare quello che ci aspetta.
Sia da un punto di vista collettivo, sia da un punto vista (soprattutto) individuale.
Altrimenti si continua a procrastinare, a nascondersi dietro un dito, scappando davanti alle occasioni e alle opportunità che ti si pongono davanti.
Continuando a nascondersi dietro altrettanto nobili parola come “cautela”, “diplomazia”, “concretezza” che celano – in realtà ed in modo subdolo – la fuga davanti alle scelte, alle decisioni e alle responsabilità.

Buon Natale e Buon 2013.

Essere passisti…

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Paola: “Quando inizi a correre?” Io: “Quando l’indice di massa corporea scenderà al di sotto di 25…”

Max: “È arrivato il momento che tu inizi a correre! Fai così: 5 minuti di camminata ed 1 minuto di corsa. Vedrai, sarà più facile di quel che pensi…!” Ed io che ascolto con una postura ed una espressione che manifestava forte disagio e profonda sofferenza interiore…

Il proprietario dello stabilimento balneare di Varigotti al mio babbo: “Vedevamo che sua figlia andava a correre alla sera” [“No, cammino”, pensavo]

Qualcuno che non ricordo: “…Adesso che corri…” Io: “No, cammino!”

Cammino, cammino, cammino!!! Accidenti!!!
Io non voglio correre! Io sto bene anche “solo” camminando!
Sembra inconcepibile ai più. Oggigiorno.

Ed invece credo che questa mia tendenza a non mollare la camminata a favore della corsa, indichi molto di più di me stessa di quanto non sia la sola attività fisica.

Sono una passista.

Lo sono a 360 gradi.
La camminata rappresenta il mio stile di vita.
Lento, in costante movimento e inesorabile.

Questa cosa mi ricorda anche una osservazione divertente di un amico in un contesto molto diverso: tanti anni fa a Montevecchia, in una trattoria, a gustare salumi e formaggi commoventi per la loro bontà. Mentre gli altri chiacchieravano, io ascoltavo e mangiavo zitta-zitta, lentamente ed inesorabilmente. Ad un certo punto l’amico mi guarda e dice: “Ma guarda la Barbara! Zitta-zitta si è mangiata un sacco di roba! Sei un diesel!” Ed io che li guardavo con espressione angelica. (Per la cronaca, la scorpacciata mi costò l’orticaria il giorno successivo…)

È vero che non è proprio un paragone salutista, però credo che questi due episodi scollegati e temporalmente lontani tra loro, la dicano lunga sul fatto che la velocità non fa per me.

Tutto dice di me che sono una passista: cammino (e non corro), i cambiamenti della mia vita sono sempre abbastanza lenti, maturati e metabolizzati (salvo alcuni casi), sono lenta al risveglio mattutino, in genere svolgo le mansioni quotidiane a ritmi abbastanza lenti (con le dovute eccezioni) ed in auto non amo la velocità.
[Forse ha inciso profondamente il cartone animato che guardavo da piccola: un trenino a vapore ed un super-treno modernissimo che – puntualmente – si schiantava alla fine di ogni episodio; con la morale finale che recitava così: “Chi va piano, va sano e lontano!”]

Sicuramente in una società come quella odierna sembra che se non sei veloce, sei bruciato in partenza.
Ma siamo sicuri che sia veramente tutto così?
Io ho qualche perplessità…

Certo, la tecnologia ha accelerato a livello esponenziale il flusso di informazioni e la velocità di accadimento delle cose. Ma credo anche che questa iper-connessione abbia liberato degli “slot” per fare altro. Abbia paradossalmente restituito tempo per dedicarsi ad altro.

Forse la velocità di connessione, la velocità del flusso di informazioni (e la loro elevata quantità) hanno contribuito ad una accelerazione del pensiero (e mi rendo conto che a me sta accadendo una cosa simile: penso più veloce, scarto rapidamente da un argomento all’altro ed i processi cognitivi sembrano più elastici e liquidi). Ma – a livello fisico – comprimendo alcune attività, sembrano si siano creati spazi che ci permettono di rallentare e di diventare (forse) un po’ passisti…
Spazi di “polmonazione” dove recuperare pensieri o fare altro alla velocità a noi più congeniale…

Quindi forse essere passisti non è un male.
Magari essere passisti vuol dire anche essere un qualcosa di fluido, che si muove lentamente e costantemente, plasmandosi attorno a dei cambiamenti che accadono.
Magari essere passisti rappresenta la volontà di riappropriazione di ritmi e spazi che sono assolutamente tuoi. Evitando di trasferire la velocità all’interno dei tuoi spazi, mantenendola fuori.
Magari essere passisti equivale ad avanzare lentamente e inesorabilmente, mantenendosi sempre in movimento.

Forse…

Non so…

Forse sono davanti ad un paradosso…

La Lepre e la Tartaruga – Esopo
La lepre un giorno si vantava con gli altri animali: – Nessuno può battermi in velocità – diceva. – Sfido chiunque a correre come me.
La tartaruga, con la sua solita calma, disse: – Accetto la sfida.
– Questa è buona! – esclamò la lepre; e scoppiò a ridere.
– Non vantarti prima di aver vinto replicò la tartaruga. – Vuoi fare questa gara?
Così fu stabilito un percorso e dato il via.
La lepre partì come un fulmine: quasi non si vedeva più, tanto era già lontana. Poi si fermò, e per mostrare il suo disprezzo verso la tartaruga si sdraiò a fare un sonnellino.
La tartaruga intanto camminava con fatica, un passo dopo l’altro, e quando la lepre si svegliò, la vide vicina al traguardo.
Allora si mise a correre con tutte le sue forze, ma ormai era troppo tardi per vincere la gara.
La tartaruga sorridendo disse: “Non serve correre, bisogna partire in tempo.”

Le difficoltà oggettive…

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Quando ci sono “oggettive” difficoltà nel realizzare una cosa, conviene farsi qualche riflessione mettendosi una mano sulla coscienza e guardandosi onestamente allo specchio, nelle palle degli occhi.

Se un ragazzino nella profonda Africa, quasi analfabeta, è riuscito a creare un mulino a vento con materiali di scarto, per portare l’acqua ai campi di suo padre, nulla è “oggettivamente impossibile”.

Forse l’oggettivamente impossibile è preceduto da un “comodamente”.

Forse la struttura che ti sta intorno non ha capacità adatte.

E forse non vuoi cambiare la struttura che ti sta intorno, perché costruita funzionalmente intorno a te per lasciare che la tua personalità non venga oscurata.

Forse però sbagli.

Forse però va cambiato il punto di osservazione.
Forse cambiare la struttura intorno a te non equivale ad oscurarti, equivale a potenziarti.
Ad arricchirti e a farti fare quel salto di qualità che non vuoi fare. Ma che potresti fare.
E che ti permetterebbe una progressione continua in modalità auto-alimentazione.
È sempre la solita menata della “zona di confort” che ormai ha l’età dei datteri.
Sta a te scegliere.
La decisione spetta a te.
Valuta i pro e i contro.
Poi decidi.
Ma non dire MAI che ci sono difficoltà “oggettive”.
Perché davanti a gente che un po’ ne capisce perdi di credibilità.
Ma forse è un prezzo che sei disposto a pagare per soddisfare il tuo Ego e/o assecondare la tua paura evitando il confronto.
Non esistono “difficoltà oggettive”.
Una soluzione c’è, sempre. Basta trovarla.
Se poi non la vuoi perseguire, questo è un altro paio di maniche…
Ma non raccontarti (e non raccontare) storie che alla fine danneggiano solo te stesso.

Se c’è una cosa che non vuoi fare, falla…

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…perché spesso dietro si nasconde qualcosa di molto interessante dal quale stai fuggendo.

Per anni il mio mantra è stato: “Nel dubbio, non farlo.”
Da un po’ di tempo si è trasformato in: “Nel dubbio, fallo.”

E così è stato anche stavolta.
Anche se la cosa da fare era relativamente semplice, farla mi è costata parecchia fatica (all’inizio, nella fase di “attrito di primo distacco”): quest’anno ho deciso di fare 15 giorni di vacanza da sola, secondo i miei ritmi, con i miei libri e le mie riflessioni, e soprattutto con me stessa.

So che per qualcuno può sembrare di una banalità disarmante, ma per me non lo è stato.

Volevo farlo, agognavo farlo, e avevo l’obiettivo di mettere a posto un po’ di cose, di cercare di capire cosa voglio fare della mia vita.
Volevo pianificare.

Fino all’ultimo ho avuto ripensamenti, sempre lì-lì per fare il biglietto del treno per raggiungere i miei genitori e passare quindici giorni con loro in Puglia.
Ho resistito, sono rimasta focalizzata sull’obiettivo e sulla necessità di stare un po’ da sola, lontano da tutto e da tutti.
Mi sono concentrata sul fatto che la sola idea di trovarmi in un luogo incasinato, affollato e accaldato mi faceva venire l’orticaria.
Mi sono concentrata sulle inevitabili collisioni da scontro generazionale che avrei avuto coi miei, stando a stretto contatto per 15 giorni.
Avevo bisogno di staccare e per rinforzare la decisione ho riportato alla memoria il disagio, e la stanchezza dell’anno che mi facevano desiderare 15 giorni di solitudine e tranquillità.
Da trascorrere in un posto vicino, tranquillo ed educato.

Così sono partita armata di libri, bloc-notes e altro materiale.
Volevo “lavorare” su me stessa, pianificando (soprattuto mettendo per iscritto) idee, obiettivi.

È stato un successo.

Ho potuto confermar(mi) – se mai ce ne fosse stato bisogno – che stare con sé stessi, seguendo i propri ritmi, facendo ciò che si ritiene più consono e avendo tutto il tempo a disposizione per riflettere, può essere una occasione molto importante per imparare a conoscersi ancora un po’ di più.

Sì, ci sono stati momenti di riflessione intensi e turbolenti.
Ma ci sono stati anche momenti di lettura, di camminate (per scaricare la tensione), di silenzio fisico e mentale.
Non ho fatto esattamente quello che volevo fare, ma forse ho fatto qualcosa di più importante.
Assecondando gli stimoli mentali, ho fatto un punto della situazione in modo anomalo: senza scrivere sul bloc-notes, ma solo ragionando. Facendo scorrere i pensieri in assoluta libertà, lasciando che si aggregassero (secondo il giusto momento) in nuove forme e nuove concatenazioni.
Ho preso atto di nuove consapevolezze (a volte scomode, ma necessarie) e ho consolidato alcune certezze (oltre ad avere sdoganato caratteristiche che vedevo come handicap).

Sì, penso che ognuno di noi debba ogni tanto stare da solo con sé stesso (se può).
È utile per re-imparare ad ascoltarsi.
Anche se questo può essere faticoso e fastidioso.
Ma una volta che hai iniziato, non riesci più a smettere e – quando rientri – pensi già a quando ritagliarti ancora un’altra occasione per riprendere il discorso e approfondirlo.

Sono momenti di consapevolezza, e di messa a fuoco, che ti permettono di ripartire con maggiore lena e maggiore convinzione. Verso un “nuovo anno”.

Qualche riflessione su sé stessi…

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Ultimamente ho seguito un corso di formazione istruttivo ed energetico, come è nello stile del trainer che lo ha tenuto, in una location molto particolare, fortemente simbolica e intellettivamente/emozionalmente stimolante (il Dunant Hotel)
Un corso dal titolo curioso ed emblematico: Jo.Y (Join You). Un corso durante il quale mi ero ripromessa di fermare le bocce, per fare un po’ il punto della situazione (un bilancio tutt’ora in corso e che credo avrà un’onda lunga).

Tra le innumerevoli e validissime informazioni e riflessioni scaturite dalla mente iperattiva del formatore, una cosa mi ha colpito in particolare: le riflessioni sul ruolo della donna.
Riflessioni che mi hanno colpito per l’intensità che ci ho letto dietro; forse scaturite da una osservazione di una realtà culturale e/o forse perché le ho “catturate” e fatte mie…

Pensieri che effettivamente si combinano con quanto mi capita di sperimentare, quando mi confronto con vecchi amici che vivono una realtà molto diversa dalla mia (per scelte differenti) e sicuramente più diffusa della mia.

Ascoltandolo, mi sono tornate in mente alcune recenti riflessioni fatte da amiche (mogli e mamme) che mi hanno fatto pensare ad uno stile di vita quasi cristallizzato in un mondo senza tempo, fermo dentro una ritualità che vede ruoli rigidi (e che mi fanno sentire sempre più “alieno” e con un abisso sempre più profondo di separazione dalla stragrande maggioranza della gente).

E mi sono resa conto della fortuna che ho di avere dei genitori che fin da piccola mi hanno permesso di fare ciò che volevo, assecondandomi e guidandomi (esempio: da piccola giocavo con le macchinine e sognavo di fare l’astronauta, e non mi hanno mai forzato a giocare con le bambole o a “fare la maestra”).

Crescendo ho dovuto pagare prezzi alti, e solo ora (non da molto tempo) tutto inizia ad avere un senso in una sorta di piccola rivalsa. Sono stata per parecchio tempo controcorrente rispetto al grosso fiume pigro che scorreva e tutto raccoglieva e portava con se. Guardata con “sospetto” o con perplessità, visto che non seguivo il percorso lineare e prestabilito.

Non mi sono sposata e non ho figli.
Non so stirare (diciamo che lo faccio male… e quindi pago una gentilissima signora che lo fa egregiamente per me), non so cucinare (se non in maniera spartana e questo ha mantenuto – paradossalmente – sempre ottimi livelli del sangue…) e ho pure imparato a dire di no (spinta anche dai miei genitori, che si arrabbiavano nel vedermi sempre troppo disponibile…).

Sono scelte (più o meno grandi) che, se fatte in modo consapevole ed assumendotene tutte le responsabilità, ti permettono di goderti il viaggio (condito anche di inconvenienti e di costi a volte rilevanti) e di costruirlo pian-piano, pezzo dopo pezzo, anche per tentativi ed errori, ma in modo autonomo.
(Sicuramente sono avvantaggiata anche da una variabile ambientale non da poco: il vivere in una città come Milano, dove (quasi tutto) è permesso.)

Devo essere grata al trainer che, attraverso le sue parole, mi ha consentito di fare queste riflessioni che mi stanno permettendo di fare il punto della situazione e mi stanno stanno facendo comprendere un po’ di cose di me stessa, in un ulteriore (faticosa) progressione.

Immagine tratta da http://www.blog.chatta.it

Qualche buona idea (banale?) per gestire una riunione

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Stamattina avevo giurato a me stessa, e promesso, che avrei esternato il mio disappunto sulla riunione di oggi.

Poi stasera, complice una cena e quattro chiacchiere con una amica, sono tornata a più miti consigli. Ma questo non mi solleva dalla promessa (fatta a me stessa) del condividere qui un paio di riflessioni sulla gestione delle riunioni.
Potranno sembrare considerazioni banali, ma forse non lo sono così tanto, se vedo sistematicamente il verificarsi di certe situazioni.

Il precedente: stamattina levataccia per una riunione presso una società veneta, per il “kick-off meeting” di una importante commessa relativa ad una pianificazione territoriale.
La riunione era convocata per le 10.00 del mattino (noi arriviamo con 15 minuti di anticipo).
I primi membri compaiono intorno alle 10.30.
I successivi 30 minuti sono spesi per preparare la sala riunioni, approntando i collegamenti per la call-conference (fallita) per le persone che non potevano essere presenti.
Io inizio ad innervosirmi.
Ma mi devo trattenere per non distruggere un rapporto professionale collaudato.
Finalmente la riunione inizia e si parte con slide, dettagli ed esame degli indici delle relazioni.

Una precisazione: il gruppo di lavoro era già collaudato. La new-entry eravamo noi.
Nessuno ci ha presentato i membri partecipanti alla riunione, specificando il loro ruolo.
Nessun inquadramento generale della commessa, a sorta di riepilogo e di controllo dello “stato di fatto” (con successiva discesa nei dettagli).

Una riunione che ho faticato a seguire, cercando di comprendere il senso e gli obiettivi degli argomenti trattati.
Una riunione che era una profusione di dettagli e di presupposizioni.

Alla fine della giornata (che comunque ha successivamente preso una piega leggermente diversa, dopo una falsa partenza), sulla strada verso casa, ho riflettuto e sono rimasta perplessa dalla ovvietà delle cose non fatte.
Eppure si tratta di una sorta di check-list abbastanza nota:
iniziare la riunione puntuali (nel rispetto dei partecipanti, a maggior ragione se arrivano da lontano);
arrivare qualche minuto (abbondante) prima per allestire la sala e controllare che tutti i dispositivi elettronici funzionino;
presentare i partecipanti (brevemente), illustrando il loro ruolo (rifarlo quando c’è qualche nuovo ingresso).
E – cosa molto importante – far gestire la riunione a chi è capace di farlo: un capo-branco in grado di tenere il branco assieme, in carreggiata, controllando che non ci siano inutili divagazioni che comportino dispendio di tempo ed energie.

Sono tutte cose ampiamente note, ma che forse non vengono tenute in sufficiente considerazione visto il costante assistere a riunioni dall’andamento frammentato.

Speriamo in una prossima occasione più organizzata.
Confido in una seconda possibilità…

Umiltà vs. Autostima

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Quanti di noi (della mia età, quindi attorno ai 40 anni) hanno ricevuto una educazione orientata all’umiltà, alla fatica, allo studio, alla non-ostentazione e alla serietà?
E quanti di noi (sempre della mia età) hanno ricevuto una educazione orientata al riconoscimento dei meriti, e dei traguardi raggiunti?

Io appartengo alla prima categoria.
Mio padre mi ha trasmesso la serietà nella applicazione allo studio, al metodo e al lavoro. Facendomi comprendere che per conquistare le “cose” bisogna fare fatica ed impegnarsi (arrivato dalla Puglia negli anni 60, con la valigia di cartone, ha fatto tutta la gavetta possibile ed immaginabile, ingoiando anche tanti cucchiai di “roba amara”).
Mia madre (di origini venete, con papà carabiniere di cui conservo un bellissimo ricordo) mi ha educato facendomi anch’essa comprendere l’importanza dello studio, dell’impegno, della serietà valorizzando e assecondando ciò che realmente volevo fare ed eventualmente correggendo un po’ la rotta.

Tutto bene. Tutto perfetto. Tutto sequenziale e logico.

Peccato che oggi – nel mondo di oggi – io stia accusando alcune difficoltà di gestione della realtà odierna: una realtà ben nota a tutti. Dove la meritocrazia sembra (e sottolineo “sembra”) scomparsa. Dove la serietà (non seriosità) sembra una caratteristica tipica degli stupidi e dei noiosi. Dove per emergere devi far vedere (e strombazzare ai quattro venti) che tu sei il migliore, altrimenti non vieni notato. E vieni sorpassato da chi sa vendersi meglio.
Potrei andare avanti ad elencare, ma sono fattori ben noti a tutti…

Io non sono stata educata a coltivare la mia autostima. Sono stata educata a coltivare la cultura, il sapere e la professionalità, nella (presunta) certezza che questo fosse più che sufficiente per emerge e progredire, nel rispetto degli altri, e con umiltà.
Ed iniziare a coltivare oggi la propria autostima (a 44 anni suonati) non è una cosa semplice; soprattutto se sei timido e riservato. E sei cresciuto percorrendo e perseguendo un determinato stile di vita.

Qualche giorno fa un amico (Eugenio), ha commentato il mio precedente post di questo blog, facendomi un discorso sulla autostima. Mi ha fatto molto piacere leggere le sue riflessioni e mi ha instillato un po’ di fiducia nei miei mezzi e nelle mie capacità. Contemporaneamente però devo continuare a convivere con una impostazione educativa e mentale di un certo tipo, consolidata in anni e anni di vita.

Che fare, quindi?
Non ho la soluzione in tasca: vado avanti per tentativi-ed-errori, con difficoltà, continuando a studiare, informarmi, approfondendo argomenti e facendo parlare il mio lavoro; cercando strumenti adatti a me per comunicare con il mondo (in questo mi sono venuti in aiuto i social network, che rappresentano un canale di diffusione dei propri pensieri ed idee, ed un interessante strumento aggregatore di menti affini).
Continuo…
Continuo a cercare ciò che può essere consono, combattendo la stanchezza, la rassegnazione ed i momenti di sconforto (quando manderesti tutto e tutti al diavolo).
Nutrendo la speranza e la convinzione che alla fine si riesce a trovare il modo di comunicare e di valorizzarsi più consono a sé stessi.

Il cantiere: una scuola di vita

Questa mattina, mentre stavo andando a prendere il treno per andare a lavorare, sono passata vicino ad un gruppo di uomini che si stavano accingendo a montare dei ponteggi.

Sono stata colpita da uno di loro in particolare: abbastanza minuto (ma scattante), capelli lunghi grigi (raccolti in una coda), barba ed orecchino con brillantino al lobo. Tenuta: canottiera, pantaloni da lavoro e scarpe di cantiere. Dissertava allegramente con un collega-colosso, in bermuda, capace – credo – di sollevare diversi chili di materiale senza fare una piega.

Di cantieri ne ho visti (e frequentati) parecchi come Direzione Lavori e Coordinamento Sicurezza.

L’ultimo – in ordine di tempo –  è stato (per me) il cantiere dei record: un mese scarso di lavori per allestire una struttura ricettiva di design.

Per favorire l’impresa, e portarci avanti coi lavori (visti i tempi drammaticamente ristretti), mi sono fatta tutti i tracciamenti degli impianti elettrici da sola (disegnando sui muri e preparando tutti i disegni possibili di supporto), sono andata in cantiere un giorno sì e l’altro pure. E sono rimasta fino all’ultimo, il giorno prima dell’apertura della struttura, per dare una mano – come potevo – agli impiantisti. Andando via alle otto di sera, insieme a loro.

Questo ha colpito l’impresa che ha riconosciuto la mia disponibilità, proattività e reattività.

Ripensando ad un precedente cantiere (che si è preso due anni della mia vita e che ho vissuto con la massima intensità, credendoci fino in fondo), mi sono domandata perchè – dopo i timori dei primi tempi – amo questi luoghi: ambienti maschili (e anche un po’ maschilisti per autonomasia), a volte difficili e comunque impegnativi (perchè sei sempre sotto esame da parte di muratori, carpentieri, impiantisti che ne sanno molto più di te, che arrivi lì bello-bello a fare la Direzione Lavori).

Amo i cantieri perchè sono luoghi dove vedi crescere qualcosa. Dove tutte le menate mentali vengono sospese a favore della risoluzione oggettiva e concreta di problemi. Dove impari, prendendo anche delle sonore facciate, la differenza sostanziale che c’è tra la progettazione a tavolino e la realizzazione in sito. Dove ci sono ruoli ben definiti e dove i meriti ti vengono riconosciuti sul campo, in base alle tue effettive capacità (ecco perchè spedirei gli azzimati manager a fare un po’ di sano training in mezzo al caldo/freddo, fango e polvere). Dove è bene che tu riconosca i tuoi limiti davanti a chi ha molta più esperienza di te (e se non riconosci i tuoi limiti da solo, c’è chi ci pensa per te).

Secondo me il cantiere è una scuola di vita. Un luogo dove impari, diventi risolutivo e vai al sodo.

Una esperienza che tutti quelli che fanno un certo tipo di mestiere (uomini e donne) dovrebbero fare.

Immagina tratta dal sito http://www.polizialocale.com

Essere figlia, avere un padre (2)

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Oggi ho trascorso una bella giornata in compagnia del babbo.

Complice la festività del 25 aprile, ne ho approfittato per accompagnarlo per alcune commissioni.
Ed è stata l’occasione per condividere riflessioni, e scambiarsi punti di vista, su futuro, lavoro e vita a 360′.

È stata anche l’occasione per tranquillizzarlo su sue preoccupazioni relative al mio “nuovo” stile di vita: corsi, “nomadismo”, nuove conoscenze ed esperienze.
Sapevo che mio padre era preoccupato, ma non esprimeva i suoi timori a causa di un carattere non propenso ad esternare sentimenti ed emozioni (che vive).
E lo avevo saputo in un modo non proprio sereno: una telefonata dura con mia madre, degenerata in pochi minuti a causa di equivoci verbali, stanchezza mia e nervosismo a fiumi.

Forse non sono così scontate (almeno per me, visto che ogni tanto me lo dimentico) le lecite preoccupazioni di un genitore (in crescita all’avanzare dell’età), soprattutto se senti e leggi molto di cose negative (da giornali, TV e altri mezzi di comunicazione “convenzionali” e mono-direzionali), e se sei figlia unica.

Era da tempo che non parlavamo senza entrare in rotta di collisione causa scontro generazionale. Ricordo ancora discussioni che degeneravano in litigi mal celati, dove ognuno restava arroccato sulle sue posizioni, piantandosi il muso reciprocamente.
Un evento accaduto nel 2008, cambiò radicalmente il mio punto di vista ed il mio approccio, rendendomi molto più attenta e sensibile all’ascolto di un uomo (mio padre) che non avevo mai realmente visto e compreso.

A me, come figlia, spetta il non sempre facile compito di comprendere e di non innervosirmi davanti a vicende che non vengono capite.

A me, come figlia, spetta far comprendere prodigandomi in spiegazioni (anche dettagliate) per trasferire le informazioni nella maniera più chiara possibile, spazzando via le preoccupazioni (lecite) di un genitore.