Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

20120729-193236.jpg“Quando pensi di non avere tanto tempo puoi permetterti certe libertà”

Oggi ho finito di leggere un bel libro (almeno per me).

Ha rappresentato una vera e propria boccata di aria fresca, dopo un periodo durante il quale, qualsiasi libro prendessi in mano, a metà (poco più, poco meno) della sua lettura, mi arenavo sistematicamente.

Sono andata avanti così per mesi, fino a che mi sono resa conto del comune denominatore che legava tutti questi libri: management, crescita personale e affini.
Nulla in contrario su questi testi, che tanto mi hanno aiutato e sono stati fonte di ispirazione per me, ma mi sono accorta che avevo bisogno di leggere altro.
Avevo bisogno di leggere di storie, di avventure, di personaggi che – attraverso le loro gesta – trasmettessero un messaggio (lo avevo già sperimentato di recente leggendo due libri a tempo di record: uno scritto da Alan D. Altieri ed uno scritto da Anna Castelli).
E così, messi momentaneamente da parte i testi di management e coaching, ho preso in mano questo libro (di cui avevo letto qualcosa su una rivista o un quotidiano, non ricordo…).
Se è vero (come ormai credo) che nulla accade per caso, questo libro mi ha riconciliato con il mondo della lettura (da me sempre amato).

È stata una boccata di aria fresca!

Mi sono divertita a seguire le vicende surreali del protagonista, Allan Karlsson, che – alla vigilia del suo centesimo compleanno – fugge dalla casa di riposo e, per una serie di incredibili coincidenze, si ritrova coinvolto in una serie di avventure popolate di personaggi degni di un film dei fratelli Coen o di Guy Ritchie: un campionario di umanità surreale, ognuno con la propria storia più o meno dentro il confine della delinquenza, che accompagna questo strampalato centenario, dispensatore di saggezza, dalla storia personale assai stravagante…

Scorrevole, divertente e pieno di tante piccole perle di saggezza anche popolare (prima fra tutti il pensare in modo positivo… “solo così si riesce a trovare la soluzione ai problemi”…) è un inno alla vita. Mi ha talmente coinvolto che ci ho letto un invito a vivere la vita e le opportunità che essa ci offre; a non prendersela, a pensare in modo pro-attivo e a non arrendersi.

Qualcuno su Anobii ha definito Allan Karlsson un moderno Forrest Gump…
Forse. Ma anche forse no. Per me resta un personaggio alla fratelli Coen (o Guy Ritchie).
Chissà se sarà uno di loro a curare la regia del film in preparazione…?
Ne verrebbe fuori un prodotto molto-molto interessante…!

Buona lettura!

“Nessuno ci sapeva stregare meglio di mio nonno materno quando, seduto sulla panchina di legno e chino sul bastone, raccontava le sue storie masticando tabacco.
‘Ma… È vero, nonno?’ chiedevamo stupiti noi nipoti.
‘Quelli che dicono soltanto la verità non sono degni di essere ascoltati’, rispondeva il nonno.”

Piantala di essere te stesso! – il seminario

Piantala di essere te stesso

Sono di ritorno da un weekend di “formazione personale” che si è svolto a Nimis (in provincia di Udine).

Il seminario si è basato sulla struttura di un libro intitolato “Piantala di essere te stesso!”.
È stato tenuto dallo stesso autore: Gianfranco Damico (coach e scrittore) ed organizzato da Claudio Marchiondelli.

Del libro (letto quasi un anno fa) ne ho già parlato in un altro articolo.
Oggi condivido l’esperienza del seminario.

È stato un ripasso dei contenuti del libro, un ampliamento degli argomenti ed un potenziamento della comprensione dell’importanza del linguaggio e delle dinamiche mentali.
Per me è stato motivo di ripresa di alcuni concetti, di intuizioni profonde e di incrocio di dati e conoscenze che – in questi anni – sono avanzate in ordine sparso e (apparentemente) scollegate tra loro.

Collegare tra loro la PNL (Programmazione Neuro Linguistica) alla Linguistica, al Coaching, alla Fisica Quantistica e alle Neuroscienze costituisce un allargamento dei propri confini di conoscenza.
Se poi si innestano anche i concetti lasciatici in eredità dalle filosofie orientali millenarie e dai filosofi che dall’antica Grecia giungono fino a noi, davanti a te si distende un universo del sapere (in continua espansione) capace di rovesciare punti di vista della realtà e capace di modificare profondamente opinioni che ci hanno condizionato sino ad oggi.

Tante sono le cose che mi hanno colpito. Una per me molto importante, è il sistema delle posizioni percettive (non smetterò mai di imparare da questo sistema): in una situazione di conflitto interlocutorio, l’avere la capacità di spostarsi dalla posizione percettiva soggettiva, a quella dell’interlocutore, alla “terza posizione” (osservando dall’esterno), è sempre fonte di comprensione di cosa e come possono essere letti eventi che sono per noi fonte di frustrazione.

Sì certo, questi weekend costano fatica e impegno.
Significa mettersi in discussione e fare scoperte a volte sgradevoli, ma che sono presagio di cambiamenti migliorativi (prendendo coscienza dei propri limiti).

Tornando a casa mi sono ritrovata a sentire un po’ di malinconia per questo bel weekend passato insieme a vecchie e nuove conoscenze. È come se – venendo via – avessi perso qualcosa.

Ma cambiando il punto di vista (la prospettiva) si può leggere invece una creazione di nuovi legami, un rinforzo di legami esistenti ed un ampliamento dei propri orizzonti intellettivi senza pari.

Continuando un viaggio che non avrà mai fine, perché sempre latore di nuove conoscenze…

Qualche riflessione su sé stessi…

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Ultimamente ho seguito un corso di formazione istruttivo ed energetico, come è nello stile del trainer che lo ha tenuto, in una location molto particolare, fortemente simbolica e intellettivamente/emozionalmente stimolante (il Dunant Hotel)
Un corso dal titolo curioso ed emblematico: Jo.Y (Join You). Un corso durante il quale mi ero ripromessa di fermare le bocce, per fare un po’ il punto della situazione (un bilancio tutt’ora in corso e che credo avrà un’onda lunga).

Tra le innumerevoli e validissime informazioni e riflessioni scaturite dalla mente iperattiva del formatore, una cosa mi ha colpito in particolare: le riflessioni sul ruolo della donna.
Riflessioni che mi hanno colpito per l’intensità che ci ho letto dietro; forse scaturite da una osservazione di una realtà culturale e/o forse perché le ho “catturate” e fatte mie…

Pensieri che effettivamente si combinano con quanto mi capita di sperimentare, quando mi confronto con vecchi amici che vivono una realtà molto diversa dalla mia (per scelte differenti) e sicuramente più diffusa della mia.

Ascoltandolo, mi sono tornate in mente alcune recenti riflessioni fatte da amiche (mogli e mamme) che mi hanno fatto pensare ad uno stile di vita quasi cristallizzato in un mondo senza tempo, fermo dentro una ritualità che vede ruoli rigidi (e che mi fanno sentire sempre più “alieno” e con un abisso sempre più profondo di separazione dalla stragrande maggioranza della gente).

E mi sono resa conto della fortuna che ho di avere dei genitori che fin da piccola mi hanno permesso di fare ciò che volevo, assecondandomi e guidandomi (esempio: da piccola giocavo con le macchinine e sognavo di fare l’astronauta, e non mi hanno mai forzato a giocare con le bambole o a “fare la maestra”).

Crescendo ho dovuto pagare prezzi alti, e solo ora (non da molto tempo) tutto inizia ad avere un senso in una sorta di piccola rivalsa. Sono stata per parecchio tempo controcorrente rispetto al grosso fiume pigro che scorreva e tutto raccoglieva e portava con se. Guardata con “sospetto” o con perplessità, visto che non seguivo il percorso lineare e prestabilito.

Non mi sono sposata e non ho figli.
Non so stirare (diciamo che lo faccio male… e quindi pago una gentilissima signora che lo fa egregiamente per me), non so cucinare (se non in maniera spartana e questo ha mantenuto – paradossalmente – sempre ottimi livelli del sangue…) e ho pure imparato a dire di no (spinta anche dai miei genitori, che si arrabbiavano nel vedermi sempre troppo disponibile…).

Sono scelte (più o meno grandi) che, se fatte in modo consapevole ed assumendotene tutte le responsabilità, ti permettono di goderti il viaggio (condito anche di inconvenienti e di costi a volte rilevanti) e di costruirlo pian-piano, pezzo dopo pezzo, anche per tentativi ed errori, ma in modo autonomo.
(Sicuramente sono avvantaggiata anche da una variabile ambientale non da poco: il vivere in una città come Milano, dove (quasi tutto) è permesso.)

Devo essere grata al trainer che, attraverso le sue parole, mi ha consentito di fare queste riflessioni che mi stanno permettendo di fare il punto della situazione e mi stanno stanno facendo comprendere un po’ di cose di me stessa, in un ulteriore (faticosa) progressione.

Immagine tratta da http://www.blog.chatta.it

Qualche buona idea (banale?) per gestire una riunione

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Stamattina avevo giurato a me stessa, e promesso, che avrei esternato il mio disappunto sulla riunione di oggi.

Poi stasera, complice una cena e quattro chiacchiere con una amica, sono tornata a più miti consigli. Ma questo non mi solleva dalla promessa (fatta a me stessa) del condividere qui un paio di riflessioni sulla gestione delle riunioni.
Potranno sembrare considerazioni banali, ma forse non lo sono così tanto, se vedo sistematicamente il verificarsi di certe situazioni.

Il precedente: stamattina levataccia per una riunione presso una società veneta, per il “kick-off meeting” di una importante commessa relativa ad una pianificazione territoriale.
La riunione era convocata per le 10.00 del mattino (noi arriviamo con 15 minuti di anticipo).
I primi membri compaiono intorno alle 10.30.
I successivi 30 minuti sono spesi per preparare la sala riunioni, approntando i collegamenti per la call-conference (fallita) per le persone che non potevano essere presenti.
Io inizio ad innervosirmi.
Ma mi devo trattenere per non distruggere un rapporto professionale collaudato.
Finalmente la riunione inizia e si parte con slide, dettagli ed esame degli indici delle relazioni.

Una precisazione: il gruppo di lavoro era già collaudato. La new-entry eravamo noi.
Nessuno ci ha presentato i membri partecipanti alla riunione, specificando il loro ruolo.
Nessun inquadramento generale della commessa, a sorta di riepilogo e di controllo dello “stato di fatto” (con successiva discesa nei dettagli).

Una riunione che ho faticato a seguire, cercando di comprendere il senso e gli obiettivi degli argomenti trattati.
Una riunione che era una profusione di dettagli e di presupposizioni.

Alla fine della giornata (che comunque ha successivamente preso una piega leggermente diversa, dopo una falsa partenza), sulla strada verso casa, ho riflettuto e sono rimasta perplessa dalla ovvietà delle cose non fatte.
Eppure si tratta di una sorta di check-list abbastanza nota:
iniziare la riunione puntuali (nel rispetto dei partecipanti, a maggior ragione se arrivano da lontano);
arrivare qualche minuto (abbondante) prima per allestire la sala e controllare che tutti i dispositivi elettronici funzionino;
presentare i partecipanti (brevemente), illustrando il loro ruolo (rifarlo quando c’è qualche nuovo ingresso).
E – cosa molto importante – far gestire la riunione a chi è capace di farlo: un capo-branco in grado di tenere il branco assieme, in carreggiata, controllando che non ci siano inutili divagazioni che comportino dispendio di tempo ed energie.

Sono tutte cose ampiamente note, ma che forse non vengono tenute in sufficiente considerazione visto il costante assistere a riunioni dall’andamento frammentato.

Speriamo in una prossima occasione più organizzata.
Confido in una seconda possibilità…

Umiltà vs. Autostima

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Quanti di noi (della mia età, quindi attorno ai 40 anni) hanno ricevuto una educazione orientata all’umiltà, alla fatica, allo studio, alla non-ostentazione e alla serietà?
E quanti di noi (sempre della mia età) hanno ricevuto una educazione orientata al riconoscimento dei meriti, e dei traguardi raggiunti?

Io appartengo alla prima categoria.
Mio padre mi ha trasmesso la serietà nella applicazione allo studio, al metodo e al lavoro. Facendomi comprendere che per conquistare le “cose” bisogna fare fatica ed impegnarsi (arrivato dalla Puglia negli anni 60, con la valigia di cartone, ha fatto tutta la gavetta possibile ed immaginabile, ingoiando anche tanti cucchiai di “roba amara”).
Mia madre (di origini venete, con papà carabiniere di cui conservo un bellissimo ricordo) mi ha educato facendomi anch’essa comprendere l’importanza dello studio, dell’impegno, della serietà valorizzando e assecondando ciò che realmente volevo fare ed eventualmente correggendo un po’ la rotta.

Tutto bene. Tutto perfetto. Tutto sequenziale e logico.

Peccato che oggi – nel mondo di oggi – io stia accusando alcune difficoltà di gestione della realtà odierna: una realtà ben nota a tutti. Dove la meritocrazia sembra (e sottolineo “sembra”) scomparsa. Dove la serietà (non seriosità) sembra una caratteristica tipica degli stupidi e dei noiosi. Dove per emergere devi far vedere (e strombazzare ai quattro venti) che tu sei il migliore, altrimenti non vieni notato. E vieni sorpassato da chi sa vendersi meglio.
Potrei andare avanti ad elencare, ma sono fattori ben noti a tutti…

Io non sono stata educata a coltivare la mia autostima. Sono stata educata a coltivare la cultura, il sapere e la professionalità, nella (presunta) certezza che questo fosse più che sufficiente per emerge e progredire, nel rispetto degli altri, e con umiltà.
Ed iniziare a coltivare oggi la propria autostima (a 44 anni suonati) non è una cosa semplice; soprattutto se sei timido e riservato. E sei cresciuto percorrendo e perseguendo un determinato stile di vita.

Qualche giorno fa un amico (Eugenio), ha commentato il mio precedente post di questo blog, facendomi un discorso sulla autostima. Mi ha fatto molto piacere leggere le sue riflessioni e mi ha instillato un po’ di fiducia nei miei mezzi e nelle mie capacità. Contemporaneamente però devo continuare a convivere con una impostazione educativa e mentale di un certo tipo, consolidata in anni e anni di vita.

Che fare, quindi?
Non ho la soluzione in tasca: vado avanti per tentativi-ed-errori, con difficoltà, continuando a studiare, informarmi, approfondendo argomenti e facendo parlare il mio lavoro; cercando strumenti adatti a me per comunicare con il mondo (in questo mi sono venuti in aiuto i social network, che rappresentano un canale di diffusione dei propri pensieri ed idee, ed un interessante strumento aggregatore di menti affini).
Continuo…
Continuo a cercare ciò che può essere consono, combattendo la stanchezza, la rassegnazione ed i momenti di sconforto (quando manderesti tutto e tutti al diavolo).
Nutrendo la speranza e la convinzione che alla fine si riesce a trovare il modo di comunicare e di valorizzarsi più consono a sé stessi.

Il cantiere: una scuola di vita

Questa mattina, mentre stavo andando a prendere il treno per andare a lavorare, sono passata vicino ad un gruppo di uomini che si stavano accingendo a montare dei ponteggi.

Sono stata colpita da uno di loro in particolare: abbastanza minuto (ma scattante), capelli lunghi grigi (raccolti in una coda), barba ed orecchino con brillantino al lobo. Tenuta: canottiera, pantaloni da lavoro e scarpe di cantiere. Dissertava allegramente con un collega-colosso, in bermuda, capace – credo – di sollevare diversi chili di materiale senza fare una piega.

Di cantieri ne ho visti (e frequentati) parecchi come Direzione Lavori e Coordinamento Sicurezza.

L’ultimo – in ordine di tempo –  è stato (per me) il cantiere dei record: un mese scarso di lavori per allestire una struttura ricettiva di design.

Per favorire l’impresa, e portarci avanti coi lavori (visti i tempi drammaticamente ristretti), mi sono fatta tutti i tracciamenti degli impianti elettrici da sola (disegnando sui muri e preparando tutti i disegni possibili di supporto), sono andata in cantiere un giorno sì e l’altro pure. E sono rimasta fino all’ultimo, il giorno prima dell’apertura della struttura, per dare una mano – come potevo – agli impiantisti. Andando via alle otto di sera, insieme a loro.

Questo ha colpito l’impresa che ha riconosciuto la mia disponibilità, proattività e reattività.

Ripensando ad un precedente cantiere (che si è preso due anni della mia vita e che ho vissuto con la massima intensità, credendoci fino in fondo), mi sono domandata perchè – dopo i timori dei primi tempi – amo questi luoghi: ambienti maschili (e anche un po’ maschilisti per autonomasia), a volte difficili e comunque impegnativi (perchè sei sempre sotto esame da parte di muratori, carpentieri, impiantisti che ne sanno molto più di te, che arrivi lì bello-bello a fare la Direzione Lavori).

Amo i cantieri perchè sono luoghi dove vedi crescere qualcosa. Dove tutte le menate mentali vengono sospese a favore della risoluzione oggettiva e concreta di problemi. Dove impari, prendendo anche delle sonore facciate, la differenza sostanziale che c’è tra la progettazione a tavolino e la realizzazione in sito. Dove ci sono ruoli ben definiti e dove i meriti ti vengono riconosciuti sul campo, in base alle tue effettive capacità (ecco perchè spedirei gli azzimati manager a fare un po’ di sano training in mezzo al caldo/freddo, fango e polvere). Dove è bene che tu riconosca i tuoi limiti davanti a chi ha molta più esperienza di te (e se non riconosci i tuoi limiti da solo, c’è chi ci pensa per te).

Secondo me il cantiere è una scuola di vita. Un luogo dove impari, diventi risolutivo e vai al sodo.

Una esperienza che tutti quelli che fanno un certo tipo di mestiere (uomini e donne) dovrebbero fare.

Immagina tratta dal sito http://www.polizialocale.com

“In me non c’è che futuro” – Adriano Olivetti

Adriano Olivetti

“La Olivetti di Adriano era una comunità di apprendimento”

Ieri sera ho visto il film di Michele Fasano su Adriano Olivetti, “In me non c’è che futuro”, grazie ad un articolo pubblicato sul blog di Mauro Baricca.

Mi piace molto ascoltare e leggere di storie di uomini e donne che hanno fatto (e fanno) la differenza nella vita, nella quotidianità e nel mondo del lavoro. Sono – per me – una costante fonte di apprendimento e di crescita.

Qui ho ascoltato la storia della Olivetti e ho ascoltato – dalla viva voce dei protagonisti – l’efficacia dei metodi adottati, estremamente all’avanguardia per l’epoca.
(Ascoltando, per esempio, i metodi utilizzati dalle Risorse Umane, pensavo che – oggi – non è stato inventato nulla.)

Ne viene fuori una Impresa dove era benvenuta la contaminazione culturale, la crescita e soprattutto la centralità della persona.

Quello che mi ha fatto riflettere molto è che la Olivetti ha attraversato momenti storici di grande fermento culturale ed industriale, ma anche momenti di grandissima difficoltà (le Guerre Mondiali, il Fascismo, il 1929), e che grazie alle idee di un uomo, di un grande uomo, ha attraversato indenne tempeste, proseguendo nel suo percorso e crescendo.
Qui si tratta di mecenatismo, mente illuminata e imprenditorialità.
E di assoluta mancanza di confini (mentali e fisici) nel confrontarsi con altre culture, portando con sé – in azienda – ciò che di buono trovava nel suo percorso esplorativo.
Qui si tratta della persona e delle sue idee.
Della sua capacità di gestire ed interfacciarsi con la realtà.

“Siamo stati abituati a discutere. Non a obbedir facendo.”: una bella testimonianza di Giovanni Truant, che – aggiunge – in questo modo “costringeva” ad una assunzione di responsabilità da parte di tutti.

Un film-documentario da tenere in videoteca e da riguardarsi ogni tanto, per ripassare alcun concetti.

Grazie a Mauro Baricca per la sua segnalazione.
Per leggere il suo post, cliccare qui.

Essere figlia, avere un padre (2)

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Oggi ho trascorso una bella giornata in compagnia del babbo.

Complice la festività del 25 aprile, ne ho approfittato per accompagnarlo per alcune commissioni.
Ed è stata l’occasione per condividere riflessioni, e scambiarsi punti di vista, su futuro, lavoro e vita a 360′.

È stata anche l’occasione per tranquillizzarlo su sue preoccupazioni relative al mio “nuovo” stile di vita: corsi, “nomadismo”, nuove conoscenze ed esperienze.
Sapevo che mio padre era preoccupato, ma non esprimeva i suoi timori a causa di un carattere non propenso ad esternare sentimenti ed emozioni (che vive).
E lo avevo saputo in un modo non proprio sereno: una telefonata dura con mia madre, degenerata in pochi minuti a causa di equivoci verbali, stanchezza mia e nervosismo a fiumi.

Forse non sono così scontate (almeno per me, visto che ogni tanto me lo dimentico) le lecite preoccupazioni di un genitore (in crescita all’avanzare dell’età), soprattutto se senti e leggi molto di cose negative (da giornali, TV e altri mezzi di comunicazione “convenzionali” e mono-direzionali), e se sei figlia unica.

Era da tempo che non parlavamo senza entrare in rotta di collisione causa scontro generazionale. Ricordo ancora discussioni che degeneravano in litigi mal celati, dove ognuno restava arroccato sulle sue posizioni, piantandosi il muso reciprocamente.
Un evento accaduto nel 2008, cambiò radicalmente il mio punto di vista ed il mio approccio, rendendomi molto più attenta e sensibile all’ascolto di un uomo (mio padre) che non avevo mai realmente visto e compreso.

A me, come figlia, spetta il non sempre facile compito di comprendere e di non innervosirmi davanti a vicende che non vengono capite.

A me, come figlia, spetta far comprendere prodigandomi in spiegazioni (anche dettagliate) per trasferire le informazioni nella maniera più chiara possibile, spazzando via le preoccupazioni (lecite) di un genitore.

Ibridazione e Contaminazione

Ho scelto per questo post una foto dell’opera di Salvador Dalì, “Geopolitico che osserva la nascita di un nuovo uomo” (1943), perchè trovo i quadri di Dalì fortemente visionari, evocativi e pregni di immagini ibride e contaminanti.

E parto da qui per riflettere sul concetto di “ibridazione” e di “contaminazione“.

Su Wikipedia alla voce “Ibrido” si legge di ibridazione biologica, chimere e altre cose che evocano immagini mitologico-orrorifiche ed immagini di orrori di sperimentazione biologica. Mentre alla voce “Contaminazione (letteratura)“, si leggono definizioni più consone all’idea che io ho dei concetti in questione.

Credo che sia molto diffusa una concezione negativa dell’ibridazione e forse è per questo che quando, durante una chiacchierata, alla mia affermazione che io mi sento un ibrido (professionalmente parlando), ho suscitato qualche perplessità.

Ma questo non ha cambiato la mia idea. Anzi, recentemente, è stata rafforzata dal libro di Herminia Ibarra, “Identità al lavoro”, che – per me – ha rappresentato una vera e propria rivoluzione copernicana in termini di approccio al cambiamento, all’interno di una realtà in forte mutazione.

Ed una ulteriore prova, nonché una concretizzazione di questa idea, mi si sta presentando davanti nel corso della prossima settimana: sarà uno dei numerosi (spero!) momenti nei quali testerò l’effettiva valenza del concetto di ibridazione professionale e contaminazione culturale. Infatti mi accingo a partecipare (come uditore neofita) ad un convegno sulle nuove professioni in ambito digitale (Job Matching a Milano, martedì prossimo 6 marzo) e mi accingo a fare un check delle capacità acquisite in ambito Coaching (l’8 marzo) e parteciperò alla presentazione del libro “Create!” di Mirko Pallera (fondatore di Ninja Marketing) previsto sempre per il giorno 8 marzo, alla libreria Fnac di Milano, con l’obiettivo di annusare l’ambiente digitale e di trarne ulteriore ispirazione.

Mi sto rendendo conto che la mia formazione accademica (laurea in Architettura) e la mia professione (lavoro da quasi 15 anni nell’Ingegneria), rappresentano già un primo fenomeno di ibridazione (come mi è stato evidenziato da tanti clienti).

Ora, nell’ultimo anno e mezzo, ho mosso i primi passi nella realtà digitale, immergendomi nel web e facendomi assorbire da questi scenari – per me nuovissimi – e dalle sue potenzialità per me quasi inesplorate.

Se a questo aggiungo il rinnovato interesse per l’Arte (il recupero di quanto studiato al Liceo Artistico) e tutte le forme di Creatività (digitale e non), una effettiva commistione di interessi c’è.

E mi trovo, come tanti (se non tutti), in un momento molto particolare e di transizione della realtà lavorativa: mi rendo conto che è necessario rivedere il concetto di professione svolta fino ad oggi (anche e soprattutto intorno ai 40 anni, la mia età, dove ci si trova a metà del percorso lavorativo).

Nei mesi scorsi mi sono presa del tempo e ho scritto (in una sorta di brainstorming in solitaria) cosa mi piace fare, cosa mi diverte e cosa mi viene facile (senza che accusi fatica fisica e mentale): sono emersi spunti interessanti e ho buttato via cose che non servivano più (in una sorta di feng-shui mentale, come dice la mia amica Sara), rimuovendo un po’ di ruggine stratificata nel tempo e focalizzando.

Ora, continuando la sperimentazione, il grosso del lavoro sta nel collegare cose nuove e cose note in modo diverso rispetto a quanto fatto finora. Perchè la chiave ed il futuro della (mia) professionalità è lì: bisogna inventarsi qualcosa di nuovo, continuando ad indagare e a sperimentare. Continuando ad essere ricettivi, aprendo la propria mente e funzionando come i migliori radar mai esistiti. Anticipando i tempi e cercando di stare sempre un passo avanti.

Non è facile. Anzi è molto difficile.

Vanno scardinati vecchi processi mentali (cristallizzati nel tempo), vanno coltivati nuovi interessi, vanno fatti esperimenti. Va fatta (tanta) fatica. Ma, per come la vedo io, va fatto se si vuole sopravvivere e – soprattutto – rinascere.

E va buttata a mare la pigrizia e la paura. La paura dell’ignoto. Perchè “l’ignoto è quel luogo dove tutte le idee prendono forma…”.

Sperimentazione vs. Programmazione

identita-al-lavoroQuando ci sono in gioco i nostri possibili sé, ciò che avviene si può assimilare a una feroce competizione darwiniana in atto dentro di noi.

Ci sono dei momenti nei quali dei libri ti capitano, così come per caso… E questo è per me uno di quei momenti.

E’ un periodo nel quale ho tanti libri iniziati e nessuno finito, che porto stancamente avanti, quasi priva di motivazione, e facendo molta fatica a trovare spunti e “quel qualcosa in più” che mi fa avere l’illuminazione e l’ispirazione, accendendo i motori che mi fanno divorare ed assaporare in pieno il testo che mi ritrovo tra le mani.

Ma, proprio qualche giorno fa, cercando senza uno scopo preciso, vado (spinta da non si sa che cosa) a consultare il profilo di Anobii di Helga Ogliari e trovo tra i suoi libri, il testo di Herminia Ibarra: “Identità al lavoro – Strategie non convenzionali per trasformare il lavoro (e la vita)” (ed. ETAS – anno 2006).

Mi informo un po’, leggendo recensioni sul web, e – senza perdere molto tempo – lo ordino e – ricevuto – ne inizio la lettura.

E mi si apre un mondo…

Finalmente trovo un testo che, per come lo sto leggendo e lo sto interpretando, capovolge tutti i concetti di programmazione che – ora più che mai – mi stanno stretti.

Finalmente trovo un testo nel quale vedo scritto (nero su bianco) quanto io sto provando in questo momento che viene descritto come una transizione.

Finalmente trovo riflessioni sulla importanza della emotività e della propria storia all’interno della propria professione; professione vista come una manifestazione della nostra identità (di una delle nostre innumerevoli identità).

Finalmente viene ufficialmente sdoganata con una bella parola (“sperimentazione” e/o “esplorazione“) quella fase della tua vita professionale nella quale ti accorgi che stai vivendo un disagio che ti porta ad aprirti a nuovi interessi, navigando trasversalmente tra ambiti (dei più disparati), flirtando con nuovi sé (una espressione usata dalla stessa autrice), testando quale può essere quello da sviluppare e che ti porterà verso nuove strade.

Delle fasi di transizione, del disagio interiore e della disapprovazione della tua cerchia di conoscenze più strette (che ti vorrebbero sempre uguale) ne viene data descrizione, spiegandone la assoluta naturalezza della loro esistenza all’interno del processo di cambiamento, che può anche durare anni. D’altronde un cambiamento di identità non può essere pianificato a tavolino, non può avvenire in tempi ridotti, ma richiede tempi di gestazione adatti al consolidamento del nuovo sé.

Ed è un libro di conforto (almeno per me) perchè trovo riscontro di quello che sto vivendo ora, trovo un pezzo di me in ogni storia raccontata e trovo anche una collocazione anagrafica incredibilmente vicina alla mia età (tutte le storie raccontate riguardano persone intorno ai 40 anni e più).

Un libro che consiglio caldamente a chi sta vivendo una fase di cambiamento (magari non ancora ben definita), che sta cercando la propria strada, che si sente “vecchio” o “obsoleto” (soprattutto leggendo quello che viene scritto da più parti, con toni pessimistici) e che vuole cambiare ma non riesce a seguire i diktat della programmazione, della scrittura per obiettivi, delle “to do list” e che non trova soddisfazione nel confronto con gli head-hunter (o i consulenti vari).

Sperimentare, coltivare amorevolmente come una pianticella le proprie passioni ed i propri interessi e… “seguire il flusso” (perchè no?!).

Facendo così, senza abbandonare la speranza, e pagando (un po’ a malincuore) l’abbandono di vecchi legami a favore di nuovi legami (che ci vengono incontro con i nostri nuovi interessi), con i giusti tempi, troveremo la nostra strada…

A me è tornata la speranza ed ora mi sento sulla strada giusta, seppur un po’ caotica (per il momento…).

Non sono inconcludente. Non sono confusa. Non sto uscendo di senno.

Sto solo cambiando.

Ed adesso so che posso farlo con serenità.