Costruire…

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Purtroppo soffro di una grave deformazione professionale, che mi fa vedere e leggere il mondo, le cose e gli eventi in modo rigido e “blindato”: per costruire ci vogliono delle solide fondamenta.

Altrimenti la bella struttura che vuoi che venga messa in piedi, rischia di rovinare in men che non si dica.

Ma non basta.

Per costruire delle strutture devi anche disporre di un terreno idoneo. O meglio: devi pensare, progettare, calcolare e realizzare delle fondamenta adeguate. A seconda del tipo di terreno che trovi, devi poter valutare se fare fondazioni su plinti, a platea, su pali, ecc. ecc.

Ma non finisce qui.

Puoi avere una idea meravigliosa di una architettura fantastica. Ma questa architettura deve potere essere realizzabile con gli strumenti e le tecnologie che hai a disposizione.

Quindi oltre all’architetto visionario, devi avere a disposizione ottimi ingegneri, ottimi geologi, ottimi impiantisti,… Tutte figure una diversa dall’altra, con competenze specifiche nei vari ambiti, che devono poter dialogare tra loro, con l’obiettivo comune di realizzare e concretizzare la magnifica struttura pensata. Se poi ci sono difficoltà di dialogo, occorre una figura sopra le parti, un facilitatore, che contribuisca a far dialogare e ad accompagnare nel processo di realizzazione.

E – ancora – nel corso della progettazione, è possibile che alcuni aggiustamenti si rendano necessari. Cercando di non snaturare troppo l’idea di partenza iniziale.

Che deve potersi inserire armoniosamente in un determinato ambiente; oppure deve poter – coraggiosamente – rappresentare un elemento di rottura, ampiamente giustificato e doverosamente supportato.

Se tutto funziona come deve, il risultato è buono e l’obiettivo è raggiunto.

Se l’orchestra non è accordata, le valutazioni ed i calcoli non sono stati fatti, e l’ambiente si rivela inidoneo, il progetto rischia di andare alla deriva. E, nel processo di deriva, il dispendio di risorse, energie, denaro e tempo, diventa notevole. Con ripercussioni inaspettate.

Fine della metafora edilizia.

Quasi…

Infatti penso che questo ragionamento ben si applica alla pianificazione e realizzazione di qualsiasi progetto, impresa, o altro.

Se hai una idea e la vuoi realizzare, hai bisogno di persone e risorse che possano ricoprire le varie competenze che questa impresa richiede.

Altrimenti rischi di girare a vuoto, di aprire mille porte che conducono su mille strade diverse, senza finalizzare alcunchè, disperdendoti inesorabilmente.

Quando ho incominciato un processo assistito di “definizione professionale”, la mia coach mi ha costretto (nel senso buono del termine) a fare una Analisi SWOT. Per me fu un parto faticosissimo, che andrò a rifare adesso avendo un obiettivo molto più definito nella testa (e quindi essendo in possesso di qualche elemento in più).

Ecco, proprio ora, mi rendo conto di quanto sia prezioso questo passaggio:

  1. definire un obiettivo
  2. analizzarlo
  3. pianificarlo nei dettagli
  4. procedere alla realizzazione

Ci ho messo molto tempo a capirlo.

Oggi ne comprendo in pieno l’utilità.

Forse perchè mi trovo davanti a questioni che non vedo instradarsi su binari precisi.

E quando questo non accade, io inizio ad agitarmi…

Sarà perchè soffro di questa grave deformazione professionale che mi deriva dalla progettazione, dall’ingegneria e dai cantieri…

Immagine tratta da Doka

Il Mondo è cambiato…

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Il Mondo è cambiato…!
“Ma dai!? Ma giura!? Non ce ne eravamo mica accorti…!”, potrebbe pensare qualcuno. E a ragione.
Ma questa riflessione banalissima ed evidentissima, arriva da una serie di ragionamenti che mi facevo ieri mattina.

Tutto è partito dal pensiero che sto finendo lo shampoo e la crema districante per i capelli.
Purtroppo sono di una marca di un noto parrucchiere e pensavo – fino a non molto tempo fa – che sarei dovuta andare in uno dei suoi saloni per acquistare i prodotti.
Finché, qualche settimana fa, non ho scoperto che posso acquistarli direttamente on-line da una nota catena di profumerie.

Pensando a questo (pensiero di altissimo livello…), ho anche pensato che spesso faccio le corse alla sera per arrivare a casa in tempo utile per fare la spesa, prima che il supermercato del posto in cui vivo non chiuda (e ciò avviene alle 20.00). Ed improvvisamente mi è tornato in mente che forse una soluzione comoda c’è: l’acquisto on-line dei prodotti alimentari, attraverso il portale di una notissima catena di supermercati, con consegna a casa tua fino alle ore 22.00 (se non ricordo male). Quindi posso fare il mio ordine da un qualsiasi portatile, pc, tablet… e – senza correre come una forsennata – arrivare a casa e aspettare la consegna. Magari costa un po’ di più, ma il risparmio in termini di tempo ed il guadagno in termini di corse, è molto alto.

Proseguendo queste riflessioni, mi sono ricordata che lunedì devo andare a Padova per una riunione. Il solo pensiero mi fa venire il mal di pancia: tanti chilometri, riunione di 2-3 ore, e altrettanti chilometri per tornare indietro, col buio e la stanchezza che ti accompagna.
Ho pensato che abbiamo installato Skype in ufficio ma non lo abbiamo mai attivato.
Acquistando per pochi soldi una webcam ed un microfono, potremmo serenamente fare tutte le riunioni del mondo, agli orari più impensati, riducendo drasticamente i chilometri percorsi e guadagnando tempo prezioso.

E pensando sia agli acquisti on-line (consegna a casa, o dove vuoi tu), che a Skype & C. (grazie al quale ieri ho avuto un bel colloquio telefonico dove ho scambiato idee ed opinioni su un importante progetto, mentre nei giorni precedenti ho fatto lunghe chiacchierate con amici veneti e – grazie a queste modalità di collegamento – sto costruendo assieme ad altre persone, dislocate geograficamente ovunque, una serie di iniziative), ho percepito realmente che il mondo sta cambiando ed è cambiato.

Sembra di una banalità e di una evidenza scontata, ma forse non lo è così tanto.
Perché proprio una settimana fa, girando per Milano con delle persone, si osservavano alcuni esercizi commerciali chiusi, e si rifletteva sulla “crisi”.

Sì, è vero, la crisi c’è ed è pesantissima.
Personalmente – essendo una Partita IVA – vivo costantemente con la Spada di Damocle sulla testa, col pensiero fisso di dovermi reinventare per essere pronta ad affrontare virate improvvise di rotta…
Però, pensando alle molteplici attività di commercio di beni materiali ed immateriali, forse non è stato totalmente metabolizzato questo cambio operativo.

Io, come utente finale, trovo comodo reperire ciò che mi interessa on-line, acquistarlo a qualsiasi ora e farlo arrivare direttamente a casa (salvo alcune merci, tipo abbigliamento, per le quali ho ancora la necessità di vederle, toccarle e provarle).
E forse qualcuno che svolge questa attività non ha ancora ben recepito questo cambio radicale che è in corso.

Analogamente, credo che qualcuno che lavora all’interno di team dislocati in vari punti geografici, non ha ancora ben percepito che esistono tecnologie che permettono di alleggerire parecchio la fatica degli spostamenti.

Io, come progettista e venditore di servizi, trovo molto comodo poter usufruire delle tecnologie di comunicazione sempre più avanzate, che mi permettono di dialogare, ragionare, progettare con persone che si trovano chilometricamente distanti.
Una volta tutto questo non potevo farlo o, se potevo/dovevo, dovevo sobbarcarmi chilometri e chilometri di strada.

Qualcuno potrebbe obiettare che così si finirà per stare ognuno nel proprio loculo/cubicolo, isolato dai propri simili pur essendo in contatto col mondo intero.
Non sono totalmente d’accordo.
Quello che forse non riusciamo ancora a percepire bene è invece l’allargamento immenso dei confini operativi e il guadagno di tempo (che si perde/perdeva negli spostamenti) per fare altro, ottimizzandolo a favore di altre attività.

Ma forse mi sbaglio…
Non lo so…

Questo è semplicemente un flusso di coscienza, partito da una constatazione che mi sta finendo lo shampoo…

[Immagine tratta da Google Image]

Riflessioni attorno a Prometheus e la narrazione

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Guardando il film Prometheus di Ridley Scott ho avuto l’ennesima conferma che il cinema (un certo tipo di cinema) ha raggiunto dei livelli di potenza visiva notevole.

Gli effetti speciali sono – per me – una gioia per gli occhi.
Provo quello che credo possa essere definito lo stupore, la meraviglia, come una bimba davanti (e dentro) al Paese dei Balocchi.

Peccato però per un altro aspetto che vedo sempre più vacillante e debole: la narrazione.

Infatti Prometheus è molto debole da un punto di vista narrativo.
Non c’è nessun colpo di scena che ti fa restare a bocca aperta.
Non c’è emozione.

Ed è una cosa che osservo sempre più nei colossal.

La cosa mi lascia perplessa anche da un punto di vista economico: possibile che non ci siano le risorse per costruire una struttura narrativa robusta ed epica, mentre si investono montagne di soldi nella creazione di effetti speciali impensabili fino a poco tempo fa?

Non siamo più capaci di raccontare storie?
Nonostante il gran parlare di storytelling, ed il profilare dei relativi storyteller.

O siamo diventati creativamente pigri?
Assuefati dal flusso continuo di informazioni e parole (non siamo più noi a cercare storie e parole, ma storie e parole a cercare noi).

E, se non siamo più capaci di raccontare storie (nello specifico nella cinematografia), sopperiamo con effetti speciali sontuosi e faraonici?
Oppure – ancora, in una sorta di corto circuito – la potenza visiva (ed i suoi immensi mezzi di persuasione) ci ha fatto impigrire nella nostra capacità narrativa? (Quindi non solo flussi di informazioni e parole, ma anche tecnologia sempre più avanzata con sempre maggiore dominanza della comunicazione visiva.)

Eppure, tornando a Prometheus, i video che comparivano su You Tube (i Viral Clip) in fase di pre-lancio del film, erano fortemente evocativi.

Comunque sia andata, Ridley Scott (con i teaser realizzati in un momento nel quale non si vedevano ancora certe modalità narrative che negli ultimi anni sono proliferate) ha inventato una nuova cinematografia facendo partire la storia da “fuori la sala di proiezione”, temporalmente prima della storia narrata al cinema, calandola in una sorta di “realtà nostra imminente” (il video del TED Talk del 2023 è emblematico).

Coraggio

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Stamattina ho letto l’articolo di Massimo Gramellini sulla edizione online de La Stampa.
Il titolo è inequivocabile: “L’anno del coraggio“.
Parla del coraggio più da un punto di vista sociale e del nostro caro e strampalato Paese, però ad un certo punto scarta e passa al concetto di “assunzione di responsabilità“.
Lo trovo un articolo condivisibile: praticamente mi sono trovata in sintonia su ogni singola parola che lui ha scritto.

Ed è partita la riflessione, che mi ha fatto ricordare che la parola “coraggio” me la ritrovo davanti piuttosto spesso negli ultimi giorni.
Una amica – qualche giorno fa – mi ha detto: “Per vendere a volte ci vuole coraggio.”
Ieri sera, mentre guidavo, pensavo ad una serie di azioni da fare di piccola entità che fatico a fare, e mi sono detta: “Barbara, ci vuole un pochino di coraggio per fare le cose!”
Ripenso al video-curriculum di Gheorghe Hordighan (ne parla Ivana Pais nel suo libro “La rete che lavora“): ha avuto il coraggio di esporsi, costruendo un video-curriculum per cercare un nuovo lavoro. Nessuno avrebbe scommesso sulla riuscita di una iniziativa simile: un carpentiere che realizza un video-curriculum per cercarsi un altro lavoro.

Coraggio.

Sono convinta che il coraggio premia.
E sono anche convinta che la parola “coraggio” sarà il filo conduttore di questo 2013 che si avvicina.

Il coraggio di fare determinate scelte.
Il coraggio di prendere determinate decisioni, tanto a lungo rimandate.
Il coraggio di assumersi le proprie responsabilità, smettendo di demandare ad altri.

Coraggio.

Una qualità necessaria per affrontare quello che ci aspetta.
Sia da un punto di vista collettivo, sia da un punto vista (soprattutto) individuale.
Altrimenti si continua a procrastinare, a nascondersi dietro un dito, scappando davanti alle occasioni e alle opportunità che ti si pongono davanti.
Continuando a nascondersi dietro altrettanto nobili parola come “cautela”, “diplomazia”, “concretezza” che celano – in realtà ed in modo subdolo – la fuga davanti alle scelte, alle decisioni e alle responsabilità.

Buon Natale e Buon 2013.

Essere passisti…

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Paola: “Quando inizi a correre?” Io: “Quando l’indice di massa corporea scenderà al di sotto di 25…”

Max: “È arrivato il momento che tu inizi a correre! Fai così: 5 minuti di camminata ed 1 minuto di corsa. Vedrai, sarà più facile di quel che pensi…!” Ed io che ascolto con una postura ed una espressione che manifestava forte disagio e profonda sofferenza interiore…

Il proprietario dello stabilimento balneare di Varigotti al mio babbo: “Vedevamo che sua figlia andava a correre alla sera” [“No, cammino”, pensavo]

Qualcuno che non ricordo: “…Adesso che corri…” Io: “No, cammino!”

Cammino, cammino, cammino!!! Accidenti!!!
Io non voglio correre! Io sto bene anche “solo” camminando!
Sembra inconcepibile ai più. Oggigiorno.

Ed invece credo che questa mia tendenza a non mollare la camminata a favore della corsa, indichi molto di più di me stessa di quanto non sia la sola attività fisica.

Sono una passista.

Lo sono a 360 gradi.
La camminata rappresenta il mio stile di vita.
Lento, in costante movimento e inesorabile.

Questa cosa mi ricorda anche una osservazione divertente di un amico in un contesto molto diverso: tanti anni fa a Montevecchia, in una trattoria, a gustare salumi e formaggi commoventi per la loro bontà. Mentre gli altri chiacchieravano, io ascoltavo e mangiavo zitta-zitta, lentamente ed inesorabilmente. Ad un certo punto l’amico mi guarda e dice: “Ma guarda la Barbara! Zitta-zitta si è mangiata un sacco di roba! Sei un diesel!” Ed io che li guardavo con espressione angelica. (Per la cronaca, la scorpacciata mi costò l’orticaria il giorno successivo…)

È vero che non è proprio un paragone salutista, però credo che questi due episodi scollegati e temporalmente lontani tra loro, la dicano lunga sul fatto che la velocità non fa per me.

Tutto dice di me che sono una passista: cammino (e non corro), i cambiamenti della mia vita sono sempre abbastanza lenti, maturati e metabolizzati (salvo alcuni casi), sono lenta al risveglio mattutino, in genere svolgo le mansioni quotidiane a ritmi abbastanza lenti (con le dovute eccezioni) ed in auto non amo la velocità.
[Forse ha inciso profondamente il cartone animato che guardavo da piccola: un trenino a vapore ed un super-treno modernissimo che – puntualmente – si schiantava alla fine di ogni episodio; con la morale finale che recitava così: “Chi va piano, va sano e lontano!”]

Sicuramente in una società come quella odierna sembra che se non sei veloce, sei bruciato in partenza.
Ma siamo sicuri che sia veramente tutto così?
Io ho qualche perplessità…

Certo, la tecnologia ha accelerato a livello esponenziale il flusso di informazioni e la velocità di accadimento delle cose. Ma credo anche che questa iper-connessione abbia liberato degli “slot” per fare altro. Abbia paradossalmente restituito tempo per dedicarsi ad altro.

Forse la velocità di connessione, la velocità del flusso di informazioni (e la loro elevata quantità) hanno contribuito ad una accelerazione del pensiero (e mi rendo conto che a me sta accadendo una cosa simile: penso più veloce, scarto rapidamente da un argomento all’altro ed i processi cognitivi sembrano più elastici e liquidi). Ma – a livello fisico – comprimendo alcune attività, sembrano si siano creati spazi che ci permettono di rallentare e di diventare (forse) un po’ passisti…
Spazi di “polmonazione” dove recuperare pensieri o fare altro alla velocità a noi più congeniale…

Quindi forse essere passisti non è un male.
Magari essere passisti vuol dire anche essere un qualcosa di fluido, che si muove lentamente e costantemente, plasmandosi attorno a dei cambiamenti che accadono.
Magari essere passisti rappresenta la volontà di riappropriazione di ritmi e spazi che sono assolutamente tuoi. Evitando di trasferire la velocità all’interno dei tuoi spazi, mantenendola fuori.
Magari essere passisti equivale ad avanzare lentamente e inesorabilmente, mantenendosi sempre in movimento.

Forse…

Non so…

Forse sono davanti ad un paradosso…

La Lepre e la Tartaruga – Esopo
La lepre un giorno si vantava con gli altri animali: – Nessuno può battermi in velocità – diceva. – Sfido chiunque a correre come me.
La tartaruga, con la sua solita calma, disse: – Accetto la sfida.
– Questa è buona! – esclamò la lepre; e scoppiò a ridere.
– Non vantarti prima di aver vinto replicò la tartaruga. – Vuoi fare questa gara?
Così fu stabilito un percorso e dato il via.
La lepre partì come un fulmine: quasi non si vedeva più, tanto era già lontana. Poi si fermò, e per mostrare il suo disprezzo verso la tartaruga si sdraiò a fare un sonnellino.
La tartaruga intanto camminava con fatica, un passo dopo l’altro, e quando la lepre si svegliò, la vide vicina al traguardo.
Allora si mise a correre con tutte le sue forze, ma ormai era troppo tardi per vincere la gara.
La tartaruga sorridendo disse: “Non serve correre, bisogna partire in tempo.”

Le difficoltà oggettive…

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Quando ci sono “oggettive” difficoltà nel realizzare una cosa, conviene farsi qualche riflessione mettendosi una mano sulla coscienza e guardandosi onestamente allo specchio, nelle palle degli occhi.

Se un ragazzino nella profonda Africa, quasi analfabeta, è riuscito a creare un mulino a vento con materiali di scarto, per portare l’acqua ai campi di suo padre, nulla è “oggettivamente impossibile”.

Forse l’oggettivamente impossibile è preceduto da un “comodamente”.

Forse la struttura che ti sta intorno non ha capacità adatte.

E forse non vuoi cambiare la struttura che ti sta intorno, perché costruita funzionalmente intorno a te per lasciare che la tua personalità non venga oscurata.

Forse però sbagli.

Forse però va cambiato il punto di osservazione.
Forse cambiare la struttura intorno a te non equivale ad oscurarti, equivale a potenziarti.
Ad arricchirti e a farti fare quel salto di qualità che non vuoi fare. Ma che potresti fare.
E che ti permetterebbe una progressione continua in modalità auto-alimentazione.
È sempre la solita menata della “zona di confort” che ormai ha l’età dei datteri.
Sta a te scegliere.
La decisione spetta a te.
Valuta i pro e i contro.
Poi decidi.
Ma non dire MAI che ci sono difficoltà “oggettive”.
Perché davanti a gente che un po’ ne capisce perdi di credibilità.
Ma forse è un prezzo che sei disposto a pagare per soddisfare il tuo Ego e/o assecondare la tua paura evitando il confronto.
Non esistono “difficoltà oggettive”.
Una soluzione c’è, sempre. Basta trovarla.
Se poi non la vuoi perseguire, questo è un altro paio di maniche…
Ma non raccontarti (e non raccontare) storie che alla fine danneggiano solo te stesso.

Manuel Castells – appunti in libertà

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Questa sera ho seguito in streaming la conferenza che Meet the Media Guru ha organizzato con Manuel Castells.
Bella esperienza (per me che mi considero ancora una neofita del web), utilissima e ricca di stimoli. Due ore dense di informazioni, di citazioni di ricerca e di tanto altro ancora.
Di seguito gli appunti presi durante la conferenza… Lasciati così, come sono stati presi, nella immediatezza del momento… Utilizzando tutti i dispositivi possibili esistenti per condividere in tempo reale su Twitter.

Generare idee e contenuti.
Cultura digitale.
Negli anni 90 Castells anticipava i concetti di condivisione in rete (mentre noi combattevamo con i nostri modem…)
Maria Grazia Mattei innovatore culturale e agitatore digitale/sociale [Manuel Castells]
Io faccio ricerca, mi interessa la ricerca. Non faccio politica.
Questa crisi non è globale perché il 70% del mondo sta crescendo molto velocemente.
“After math”, libro appena pubblicato a Londra.
Cultura economica alternativa: la vita nuova e migliore la voglio vivere adesso, non dopo la rivoluzione!
Ricerca sofisticata sulle dinamiche economiche nuove, tramite – per esempio – “la banca del tempo”.
Reti di “divise” sociali, valute sociali.
Siamo sempre più liberi dalle banche rispetto al passato.
Movimenti sociali dell’era internet. Internet è una piattaforma sociale utile per la diffusione di questi movimenti.
Prevedere il passato. Verificare i nostri concetti sulla base di ciò che è avvenuto.
La nascita di questi movimenti avviene in genere in seguito ad una crisi. Sulla base di come viene gestita la crisi dai governi. Outrage. Indignazione.
Persuasione e coercizione. O noi aderiamo alle idee che ci vengono date e sviluppiamo una mentalità. Oppure vengono usati sistemi più duri di coercizione.
La battaglia più importante per il potere è sempre stata per la comunicazione.
Se cambia il processo di comunicazione, cambiano anche i nostri cervelli.
Auto comunicazione di massa, supportata da internet e dai dispositivi mobili. È cambiata di conseguenza anche l’organizzazione della comunicazione.
Internet è una piattaforma organizzativa che riesce ad elaborare una forma di comunicazione (favorita la comunicazione orizzontale).
Comunicazione verticale: tivù.
Intelligenza affettiva: se prendo esempio delle emozioni collettive, quello che fa scattare la molla è la “rabbia”. Il “timore” crea ansia e reprime. La paura è l’emozione più importante nel controllo.
Togetherness: Il collante dei grandi processi è la comunità, lo stare insieme.
Caratteristiche fondamentali: sono delle reti (in tante forme: internet, ma dalla strada parte tutto… Internet ci fornisce delle piattaforme di autorganizzazione di comunicazione, reti online e offline… Tante forme di associazione spontanea… Non c’è bisogno di una leadership centralizzata…)
Il movimento è molto difficile da sostituire: non ha regole precise. Le reti non sono vulnerabili perché non sono facilmente identificabili.
Le comunicazioni virali non sono facilmente tracciabili.
La leadership non è centralizzata.
I movimenti sono globali e glocali.
La sfera pubblica è nella comunicazioni. Stare insieme. Creare una comunità.
I movimenti non sempre hanno idee condivise. Possono avere idee da condividere, dissensi da condividere ed un progetto da creare.
Mancanza di obiettivo specifico. Il punto di debolezza è che non si capisce per cosa stai combattendo. Il punto di forza è che tutti quanti possono partecipare al movimento. Open-ended.
Non mi posso organizzare se sono un anarchico. Nel momento in cui mi organizzo non sono un anarchico.
I movimenti sociali sono quelli che dicono di essere. Vogliono difendere e proteggere i bisogni della gente. Difendendo la dignità e libertà della gente.
Le utopie sono i punti di partenza, incarnandosi e diventando parti delle menti delle persone. Concretizzandosi in qualcosa.
Movimenti arizomatici: il rizoma è internet. Espansione arizomatica.
Ogni cambiamento di politica deve passare attraverso le istituzioni politiche. La politica deve quindi aprirsi. Ed i valori non negoziabili dei movimenti, sono molto importanti e diventerà inevitabile confrontarsi con loro.
I governi ora stanno agendo come dei robot (con da un lato un dio divoratore con le fauci spalancate che è il mondo finanziario), ma di fronte hanno visi, gente con valori e bisogni.
Controllo delle persone sulla propria vita. Approccio olistico alla nostra vita. Con i movimenti si può intervenire nel miglioramento dello stile di vita e nella salute della gente.
Imprenditorialità: piccole e medie imprese offrono opportunità. Non le grandi corporation: troppo verticalizzate, mastodontiche. Formazione, politiche di crescita e mentalità imprenditoriale (essere imprenditori di sé stessi). Auto-imprenditorialità.
I cambiamenti politici possono avvenire solo attraverso una spinta dal basso.
Tanti semi che possano generare nuovi alberi e nuovi cambiamenti.

“The Leader Who Had No Title”

20121103-012236.jpgNon avevo mai sentito parlare di Robin Sharma, fino a quando non sono andata al seminario di William Ury sul “No Positivo” lo scorso 12 ottobre a Vicenza.

Lì, in una pausa del seminario, è stato presentato il prossimo evento del Club Mondiale della Formazione: una giornata sulla leadership proprio con lui.
Ed in quella occasione è stato proiettato un video dello stesso trainer, che si presentava e salutava i partecipanti, rimandandoli al prossimo evento del 24 maggio 2013, sempre a Vicenza.

Confesso che, essendo “settata” sui modi eleganti e misurati di William Ury, ascoltare (e vedere) il video di Sharma mi mise l’ansia. Il suo modo di parlare era troppo impositivo ed energetico.
Rimasi perplessa.
Spinta però dalla curiosità, e dall’annuncio dal palco di Mirco Gasparotto e Nello Acampora, mi ripromisi di leggere il libro “The Leader Who Had No Title” (uno dei suoi testi più noti).
Libro che – visto che c’ero – ho acquistato in inglese, in versione e-book (“Così mi esercito un po’ con la lingua e mi abituo ai formati digitali”, mi sono detta).
Nel frattempo ho dato una occhiata al suo canale You Tube, guardando qualche suo video.
Con la perplessità che cresceva sempre più.
“Troppo adrenalinico, troppo autocelebrativo!”, mi ripetevo tra me e me.
È stato quindi con grande scetticismo che ho iniziato a leggere il libro, ricevendo anche un feedback entusiasta da una amica che – invece – apprezza molto l’autore e ha letto quasi tutto quello che lui ha scritto.

L’inizio è stato abbastanza tiepido.
Leggevo cose a me abbastanza note.
E mi ritrovavo a ripetermi che, sì, sono cose interessanti, sono approcci alla vita abbastanza innovativi, sono regole valide, ma… Ma sono cose che si sentono dire da più parti, da tempo, nel mondo della formazione.
Insomma, “nulla di nuovo, nulla di stravolgente”, mi dicevo (proseguendo nella lettura).

Ed invece, ad un certo punto, o sono stata io che ho cambiato atteggiamento, o è stato il libro che ha avuto un impercettibile ma inesorabile cambio di marcia, fatto sta che sono entrata in “risonanza” coi contenuti che via-via incontravo.

Fino ad arrivare, alle ultime battute, ad un imprevedibile sblocco emotivo.
Non mi succedeva dai tempi di “Bianca come il latte, rossa come il sangue” di ritrovarmi con le lacrime agli occhi.
Se poi considero che, negli ultimi tempi, i libri di “crescita personale” mi erano venuti a nausea…

Probabilmente questo semplice testo deve essere andato (quatto-quatto) a toccare delle corde profonde.

Non è un libro complesso ed inavvicinabile.
È un libro gradevole, che si lascia leggere in modo scorrevole.
In forma di storia trasmette dei concetti che (se applicati) possono effettivamente operare dei cambiamenti.
Nulla di miracoloso.
Bensì una serie di sistemi di approccio e di modi di vita, che vanno applicati con costanza, ogni giorno. Proprio perché nessuna ti regala nulla. E nulla piove dal cielo.
Infatti è utile tenere bene a mente che, per conquistare qualcosa, si deve fare sempre un po’ di fatica, assumendosi le proprie responsabilità delle proprie azioni.

[Immagine di copertina tratta da www.learn2things.com]

William Ury ed il No Positivo

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Immagine tratta da Hi Performance – www.hiperformance.it

“Lo scopo di una negoziazione non è necessariamente trovare un accordo”

Venerdì 12 ottobre ho avuto la fortuna e l’opportunità di partecipare a Vicenza all’evento organizzato dal Club Mondiale della Formazione e Hi Performance: il convegno sul “No positivo” condotto da William Ury.

Sul No positivo, Ury ha scritto anche un libro (edito in Italia da TEA libri) che per me rappresenta uno dei testi cardine del mio processo di formazione e crescita personale.
Lo lessi nel 2008 e mi ricordo che i suoi contenuti (così semplici eppure così efficaci) rappresentarono un sorta di “folgorazione sulla via di Damasco”.

La semplice ed efficacissima struttura a sandwich del Sì-No-Sì (che si ritrova anche nella costruzione dei feedback: positivo-migliorabile-positivo), che rende più forte/ancorato (ed anche più “digeribile” per la controparte) il rifiuto ad una situazione, una proposta, o altro, fu per me risolutiva in una situazione in particolare, e fu un cambio di paradigma non indifferente.
Mi aiutò a comprendere se mi trovavo davanti a dinieghi validamente supportati (da ragioni condivisibili o meno) oppure se mi trovavo davanti a mere reazioni emotive. [E questo non solo riferito a decisioni altrui, ma anche a mie decisioni.]

Venerdì quindi ho riannodato i fili del discorso, ricordando quei concetti letti quasi quattro anni fa (e tuttora ben presenti nella mia testa, anche se non sempre utilizzati), e ascoltando anche nuove argomentazioni e aneddoti che, con qualche anno in più di esperienze e di formazione sulle spalle, vanno ad innestarsi nell’insieme delle conoscenze acquisite e che verranno acquisite in futuro.

La piacevolezza e fluidità dello speech di Ury (che ha tenuto il palco per 6 ore senza dare segni di cedimento, parlando un inglese comprensibilissimo) è stato un ottimo veicolo di trasmissione e trasferimento di informazioni importanti, composti non solo dal “mantra” Yes-No-Yes, ma anche del concetto (che suona bene in inglese) del “Go to the balcony” (vai in terrazza a prendere una boccata d’aria): ossia la sospensione di giudizio, l’interruzione di schema ed il distacco emotivo (uno dei nodi che devo ancora sciogliere), utili per riposizionare le pedine e trovare soluzioni alternative, quando la faccenda pare insormontabile.
Senza dimenticare un altro concetto fondamentale (almeno per me): “Put myself in his/her shoes”, ossia mettermi nei panni altrui (del mio interlocutore) cercando di comprendere quali sono le motivazioni profonde ed i valori che stanno alla base di determinate scelte e assunzioni di posizione.

Tutti strumenti utili ed applicabili in qualsiasi contesto lavorativo e di vita.

Di Ury conserverò anche l’immagine di una persona molto semplice, di grande contenuto e sorridente (sono rimasta colpita dalla costante presenza del sorriso sul suo volto, un sorriso spontaneo, assolutamente non costruito).
È stato un piacere ascoltarlo. Ed è stato bello potere ascoltare dalla sua viva voce quei concetti che tanto mi avevano colpito quattro anni fa, e che hanno costituito un mattone importante nella costruzione di qualcosa di nuovo.

“Yes-No-Yes” – “Go to the balcony” – “Put myself in his/her shoes”
Questi sono i 3 concetti (i 3 strumenti) che mi porto a casa da questa giornata di alta formazione.

Ora devo approfondire l’argomento leggendo anche gli altri libri da lui scritti.

Infine ringrazio Sebastiano Zanolli (membro del Club Mondiale della Formazione) e la sua “La Grande Differenza” per avere organizzato un gruppo per poter assistere a questo evento.

“Un No detto con la più profonda convinzione è meglio di Sì detto semplicemente per cortesia o peggio ancora, per evitare problemi.” [Mahatma Gandhi]

Se c’è una cosa che non vuoi fare, falla…

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…perché spesso dietro si nasconde qualcosa di molto interessante dal quale stai fuggendo.

Per anni il mio mantra è stato: “Nel dubbio, non farlo.”
Da un po’ di tempo si è trasformato in: “Nel dubbio, fallo.”

E così è stato anche stavolta.
Anche se la cosa da fare era relativamente semplice, farla mi è costata parecchia fatica (all’inizio, nella fase di “attrito di primo distacco”): quest’anno ho deciso di fare 15 giorni di vacanza da sola, secondo i miei ritmi, con i miei libri e le mie riflessioni, e soprattutto con me stessa.

So che per qualcuno può sembrare di una banalità disarmante, ma per me non lo è stato.

Volevo farlo, agognavo farlo, e avevo l’obiettivo di mettere a posto un po’ di cose, di cercare di capire cosa voglio fare della mia vita.
Volevo pianificare.

Fino all’ultimo ho avuto ripensamenti, sempre lì-lì per fare il biglietto del treno per raggiungere i miei genitori e passare quindici giorni con loro in Puglia.
Ho resistito, sono rimasta focalizzata sull’obiettivo e sulla necessità di stare un po’ da sola, lontano da tutto e da tutti.
Mi sono concentrata sul fatto che la sola idea di trovarmi in un luogo incasinato, affollato e accaldato mi faceva venire l’orticaria.
Mi sono concentrata sulle inevitabili collisioni da scontro generazionale che avrei avuto coi miei, stando a stretto contatto per 15 giorni.
Avevo bisogno di staccare e per rinforzare la decisione ho riportato alla memoria il disagio, e la stanchezza dell’anno che mi facevano desiderare 15 giorni di solitudine e tranquillità.
Da trascorrere in un posto vicino, tranquillo ed educato.

Così sono partita armata di libri, bloc-notes e altro materiale.
Volevo “lavorare” su me stessa, pianificando (soprattuto mettendo per iscritto) idee, obiettivi.

È stato un successo.

Ho potuto confermar(mi) – se mai ce ne fosse stato bisogno – che stare con sé stessi, seguendo i propri ritmi, facendo ciò che si ritiene più consono e avendo tutto il tempo a disposizione per riflettere, può essere una occasione molto importante per imparare a conoscersi ancora un po’ di più.

Sì, ci sono stati momenti di riflessione intensi e turbolenti.
Ma ci sono stati anche momenti di lettura, di camminate (per scaricare la tensione), di silenzio fisico e mentale.
Non ho fatto esattamente quello che volevo fare, ma forse ho fatto qualcosa di più importante.
Assecondando gli stimoli mentali, ho fatto un punto della situazione in modo anomalo: senza scrivere sul bloc-notes, ma solo ragionando. Facendo scorrere i pensieri in assoluta libertà, lasciando che si aggregassero (secondo il giusto momento) in nuove forme e nuove concatenazioni.
Ho preso atto di nuove consapevolezze (a volte scomode, ma necessarie) e ho consolidato alcune certezze (oltre ad avere sdoganato caratteristiche che vedevo come handicap).

Sì, penso che ognuno di noi debba ogni tanto stare da solo con sé stesso (se può).
È utile per re-imparare ad ascoltarsi.
Anche se questo può essere faticoso e fastidioso.
Ma una volta che hai iniziato, non riesci più a smettere e – quando rientri – pensi già a quando ritagliarti ancora un’altra occasione per riprendere il discorso e approfondirlo.

Sono momenti di consapevolezza, e di messa a fuoco, che ti permettono di ripartire con maggiore lena e maggiore convinzione. Verso un “nuovo anno”.