“Il codice segreto delle relazioni”

foto2Boccheggiante e piazzata davanti al ventilatore, in attesa di levare le tende la prossima settimana, oggi ho finito il libro di Gianfranco Damico.
Per me – che entro in empatia coi libri che leggo – è stato un percorso costellato di mugugni alternati a rivelazioni ed illuminazioni, oltreché sogghigni
Libro insolito, fuori dagli schemi (perché, Gianfranco rispetta qualche schema…? ma va-là va-là… 🙂 ), rappresenta un po’ la naturale prosecuzione del primo lavoro (“Piantala di essere te stesso!”) che lessi un po’ di tempo fa (per la precisione nel lontano 2011).
Qui Gianfranco scorazza e contamina la sua opera e le sue riflessioni, spostandosi da trattazioni scientifiche e fisiche, a riflessioni filosofiche, toccando anche argomenti cari al Coaching nel senso più stretto e classico del termine.
Non è facile tirare le somme dopo un testo simile.
Anche perché si tratta di un libro che ti fa riflettere e ti fa incagliare contro scogli che ti rendono difficile la comprensione (facendoti anche imprecare, a volte…).
Però, nonostante le difficoltà, alla fine un semino te lo pianta nel retrocranio (come lo chiamo io).
A quel punto – a semino piantato – sta a te far germogliare la piantina…
Penso sia un libro da leggere… Sospendendo qualsiasi giudizio e dialogo interno (al limite, divertendosi ad ascoltare i blateramenti e le considerazioni che ci si fa tra sé e sé…).
E visto che è di difficile descrizione, qua sotto qualche suggestione che ho isolato leggendo:
“[…] tra quanto fonda il mondo là fuori e ciò che ci appare, si frappone una sorta di “traduttore”, qualcosa che percepisce quell’insieme indefinito di atomi, di vibrazioni elettromagnetiche, di energia e lo trasforma per noi in “cane”, “pietra”, “fiume”, “cielo” e così via. […]”
“E ciò che penso è questo: potrete leggere quintali di libri sulla comunicazione efficace o sul modo in cui costruire relazioni meravigliose, ma senza quel senso del miracolo per la fantasmagorica varietà e ricchezza che è il mondo sarete sempre fotocopie sbiadite di ciò che potreste essere, e la vostra vita relazionale una pallida ombra proiettata sul muro della mediocrità – ma col fiocchettino a posto.”
“[…] Se invece così non è – per esempio vi sto osservando svolgere una sequenza di azioni a me sconosciuta – allora ciò che fate viene elaborato da altri canali di comprensione, quelli che costruiscono la mia funzione puramente cognitiva, che comincia a svolgere le sue ipotesi e ad agitare il suo coltello analitico, ma la cui capacità di comprensione, pur potendo risultare estremamente raffinata, essendo comunque povera degli aspetti corporei, risulta essere molto meno pregnante di quella motoria. E soprattutto più lenta.”
“Siamo (potenzialmente) qualunque cosa. Possiamo diventare qualunque cosa. La narrazione che ci facciamo a proposito di ciò che siamo, non ha paletti. Siete un mobile stormo in volo in interazione costante con altri stormi in volo. Potete andare ovunque, diventare chiunque. Siete magnifici.”
“Capita che tu sia un professionista prestigioso o l’ultimo dei lavapiatti, che tu sia ricco o povero, che tu sia di destra o di sinistra, che tu sia religioso o ateo, che tu ti senta un perdente o una persona di grande successo, che tu creda che la vita abbia un senso o che non ce l’abbia, che tu sia africano, europeo, asiatico, americano o vattelapesca, la tua vulnerabilità, nostra condizione naturale, farà sentire il suo canto e verrà a trovarti; lo farà in mille modi diversi e muovendo a volte i fili più impensati – quelli che tu pensi debbano muoversi solo nella vita degli altri. Verrà a trovarti e si siederà accanto a te, ricordandoti che non esiste umanità senza imperfezione”
“Per me è sempre sorprendente constatare quanto spesso nella relazione con l’altro, le persone si lascino scuotere e sballottare da correnti esterne perdendo di vista quell’obiettivo. Eccolo qui dunque, uno dei motivi fondamentali alla base dell’inefficacia dei comportamenti; è proprio questo: che incredibilmente la persona dimentica qual era l’obiettivo e, mettendosi a rispondere istintivamente a sollecitazioni che la contingenza pone, manda la barca là dove non dovrebbe andare e dove non avrebbe voluto che andasse.”
“Lascia che le cose siano come sono, muoviti come l’acqua, rimani fermo come uno specchio, rispondi come un eco, passa velocemente come il non esistente, e sii quieto come la purezza. Chi vince, perde. Non precedere gli altri, seguili sempre.” Bruce Lee
“Poiché non saremo più nulla, non c’è nulla che non saremo. Solo così possiamo entrare nel cuore dell’altro e, a partire da lì, operare la nostra forma di guida in una forma relazionale che non sarà più quella del combattimento, ma della danza.”
“[…] Ma l’impossibilità non è la fuori, è qua dentro. Il limite inerisce al nostro schema di riferimento. Cambiato schema di riferimento, […] il compito diviene immediatamente possibile e la soluzione è improvvisamente lì, neanche così sofisticata come si poteva fantasticare.”
“Ed è qui che si incardina il paradosso più straordinario della relazione: che due prigionie possono fare un’unica libertà.
Da soli, nell’autoreferenza del non ascolto, siete prigionieri; ma insieme, due prigionie che si aprono, che dialogano, operano uno sconfinamento in un’emergente sfavillante libertà.”
Che cosa augurare al lettore che si cimenterà nella lettura di questo libro?
Buona lettura e – soprattutto – buona esplorazione!
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Parole chiave: obiettivi – vincente

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Ci sono delle parole, delle parole-chiave, che sortiscono effetti positivi, evocando belle sensazioni.
E ci sono altre parole-chiave che provocano l’effetto opposto.

Questo post (come tutti i post di questo blog) esprime una opinione personale che non vuole essere offensiva nei confronti di nessuno.
Si tratta semplicemente della condivisione di impressioni e sensazioni generate da determinati modus-operandi linguistici e visivi, che non condivido (più).

Quanto viene espresso potrà sembrare un po’ duro ed aggressivo, ma è generato da stanchezza nell’ascoltare sempre le stesse cose, in una caduta libera di fantasia e creatività.
Posso sperare che – nel piccolo – quanto scritto qui costituisca un spunto di riflessione per qualcuno.

Andiamo ad iniziare.

Ieri sera mi sono messa a fare ricerca (quasi per associazione di idee) sul web e sono incappata in un paio di figure che avevano un comune denominatore in una parola chiave che mi fa letteralmente venire l’orticaria al solo sentirla pronunciare: “vincente”.

Questa, insieme all’altra parola-chiave tanto in voga “obiettivi” (nell’accezione ansiogena), sono vocaboli che mi rendono veramente insofferente nei confronti di chi le pronuncia.

Ben inteso, non sono una che non si pone degli obiettivi.
Sul lavoro è uno stabilire obiettivi una-via-l’altro, procedendo per precisi step intermedi all’interno di lavori di progettazione piuttosto estesi, consegnando commesse…
Tutto è governato da obiettivi intermedi e/o finali.
Ma quello che non sopporto più è il martellamento di dover assoggettare tutto o quasi a precisi obiettivi, pianificando ossessivamente e compulsivamente tutto.
Con l’incubo (la minaccia) che se non lo fai sei un povero tapino, disgraziato e pure fallito che non concluderà mai nulla nella sua vita, marchiato in una sorta di evoluzione della Lettera Scarlatta.

L’altra parola (vincente) poi viene associata automaticamente, nella mia testa, a figure di manager (o presunti tali) fotografati a braccia conserte, di tre quarti, con un sorriso vincente (appunto).
Oppure fotografati con sorrisi a trecentosettandue denti, coi pollici alzati, vincenti (appunto).
Se poi sfoggiano una abbronzatura caraibica, ancora meglio…

Qualcuno mi potrebbe giustamente chiedere: “Ok… Va bene… E quindi? Cosa proponi in alternativa?”

Propongo un po’ di “sano pragmatismo”.
Nulla più.
Non uno stracciamento di vesti.
Non un lamento, accompagnato da pessimismo sottile e strisciante.
No.
Voglio solo un po’ di sano pragmatismo.

Sano pragmatismo
Una definizione di cui mi sono letteralmente innamorata appena l’ho sentita pronunciare.
Per me rappresenta concretezza, fatica (certo), ma anche capacità di guardare in faccia ai problemi (magari se li chiamiamo “questioni” suona meglio e meno drammatico) con la volontà di trovare una sana e concreta via di uscita (che c’è).

Sano pragmatismo mi riporta anche parole dense di significato, che costituiscono pilastri importanti su cui poggiare la costruzione di cose/iniziative/idee solide.
Parole che ci siamo dimenticati, buttandoci a capofitto su altri vocaboli presi in prestito e scimmiottati da una cultura che non ci appartiene.
Nella speranza, forse, che il loro utilizzo ci possa far fare cose diverse.
Ma che – per come la vedo io – poggiando sull’inconsistente, non portano a nulla se non ad un risultato effimero e di breve durata.
Un risultato che magari non ti appartiene e che risulta essere di superficie, non tuo.

Quindi basta con il linguaggio pushy, per favore.
Basta con queste immagini rampanti così démodé.
Fa molto anni ’80.
E gli anni ’80 sono finiti da mo’.

C’è altro là fuori.
C’è ben altro.
E richiede una linguistica ed un comportamento ben diversi.

Richiede meno inconsistenza e proclami e slogan.
Richiede più concretezza, flessibilità e forza/energia risolutiva.

Almeno secondo me.

“La strada dritta”

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Avevo sentito parlare di questo libro qualche tempo fa: mi era passato davanti un post su un social network e mi ero detta “Interessante…”.

Avevo mentalmente preso nota, poi – come spesso accade – l’informazione si era persa nei meandri della mente. Fino a quando – qualche settimana fa – non mi sono ricordata di quel libro che raccontava la storia della costruzione dell’Autostrada del Sole. Sono partita alla ricerca del testo e dopo un paio di giorni l’ho trovato (anche in versione e-book) e l’ho prontamente acquistato.

Un libro bellissimo.

La strada dritta” di Francesco Pinto, è una storia.

La storia di una Autostrada (con la “A” maiuscola): la storia della sua costruzione, del cantiere, degli uomini e dei mezzi impiegati per costruirla, degli uomini che l’hanno progettata.

Ma è anche la storia di un Paese: l’Italia del dopoguerra, degli anni ’50 e dei primi anni ’60, della televisione, del Festival di San Remo, delle Fiat 600, di emigranti.

In un grande mosaico, nel libro si intrecciano storie personali e corali, storie di fatica, di speranza e di tenacia, con una gigante che fa da filo conduttore: l’Autostrada del Sole.

Questa opera di alta ingegneria, voluta fortemente da un manipolo di uomini che – contro ogni previsione, contro ogni avversità geografica (l’Appennino ed il Po, due giganti di Madre Natura, che sfidano uomini e mezzi), superando ostacoli surreali amministrativi e politici – riescono a realizzare qualcosa su cui nessuno avrebbe scommesso una Lira.

Leggendo questo libro mi sono appassionata davanti ai racconti del cantiere, mi sono commossa davanti alle storie personali dei singoli protagonisti, ho con-partecipato alle vicende che si snodano attorno a questa gigantesca opera.

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Leggendo questo libro ho rivissuto quello che si vive sui cantieri e ho ripensato ad un cantiere in particolare nel quale ho speso due anni della mia vita e dove – masticando amaro, ma portandomi a casa tante soddisfazioni – alla fine, guardando l’ospedale finito da lontano (dalla baracca di cantiere), ho pensato: “Barbara, ce l’hai fatta. Sei arrivata in fondo. Ce l’hai fatta.” Quella volta lì, uscendo dal cantiere per l’ultima volta, dopo che ci siamo salutati con gli altri componenti della squadra, mi ricordo che mi commossi: scattò la lacrimuccia, mentre guidavo e tornavo verso l’ufficio.

Ecco, leggendo questo libro, ho rivissuto alcuni momenti di storia personale: di vita e di lavoro.

Un bel libro.

Un monito che ci deve ricordare che siamo in grado (anche oggi) di fare grandi cose.

Nonostante tutto e nonostante tutti.

Nevio guardava i coriandoli che erano finiti nel suo bicchiere di vino. Erano quattro, quattro come gli anni che erano passati da quando si era presentato in via Po. Erano stati belli e indimenticabili quegli anni: gli uffici angusti della prima sede provvisoria, dove anche il suo tavolo da disegno faceva fatica ad entrare, gli scontri con l’ANAS, il prazo con il grassone, l’elicottero che sorvolava l’America. Ricordava ongi cosa, anche la più piccola.

Era stato bello, ma era passato, tutto passato nel momento in cui l’autostrada aveva cominciato ad essere vera.

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Immagini tratte da: www.cronologia.leonardo.itwww.indire.it

Mike Kelley e l’arte contemporanea – alcune riflessioni…

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Ieri ho dovuto esercitare una sospensione di giudizio non da poco mentre mi aggiravo in Hangar Bicocca, cercando di comprendere le installazione di Mike Kelley.
La guida (la bravissima Elisa) si è prodigata in spiegazioni, aiutandoci nella comprensione dei video delle performance e delle installazioni varie.
Compito arduo, vista la illogicità (attenzione… ho detto illogicità) di alcune opere.

Però, ogni volta per me è una sfida.
Ogni volta che vado a vedere una mostra di arte contemporanea, è un confronto con i miei blocchi mentali e con i “rifiuti a prescindere” che scattano davanti ed espressioni fuori dai canoni consueti (… canoni consueti…).

E ricordo anche quello che disse una volta una guida, riguardo proprio al (possibile) rifiuto che abbiamo davanti ad opere come quelle – per esempio – di Mimmo Palladino (la montagna di sale davanti a Palazzo Reale per me era un insulto a chi soffre la fame…), davanti ai lavori di Maurizio Cattelan (ricordo bene i bambini impiccati all’albero di Piazza XXIV Maggio a Milano…), davanti alle opere di Lucio Fontana (fu una epifania quando compresi – in un flash – il significato delle sue tele tagliate)… E davanti a tutte le opere di artisti contemporanei…
In particolare ricordo che disse che anche in passato i Futuristi, gli Espressionisti, gli Impressionisti,… furono bollati dai loro contemporanei come pazzi, incomprensibili, artisti da strapazzo.
Il nuovo e le sue espressioni artistiche sono sempre stati rifiutati ed osteggiati al loro comparire nella società”, disse.

Vero. Verissimo.
Ed ogni volta che mi trovo davanti ad installazioni di artisti contemporanei, mi aggrappo a questa riflessione, nella speranza di cogliere cose interessanti.
Mi ricordo ancora quando a Berlino vidi un’opera di Pollock: non l’ho mai capito, però – davanti a quella tela di notevoli dimensioni – rimasi affascinata. Non so dire perché e non ho mai voluto capire il perché, so solo che mi piacque. Per come era.
(La stessa cosa avviene per le opere di Kandinsky, che non ho mai voluto capire, perché convinta che – se lo facessi – con molta probabilità perderei quel senso di magia che le sue opere mi trasmettono).

Forse queste opere non vanno capite da un punto di vista logico.
Forse non vanno lette e codificate secondo canoni ben precisi.
Forse vanno semplicemente viste (e vissute?) come manifestazioni personali di un individuo che sta veicolando un suo personalissimo messaggio, una sua lettura della realtà…

Siamo sempre lì, quindi: sospendere il giudizio e stare ad ascoltare, a sentire e a percepire.

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E credo che mia madre, ieri, sia stata (più o meno consapevolmente) illuminante:
Vabbé, ma allora siamo tutti artisti!” mi ha detto
Non è una osservazione da poco.
Volendo, su una affermazione simile, si possono fare molte riflessioni filosofiche ed artistiche…
Siamo tutti artisti? Probabilmente sì. Allo stato latente ed embrionale, sì.
Sta a noi utilizzare le nostre capacità ed i nostri talenti per estrarre le nostre personalissime opere d’arte…

Ma questo è un altro discorso…

Arte e Architettura [Gallery]

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Spesso, frettolosi come siamo, non ci accorgiamo di angoli disseminati ed inframmezzati, per questa città (Milano) che percorriamo come delle schegge, inseguendo noi stessi ed i nostri impegni.

Ieri, ne ho approfittato per fare un tour con l’Ordine degli Architetti di Milano, alla scoperta (e riscoperta) del legame inscindibile che ha avviluppato l’Arte con l’Architettura in un periodo storico molto preciso.

Senz’altro alcune architetture possono non piacere, però credo vadano lette rispetto al periodo nelle quali sono state costruite. Periodo che ha visto artisti che hanno inventato nuove correnti di pensiero e che ha visto architetti sperimentare nuovi materiali e nuovi moduli abitativi.

Insomma, sospendere il giudizio per comprendere, imparare ed acquisire qualcosa di utile.

E qualche scatto effettuato qui e là con un iPhone.

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“Strategia Oceano Blu”

strategia-oceano-bluHo terminato ieri la lettura del libro “Strategia Oceano Blu“.

E devo confessare di avere avuto un andamento un po’ discontinuo: alternavo momenti nei quali scorrevo via veloce, a momenti nei quali mi arenavo.

Ho recuperato una annotazione che avevo fatto più o meno a metà del libro:

“Sto leggendo il libro “Strategia Oceano Blu”: un libro – diciamo – di management.

Kindle, da bravo assistente, mi dice che sono al 41% dello stato di avanzamento.

Faccio un po’ di fatica a comprendere alcuni concetti.

Non riesco a capire se sono complessi di per sé, o se sono abilmente “complessificati” (mi si permetta questa invenzione linguistica, voluta…) per vendere meglio un concetto che potrebbe essere espresso più sinteticamente ed in modo più semplice… (gli stessi autori toccano in alcuni punti il concetto di “semplificazione”, depurando di dati complessi, numeri e tabelle per favorire una apertura di orizzonti esplorativi).

Senza contare che alcuni punti cardine vengono continuamente ripetuti.

Ora, capisco che la ripetizione è alla base dell’apprendimento, ma – porca miseria! – snellire un po’ è così blasfemo?

Qualcuno mi potrebbe dire: “Vabbè, vai via veloce su alcuni concetti…!” Sì, vero.

Però io ho un “piccolo” difetto: se non leggo con attenzione un libro dalla prima all’ultima pagina, mi sembra di non comprenderlo appieno, di non averlo realmente letto.

(Ricordo ancora l’impresa suicida di leggere anche le pagine in latino de “Il nome della rosa”… io, che il latino non l’ho mai studiato, avendo fatto il liceo artistico…!)

Quindi mi sciroppo tomi impossibili e pesantissimi, dalla prima all’ultima pagina, per tacitare la mia coscienza.

E mi viene in mente un’altra cosa (che abbiamo proprio ricordato ieri con mia madre): l’idiosincrasia del babbo verso certi corsi e concetti di provenienza americana.

Quando lavorava, la sua azienda attraversò un periodo nel quale organizzava “corsi residenziali” per manager, dove arrivavano questi formatori americani che pretendevano di insegnare teorie varie a manager che avevano 30 anni di esperienza alle spalle.

Bene, leggendo questo libro mi sembra di rivivere la stessa cosa…

Vabbè, proseguo nella lettura…”

Arrivata al termine del testo non è che mi sono così tanto spostata dalle opinioni espresse in quell’appunto preso allo stato di avanzamento del 41%…

La tendenza degli autori di voler codificare ed estrarre le regole che governano decisioni aziendali (e non) volte ad aprire nuove aree di mercato, ad esplorare nuovi campi ed a contaminare tra loro diverse aree di influenza, in una sorta di trasversalità, in alcuni punti – secondo me – risulta tirata un po’ per i capelli.

Come a voler rendere seria una ricerca scientifica, estraendo a forza grafici e codifiche che a volte mi hanno lasciata profondamente perplessa.

Il testo invece cambia radicalmente marcia, diventando estremamente più interessante, quando passa alla presentazione di “case history” che spaziano nei più diversi ambiti: da Cirque du Soleil, alla Polizia di New York, passando per il Dubai, per il mercato dell’auto, dei cinema multisala e dei computer.

Ambiti diversi, che dimostrano che determinate scelte strategiche possono fare la differenza.

Però, codificare queste scelte strategiche risulta arduo, tanto più se si vogliono analizzare ambiti così disparati, alla ricerca di un “un comune denominatore strategico”.

E’ per questo che io sono sempre più perplessa davanti ai manuali.

Mentre trovo sempre più efficaci le storie, che – seppur narrazione – attraverso il loro esempio, possono offrire spunti inaspettati, permettendo riflessioni che consentono di arrivare al rovesciamento di personali paradigmi e alla apertura mentale.

In conclusione spezzo però anche una lancia a favore dei manuali, laddove si opera in una azienda: il dover innovare all’interno di una struttura composta di tante teste, necessità di processi e procedure abbastanza collaudate e codificate, che permettano di governare correttamente squadre eterogenee.

Questo sì. In questo ambito un manuale risulta sicuramente uno strumento efficace.

Però la frase che ho letto (e che è evidenziata in fotografia): “[…] per ottenere un livello alto di performance in un mercato così sovraffolato, le aziende dovrebbero andar oltre la concorrenza puramente rivolta alla quota di mercato […]” la dice lunga su come alcuni concetti del libro siano tirati per i capelli.

Leggendo frasi così uno pensa alla banalità disarmante di un concetto così scontato.

E poi pensi allo slogan di un corso di vendita (letto di recente) che recita: “come distruggere la concorrenza”.

Uno slogan che la dice lunga anche su quanto certi concetti (espressi nel libro) siano ancora lontani dall’essere compresi, assorbiti e metabolizzati.

Ma questa è un’altra storia…

“Mondo privato e altre storie” – Marta Dassù

Marta

Ho appena finito di leggere un libro strano: “Mondo privato e altre storie” di Marta Dassù.

Strano perchè eterogeneo.

E ho fatto un po’ fatica all’inizio.

Vuoi per il linguaggio scritto utilizzato, vuoi per i continui scarti tra vita privata e vita pubblica (intesa come la professione esercitata dall’autrice).

Poi però mi sono appassionata ed incuriosita.

Incuriosita per lo stile narrativo, che assomiglia ad un flusso di coscienza e ad una condivisione pubblica di una seduta di psicoterapia (l’interlocutore è un fantomatico dottore).

Appassionata per i quadretti di vita privata, indicativi di una certa classe sociale e di un certo tipo di cultura italiana.

Ma anche incuriosita dalle riflessioni dell’autrice relative alle dinamiche di politica internazionale (Marta Dassù vanta un curriculum non indifferente).

Riflessioni che – secondo me – dicono molto di più di quanto non appaia ad una lettura superficiale.

Aiutando ad intuire il perché di alcune questioni della politica nazionale (anche attuali), spesso incomprensibili ed imperscrutabili (ed anche attuali).

Una piacevole lettura, interessante ed insolita, che scorre via come un racconto.

Siamo tutti generali

Falegname

Siamo tutti generali” ha detto un collega geologo un venerdì sera, in una riflessione tipica da chiusura di settimana lavorativa.

È vero, condivido: siamo tutti generali.

Siamo tutti manager, nelle più disparate declinazioni: social, project, marketing, community, office, e chi più ne ha più ne metta.

Siamo tutti coach (nelle più disparate declinazioni: life, executive, project, e chi più ne ha più ne metta…).

Siamo tutti filosofi, facilitatori, sociologi, e lo sa Dio cos’altro.

Siamo tutti a caccia di titoli (Prof., Ing., Arch., Comm., Cav., Dott., e chi più ne ha più ne metta…).

Siamo tutti impegnati a pluridecorarci di master costosissimi e – spesso – perfettamente inutili. Per la gioia di chi li organizza.

Siamo tutti impegnati a vendere parole.

Tutti vendiamo servizi…

E non mi torna.

Continua a non tornarmi.

E non mi torna sempre di più.

Questo disagio lo avverto già da un po’.

Osservando internet, leggendo, parlando con altra gente, lavorando, mi aggiro da un po’ – smarrita – con una domanda: “Sì, va bene, ma chi fa?

Sì, va bene, ma chi realizza?

Chi costruisce qualcosa di concreto?

E mi pongo la domanda: sì, ma io che faccio? Come li misuro i miei risultati?

Tempo fa una persona che stimo mi ha chiesto (e ‘sta domanda continua a girarmi nella testa): “Ma tu cosa fai?

Bene, sono rimasta spiazzata perché non sono riuscita a dare una risposta che avesse un senso per me e per il mio retrocranio. Anche se faccio un mestiere che è già più identificabile di tanti altri, seppur la mia figura professionale (ossia il “professionista Barbara Olivieri”) sia già pesantemente ibridata da molto tempo prima che la parola “trasversalità” diventasse il mantra/tormentone degli ultimi tempi.

Non so, forse essendo una migrante digitale, sono a cavallo di un passaggio epocale del quale faccio fatica a vedere l’orizzonte a lunga gittata.

Oppure, forse, c’è un oggettivo problema di assoluta mancanza di concretezza. Di materialità.

E se è così, penso si sia prossimi ad un pesante aggiustamento.

Spero salutare.

Perché non si può continuare a vendere virtualità, immaterialità, inconsistenza.

Qualcuno deve costruire case.

Qualcuno deve realizzare pentole.

Qualcuno deve realizzare scarpe.

Qualcuno deve realizzare vestiti.

Qualcuno deve produrre cibo…

Le cose devono essere realizzate fisicamente.

Mica viviamo di aria e di irrealtà.

E mi torna in mente una immagine che mi ha raccontato mio papà: di recente (per questioni di lavoro) ha fatto un salto al Salone del Mobile. È rimasto colpito da uno spazio dove c’era una dimostrazione di lavorazione del legno: ragazzi che lavoravano i pezzi di legno, trasformandoli in oggetti. C’era una folla impressionante di giovani ad assistere e a prendere informazioni.

È un segnale.

Un buon segnale (secondo me).

Sì, perché io sono fondamentalmente concreta e leggere di questo mi fa ben sperare. In cosa non so. Ma mi fa ben sperare.

Perché amiamo tutti leggere, amiamo tutti parlare, amiamo tutti spiegare, amiamo tutti scrivere… E tutto questo è molto bello.

Però le cose, gli oggetti, poi devono essere fatti… Secondo me…

Forse è per questo che amo molto i cantieri

“Lavoro e carriera con LinkedIn” – Luca Conti

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Non amo particolarmente LinkedIn. Lo trovo piuttosto noioso.

Però, avendo un profilo aperto e semi-abbandonato da un po’ di tempo, mi sono messa d’impegno e mi sono letta il libro di Luca Conti.

Ben illustrato, è utile per chi si avvicina per la prima volta a questo social network destinato al business: è diviso per sezioni e ti accompagna passo-passo nella creazione del profilo e nella sua implementazione e gestione. Ha inoltre una seconda parte dedicata ai profili aziendali, alla spiegazione del profilo Premium, all’utilizzo per cercare candidati e cercare lavoro, ecc. ecc..

Però, nonostante il buon lavoro dell’autore abbia ri-acceso la mia attenzione, su alcune questioni sono rimasta perplessa.

Le elenco di seguito, così come le ho incontrare procedendo nella lettura.

I gruppi: ricordo benissimo perché questo social network ha iniziato a stancarmi. Partecipavo a delle discussioni, ma dopo un po’ leggere i commenti e le dissertazioni simil-dotte, infinite e sfiancanti, mi hanno fatto passare la voglia di intervenire ed interagire.

E mentre leggevo come gestire il networking all’interno dei gruppi, mi è sorta una domanda: “Ma i super-manager passano il tempo su LinkedIn a discutere nei gruppi, gettando serenamente il proprio tempo dalla finestra?… Oppure hanno così tanto tempo a disposizione da poter dialogare su Twitter?…

Numero di contatti: in merito alla estensione della rete, viene asserito – neanche in modo così velato – che avere una media di 300 contatti è una cosa miserrima e che bastano 3 settimane per arrivarci…

Con buona pace del famoso numero di Dunbar… (Ed io – per la cronaca – ho 280 contatti, raccolti in due anni circa…).

Vengono così suggeriti alcuni sistemi per incrementare la propria rete: per come sono fatta io (che ho una crescita lenta che sottopongo a costante controllo) li ho trovati dallo stile un po’ competitivo, “pushy” e leggermente ansiogeno. Uno stile che mi ha fatto tornare in mente un altro testo che mi sono vista passare davanti e che recava nel titolo la parola “ipercompetitività”… una keyword (inevitabile) che mi fa scappare a gambe levate….

Dal mio punto di vista una sorta di innalzamento dei livelli di testosterone di “rampantiana” memoria…

E mi sono posta un’altra domanda: ma se io sono agli inizi, o sono uno studente, qualcuno mi spiega oggettivamente come faccio a mettere assieme 300 contatti in un battibaleno, avendo come priorità la fiducia e la solidità del contatto (che incide sulla reputazione)?

Le segnalazioni: a me non passerebbe mai per la testa di chiedere una referenza  a qualcuno da poter scrivere sul mio profilo. Lo so, è una mia miopia.

O nasce spontaneamente, oppure mi suona tanto di mercato delle menzioni d’onore… (e vedo alcuni [non tutti] profili le cui numerose segnalazioni mi fanno pensare facenti parte di un mercato [io dò una cosa a te, tu dai una cosa a me] che non incide nell’innalzamento della reputazione, bensì il contrario…)

Dove sta il “purismo” tanto perorato sull’uso cautelativo e corretto di questo “social business”?

E nel mentre procedo nella lettura del testo, mi capita di leggere questo articolo: LinkedIn si fa più social e scopre le menzioni.

Sulle nuova strategia delle “menzioni” (simili ai tag di Facebook e di Google) mi sorge spontanea una terza domanda: come mai questa scelta? Come mai questo cambio di strategia ibridato con altri colossi del web? (Visto che LinkedIn è sempre stato proposto come il social per fare business…)

Comunque, dopo una prima ampia parte di spiegazione dedicata alla creazione del curriculum/profilo completo (e su questo ti viene comunque in aiuto LinkedIn stesso, che ti guida passo-passo nel completamento della tua pagina), il libro passa ad una seconda fase dove spiega (in modo abbastanza dettagliato) le molte funzioni, applicazioni e altro che il “social business” mette a disposizione.

Qui, almeno per me, è stato il momento di prendere appunti. Infatti mi sono resa conto che molte cose erano a me totalmente sconosciute.

Interessanti gli spunti sulle Applicazioni.

Un esempio: Reading List di Amazon. Per me – che leggo tanto e condivido le riflessioni che scaturiscono dalla lettura dei libri – poteva essere una utile applicazione da condividere sul profilo (visto che ho un account su Amazon). Ma purtroppo, con i recenti aggiornamenti del social network, l’applicazione non è più supportata.

Altre Applicazioni interessanti sono MyTravel (da dedicare solo ai viaggi di lavoro) ed Eventi (da dedicare agli eventi di tipo lavorativo).

Questa parte l’ho trovata già più confacente ad un discorso di tipo manageriale (così come le Domande, simili alla medesima funzione di Yahoo): mantieni vivo il tuo profilo, e non perdi tempo in discussioni (a volte sterili ed inutili) all’interno di gruppi dove i vari soggetti coinvolti fanno a gara a chi scrive cose più intelligenti.

Comunque il libro ha sortito il suo effetto: progredendo, dopo una partenza scettica e – a tratti – fastidiosa, ho iniziato a dedicare a LinkedIn un po’ più di attenzione. Per lo meno sto tentando di farlo.

Ed il cimentarsi seriamente in questa impresa richiede tempo e testa. Soprattutto un cambio di mindset non indifferente: LinkedIn richiede un atteggiamento mentale fortemente manageriale. Sostanzialmente diverso da altri social network.

Studiandolo, e continuando l’esplorazione del mondo del web (del quale continuo a considerarmi una neofita), mi è tornata in mente una affermazione che girava spesso ai tempi del curriculum cartaceo: “Cercare un lavoro è un lavoro“.

Beh… Saranno cambiati i tempi, ma questa affermazione resta – oggi più che mai – valida.

Cambiano i termini utilizzati, ma il significato di fondo resta e – anzi – diventa più complesso.

Riguardo a LinkedIn se poi, ad un esame più approfondito, ci si rende conto che non vi è affinità (come dice un amico, “ognuno ha il social network di preferenza” per capacità espressiva, struttura, uso…), si può sempre (si deve, ormai è un “must” esserci) mantenere curato ed attivo il curriculum, prediligendo altri canali per networking a sé più confacenti.

Concludo le riflessioni e le considerazioni, constatando che il web si evolve molto velocemente;  non so fino a che punto ha senso continuare a scrivere libri che spieghino il funzionamento di determinati social network. Infatti questo testo è già – per alcuni aspetti – superato: alcune funzioni illustrare nel libro non sono più attive (Reading List di Amazon, citata precedentemente per esempio).

Sicuramente sono utili dei libri che illustrino le varie realtà digitali, per sommi capi. Ma la domanda che sorge spontanea è: quanto possono e devono essere approfonditi questi testi? Se poi vengono ampiamente superati dalla metamorfosi rapida di queste entità algoritmiche?

Forse conviene prendere in considerazione una trattazione degli argomenti più “generica”, supportando con riferimenti audio-video collegati che possono essere aggiornati con maggiore rapidità…

Non so, è una idea…

“Facciamoci avanti (Lean in)” – Sheryl Sandberg

libro

Ho da poco terminato la lettura del libro “Lean In” (tradotto in italiano “Facciamoci avanti“) scritto da Sheryl Sandberg (Direttore Operativo di Facebook).

L’ho iniziato con scarsa convinzione: un po’ per quanto avevo letto sul web (che mi faceva intendere un cambio di passo sostanziale rispetto allo stile misurato di Susan Cain), un po’ a causa della introduzione scritta da Daniela Riccardi (Amministratore Delegato di Diesel, attualmente al termine del suo mandato, ed ex-Amministratore Delegato di Procter&Gamble Cina).

Quanto avevo letto sul libro (prima che venisse pubblicato e durante la fase di lancio pubblicitario) mi aveva fatto pensare ad un testo in tipico stile aggressivo-manageriale-americano. Ed appena uscita dal libro-soft (ma non per questo meno emozionante) “Quiet“, temevo – presupponendo – una dissertazione ad “alto impatto”.

E – purtroppo – l’introduzione aveva iniziato a confermare le mie pre-riflessioni: Daniela Riccardi dissertava con stile energetico (troppo energetico e vincente, secondo me) della difficoltà di essere mamma-manager che si doveva dividere tra aerei-marito-figlio-nanny (alias baby sitter), non necessariamente in questo ordine. Mentre leggevo le pagine iniziali pensavo – tra me e me – “Vallo a dire a quelle donne che non hanno una nanny al seguito come se la devono cavare!” (ed io ne conosco alcune…).

Invece, superato lo scoglio, nelle prime pagine Sheryl descrive sé stessa (ai tempi di Google) come una creatura stile “balena” (era incinta di uno dei suoi due figli), con camminata “a papera”, afflitta una nausea (che la perseguiterà per ben nove mesi). Insomma una descrizione umana e simpatica che riesce a farti vedere l’autrice non come la super-manager vincente, ma come una donna che si trova – sì – in una posizione privilegiata, ma che comunque si scontra con le difficoltà lavorative, con gli ambienti maschili e la gestione di una famiglia (ed il senso di inadeguatezza da mamma, accompagnata da sindromi da workaholic).

E’ un po’ il racconto della sua esperienza di vita e delle riflessioni che la accompagnano nella sua quotidianità lavorativa e umana.

Niente di epocale, ma comunque una dissertazione abbastanza trasversale e parecchio vivace (e leggera) sul binomio donne-lavoro. Da un punto di vista americano (dove non è tutto rose e fiori, come possiamo immaginare… tutt’altro…).

Si lascia leggere piacevolmente e ti fa fare qualche considerazione (soprattutto quando si parla dell’auto-sabotaggio, argomento a me molto caro…).

Una nota un po’ stonata è forse il finale: ho trovato la call-to-action troppo enfatica. E qui capisco anche perché il libro sia stato etichettato come un testo filo-femminista (cosa che l’autrice nega più volte nel corso della narrazione).

Comunque qualche spunto qui e là c’è.

Di seguito riporto quelli che mi hanno colpito di più:

“Non penso più che esista un professionista dal lunedì al venerdì, e una persona vera per il resto del tempo. Probabilmente questa separazione non è mai esistita e, oggi che viviamo nell’era dell’espressione individuale, aggiornando di continuo il nostro stato su Facebook e twittando ogni minima mossa, ha ancora meno senso. Anziché indossare una falsa “personalità tutta-e-solo-lavoro”, penso che ci farebbe bene esprimere la nostra verità, parlare di situazioni personali e riconoscere che, spesso, le decisioni professionali sono dettate dalle emozioni.”

“[…] la vera leadership nasce da un’individualità espressa onestamente e, talvolta, in modo imperfetto. Tutti ritengono che i leader dovrebbero privilegiare l’autenticità anche a scapito della perfezione.”

“Avere tutto” è da vedersi come un mito e, come molti miti, può comunicare un utile ammonimento. Pensate a Icaro, che si librò a grandi altezze con le ali preconfezionate con le sue mani. Il padre lo aveva avvertito di non volare troppo vicino al sole, ma Icaro ignorò il consiglio. Volò ancora più in alto, le ali si sciolsero e precipitò a terra. Il perseguimento di una vita sia professionale che privata è un obiettivo nobile e raggiungibile, ma fino ad un certo punto. Le donne dovrebbero imparare da Icaro a puntare al cielo, ma tenendo presente che tutte noi abbiamo dei limiti oggettivi.”

“Fatto è meglio che perfetto”
La ricerca della perfezione porta alla frustrazione nel migliore dei casi, e alla paralisi nel peggiore.”

“Sarà piuttosto caotico, ma abbracciate il caos. Sarà complicato, ma gioite delle complicazioni. Sarà del tutto diverso da come pensate, ma le sorprese vi faranno bene. E non spaventatevi: potrete sempre cambiare idea. Io lo so bene: ho avuto tre carriere e quattro mariti.” [Nora Ephron alla cerimonia di conferimento delle lauree a Wellesley nel 1996.]

“So che non è istintivo, ma io successo a lungo termine nel lavoro spesso dipende dal non cercare di accontentare ogni richiesta che ci viene fatta. Il miglior modo per lasciare spazio sia alla vita che alla carriera è fare deliberatamente delle scelte: porre dei limiti e rispettarli.”

“Il generale Colin Powell […] spiega che la sua visione di leadership rifiuta “gli stronzi stakanovisti” che trascorrono lunghe ore in ufficio senza rendersi conto delle conseguenze sul loro staff. […] “Li pago per la qualità del loro lavoro, non per il numero di ore”

Se dovessi adottare una definizione del successo, direi che successo significa fare le scelte migliori possibili, e accettarle.

Ogni lavoro richiede un sacrificio. Tutto sta nell’evitare i sacrifici inutili. Questo è particolarmente difficile perché la nostra cultura del lavoro dà molto valore alla dedizione totale . Temiamo che menzionare altre priorità ci faccia perdere valore come lavoratrici.

“Leadership significa migliorare la condizione altrui grazie alla vostra presenza e accertarsi che i risultati siano duraturi anche in vostra assenza” [Youngme Moon, Frances Frei e Nitin Nohria – Harvard Business School]

I genitori a tempo pieno – per lo più madri – rappresentano un’ampia quota del talento che ci aiuta a sostenere le scuole, le organizzazioni non profit e le comunità locali.

Alzare la mano e dire “Non si può fare” è garanzia che non si farà mai.

Buona lettura!

Questo il sito del progetto “Facciamoci avanti”: www.facciamociavanti.it

Questo il sito del progetto americano (originale) “Lean In”: http://leanin.org/