“Tecniche di resistenza interiore” di Pietro Trabucchi [VIDEO]

2015-04-16 15.28.51Tanto ho apprezzato i precedenti lavori di Trabucchi (“Resisto dunque sono” e “Perseverare è umano“), quanto – leggendo “Tecniche di resistenza interiore” – ho avvertito un senso di incompletezza.

Ricordo molto bene l’impatto che ebbero su di me i suoi primi due libri.
Li lessi un’estate nella quale ero in vacanza da sola, e me li godetti come non mai, forte – forse – di uno stato mentale favorevole.
E ricordo che mi motivarono molto.
Oggi li conservo ancora gelosamente nella mia specialissima biblioteca personale alla quale attingere nei momenti difficili.
(Magari ci farò un video su questa biblioteca specialissima)

Ricordo perfettamente anche il momento esatto nel quale sentii parlare per la prima volta del suo libro “Resisto dunque sono”: durante uno speech di un socio Toastmasters, che lo citò come fonte di ispirazione a supporto della preparazione alla partecipazione alla Stramilano. Fui colpita e alla fine del meeting lo presi in mano, lo sfogliai un po’, presi nota e successivamente lo acquistai.

Quindi forse tutto questo, unito anche all’avere partecipato al corso organizzato da “La Grande Differenza”, aveva creato una aspettativa molto elevata.

Diciamo che questo libro può essere considerato un approfondimento della trattazione della “resilienza” applicata in ambito quotidiano, con particolare attenzione rivolta ai mezzi di comunicazione monodirezionali (media) e bidirezionali (social).
Però (senza nulla togliere alla competenza, serietà e professionalità dell’autore) ad una analisi impietosa della società odierna e di alcune sue dinamiche, non fa seguito una elencazione vera e propria di “tecniche di resistenza” come fa supporre il titolo (fatto salvo una menzione al “Mindfulness“).

Resta comunque un testo di piacevole lettura, fonte di spunti di riflessione e motivante ad assumere una maggiore consapevolezza di alcune cose che diamo per scontate e che sono entrate a far parte della nostra quotidianità.
E forse il vero obiettivo dell’autore sta proprio qui: nel far prendere coscienza al lettore di alcune cose.
E la presa di coscienza è forse uno dei migliori strumenti di resistenza (meglio “resilienza”) che l’individuo ha a disposizione per destreggiarsi nella quotidianità.

Ci salverà l’esperienza?

03-2-Human-Alarm-ClockSarà perché è venerdì.
Sarà l’età che ti fa fare riflessioni.
Sarà che – complice il “caso” – in questo periodo mi capita spesso di affrontare l’argomento con amici e colleghi, leggendo, osservando ciò che accade e ascoltando…

Fatto sta che le domande che mi si parano davanti negli ultimi tempi sono sempre più grandi e (apparentemente?) insormontabili.
Ed io non so se sono in grado (e sarò mai in grado) di rispondere.

Provo a elencare, in una sorta di libera associazione di pensieri.

Nel weekend pasquale, passeggiando col babbo, mi domanda: “Come va il lavoro?”.
Alla mia risposta tranquillizzante (più o meno), riflette: “Eh sì, perché se accade qualcosa adesso, per te può essere difficile trovare qualcosa d’altro… alla tua età… ed io penso che magari rientri a casa ed in qualche modo facciamo…”
Immediata la mia reazione (energica, ma che camuffa la paura del domani con la quale convivo quotidianamente): “Non è detto! Se pensi al mondo del lavoro come lo hai vissuto tu, non hai dei parametri di riferimento giusti. Quello che c’era ieri, oggi non c’è più!”
Ed il buon babbo concorda… Non so se per pacifica convivenza o per effettiva convinzione.

Già…
Quello che era (e c’era) ieri, oggi non c’è più. O va scomparendo.
(Questo mi fa tornare in mente uno “speech” che ho ascoltato di recente, che illustrava i lavori di un tempo e che sono andati via-via scomparendo. Un esempio: l’uomo che andava a bussare alle finestre per svegliare la gente “The Knocker up”. Altre professioni scomparse le puoi trovare in questa gallery curiosa dalla quale sono tratte le immagini di questo post.)

Ma è vero tutto questo?
Non lo so. A volte ho delle certezze, a volte dei dubbi.

E non so voi, ma io mi danno l’anima nel cercare di leggere, informarmi, ascoltare, capire.
Per cercare di cogliere segnali del futuro.
Per cercare di capire che strada percorrere.
Per cercare di modificare il mio modo di pensare, adeguandolo al mondo di oggi.
Per disegnarmi un possibile “piano B”, nel caso in cui tutto vada a scatafascio.
Per cercare di dare un senso alla pianificazione… (quasi un paradosso rispetto alle velocità del cambiamento in atto).

E proprio stamattina riflettevo con un collega sulla sempre più grossa difficoltà nel lavorare. Nello svolgere la nostra professione.

Si rifletteva su come tutto stia diventando sempre più faticoso.
Su come ci sia in atto una specie di scontro tra normative (e burocrazia), professionalità (nel senso di figure professionali), metodi di progettazione (che stanno cambiando e che non vanno bene con quanto richiesto dalle norme) e variabili che ti si presentano dietro ad ogni angolo.
Tutto questo rende infernale il cercare di muoversi in modo congruente, e consono alla propria identità professionale.

La propria identità professionale…

46 anni (quasi 47), laurea in Architettura, da quasi 16 anni nel mondo della ingegneria (e quindi convivente già da tempo con dissonanze di identità professionali) preceduti da un’altra manciata di anni in studi tecnici.
Con ruoli operativi e di gestione.
Ma non verticalizzati.
Non iper-specialistici.
E quindi in “collisione secca” con chi ti dice che bisogna essere specialisti di nicchia, in un mondo che cambia ad una velocità imprevedibile e che vede nella trasversalità e nella elasticità mentale, e di vedute, delle chiavi di lettura fondamentali.

“Che diavolo posso fare?”, mi domando sempre più spesso.
Come diavolo posso affrontare un mondo così, che ha un margine di prevedibilità prossimo allo zero?
Se tutto va a “carte quarantotto”, come ne esco? A quasi 50 anni…?

L’unica risposta (che è anche una domanda) che mi viene in mente è: mi (ci) salverà l’esperienza(?).
Forse.
Una esperienza intesa come una struttura in continua crescita, che si stratifica e si arricchisce attraverso un continuo interscambio tra vita professionale e curiosità (e necessità) di imparare sempre cose nuove che magari esulano anche dalla tua area di esercizio professionale.

Almeno io ci provo…

centralinisti

 

“Le parole sono importanti” di Alessandro Zaltron [VIDEO]

Copertina ZaltronDopo una pausa di qualche giorno, complice anche lo stop pasquale, eccomi di nuovo qui a condividere le considerazioni sui libri che leggo.

E questa volta è il turno del nuovo lavoro di Alessandro Zaltron, “Le parole sono importanti”, edito da Franco Angeli.

Dello stesso autore avevo già letto “Guru per caso” (scritto a quattro mani con Demetrio Battaglia), “Crociera e delizia” e “¡Viva Maria!” e ne ho sempre apprezzato lo stile agile, condito di sottile ironia e arguzia.
Stile che – ormai ne sono quasi convinta – penso sia una caratteristica peculiare dell’autore.

Infatti leggendo il suo ultimo lavoro, che si colloca nell’area della manualistica, ho ritrovato le medesime affilate peculiarità.
Unite ad uno stile insolito di trattazione dell’argomento: la lingua italiana ed il suo utilizzo.
E penso non sia un caso che lo stesso autore definisca il suo ultimo libro un “manuale pop”.

“Pop” forse per il ritmo (a tratti saltellante e sincopato) e per le argomentazioni attorno all’utilizzo della nostra lingua (argomentazioni che – sempre secondo me – mescolano diversi stili che vanno dal racconto, al vocabolario, al libro di grammatica…).

Leggendolo ho sorriso (ho anche sogghignato, se è per questo), sono rimasta perplessa, ho imparato cose nuove e – spesso – mi sono sentita colta con la mano nel vasetto di marmellata (ho trovato diversi “svarioni” nei quali scivolo con sistematicità…)
Tutto ciò lasciando da parte i miei avvitamenti linguistici che spesso spiazzano chi legge e potrebbero far venire l’orticaria allo stesso Zaltron…

Lo considero un libro da leggere in diverse modalità: ad una prima lettura discorsiva, possono esserne associate successive mirate a specifici aspetti.

Costellato di “chicche” linguistiche (bello lo “Sciocchezzario” al termine del libro, che raccoglie e critica con ironia tante espressioni linguistiche che usiamo senza accorgercene), è – secondo me – uno di quei libri da tenere sempre a portata di mano e da consultare all’occorrenza.

Il libro in due parole?
(Molto) divertente ed (assai) istruttivo.

Buona lettura!

“#Luminol” di Mafe De Baggis [VIDEO]

foto per blog

Sono in ritardo sulle tabelle di marcia, lo so.
Complice un raffreddore geneticamente evoluto che mi perseguita da una settimana e non ha intenzione di mollarmi, son giorni che avanzo a metà regime.
Tossicchiando e starnutendo.
Conseguenza? Ritardo sul “sacro calendario” di pubblicazioni che ho intenzione di seguire per alimentare questo blog.
Pazienza… Pian-piano mi rimetto in pari.

Ma veniamo al libro della settimana (scorsa…): “#Luminol. Tracce di realtà rivelate dai media digitali” scritto da Mafe De Baggis (edito da Informant).

Ho conosciuto Mafe De Baggis al corso Dieci Cose che si è tenuto a Milano un anno fa (qui e qui gli Storify delle due giornate intense ed istruttive).
Lei era una delle relatrici coinvolte e da allora ho iniziato a seguirla sui social.
Lì mi sono accorta che ogni tanto utilizza(va) l’hashtag #luminol quando si cimenta(va) nell’analisi di fatti digitali, svelando e analizzando ciò che si cela dietro determinati eventi.
Proprio come fa la Polizia Scientifica quando arriva sulla scena del delitto, che usa il “luminol” per cospargere l’ambiente e rivelare ciò che l’occhio umano non riesce a cogliere (dichiara la stessa autrice).

E’ stata quindi inevitabile la curiosità che mi ha spinto a leggere l’omonimo libro, pubblicato di recente.

Ebbene per me si tratta di una lettura molto piacevole e molto ricca.

E’ uno libro che definirei “ad albero” (etichetta che a me piace tanto): rappresenta un punto di partenza da cui puoi inoltrarti nell’approfondimento delle questioni trattate al suo interno.
E tutto ciò è possibile grazie alle numerose citazioni ed ai riferimenti che l’autrice utilizza per farti ragionare attorno all’ampia (e dibattuta) questione del web, dei social network e delle condivisioni.

Nel mentre leggevo, spesso mi sono ritrovata a riflettere (e ad annuire).
Da migrante digitale (quale io mi considero), avanzando nelle pagine, ho avuto modo di (ri)vedere cosa (e come) era prima della “rivoluzione digitale” e di vedere cosa (e come) è adesso.
E’ stata una occasione per fare mente locale su come andavano le cose prima dell’avvento di questa sorta di “nuova era”.
Ed è stata l’occasione per scoprire tante nuove strade da esplorare con fiducia.

Libro consigliato.
Soprattutto per chi ha ancora dei timori nell’utilizzo degli strumenti che questa tecnologia sempre più avanzata ci mette a disposizione.
Utile anche per tutti quei “dinosauri” e “migranti” (digitali) che hanno il loro bel da fare anche nell’approccio emotivo alla questione (che provoca diffidenza).

Da leggere e – da lì – partire con gli approfondimenti.
(Nel mentre ho acquistato anche un testo citato dall’autrice, per andare ad indagare alcuni temi trattati: “L’orologiaio cieco” di Richard Dawkins.)

[PS: martedì scorso ho partecipato ad un’altra edizione di Dieci Cose dedicato al “Social Thinking” e al “Digital PR” con docenti Mafe De Baggis e Rocco Rossito. Per chi vuole, qui il link allo Storify realizzato da Giusy Congedo.]

Qui sotto la video riflessione proveniente dal canale You Tube.

“Fare blogging” di Riccardo Esposito [VIDEO]

Blogging
I primi appunti scritti dopo le prime pagine lette del libro “Fare Blogging”

Si dice che una immagine vale più di mille parole…

Se è veramente così, l’immagine qui sopra è emblematica (per me) dei ragionamenti che ho iniziato a fare su questo blog, appena ho iniziato a leggere il libro di Riccardo Esposito “Fare blogging”.
Sin dalle prime battute è stato un susseguirsi di domande e riflessioni.

Cosa può diventare (il blog), cosa voglio fare io (essendo un blog personale)…
Verticalizzazione sì, verticalizzazione no…
Collimazione di competenze, conoscenze, informazioni acquisite…
Informazioni? Riflessioni? Altro?
Forzare la trasversalità, oppure no. Oppure – ancora – sfruttarla per fornire “qualcosa”.

Mille domande, mille dubbi (nella accezione positiva del termine)…
Neuroni che si “muovevano” (e si muovono ancora, ora che ho finito il libro), brainstorming continui con se stessi…
Armata di taccuino e penna, rispettando la tradizione dello scrivere a mano prima che con mezzi digitali (per rinforzare il processo neurologico, così dicono).
Sfruttando tutti i tempi possibili: in treno, a piedi, nei tempi di attesa, a casa…

Prima di iniziare il libro, seguivo già il blog dell’autore e ne ho sempre apprezzato i contenuti: scritti in modo molto semplice e comprensibile.
Quindi leggere questo libro è stato come proseguire un discorso iniziato in rete, approfondendolo.
Ed è stata una conferma di competenza, di semplicità di linguaggio e di approccio.

L’ho trovato un libro per tutti.
Senza tecnicismi che possono intimorire.
Utile – secondo me – per chi è titubante sull’argomento (e indeciso se aprire un blog o meno): ti prende per mano e ti aiuta a capire, a muovere i primi passi.
Utile anche per blogger “dilettanti”, che curano spazi virtuali per passione (il mio caso, per esempio): personalmente ho trovato spunti per focalizzare, e ho trovato indicazioni tecniche che possono servire a gestire il “mare magnum” delle informazioni in rete (che possono portare tanto fuori strada!).

Se dovessi riassumere tutto questo in due parole chiave, direi che si tratta di un libro “vivace” e “pragmatico”. Consigliato.

Di seguito la videoriflessione dove approfondisco un po’ il discorso…

Arte vs Scienza?

In attesa
In coda per entrare alla Mediateca Santa Teresa

Mercoledì scorso ho assistito all’incontro Focus di Meet the Media Guru.

Si è parlato di innovazione culturale, arte, interdisciplinarietà e intradisciplinarietà.
Più che un focus organizzato e logico, sono state dette cose, e raccontate esperienze e progetti che hanno indotto suggestioni in chi ascoltava.
In taluni casi alcuni concetti consolidati sono stati ampiamente forzati (quello del tempo, per esempio).

E reduce anche dal TEDx Verona di domenica scorsa, mercoledì sera – sulla strada di casa – meditavo.

Nel giro di qualche giorno ho incrociato due mondi.
Quello digitale e della cultura di Meet the Media Guru, e quello delle storie di TEDx (fatte di scienza, architettura, management,…).

Ed è stato inevitabile fare dei confronti.
Confronti che fanno il paio anche la propria formazione culturale e professionale.

E la sensazione che mi sono portata a casa è stata quella di avere ascoltato due ore di magnifici esercizi di stile e filosofici.
Che poco hanno di concreto.
Che sicuramente stimolano e ampliano la visione delle cose, spostando anche i (propri) punti di vista.
Ma è come se mi fosse rimasta la sensazione del: “Sì, va bene, e allora? A che serve tutto questo? Che vantaggio porta?”.

Wall MtMG
Il cortile della Mediateca

Dubbi, perplessità e domande.
Che son sicura che stanno lavorando in profondità, e che allo stato attuale magari lasciano un senso di inconcludenza e autoreferenzialità fine a se stessa.

Ma come diceva un relatore domenica a TEDx, l’artista sogna e lo scienziato crea. E dal loro connubio possono nascere cose straordinarie.

Quindi, nonostante assistere a questi incontri possa risultare “strano” e inutile a chi ha formazione ingegneristica (e/o un mente pragmatica), nonostante possa capitare di ascoltare cose che vanno in conflitto con le proprie convinzioni, strapazzando i confini di comprensione, vale la pena.
Vale la pena ascoltare anche cose lontanissime da se e dai propri interessi.
Penso sia un buon modo per inseguire, perseguire e costruire la interdisciplinarietà.

Di seguito i tweet della serata che ho scritto e condiviso (dal più recente andando indietro, all’inizio della conferenza):

Dire grazie… [Flash post]

cuore-rossoTutti abbiamo bisogno di un incoraggiamento e di una carezza sul cuore.
Tutti facciamo una fatica dannata a vivere con le nostre paturnie, le nostre domande, i nostri dubbi, le nostre paure.
A volte riusciamo a superarle da soli, altre volte no.
E abbiamo bisogno di un conforto.
Che fatichiamo a trovare.
E siamo anche così abituati a destreggiarci all’interno di difficoltà quotidiane, che comunque incidono nella nostra più profonda intimità (ferendola, a volte, e anche contribuendo ad indurirci), che quando arriva l’inaspettata carezza sul cuore, l’emozione sale come un’onda e non hai parole per dire “grazie”.
Perché un semplice “grazie” non ti sembra sufficiente.
E vorresti fare di più.
Dire di più.
Perché ti senti in debito.
Con chi ti ha donato questo incoraggiamento.
Dal valore incalcolabile.

Ebbene, di recente ho avuto modo di dialogare via messaggi privati con una persona.
E ultimamente mi ha inviato un messaggio che mi ha commosso.
Mi ha emozionato e commosso.
Grazie.
Di cuore.
Anche se mi sembra ben poca cosa (dire “grazie”), perché la ricchezza di quella che mi ha trasmesso attraverso le parole.

Grazie.

[Immagine tratta dal sito immaginiamore.net]

Raccontare la propria storia [VIDEO]

Ho conosciuto Carina Fisicaro a dei corsi di crescita personale.
Non avevamo scambiato molte parole, però avevamo con-vissuto e con-diviso contenuti ed esperienze.
Poi le nostre strade si sono separate e dopo qualche tempo ci siamo ritrovate su Facebook ed abbiamo iniziato a seguirci.

Qualche settimana fa, Carina inaspettatamente mi contatta in privato e mi chiede se voglio partecipare ad un suo progetto molto importante, facendo una intervista.

Il progetto si chiama “Donne di Successo & Family” e l’obiettivo è trovare donne che – con la loro storia e la loro esperienza – abbiano qualcosa da raccontare e possano essere di ispirazione per altre ragazze e donne che vorrebbero fare “qualcosa” per cambiare o anche solo sistemare la loro vita.

Come mi era accaduto già un’altra volta, la prima domanda che mi è venuta in mente è stata: “Ma io che diavolo posso raccontare?”
Però mi sono anche detta: “Ma sì, proviamo e vediamo che succede!”
(Anticipando a Carina: “Occhio che non sono sposata e non ho figli! Quindi non so che contributo posso dare…”, pensando alla parola “family” del progetto)

È diventata una chiacchierata tra amiche.
Carina ha saputo mettermi a mio agio e disquisire in modo naturale, portando con leggerezza la conversazione su argomenti di non facile approccio e facendomi dimenticare che si trattava di una intervista.
Mi sono divertita ed è stato per me anche un momento di bilancio e di riflessione.

Qui c’è il link all’articolo sul suo blog: “Come star bene con se stessi e perché – Barbara Olivieri”

Mentre qui sotto c’è il video (durata: 50 minuti… mettetevi comodi…).
(Guardandolo qualche sera fa in anteprima mi sono detta: “Ammazzate quanto parlo!”.)

Buona lettura e buona visione!
E un grande grazie di cuore a Carina per avermi coinvolto!
Complimenti per il suo progetto, che merita tutto il successo possibile!

[Foto di copertina courtesy of Viola Cappelletti Photography, scattata nella serata di Elvis Inside di gennaio 2014]

Piccole cose [Flash post]

Buongiorno!
È domenica mattina e sono le 8.26.

Sto scrivendo queste righe dallo smartphone.
(Nota: ogni volta che nel titolo compare la scritta “[Flash post]” indica che sto scrivendo e pubblicando da mobile, così… per giustificare eventuali sbavature nella impaginazione.)

Sto scrivendo queste righe dopo che tra venerdì e sabato, ho trascorso un paio di giorni mogi.

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E ieri mattina (sabato) la giornata era iniziata storta.
Assai storta.
E senza alcun motivo.

Non so se capita anche a voi, ma ci sono delle volte che io non mi sopporto proprio: sono rognosa, antipatica, lamentosa e depressa.
Senza nessun motivo (apparente).

Allora ieri – ad un certo punto – mi sono detta: “Ok, Barbara. Adesso la finisci qui. E mi elenchi qui ed ora cosa è andato bene questa settimana. Vediamo cosa riesci a produrre, oltre all’insopportabile lamento.”

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Così mi sono messa a fare un elenco delle cose, calendario alla mano.
(Sì, insomma… quelle cose che ti fanno fare per ri-prendere consapevolezza della bontà – anche piccola – che incroci ogni giorno e che non vedi perché preso dal pessimismo martellante che ti circonda.)

Ebbene, tento un elenco anche qui… magari può essere di ispirazione (utile suona meglio) per qualcuno per cercare le cose belle (anche piccole) che viviamo ogni giorno e che diamo per scontate…

Una domenica sera in compagnia di cari e vecchi amici, parlando di serie TV, di bimbi (una coppia aspetta un pargolo), di vita, semplicemente stando assieme.

Il tepore della casa rientrando alla sera un po’ infreddoliti.

Il piacere di leggere un libro nel mentre si va in ufficio (e si torna) in treno, assaporando questi momenti di tranquillità. (Grazie Carina Fisicaro per avermelo fatto ricordare.)

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Il riuscire a portare a termine (non senza scivoloni ed un po’ di fatica) una telefonata in inglese (constatando che sei arrugginita sì, ma meno peggio di quanto ti prefiguravi nella testa).

Il cogliere l’opportunità di partecipare ad un test di una App sui libri. Ricompensa? Un libro cartaceo della tua libreria preferita.

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Foto tratta dalla pagina Facebook di TwoReads (http://blog.tworeads.com/)

Non sono cose roboanti.
Sono tante piccole cose.
Però, se viste ed ascoltate, sono in grado di dare un supporto positivo a giornate che possono scorrere sempre uguali e/o possono essere portatrici di preoccupazioni.

Potrà sembrare un post banale (per chi è abituato a leggere cose motivazionali alla “ye-ye branzo!”).
Ma forse la banalità nasconde delle cose interessanti e sottovalutate…

Buona domenica.

sabato
La foto qui sopra è un collage che ho pubblicato ieri su Instagram e che riassumeva l’andamento del sabato, partito storto e raddrizzato in corsa.

 

 

[La foto qui sopra è un collage che ho pubblicato ieri su Instagram e che riassumeva l’andamento del sabato, partito storto e raddrizzato in corsa.]

Tempo e gestione del tempo [Flash post]

2015-02-04 07.27.36 (1)Considerazione mattutina, davanti al caffè, riflettendo sulla giornata di ieri, e pensando a quella che mi attende oggi…

Tempo.
Gestione del tempo.
Gestione di diverse attività più o meno in contemporanea.

E osservavo che in questi ultimi tempi sembra che sia “di gran moda” criticare il multitasking.
Pare che il multitasking non esista e/o non sia percorribile.
(Sicuramente perseguirlo non è proprio balsamico per la nostra sanità mentale.)

Si leggono fior-fiore di articoli scritti da eccellenti penne (studiosi, scienziati, filosofi…): tutti a contestare la veridicità della teoria del multitasking, tutti a dipingerne e tratteggiarne i tratti e gli effetti più falsi e nefasti.
(Qui un interessante articolo dall’eccellente blog Nuovo e Utile, ma se cercate in rete, trovate tantissime altre fonti)
L’obiettivo primario è smontare il “multitasking” inteso come conduzione di più attività in parallelo.

Ok. Ve bene.
Prendiamo per buone queste considerazioni partendo dall’accezione che fare più cose contemporaneamente non è possibile o comunque è altamente sconsigliabile.

Ebbene posso dire una cosa?
Sbaglierò, ma penso che questa inversione di tendenza porti con sé un errore di interpretazione interessante.
Su cui ci si può fare qualche riflessione aggiuntiva.
(Magari da perfetti profani che però vivono il tempo in un certo modo.)

Perché?
Pensate agli slot di tempo.
Pensate alla loro durata.
Pensateci un secondo.

E ripercorrete con la memoria la vostra giornata tipo.

Ebbene, non so voi, ma i miei slot di tempo sono scesi da 8 ore a 4 per alcune attività, a 1 ora per altre attività e a 30 minuti per ulteriori attività.
Attività che non sono necessariamente legate fra loro. Anzi.

Ecco che quindi, secondo me, il multitasking non è morto.
Gode di eccellente salute.
Ha semplicemente cambiato volto.
Oppure… è sempre stato così.
Solo che non è mai stato visto sotto questo aspetto…

Non so. Mi piacerebbe sentire qualche altro parere. Condiviso da persone che vivono le giornate suddivise in slot compressi e che fanno molteplici attività non collegate tra loro.
Perché secondo me il multitasking è lì. Che ostenta una eccellente forma “fisica”.

Buona giornata stratificata…