Natale

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Quest’anno ho ancora meno voglia del solito di festeggiare il Natale.
Quel Natale dove devi adempiere a tutta una serie di doveri e devi per forza essere felice e buono.

Io quest’anno proprio non ci riesco.

Anche se vedo più discrezione in giro, e molta meno ostentazione, non riesco a farmelo mandare giù.
Non riesco a dirmi: “Sii grata e festeggia per quello che hai!”
Sì, sono grata e ringrazio Dio ogni santo giorno per quello che ho.
Ma da qui, a festeggiare e manifestare felicità, devozioni e gratitudini varie ce ne passa.

Non sto a menzionare le brutture, i drammi e le ingiustizie alle quali si assiste quotidianamente e passivamente, guardando attraverso lo schermo, o – semplicemente – camminando per strada.

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Ma proprio per questo oggi, più che mai, ostentare mi sembra uno schiaffo morale in faccia a chi non ce la fa o si trova in situazioni drammatiche che – abituata al calduccio della mia tana – non sarei minimamente in grado di affrontare (salvo forse pensando alla sopravvivenza).

Ma questo disagio penso (e spero) stia portando in superficie qualcosa di più silenzioso e più prezioso: il rapporto umano.
Una cosa talmente ricca (nel bene e nel male) da rendere tutto il resto superfluo e – talvolta – stucchevole.

Sono sempre stata una persona poco propensa a parlare.
Poco telefonica e poco chiacchierona.
Poco incline a raccontare di persona, a voce, e più propensa a scrivere qualcosa qui e là sui social e via mail. Affidando alle parole scritte pensieri che mi risulterebbero difficili da esprimere a voce.

Ebbene, in questi ultimi mesi credo di non avere mai parlato così tanto con le persone.
Di avere ascoltato storie.
Di avere cercato di trovare soluzioni a fatiche e conflitti personali miei e altrui (su questa ultima cosa dei conflitti devo lavorare ancora tanto).

Ho parlato con persone entusiaste e persone sconfortate.
Ho recuperato rapporti e ne ho persi altri, a cui tenevo molto.

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E tutto questo mi ha fatto ritrovare, ma forse soprattutto scoprire, l’importanza delle parole dette a voce.

Mi ha fatto vivere il disagio (costruttivo) di dover cercare soluzioni a situazioni complicate, parlando.

Oggi pomeriggio ho visto un video registrato con una telecamera nascosta, che mostrava una persona che regalava un pacchetto a dei senzatetto a Milano. Le loro reazioni di reale gratitudine e le lacrime a cui alcuni si abbandonavano, mi ha fatto sentire ancora di più la mia superficialità ed inutilità. (Il pacchetto conteneva un paio di guanti imbottiti. Una merce preziosissima per chi vive in mezzo ad una strada.)
Davanti a chi non ha nulla e nessuno, mi sento sempre impotente.
E questo piccolo video, unito al semplice ascolto di chi ti circonda e a quello che vedi e leggi, mi ha fatto capire ancora di più quello che è veramente importante.

Avere cura di chi ci è caro. Senza dimenticare gli altri, tutti gli altri.

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Ecco che stare a fianco dei miei genitori, di persone a cui voglio bene, di persone che magari conosco poco ma che condividono il loro tempo con me e con altri, regalandolo, è forse la sola cosa più importante per me.
E di cui sono veramente riconoscente.
Tutto il resto è relativo.

E spero che anche tu, che leggi questo piccolo post, possa apprezzare e trovare quello a cui più tieni e te ne possa prendere amorevolmente cura.

Buon Natale.

[Tutte le immagini di questo post provengono da Varese News, pubblicate come calendario dell’avvento nel 2010]

Il coraggio di scegliere

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In questi ultimi tempi mi trovo da un lato ad assistere e dall’altro ad osservare o vivere delle scelte (ossia “necessità di prendere delle decisioni”).

E, osservando le dinamiche e le variabili in gioco, riflettevo proprio un paio di giorni fa che per scegliere bisogna avere coraggio.

Coraggio di scegliere da che parte andare, spesso senza avere tutte le informazioni a disposizione.
Magari avendo a disposizione informazioni tecniche (“cose da fare”, “elenchi”, “scadenze”,…), ma non informazioni su variabili di tipo umano ed emotivo (fattori – a mio avviso – che influiscono fortemente sull’andamento delle cose).

Ed ecco quindi che – in alcuni casi – si temporeggia e si può arrivare a situazioni di stallo, dalle quali si tenta di uscirne cercando conciliazioni, punti di contatto, vie di mezzo.
Arrivando da ultimo (con grande incertezza e grande fatica) alla soluzione di non fare alcuna scelta.
Con la conseguenza che se sono coinvolti anche attori esterni, la “non scelta” può provocare una serie di reazioni non prevedibili (che possono alimentare possibili situazioni di conflitto). Mentre se la “non scelta” è a carattere personale, le conseguenze ricadono sì solo su noi stessi ma non sono comunque scevre da conseguenze.

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Ma anche la non scelta è una scelta

E se di primo acchito una affermazione simile appare come un paradosso, e fatichi a coglierne il senso, se ti soffermi un momento sul significato di questo insieme di parole (“non scegliere è scegliere”) leggi un messaggio interessante: nel momento in cui decidi di non scegliere fai una scelta subdola e – per alcuni aspetti – inconsapevole.

Scegli di delegare ad altri possibili decisioni.

Scegli di far decidere altri per te, che non è detto che andranno ad operare secondo i tuoi interessi, i tuoi desideri, i tuoi progetti, le tue necessità ed i tuoi obiettivi.

È un processo di delega diverso da quello che conosciamo (che ti consente di scegliere persone a cui dare le opportunità di gestione e sviluppo di progetti, in senso lato).
La non scelta è un processo di delega molto più pericoloso, perché non è più sotto il tuo “controllo” consapevole.

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Scegliere non è facile.

(Ed in questi giorni sto riflettendo molto attorno ad una possibile strada da intraprendere e sto leggendo, osservando, cercando di capire, parlando con persone… per arrivare a scegliere tra “sì, vado avanti” oppure “no, passo oltre”.)

Scegliere comporta talvolta dolore.
Scegliere comporta fatica.
Scegliere comporta sacrificare qualcosa a favore di qualcos’altro.
Scegliere comporta talvolta “turarsi il naso” e optare per la situazione “meno peggio”.
Scegliere comporta anche commettere degli errori (capita).

Ma scegliere è soprattutto una assunzione di responsabilità.
Che se fatta con coscienza, con etica, magari anche nel rispetto dei propri valori (soppesando anche l’influenza del proprio Ego), riduce il margine di errore (o comunque lo rende più “consapevolmente gestibile”) e riduce il disagio (almeno nella sua durata temporale).

[Immagini tratte dal web]

Leadership e comando

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Qualche giorno fa ho assistito ad un dialogo nel quale si menzionava la parola “comando” all’interno di un ragionamento di “leadership”.

Sentendo utilizzare la parola “comando” ho prestato maggiore attenzione e ho pensato alla (apparente) sottile differenza che c’è tra i due termini. Una differenza che, se non colta, può generare equivoci di interpretazione e – conseguenti – difficoltà di gestione di progetti e di dinamiche interpersonali.

Per curiosità (e personale ossessione di precisione linguistica), sono andata a cercare i significati delle due parole sul sito della Treccani:

  • leadership s. ingl. [comp. di leader «capo, guida» e -ship, terminazione che esprime condizione, ufficio, professione e sim.], usato in ital. al femm. – Funzione e attività di guida, sia con riferimento a individui o organi collegiali in quanto dirigano un gruppo o un’impresa, sia, in senso politico-sociale, con riferimento a un partito o a uno stato.
  • comando s. m. [der. di comandare]. – 1. Atto di comandare, ordine impartito; le parole con cui s’impartisce l’ordine; la cosa stessa comandata: dare un c.; aspettare il c.; fare, eseguire i c.;obbedire a un c.; parlare con tono, con voce di c.; essere ai c. di qualcuno, essere avvezzo a obbedirgli; essere, stare ai c. di uno, essere alle sue dipendenze, a sua disposizione; ai vostri c., ai suoi c., detto da chi si mette a disposizione di qualcuno e si dichiara pronto a servirlo. 2. Facoltà, autorità di comandare, e la funzione stessa, il grado di chi è investito di tale autorità […] [definizione completa a questo link: http://www.treccani.it/vocabolario/comando1/]

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Leggendo attentamente, Treccani per definire i due termini utilizza parole dai significati molto diversi, assimilabili a guidare (per la leadership) e ordinare (per il comando). Azioni che hanno un significato – a mio avviso – profondamente diverso che si sposano con una azione “educativa/ispirazionale” la prima, fortemente “direttiva” (e a senso unico) la seconda.

Personalmente ritengo che il termine leadership sia difficilmente traducibile in italiano, ma ho comunque cercato le traduzioni dall’inglese all’italiano utilizzando due principali piattaforme online, ottenendo risultati un po’ più ambigui (che confermano la mia perplessità):

  • Google Translator (per certi aspetti più approssimativa, anche se migliorata rispetto a qualche tempo fa) alla parola leadership fa corrispondere – in italiano – la parola “comando”
  • Word Reference fa corrispondere parole come “guidare” e “dirigere” (a questo link le varie traduzioni).

Credo che per comprenderne appieno il significato sia necessario fare un passaggio intermedio, risalendo alla origine della parola e – dalla sua origine – tentare di risalire al suo significato in italiano:

leader[ship] deriva da to lead che (in italiano) significa condurre/guidare

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Se poi tento di costruire un personale elenco di caratteristiche distintive tra i due termini, utili ad orientarmi, scriverei:

Leadership non fa necessariamente rima con comando [un assunto secondo me molto importante]

  • Comandare è una azione
  • Leadership è (anche e forse soprattutto) una sorta di identità

In termini di riconoscimento/incarico

  • Il comando ti viene dato (o – nel bene e nel male – te ne appropri)
  • La leadership ti viene (anche) riconosciuta (ed eventualmente affidata) per quello che sei e fai (un riconoscimento quasi di autorità)

In termini di durata temporale

  • Il comando può avere una durata temporale limitata
  • La leadership non necessariamente (se acquisita e riconosciuta come “identità”, può avere una durata quasi illimitata)

C’è una grande differenza di contenuto e di significato tra queste due parole. Che può incidere profondamente nella comprensione e nell’approccio alle cose, così come nella individuazione di persone adatte a ricoprire ruoli e svolgere compiti.

Variabili, queste – a mio avviso – da non sottovalutare.

[Le immagini scelte – dal web – seppur di lingua inglese, aiutano a dare una maggiore chiarezza di significato alla parola leadership attraverso sinonimi e attività/azioni ad esse correlate.]

Dualismi

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Immagine tratta dall’account Twitter di Federica Rovati

“Avere ragione o essere felici?”
“Mentalità rigida vs mentalità di crescita”

Bianco o nero…?

Dualismi.
Semplificazioni.

Che hanno un senso per intravedere il bandolo in una matassa aggrovigliata, per cercare di intravedere macro-famiglie in mezzo a tante particolarità, per fornire qualche primo elemento utile a capire situazioni complesse.

Ma che non possono – secondo me – essere la Guida (con la “G” maiuscola) utile per leggere la realtà “in toto” e non posso essere usati come strumenti validi per tutte le soluzioni (come quelle chiavi universali, quei passepartout che aprono tutte le porte).

Non è così semplice.

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Immagine tratta da Tumblr

La realtà è troppo complessa e multiforme per poter essere categorizzata.
La categorizzazione va bene per vendere istant-book.
Va bene per vendere rimedi rapidi e palliativi effimeri.
Ma la realtà là fuori è altro. Ben altro.

“Aspiriamo a una soluzione, aspiriamo alla serenità, ma non abbiamo tempo, non abbiamo la pazienza, non abbiamo la tenacia per cercarla e ingoiamo riconoscenti soluzioni veloci, cibo veloce, sesso veloce, tutto ciò che promette un rimedio rapido, viviamo nel tempo dell’accelerazione. I manuali di auto aiuto ci promettono una vita migliore, dieci modi per smettere di bere, di ingrassare, di rimpiangere, di aver paura, dieci modi per vivere, raramente sono più di dieci, non ce la faremmo ad assimilarne di più, dieci come le dita, dieci come comandamenti. Dieci modi per vivere.” [Jón Kalman Stefánsson, “I pesci non hanno gambe”, Ed. Iperborea]

Stamattina leggendo un post di una pagina Facebook (“preferisci avere ragione o essere felice?”), mi sono fermata a pensare.
E ho riflettuto su questo dualismo.

Pensavo che spesso per me avere ragione equivale a (mi provoca) soddisfazione.

Ma non la ragione che si dà per il “contentino”, bensì il riconoscimento della ragione altrui. (Un riconoscimento della altrui intelligenza e identità. Un processo che può essere lungo e faticoso.)

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Dal sito chiaradinotte.wordpress.com

Per come la percepisco, per come la intendo, la felicità (il suo concetto, la sua idea) è troppo “lontana”. Irreale e staccata dalla quotidianità.

Anch’essa venduta in libricini che spacciano sogni e che fanno leva su dolore e piacere per iniettarti una idea, un bisogno, che forse non esiste (o non esiste nella forma in cui te la raccontano) e che – proprio per questo – può innescare disagio ed una sua ricerca spasmodica, inseguendo una chimera.

Lecite le domande che mi potrebbero essere poste a questo punto:

Sei mai stata soddisfatta? Sì, qualche volta.
Sei mai stata contenta? Sì, qualche volta.
Sei mai stata serena? Sì, qualche volta.
Sei mai stata felice? Non lo so, non lo ricordo.

Soddisfazione, essere contenti (che lo sento diverso dall’essere felice), serenità, sono secondo me stati raggiungibili (con scelte, dialoghi, esperienze e – talvolta – immense fatiche).

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© Stephen Clough – dal sito di Nicola D’Ardiè

Felicità (essere felici) è uno stato che dubito sia raggiungibile così come viene codificato e interpretato dal linguaggio corrente:

Stato d’animo di chi è sereno, non turbato da dolori o preoccupazioni e gode di questo suo stato. L’aspirazione alla f. è caratteristica dell’etica classica, che la chiamò eudaimonia (➔ eudemonismo). Trascurata nella filosofia moderna in seguito alla posizione rigoristica assunta da I. Kant, la nozione di f. è rimasta viva nella tradizione culturale anglosassone, ispirando il pensiero filosofico, sociale e politico. A questa tradizione si ricollega la difesa che del concetto compie B. Russel nel suo The conquest of happiness (1930). [Da Treccani – voce Felicità]

Ed il suo spaccio (come una droga a cui tutti aspiriamo) attraverso induzioni ricoperte di glassa, lascia sgradevoli tracce collose ed appiccicose, una volta che lo strato si scioglie al sole della realtà.

Una maratona di lettura, una polifonia di voci

Città, civiltà, lingue diverse, coesistenze, culture…

Sono queste parole che scrivevo sabato notte sul mio profilo Facebook, nel mentre aggiornavo la gallery caricando le foto che scattavo e condividevo sul social.

Cercavo un modo per descrivere la bellissima esperienza che stavo vivendo e nella quale mi ero calata in modo totalizzante. E che era iniziata quasi per scherzo.

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Sì, perché tutto è incominciato qualche mese fa, appena era stata annunciata e lanciata l’edizione 2016 di Bookcity Milano.
Navigando nel sito, ero incappata in una “call to action” per poter essere una delle voci della città nella lettura del testo di Italo Calvino, “Le città invisibili”. E mi ero ritrovata a compilare il form on line con leggerezza (e ignorando completamente l’evoluzione della storia).

Dopo qualche settimana era arrivata la convocazione per le audizioni (avevamo risposto in circa 180 persone e si era resa necessaria una selezione).
E lì avevo iniziato a scoprire un mondo: persone provenienti da tutte le esperienze professionali, appassionate di lettura ad alta voce e di libri. (Alcuni facenti parte del Patto di  Milano per la lettura.) Tutti lì, a fare le audizioni, in attesa (provando i testi scelti), in una atmosfera dal vago sapore di esame di maturità (o giù di lì). (Il gruppo si era un po’ assottigliato: avevamo risposto all’appello in 130 circa)
E poi il momento dell’audizione: l’impatto con una sala prove ed un microfono, con seduta all’altro lato della stanza la “commissione” composta da Giorgina Cantalini (che sarebbe stata colei che ci avrebbe preparato) e Daniele Abbado (regista della performance). Il batticuore (fuori dalla stanza ero calmissima), il controllo della respirazione a stento…

Ero già contenta così. Essere arrivata lì, avere deciso di partecipare, per me era un bel successo (vista la mia atavica natura rinunciataria.)

Ma poi è arrivata la sorpresa.
La mail di convocazione per le prove generali.
Ricordo di averla letta a tarda ora, rientrata a casa da una trasferta a Genova.
L’ho dovuta rileggere almeno un paio di volte, per essere sicura di non essermi sbagliata.

Sono arrivate le indicazioni per le prove generali nello spazio dove si sarebbe tenuto lo spettacolo (il Padiglione Visconti in zona Tortona a Milano, sala prove del Teatro alla Scala).

Due sere intense di presa di coscienza e ripensamento del proprio modo di lettura ad alta voce.
Di eliminazione della “sovrastruttura declamatoria” che applichi (consapevolmente o meno) per forzare la lettura dei contenuti.
Due sere di individuazione e comprensione della struttura del libro di Calvino “Le città invisibili”.

Poi le prove in autonomia, l’incespicamento che si fa più frequente all’approssimarsi dell’evento.
Nel mentre seguivo la pagina Facebook dell’evento, osservando il progressivo allestimento dello spazio e sentendo l’emozione farsi strada.

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Il Padiglione Visconti così come appariva dall’esterno sabato notte.

Decisamente una esperienza che porterò con me per tanto tempo.
Che seppur breve ed intensa, mi ha insegnato parecchie cose.
E che mi ha emozionato (la salita delle scale per accedere alla passerella dalla quale avremmo letto, i secondi di attesa, il batticuore nel mentre aspettavo il mio turno sotto i riflettori mentre i colleghi del gruppo leggevano la loro parte, la presenza del microfono [“Signore, ti prego, fa che non mi venga un colpo di tosse…!”])

Ma non solo…

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Il colpo d’cchio all’arrivo al Padiglione Visconti

E’ stata una occasione per ascoltare culture, musiche, voci, parole… di diverse città del mondo.
In un susseguirsi fluido, senza soluzione di continuità.

Una città ideale, polifonica, riunita nella sua molteplicità all’interno di un capannone. Che si è raccontata e – nel raccontarsi – ha composto un grande mosaico.

Ho ascoltato voci della comunità araba (Asfa Nibras e Bteibet Ahmed) e la voce proveniente da Damasco di Fayza Ismael.
Ho visto danze dell’Africa, e ho ascoltato musiche contemporanee.
Ho ascoltato le poesia in milanese di Franco Loi e la lettura corale del Teatro dell’ora esatta.

E poi la sorpresa di riascoltare (dopo tanto tempo) la voce di Ferdinando Bruni che ha letto – anche – un brano di Shantaram (uno dei miei libri preferiti), la scoperta di Federica Fracassi (del Teatro-i di Porta Genova) che ha letto un brano di Testori (Erodias).
E poi la scoperta di Antonio Rosti che ha letto passi del libro “Cartongesso” di Francesco Maino (testo che ho acquistato proprio oggi).

All’1:30 di notte ho ceduto. Purtroppo.
Se avessi avuto la forza sarei rimasta fino a mattina.

Dico purtroppo perché mi sono persa la visita e lettura di Vinicio Capossela alle due di notte, la lettura del capitolo di chiusura del libro di Calvino fatta al mattino da Moni Ovadia, la lettura notturna di Giorgina Cantalini (la seconda… perché ho perso anche quella di venerdì sera in Triennale…) e la chiusura dell’evento.
(E chissà quante altre cose ho perso, che non conosco e che sono accadute nel cuore della notte…)

Una nuova esperienza che mi ha aperto un mondo tutto nuovo.

Che ha rinforzato il mio amore per i libri e per la lettura ad alta voce.
E della quale sono felice di averne fatto parte, cercando di portare il mio piccolo contributo, la mia piccola tesserina nel grande mosaico che è stato composto nella notte tra sabato e domenica.

[L’immagine di copertina è una illustrazione di Monica Griffa della città di Eudossia (Capitolo “Le Città e il Cielo 1”) di “Le città invisibili” di Italo Calvino. Immagine tratta dal profilo Pinterest dell’autrice]

(La gallery completa delle foto che ho scattato è disponibile su Flickr: Bookcity 2016 – Maratona Di Lettura)

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Ore piccole al Padiglione Visconti: persone che ascoltano, via-vai e attività in corso

Di elezioni americane e bisogni

© Tgcom 24 – Mediaset

Questo è un post scritto da una persona comune, che non fa l’analista e che fatica a capire di politica (tanto più di quella americana), ma che cerca di mettere in fila un po’ di considerazioni per dare una spiegazione (forse più a se stessa che agli altri) della vittoria di Donald Trump (che — tra parentesi — non mi meraviglia poi così tanto).

Partirei subito da un assunto apparentemente scontato e banale, ma che credo generi un effetto domino anche di tipo circolare:

Il mondo sta cambiando. Pesantemente. Sotto tutti i punti di vista: politici, di lavoro e – di conseguenza – anche sociali.

Cosa vuol dire questo?

Che davanti a nuovi equilibri politici, davanti ad una rivoluzione industriale 4.0 che comporta anche una pesantissima riconfigurazione della società in cui viviamo, scatta la paura da incognita.

E la reazione davanti alla paura è paralisi o fuga. Si oppone resistenza cercando di mantenere lo status quo. Oppure ci si sente attaccati e si risponde fuggendo o attaccando a nostra volta. E questa è la prima considerazione.

La seconda è:

L’America è un Paese molto grande.

Noi – al di qua dell’oceano – spesso pensiamo che l’America sia le grandi metropoli (una su tutte New York), la loro multiculturalità ed internazionalità. Che pensiamo estesa e spalmata al di là dei loro confini metropolitani.

© Marriott

Ma non è così (ormai dovremmo saperlo).

L’America è solo in minima parte fatta di grandi metropoli.

Il resto sono paesaggi sconfinati, popolati di piccoli paesi o piccole città, che vivono di ben altra quotidianità.

© Xplore America

Dove vivono persone che appartengono anche a categorie che – dispregiativamente – vengono definite redneck («colli rossi» ad indicare la nuca bruciata dal sole durante il lavoro nei campi).

Willie Robertson – © Daily Jstor

Dove ciò che accade al di fuori della propria cittadina è vista come qualcosa di molto lontano.

E proprio a tale proposito suggerisco di guardare il film documentario di Michael Moore «Bowling for Columbine» che mostra cosa è veramente l’America, di cosa parlano le televisioni (non sono tutte come la CNN), cosa pensa la gente comune, cosa è la quotidianità.

Tra parentesi Michael Moore ha proprio dichiarato qualche tempo fa che (secondo lui) Donald Trump avrebbe vinto le elezioni: 5 motivi per cui Donald Trump vincerà (a questo link l’articolo originale comparso su Huffington Post america)

Michael Moore – © Showbiz411

L’America è fatta anche di tradizioni conservatrici che possono piacere o meno. Che possiamo condividere o meno.

© Corriere della Sera

Stamattina scrivevo a caldo su Facebook:

Non voglio esprimere nessun giudizio su quanto sta accadendo in queste ore in America.
Posso solo dire che non me lo aspettavo.
Ma forse anche sì.
Perché queste sorprese sono tipiche di alcune dinamiche (se verranno confermate).
E rappresentano come ragiona la stragrande maggioranza delle persone (che — nella fattispecie — non vive in città rappresentative del nostro immaginario “al di qua dell’oceano”).
Certi personaggi (anche nostrani), con le loro idee, rappresentano e danno voce ai bisogni più nascosti.
Se osservati con calma e distacco — questi personaggi — dicono molto dell’epoca strana che stiamo vivendo.
Staremo a vedere.

Ergo il risultato non mi meraviglia più di tanto.

Donald Trump rappresenta quello che tanti vorrebbero essere (anche chi non lo ammetterebbe mai):

  • imprenditore che si è risollevato molte volte nonostante alterne vicende
  • indicato spesso (anche da noi, non dimentichiamocelo) come modello di determinazione (nel bene e nel male)
  • scrittore di libri di successo (ho letto il suo “Pensa in grande e manda tutti al diavolo” e si tratta di un libro ad alto tasso di motivazione, nel bene e nel male)
  • conferenziere di successo.

Ora primo Presidente americano ad essere stato eletto pur non avendo alcuna esperienza politica e militare.

Questo è indicativo — secondo me — di due/tre cose:

  1. c’è bisogno di pragmatismo e di concretezza
  2. i sogni e le vision ad ampio respiro non bastano più
  3. il divario tra politica e “quotidianità” è molto più profondo di quanto ci si aspetti.

Ecco, credo che un po’ tutto questo (e forse anche altro che non individuo ancora), sia alla base dell’inaspettato (ma forse neanche poi tanto) successo di Donald Trump.

Chiudo con una frase scritta questa mattina da un contatto su Facebook e che condivido:

Quando nella vita si perde o si sbaglia è necessario capire le ragioni della propria sconfitta e non serve criticare chi vince. Anzi, criticare chi vince nasconde le ragioni della nostra sconfitta. [cit.]

Credo sia necessario un bell’esame di coscienza ed un maggiore ascolto ad intercettare i bisogni di chi abbiamo davanti.

Il potere della normalità

[Avvertenza: post dal contenuto zigzagante… Partendo da un libro per arrivare a considerazioni personali, legate ad una precedente presa di coscienza in prima battuta sgradevole]

Ieri sera sono andata al primo incontro della nuova stagione del Bookeater Club di Zelda was a writer (di cui ho già scritto in tanti precedenti post).

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Lo screenshot della pagina Facebook di Rizzoli Galleria @RizzoliGalleria

E l’oggetto (o meglio, il libro) delle dissertazioni condivise è stato il nuovo romanzo di Jonathan Safran Foer, “Eccomi” (edito da Guanda).
Libro che – confesso – è stato di difficile lettura.
Per la sua monumentalità (circa 700 pagine) e per il suo contenuto.

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Un libro che mi ha lasciato interdetta e che più volte – durante la lettura – mi ha fatto pensare: “Sì, va bene… Ma dove stiamo andando? Dove mi vuole portare l’autore? Qual’è la morale? Qual’è il fine ultimo di questo lavoro?”

Ed infine ci siamo…
Stasera in @rizzoligalleria con @zeldawasawriter a discutere sull’ultimo libro di Safran Foer.
Per me una “lettura scalata” (senza rotta e senza riuscire ad intravedere la vetta), per altri un amore sin dalla prima pagina.
Sono curiosa di ascoltare coloro che lo hanno amato per capire dove non ho colto.
[Scrivevo sul profilo Instagram ieri mattina]

Ma anche un libro che – contemporaneamente – mi ha intimidito.
Non avendo mai letto nulla di Safran Foer, e sapendo che è uno dei massimi esponenti della letteratura americana, mi sono sentita in difetto nell’esprimere una mia opinione che ne “sminuisse” l’opera. (Chi sono io per esprimere un parere, se non di dissenso, per lo meno di perplessità?)

Ed avendo avuto nei giorni precedenti un primo scambio di opinioni online con Camilla Ronzullo (Zelda), ieri sera sono stata invitata a condividere con gli altri le mie perplessità.
Perplessità e “lacune” che sono state sanate grazie all’analisi molto accurata che la stessa Camilla, insieme ad altri partecipanti, ha fatto.
E che hanno composto un mosaico ricchissimo, consentendomi di apprezzare il significato (i significati) veicolato attraverso una storia di normalità.

Già, la normalità.
O anche la quotidianità se volete.
Quella “situazione” che viviamo ogni giorno in modo scontato e talvolta passivo.
Che magari facciamo fatica ad accettare e a darle un senso.
Ma che può invece essere densa di contenuti ed insegnamenti.

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#vitadaufficio è un hashtag che uso spesso per raggruppare foto che scatto relative ad una delle facce della quotidianità (© Barbara Olivieri da Flickr)

Normalità che – personalmente – è tornata prepotentemente alla ribalta dopo che qualche giorno fa, mi sono resa conto che con le strategie ed i massimi sistemi che ho “frequentato” per lungo tempo sono arrivata alla fine. Non riuscendo più a trarre nessuno stimolo o spunto di riflessione.

Uno shock (che penso a posteriori essere stato salutare) che prima mi ha fatto capitombolare (metaforicamente) con un brutto sgambetto, poi mi ha riportato coi piedi per terra (dopo che mi sono rialzata e mi sono – sempre metaforicamente – tolta di dosso la polvere).
Facendomi ora vedere, osservare ed ascoltare l’intorno in modo forse leggermente diverso. (“Per arrivare a questo ci sono voluti 9 anni?”, mi sto domandando in questi giorni.)

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#onthewayhome e #onthewaytowork sono altri due hashtag di istantanee sul profilo Instagram (© Barbara Olivieri su Flickr)

E stamattina – sulla strada per l’ufficio – non so per quale strana ragione, ripensando alla bella serata del Bookeater Club e al libro di Jonathan Safran Foer, ho pensato anche alla personale quotidianità (non priva di preoccupazioni).

E ho pensato a come un libro che mi ha lasciato in prima battuta interdetta, ma che mi rendo conto sto metabolizzando grazie a ciò che ascoltato ieri sera, possa gettare una nuova luce su me stessa e su ciò che mi circonda.
Senza scuotermi, o strapazzarmi, bensì insinuandosi sommessamente.

[Qui sotto il minivideo della serata pubblicato sulla pagina Facebook di Zelda was a writer.]

Se non lo vivo, non lo capisco

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In questi giorni ho ricominciato a “liberarmi” di un po’ di libri.
Di manuali di gestione, di comunicazione, di crescita personale, …
Libri che magari acquisti in determinati momenti della tua vita, durante i quali sei alla ricerca di nuovi strumenti per capire, per comprendere, per imparare.
E che oggi – passati quei momenti – ti rendi conto non hanno più nulla da dirti. Restando solo come presenze coi quali condividi lo spazio.

Attenzione, non sto dicendo che non sono testi validi. Tutt’altro!
Sono testi che hanno fatto la storia di alcune discipline e alcuni di loro sono diventati dei classici.
Solo che con me hanno fatto il loro tempo.

E stamattina, non so per quale strana ragione, mi è tornato in mente un libricino di cui ho già parlato in precedenti post, che – se di primo acchito mi aveva lasciato un po’ perplessa – oggi continua (silenziosamente e subdolamente) a lavorarmi ai fianchi su alcuni concetti che colsi durante la sua lettura.
Un paio di esempi (di concetti)? Prossimità e semplicità delle cose.
(E di “prossimità” ho scritto qualche settimana fa in questo post: Stanzialità e prossimità.)

Il libricino si intitola “Quando siete felici, fateci caso” (di Kurt Vonnegut).

Kurt Jr. Vonnegut
Author Kurt Vonnegut Jr., wearing khakis, sitting in front of his typewriter in studio-like room. (Photo by Gil Friedberg/Pix Inc./Time Life Pictures/Getty Images)

E da questo inaspettato flash mattutino, è emerso un secondo ricordo più antico: l’esame di Fisica Tecnica e Impianti all’Università.
Esame che ho rifatto cinque (sì… 5…) volte per poi passarlo esausta con un 20.
(Era quasi più mortificato il docente della sottoscritta: avevo frequentato tutto il corso, sempre in prima fila a prendere appunti, studiato il suo libro fino a distruggerlo dalle tante sottolineature… e questo era il risultato… “Non ce la faccio a fare più di così…”, dissi al docente distrutta e sconsolata, arrendendomi all’evidenza… [Le quattro volte precedenti non avevo neanche superato la prova scritta, tanto per dire…])

Non c’era niente che potessi fare di più.
Quella materia non mi entrava in testa.
Nonostante le pazienti ripetizioni estive con un cugino laureato in Fisica e docente alla facoltà di Fisica di Napoli: due/tre volte alla settimana, di mattina – durante un agosto di tanti anni fa – con mio zio (insegnante di Matematica) che passava a prendermi e andavamo in campagna (dove soggiornava mio cugino per l’estate) e facevamo un’ora di ripetizioni di Fisica. Che proseguivano con lunghi e solitari pomeriggi di studio.

Mi ricordo che mentre cercavo di farmi entrare in testa il concetto di Entropia, nel mezzo di una delle tante crisi di incomprensione per la materia, avevo detto: “Se non riesco a capire concretamente il concetto non riesco a ricordarlo…!”
Lui (il cugino) rispose rassegnato: “Purtroppo alcune cose le devi ricordare così come sono. Senza alcuna spiegazione concreta.”

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La formula della Entropia (Fonte Treccani)

Ecco, probabilmente questo è un mio “baco cognitivo alla San Tommaso”: se non lo vivo, non lo capisco.
(Un “vivo” che può essere anche declinato in “vedo”)

E questo mi fa tornare alla questione dei libri (di cui ho già ampiamente scritto in vari post a più riprese).
Le tecniche, le strategie, su di me hanno una presa limitata (nella comprensione e nel tempo).
Affinché si installino nel retrocranio (o nel DNA, come preferite), devo vederle in storie e/o viverle con esperienze.

E questa considerazione mi fa sorgere una ulteriore domanda:
Sono nate prima le esperienze o le strategie?

(Una domanda che è anche l’origine delle personali crisi d’ansia da manuali… “se non leggo manuali, non imparo cose nuove”…)

[Immagine di copertina tratta dal sito http://www.medioera.it]

Di supereroi, storie e viaggi dell’eroe

Stamattina ho visto il trailer della nuova serie Marvel “Luke Cage” di produzione Netflix.

Ad un certo punto, nel filmato, uno dei protagonisti intervistati menziona il “viaggio dell’eroe”.

Il viaggio dell’eroe è stato spiegato e “sistematizzato” da Christopher Vogler. E viene utilizzato ormai quasi ovunque (declinato in molti modi) per strutturare e raccontare storie. Siano esse personali e/o aziendali.

Può sembrare strano che queste 3 parole abbiano catturato la mia attenzione nel mezzo del flusso di sequenze e mini-interviste ai protagonisti, ma c’è un motivo che vado a spiegare più sotto.

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(Da Zelda Was a Writer)

Ormai credo si sia codificato (quasi) tutto in ambito personale (e aziendale): coaching, strategie di business, analisi SWOT, Business Model Canvas, narrazione (ho perso il conto dei prefissi anteposti alla parola “telling”… e anche sull’uso del termine in inglese si potrebbe aprire una riflessione).

[Stamattina ho ricevuto la newsletter di Daniel H. Pink, nella quale viene menzionato un libro di recente pubblicazione: Designing Your Life: How to Build a Well-Lived Joyful Life. Non ancora disponibile in italiano, da quello che mi pare di comprendere è la applicazione alla vita personale dei concetti e strategie di Design Thinking normalmente utilizzati per progettare prodotti.]

Confesso che questa estrazione/applicazione di strategie spinta – talvolta – all’eccesso mi genera dei dubbi.

Dubbi che mi pongo ormai con una frequenza sempre maggiore, e che si estendono anche ad altre aree (recentemente ragionavo sulla Complessità e Semplificazione).

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“Strategy concept with creative light bulb idea modern design template, Vector illustration” (Da blog.rhei.it)

Perché?

Perché questa “estrazione forzata di strategie” forse fa perdere un po’ della magia tipica delle storie. Quella magia alchemica che fa si che ci si senta coinvolti, che si instauri un rapporto empatico con il protagonista della vicenda che stiamo seguendo. E che – nel caso di romanzi – arriva a far apparire reale quello che può essere anche puro artificio.

[E a proposito di storie segnalo due articoli interessanti in tema di lettura dei romanzi e di lettura ad alta voce (da non sottovalutare): Perché leggere romanzi cambia il cervello – Idee 136 – Leggere storie ad alta voce ai bambini fa bene anche agli adulti: alcuni consigli.]

Poi la sottoscritta si accorge che fa sempre più fatica a leggere manuali e saggi, mentre è sempre più alla ricerca di romanzi (Leggere: manuali o storie?), combattendo contro la personale paura di non imparare nulla (“dai manuali imparo, dai romanzi no”, mi dico… una bella convinzione limitante, per usare un termine caro al coaching, che torna con sistematicità ad intervalli regolari)

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(Prossime) letture inconsuete, esplorando nuovi generi e storie

Attenzione però, non rifiuto totalmente le strategie (puoi avere una bella storia da raccontare, ma se non sai farlo rischi di non riuscire a comunicarla bene). Ma penso anche che non ci si possa affidare totalmente ad esse, pensando che siano la “soluzione-mamma”.

E davanti alla proliferazione di sistematizzazioni, ripenso alla magia citata all’inizio di questo post. Penso a dove possa essere recuperata questa magia che talvolta appare sacrificata o – peggio ancora – nascosta.

E credo che si trovi nella unicità della persona.
Nella unicità delle proprie esperienze vissute e percepite.

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©Pixar (cortometraggio “For the birds”)

Perché ognuno di noi è fatto in un modo tutto suo.
E vive e legge ciò che gli accade secondo un suo modo.

E forse sta tutta lì la personalissima declinazione della meta-struttura del “viaggio dell’eroe”.

(Detto ciò, anche Luke Cage entra nella lista delle serie da vedere…)

 

Futuro, professioni e Industria 4.0

 

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Immagine tratta da Smart Week (Le 11 professioni più richieste del futuro)

Il World Economic Forum stima che già nel 2020 (cioè fra 4 anni, praticamente domani…) si avrà una flessione del 5% delle professioni della fascia medio-alta (intendendo professioni legate alla amministrazione, ingegneria e discipline affini che definirei “intellettuali”). (A questo link è possibile leggere e scaricare il pdf del documento redatto dal WEF: “The Future of Jobs”)

L’anno scorso – in questo periodo – partecipai alla Alumni Polimi Convention dove si parlò di “Industria 3.0”. Oggi si parla già di “Industria 4.0” (semplificando: robotica + Intelligenza Artificiale + Big Data + …altro…). 

Rischi e incognite dell’Industria 4.0

Nell’articolo menzionato qui sopra (e in altri che si leggono sempre più di frequente) vengono disegnati scenari che possono preoccupare non poco. E di cui si legge comunque da un po’ di tempo (un anno fa circa avevo scritto qualche post “lato utente” sull’argomento):

Ci salverà l’esperienza?

Manualità vs progettualità

Robot e C.

E qualche mese fa ho letto il libro di Claudio Simbula “Professione robot”, dove l’autore individua 31 professioni ad alta probabilità di sostituzione da parte dei robot (alcune già in atto).

Tirando le prime somme, tra libri, articoli e rapporti sullo stato dell’arte, pare che nessuno sia escluso da questa rivoluzione sempre più incombente e più prossima. Sappiamo che non si tratta più dei soli lavori manuali e ripetitivi (operai, magazzinieri), bensì anche di attività di professionisti (avvocati, commercialisti, assicuratori, ingegneri, architetti).
Non solo.
Proseguendo nella carrellata di attività coinvolte, si parla anche di assistenza all’uomo in ambito medico e sanitario (è di questa estate la notizia del super-computer IBM Watson che ha trovato una cura per un caso di leucemia rara, grazie alle sue capacità di calcolo che hanno consentito un incrocio di dati in tempi ridotti e la conseguente individuazione di una terapia adatta). Senza dimenticare la vendita già da tempo oggetto di pesante mutazione grazie all’avvento dell’e-commerce e di sue declinazioni (più per la parte di intelligenza artificiale).
Insomma ce n’è per tutti.

Ed è comprensibile lo sconforto e la preoccupazione (anche perché personalmente non riesco a vedere quali possono essere le possibili evoluzioni e direzioni da prendere).

Ma una speranza c’è, a mio avviso (e non solo mio). E porta il nome di creatività
Quella capacità tipica dell’uomo di inventarsi cose e trovare soluzioni innovative per qualcosa.

Almeno fino a quando gli algoritmi non saranno così evoluti da apprendere e – sulla base di quanto acquisito – creare e progettare soluzioni nuove. (E se ciò avverrà mi auguro che accada il più in là possibile nel tempo.)

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In foto l’ebook del libro “L’Algoritmo definitivo” di Pedro Domingos, edito da Bollati Boringheri (lettura estiva che riprenderò a breve e che avevo interrotto perché necessita di una concentrazione che questa estate non c’era)

E restando nel campo degli algoritmi, e di Intelligenza Artificiale, proprio stamattina ho letto questo interessante articolo sul blog Nuovo e Utile:

Linguaggio naturale e intelligenza artificiale: una bella sfida

Che tratta di come la macchina può interpretare il linguaggio dell’uomo. E della differenza tra linguaggio naturale (usato dall’uomo e denso di sfumature interpretative) e linguaggio artificiale (usato dalla macchina).

[E se volete farvi una chiacchierata online con una intelligenza artificiale, provate con Mitsuku (ringrazio l’amico Antonio Tartaglia per avermelo segnalato).]

Ebbene, nonostante tutte le previsioni possibili, è difficile avere una visione nitida del futuro (anche prossimo).
Di sicuro c’è che bisogna rimboccarsi le maniche.
Cambiare i famosi paradigmi.
E non smettere mai di imparare, informarsi e annusare le possibili tendenze del futuro. Implementando competenze e conoscenze, senza soluzione di continuità.

 

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Ah! A proposito… La foto qui sopra mostra alcune schermate di Allo di Google. La app sviluppata in risposta a Whatsapp (di Facebook) con integra l’assistente di Google, in una curiosa ibridazione tra “chat” e i vari Siri, Cortana & C (le intelligenze artificiali primitive che già ci portiamo in tasca).
Testate online parlano del rilascio (sia per Android che per iOS) tra oggi e domani.
Io sono curiosa di testarne il funzionamento.

[Immagine di copertina da ThinkStock Photos]