Di elezioni americane e bisogni

© Tgcom 24 – Mediaset

Questo è un post scritto da una persona comune, che non fa l’analista e che fatica a capire di politica (tanto più di quella americana), ma che cerca di mettere in fila un po’ di considerazioni per dare una spiegazione (forse più a se stessa che agli altri) della vittoria di Donald Trump (che — tra parentesi — non mi meraviglia poi così tanto).

Partirei subito da un assunto apparentemente scontato e banale, ma che credo generi un effetto domino anche di tipo circolare:

Il mondo sta cambiando. Pesantemente. Sotto tutti i punti di vista: politici, di lavoro e – di conseguenza – anche sociali.

Cosa vuol dire questo?

Che davanti a nuovi equilibri politici, davanti ad una rivoluzione industriale 4.0 che comporta anche una pesantissima riconfigurazione della società in cui viviamo, scatta la paura da incognita.

E la reazione davanti alla paura è paralisi o fuga. Si oppone resistenza cercando di mantenere lo status quo. Oppure ci si sente attaccati e si risponde fuggendo o attaccando a nostra volta. E questa è la prima considerazione.

La seconda è:

L’America è un Paese molto grande.

Noi – al di qua dell’oceano – spesso pensiamo che l’America sia le grandi metropoli (una su tutte New York), la loro multiculturalità ed internazionalità. Che pensiamo estesa e spalmata al di là dei loro confini metropolitani.

© Marriott

Ma non è così (ormai dovremmo saperlo).

L’America è solo in minima parte fatta di grandi metropoli.

Il resto sono paesaggi sconfinati, popolati di piccoli paesi o piccole città, che vivono di ben altra quotidianità.

© Xplore America

Dove vivono persone che appartengono anche a categorie che – dispregiativamente – vengono definite redneck («colli rossi» ad indicare la nuca bruciata dal sole durante il lavoro nei campi).

Willie Robertson – © Daily Jstor

Dove ciò che accade al di fuori della propria cittadina è vista come qualcosa di molto lontano.

E proprio a tale proposito suggerisco di guardare il film documentario di Michael Moore «Bowling for Columbine» che mostra cosa è veramente l’America, di cosa parlano le televisioni (non sono tutte come la CNN), cosa pensa la gente comune, cosa è la quotidianità.

Tra parentesi Michael Moore ha proprio dichiarato qualche tempo fa che (secondo lui) Donald Trump avrebbe vinto le elezioni: 5 motivi per cui Donald Trump vincerà (a questo link l’articolo originale comparso su Huffington Post america)

Michael Moore – © Showbiz411

L’America è fatta anche di tradizioni conservatrici che possono piacere o meno. Che possiamo condividere o meno.

© Corriere della Sera

Stamattina scrivevo a caldo su Facebook:

Non voglio esprimere nessun giudizio su quanto sta accadendo in queste ore in America.
Posso solo dire che non me lo aspettavo.
Ma forse anche sì.
Perché queste sorprese sono tipiche di alcune dinamiche (se verranno confermate).
E rappresentano come ragiona la stragrande maggioranza delle persone (che — nella fattispecie — non vive in città rappresentative del nostro immaginario “al di qua dell’oceano”).
Certi personaggi (anche nostrani), con le loro idee, rappresentano e danno voce ai bisogni più nascosti.
Se osservati con calma e distacco — questi personaggi — dicono molto dell’epoca strana che stiamo vivendo.
Staremo a vedere.

Ergo il risultato non mi meraviglia più di tanto.

Donald Trump rappresenta quello che tanti vorrebbero essere (anche chi non lo ammetterebbe mai):

  • imprenditore che si è risollevato molte volte nonostante alterne vicende
  • indicato spesso (anche da noi, non dimentichiamocelo) come modello di determinazione (nel bene e nel male)
  • scrittore di libri di successo (ho letto il suo “Pensa in grande e manda tutti al diavolo” e si tratta di un libro ad alto tasso di motivazione, nel bene e nel male)
  • conferenziere di successo.

Ora primo Presidente americano ad essere stato eletto pur non avendo alcuna esperienza politica e militare.

Questo è indicativo — secondo me — di due/tre cose:

  1. c’è bisogno di pragmatismo e di concretezza
  2. i sogni e le vision ad ampio respiro non bastano più
  3. il divario tra politica e “quotidianità” è molto più profondo di quanto ci si aspetti.

Ecco, credo che un po’ tutto questo (e forse anche altro che non individuo ancora), sia alla base dell’inaspettato (ma forse neanche poi tanto) successo di Donald Trump.

Chiudo con una frase scritta questa mattina da un contatto su Facebook e che condivido:

Quando nella vita si perde o si sbaglia è necessario capire le ragioni della propria sconfitta e non serve criticare chi vince. Anzi, criticare chi vince nasconde le ragioni della nostra sconfitta. [cit.]

Credo sia necessario un bell’esame di coscienza ed un maggiore ascolto ad intercettare i bisogni di chi abbiamo davanti.

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