Due giorni nel futuro

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Con un po’ di ritardo sulle tabelle di marcia, metto insieme e pubblico una serie di appunti e considerazioni sulla mia partecipazione al primo Summit di Singularity University Italia.

Una due giorni intensa trascorsa ad ascoltare di lavori del futuro, di tecnologia, di scienza e di innovazione.
Di educazione e di mobilità.
Di nuove competenze e di “leadership esponenziale” (concetto che mi ha catturato ed affascinato).

Per soddisfare una mia curiosità verso questa realtà e per cercare di capire cosa mi (ci) riserva il futuro (inevitabile).

Fare un sintesi è pressoché impossibile.
Quello che posso fare è condividere i due Moment pubblicati su Twitter.
Una panoramica di suggestioni, di parole e concetti chiave (un po’ in inglese ed un po’ in italiano, a seconda della ispirazione del momento), accompagnati da immagini:

 

Se dovessi fare una (difficile) scelta di cosa mi è piaciuto di più, di cosa mi ha emozionato ed ispirato di più, potrei citare tre relatori in particolare (senza nulla togliere agli altri):

John Hagel, con la sua call to action al seguire le proprie passioni, a dare spazio alla creatività (una caratteristica umana difficilmente sostituibile dalle macchine);

Divya Chander, con il suo talk dedicato alle neuroscienze e alla neurochirurgia; che mi ha emozionato, pensando a quali progressi potrà arrivare questa branca della scienza nella cura e nel supporto a persone colpite da malattie fortemente invalidanti (ha toccato un aspetto personale della sottoscritta, che ha ripensato a persone care colpite da malattie neurodegenerative);

David Roberts, che con i suoi keynote ispirazionali di chiusura delle due giornate, mi ha fatto conoscere il concetto di Exponential Leadership (legata alle nuove competenze – soft skills – necessarie per affrontare il futuro) e ha richiamato la nostra attenzione sull’etica e sulla umanità (due valori fondanti che non dobbiamo perdere di vista, in previsione della esponenzialità umana e tecnologica).

Un dialogo costante, tra emisfero sinistro ed emisfero destro della conoscenza.
Tra filosofia e tecnica.
Tra concretezza e teoria.
Tra massimi sistemi e tecnologia.

Che si intrecciano fra loro, generando nuove riflessioni e nuovi scenari. 

Link utili:

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Di lettura ad alta voce

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Sono di ritorno da un weekend intenso, che mi ha fatto tornare a casa con un ricco bagaglio di esperienza in più.
Rialimentando la passione per la lettura (che ha attraversato un periodo di stanca, essendo sempre oscillante tra il leggere manuali e il leggere storie), saldando ancora di più il suo legame con la oralità del racconto e creando ulteriori (e talvolta inaspettati) punti di contatto con la comunicazione in pubblico.

Qualche settimana fa ho ricevuto una mail che segnalava una iniziativa di Letteratura Rinnovabile all’interno della rassegna LetterAltura ospitata a Verbania: un corso intensivo di due giorni (Masterclass) sulla lettura ad alta voce condotto da Giorgina Cantalini.
Che ho conosciuto durante la preparazione intensiva (a tempo di record) per la maratona di lettura della scorsa edizione di Bookcity. (Che – a sua volta – ha aperto una porta sul mondo della lettura ad alta voce, che mi ha fatto conoscere ed entrare nella realtà del Patto di Lettura del Comune di Milano.)

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E così, in questo weekend appena passato, ci siamo ritrovati in quattordici.
Un gruppo di persone nel quale ho ritrovato volti di Bookcity e che mi ha fatto conoscere persone straordinarie.

Ci siamo messi in gioco.
Provando, tentando e superando i propri limiti, misurandoci con una “lettura fisica”.

Ci sono stati momenti di fatica e di commozione.
Ci sono stati momenti di perplessità e di entusiasmo.

Momenti (personali) nei quali – complice la stanchezza – avrei buttato i fogli a terra, rinunciando ad andare avanti. (“Stai buona, Barbara. Stai tranquilla. Ascolta e guarda quello che fanno gli altri. Adesso passa…”, mi sono detta)

Emozioni vissute assieme ad un gruppo che via-via si andava sincronizzando e accordando come una orchestra (la bella metafora di Marco Zapparoli di Marcos y Marcos).

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Una due giorni coronata (a chiusura del festival) da una lettura pubblica a più voci di alcuni brani di Anna Karenina e di una novella di Pirandello (“Il viaggio”): storie di donne, di viaggi e di treni (il treno, tema della rassegna di quest’anno).



In mezzo una passeggiata filosofica, lungo il lago, attraversando splendidi giardini, in silenzio, in fila indiana, guidati da Duccio Demetrio.
Sperimentando non solo il silenzio fisico, ma anche il (personale) rarissimo silenzio mentale. 


È stato un weekend talmente tanto intenso che mi sembra di essere stata via il doppio del tempo.

Faticoso, sì.
Ma per il quale ne è valsa assolutamente la pena.

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Libri:

  • “Anna Karenina” di Lev Tolstoj
  • “Novelle” di Luigi Pirandello
  • “Leggere” con il corpo di Giorgina Cantalini

Link utili:

  • Letteratura Rinnovabile – http://www.letteraturarinnovabile.com/
  • LetterAltura – http://www.letteraltura.it/

Questioni di equilibrio

[Da Google Immagini]

Ci sono giorni nei quali tutto sembra un po’ più complicato.

Progetti complessi da seguire, con variabili aggiuntive che emergono strada facendo, e tensioni che vanno ad aggiungersi alla complessità.
Tensioni — queste ultime — che posso minare l’equilibrio, la lucidità e la concentrazione richieste.

[Dal profilo Facebook, qualche giorno fa]

Ebbene trovo che in questi momenti possano venire in aiuto gli interessi extra-lavorativi.

Ossia tutte quelle attività, quegli hobby, che coltivi nel tempo libero (tanto o poco, a seconda delle disponibilità).
Che ti gratificano, ti distraggono ma anche (e forse soprattutto) creano e affinano delle abilità.

Quegli hobby che coltivi (siano essi manuali – come dipingere, per esempio – o intellettivi), che sviluppano e/o implementano delle competenze.

Innestando un circuito virtuoso di crescita che forse ti toglie del tempo dal puro relax, ma costituisce relax esso stesso.

Che ti toglie ore di sonno, che vengono compensate dalla passione che ci metti.
Che crea alleanze che fanno crescere te stesso e gli altri.

Diventando fonte di arricchimento e soddisfazione umana, morale, culturale.

Importanti per il sostegno dell’amor proprio e dell’autostima.
Utili anticorpi a salvaguardia del tuo equilibrio e della tua integrità.

Letture consigliate:

  • “Identità al lavoro”, Herminia Ibarra
  • “How to Be Everything”, Emilie Wapnick [consiglio — questo — a scatola chiusa, sulla personale e sconfinata fiducia nel suo TED Talk, che per me rappresenta una bella boccata di ossigeno che mi devo somministrare ad intervalli regolari 🙂 ]

 

La tecnica non è tutto [VIDEO]

Un video dove condivido alcune riflessioni che arrivano dall’esperienza che gradualmente sto accumulando e dalla osservazione di diverse realtà.

E proprio dalla osservazione e dall’ascolto di diverse realtà, oltre che dallo sperimentare, possono giungere diversi stimoli e spunti che – se ben combinati – possono rinforzare la nostra unicità.

Buona visione!

Usare i (propri) punti di debolezza per imparare

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Torno online sul blog dopo una pausa di riflessione che coincide con la chiusura di un incarico che mi sta lasciando un inaspettato e ricco bagaglio di esperienza che sta contribuendo a smontare delle personali convinzioni limitanti. E che mi sta facendo acquisire quel “coraggio propositivo” per me impensabile fino a non molto tempo fa (e parlo di settimane, non mesi o anni).

Per ora mi destreggio tra stati di ansia, altri di entusiasmo, altri di profonda perplessità (“sarà vero?!”, “dove sta l’inghippo?!”, mi scopro a domandarmi sovente), avanzando passo-passo, testando su me stessa la riuscita o meno delle piccole azioni che sto facendo.
Contando quotidianamente – con stupore crescente – i giorni di anzianità di alcune idee nate qualche settimana fa (reduce da precedenti “epifanie” che facevano sorgere idee come pop-up che franavano rovinosamente dopo 48 ore).

E proprio di recente ho affrontato una piccola e grande sfida (per me): dare il mio contributo durante un transition meeting all’interno dell’esperienza Toastmasters.
(Il transition meeting è un passaggio di consegne tra officer – soci con ruoli – uscenti ed entranti, per condividere esperienze e informazioni utili.)

Dove stava la piccola (e grande) sfida?
Non stava tanto nel cosa dovevo dire (spiegare cosa è un club visit report), ma quanto nel come dirlo: in inglese, tenendo un webinar di 15 minuti via GoToMeeting.

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Sorvolo sulla preparazione di slide e contenuti, cercando di conciliarli con il tempo a disposizione.
Taccio sulle prove a braccio, durante le quali mi registravo e poi mi riascoltavo, preoccupata del mio inglese un po’ naïf e della moltitudine di incertezze.
Pensando alla diretta web.

Diretta che è stata messa alla prova dal sorgere di problemi tecnici durante la mia sessione (l’audio è saltato), che è stata interrotta ed è stata ripresa in un secondo momento (in una rapida staffetta tra relatori coinvolti).
Successivamente (in fase di editazione) il mio intervento è stato cucito per creare una sessione continua, ed è stato caricato su You Tube insieme agli altri contributi.

E fin qui tutto bene.

Quello che invece non mi ha soddisfatto è stata la mia performance: al riascoltarmi ho notato tutte le incertezze nell’inglese, i commenti off topic, e altre cose che non mi sono piaciute.

E la “Barbara giudicante” ha fatto sentire il suo parere.

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In tanti mi dicono che “mi prendo troppo sul serio”, “uso il bazooka per sparare ad un moscerino” (è la mia preferita), “sono troppo critica con me stessa”, ecc ecc. Tutte osservazioni che condivido e sulle quali lavoro alacremente per smussare, tollerare, accettare…

Ma proprio oggi pensavo anche che una convivenza con questo spirito critico ed esigente, è possibile e può tornare utile.
Per fare sempre meglio, alzando gradualmente e costantemente l’asticella.
Senza entrare in loop punitivi e auto-sabotanti.
Muovendosi lungo la linea di demarcazione del doppio significato della affermazione “puoi fare di più”:

  • ok, va bene, e puoi fare meglio (più propositivo)
  • non va bene, fai meglio (più tranchant)

Success ladder

E così sabato mi sono messa di buzzo buono e ho rifatto la registrazione.
Sempre in inglese e sempre a braccio (quindi con tutte le imperfezioni del caso, ma decidendo scientemente di non preparare un testo scritto).

Ascoltando l’insoddisfazione, usandola come stimolo per rifare (al meglio delle mie possibilità).
Trovandomi davanti anche alla necessità di usare un programma per registrare il nuovo video e cogliendo l’occasione per imparare qualcosa di nuovo (ho scoperto Camtasia e non si contano le versioni di prova che ho registrato e regolarmente cestinato).

Ed è stato inevitabile per me ricordare il vecchio adagio “sbagliando si impara”.

Il risultato è una “extended version” che apre una finestra su uno dei compiti che gli Area Director hanno nel corso del loro mandato.

Sono soddisfatta del risultato?
Pur non essendo perfetto, sì.

Perché?
Perché è frutto di una personale ricerca.
Perché ho cercato di fare il meglio possibile.
Perché ho imparato cose nuove.

Si poteva fare meglio?
Sì, sicuramente.
Ma di questo piccolo risultato mi piace l’autenticità e la ricerca che c’è stata per produrre un risultato.
Su cui costruire qualcosa di migliore, alla prossima occasione.

[Immagini tratte da Google Immagini]

Il (mio) Tempo di Libri

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Ieri pomeriggio ho visitato la (nuova) fiera dell’editoria a Milano, della quale molto si è parlato e si parlerà, tentando – a manifestazione conclusa – di fare bilanci sulla sua riuscita, in rapporto soprattutto al Salone del Libro di Torino (della quale rappresenta un non indolore spinoff ).
[Stamattina ho letto un post di Luca Sofri su Wittgenstein, del quale condivido i toni pacati ed equilibrati.]

E questo post non vuole essere una recensione dell’evento, bensì è un piccolo resoconto personale di quello che ho vissuto domenica pomeriggio camminando tra gli stand dei padiglioni 2 e 4, ascoltando qui e là i numerosi interventi ospitati dalle case espositive, e scoprendo realtà editoriali (e non) a me totalmente sconosciute.

Nei giorni precedenti avevo preparato un personale itinerario all’interno della manifestazione mirato ad argomenti legati più o meno direttamente alla mia professione, lasciandomi comunque strade aperte ad altri stimoli che avrei colto durante la passeggiata.

In particolare ero partita con l’idea di seguire un paio di interventi legati all’architettura: la presentazione della nuova rivisita Ardeth (edita da Rosenberg & Sellier) e la tavola rotonda sulla “architettura della casa nel noir, nei gialli e in Simenon”; trascorrendo il tempo in mezzo ai due incontri curiosando tra le case editrici presenti.

Una immagine della tavola rotonda sulla architettura nei romanzi gialli, noir e Simenon. Da sinistra a destra: gli scrittori Alessandro Perissinotto e Paolo Roversi, il moderatore ed architetto Luca Molinari, la scrittrice Alessia Gazzola e Ena Marchi (editor di Adelphi).

E se purtroppo il primo l’ho perso perché arrivata in ritardo, il secondo è stato invece un interessante stimolo ad adottare una chiave di lettura specifica ad un genere che ben ospita al suo interno la trattazione degli spazi e dell’architettura, utili a supportare la struttura ed il ritmo narrativo. (Discorso estensibile anche ad altri generi letterari.)

Interessante anche l’aggancio e la citazione al cinema di Hitchcock (in effetti nelle sue pellicole è forte la presenza dell’architettura), che mi ha fatto pensare ad un suo esatto contrario: Dogville di Lars Von Trier (dove invece è completamente assente e – forse – nella sua negazione si fa sentire ancora di più).

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La finestra sul cortile (courtesy of The Shelter Network)
Dogville
Dogville (courtesy of 2byzantium.wordpresscom)
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Non si può non citare anche Peter Greenaway con la sua cinematografia (nella foto una immagine tratta dal film “Il ventre dell’architetto”)

Ma prima di assistere a questo intervento conclusivo (uno degli ultimi della giornata), la passeggiata tra gli stand è stata un misto di scoperte di una micro-editoria di nicchia, popolata di estimatori, e di conferme di alcune realtà conosciute.

Sono rimasta colpita dalla produzione Hazard Edizioni, che pubblica fumetti giapponesi stampati secondo lo stesso ordine di lettura dell’alfabeto del Sol Levante: si inizia a leggerli dalla (nostra) ultima pagina per finire alla (nostra) prima pagina (quindi da destra a sinistra).
Ho trovato Taschen ed Egea. Due case editrici che con la loro produzione ben intercettano aree che mi interessano, e nelle quali ho trascorso un po’ di tempo indecisa su quali testi acquistare.

Ho chiacchierato con i ragazzi di Bookabook, la realtà editoriale interessante che si poggia sul concetto di condivisione dei testi e degli strumenti di pubblicazione (“Casa editrice in crownfunding” recita la sua tagline).
Ho sconosciuto Luni Editrice che ho scoperto essere anche organizzatrice del Salone della Cultura ospitato in Superstudio Più lo scorso mese di gennaio (e che verrà replicato nel 2018), dalla quale ho acquistato due libri sul Giappone.

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E – ultimo ma non meno importante – ho sostato a lungo nel bellissimo stand dedicato alla realtà delle Biblioteche Milanesi: un angolo dove era possibile esplorare le loro molteplici attività fatte non solo di prestito libri, ma anche – per esempio – di laboratori makers, di contaminazione tra musica e letture e di molto altro.

Nella foto qui sopra due scorci dell’area dedicata alle Biblioteche Milanesi.

Come già scrivevo poco sopra, quello che mi è piaciuto di più del pomeriggio trascorso in fiera è stata la scoperta delle tante piccole case editrici, di nicchia e per appassionati; ma mi hanno incuriosito anche i grossi gruppi, la cui esplorazione mi è stata utile per capire la geografia editoriale.
E poi, amando i libri e la lettura, non nascondo che è stata una impresa titanica il trattenersi dall’acquistare l’impossibile tra saggi e narrativa. (E di molti libri ho preso nota per acquisti futuri.)

Chiudo questo post con una gallery dedicata a quello che è accaduto sabato sera: la presentazione ufficiale del Patto per la Lettura del Comune di Milano, del quale sono appena entrata a far parte. Una bella iniziativa di volontariato che porterà in giro per la città e per le strutture quali ospedali, biblioteche, scuole, case di riposo, carceri… gruppi di lettori volontari.
E sabato sera l’attore Felice Casciano, la psicanalista e formatrice vocale Laura Pigozzi e lo scrittore Hans Tuzzi, hanno condiviso alcuni insegnamenti per vincere la paura del pubblico, per controllare la voce e per entrare in sintonia con le persone che ci ascoltano.

[L’immagine di copertina è la locandina ufficiale di Tempo di Libri]

Tecnologia pervasiva

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“La promessa, però, è un mondo in cui vita e tecnologia si mescolano senza soluzione di continuità.”

Questa frase è tratta dall’articolo che ho letto stamattina pubblicato da Business Insider: “Lo smartphone sparirà prima di quanto pensi […]“.

Leggo sempre con grande interesse gli articoli che riguardano la tecnologia.

E mi affascina (e mi inquieta, nel contempo) la progressione esponenziale che sta avendo. Come se avesse ormai superato abbondantemente quel tipping point (ossia il punto critico, o anche “punto di non ritorno”) citato da Malcom Gladwell nel suo libro omonimo “Il punto critico”.

E come sempre mi accade ogni volta che leggo queste notizie (quindi a cadenza pressoché giornaliera), ripercorro la mia “storia tecnologica” ed il personale rapporto con device, computer, smartphone

Penso a come sono stata risucchiata (lentamente, prima, e sempre più velocemente poi) da questo “mondo”. Da questa “realtà”.

Con entusiasmo (da considerare che i miei film preferiti sono “Blade Runner” e “Strange days”…) ma – ora, negli ultimi tempi – con una parallela sensazione di inquietudine crescente (l’incontro con “Black mirror” ha costituito un salutare bagno di “realtà”… se così si può definire…).

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Immagine tratta dall’episodio di Black Mirror, “White Christmas”

Ricordo nitidamente quando nel 1994 dicevo: “Io, il computer non lo userò mai!”, disegnando gli elaborati per la tesi con Rapidograph su carta da lucido, battendo a macchina il testo e portandolo ad un centro battitura tesi per la versione finale.
[Autocad era già una realtà abbastanza consolidata anche se successivamente avrebbe visto incrementi sostanziali; così come si parlava già molto dei programmi rivoluzionari di videoscrittura Macintosh.]

Ricordo nitidamente il corso di alfabetizzazione DOS fatto allo IED subito dopo la laurea (non sapevo neanche come si accendeva un computer). E poi – in rapida successione – Autocad Base e Avanzato.
Ricordo l’uso della tavoletta grafica con Autocad 12 nel mio primo posto di lavoro (la gioia di non dover digitare comandi da tastiera).

Da lì è stato un sempre più rapido incremento tecnologico, di cui sono stata in parte spettatrice e in parte utente.

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(Immagine ©Autodesk)

Dai primi timidi passi con il primo computer (un 486), il primo telefono (un “Nokia-bisonte” che anche da tre piani sottoterra ti consentiva di telefonare…), fino ad arrivare ad oggi con un “supercomputer in tasca” (una suggestiva definizione dello smartphone che ho sentito usare al TEDx Lake Como nel 2015 da uno degli speaker).

In 23 anni ho visto come la tecnologia mi ha gradualmente e sempre più pervasivamente preso con sé. Diventando una presenza fissa sulla quale conto sempre di più per supportarmi nella quotidianità.

Ora leggendo di sperimentazioni di chip sotto pelle (“Il dipendente-cyborg: un chip sottopelle e butti carte e badge“), di lancio del progetto Neuralink di Elon Musk, di esperimenti e brevetti su lenti a contatto “intelligenti” (utili per monitorare stato di salute dei pazienti – ottima cosa secondo me – ma anche per registrare ciò che vediamo [qui un rimando ad alcuni articoli della lente Sony iVision]) e studi di Google sull’occhio bionico (“Occhio bionico by Google, si inietta e poi si trasforma“), la situazione assume aspetti interessanti che aprono scenari inaspettati e confronti etici molto delicati. (Siamo abbondantemente oltre i wearable device.)

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Ma voglio essere ottimista.
(Visto che comunque con questa imminente realtà bisognerà abituarsi a conviverci.)

Come sempre accade, quando ci troviamo davanti a “rivoluzioni copernicane”, la paura ci fa immaginare scenari nefasti.
Il nostro “cervello rettiliano” ci fa ragionare per modalità conservativa dello status quo, facendoci rifiutare tutto ciò che è nuovo (qualsiasi esso sia e a qualsiasi livello esso si trovi).
Facendoci anche opporre resistenza verso la inevitabilità dei processi “evolutivi” (e dei cambiamenti in genere), con conseguente nostra obsolescenza (per usare un termine caro alla tecnologia).

Invece forse conviene avere anche fiducia in questi progressi tecnologici.
Pensandoli e vedendoli anche come processi utili per gli altri (soprattutto in campo medico e sanitario, e a supporto di persone con gravi disabilità o problemi di salute).
Come strumenti utili al miglioramento della qualità della vita.

E confidare forse anche in una cosa: l’assestamento ed il rallentamento della curva di crescita verso un andamento asintotico. Una volta fatto questo “passaggio di stato” (mutuando il termine dalla fisica) verso un nuovo modo.
(Sempre che non sia corretta la previsione di Ray Kurzweil sulla Singolarità Tecnologica.)

Chiudo con un link ad un “articolo speranza”:
Noi umani abbiamo un superpotere. È l’empatia che ci rende eccezionali.

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[Immagini tratte da Google Immagini]

Il piacere di fare le cose


Secondo te fare le cose per il gusto di farle, senza avere come scopo (più o meno evidente, più o meno conscio) quello di trarne un business, è così grave?

È così grave non avere piani B, C, D,… X, Y, Z…?

Perché non so tu come sei messo, ma io ero arrivata al punto di non fare più le «cose» (leggere libri, frequentare corsi e conferenze, …) per il solo piacere di farlo (godendo del momento, della esperienza e dell’apprendimento), ma con l’obiettivo (indotto o acquisito, che dir si voglia) di trarne possibili spunti per un business, un piano B… senza riuscire – sistematicamente – a finalizzare nulla (senza cavarne un ragno dal buco, come si suol dire).

Arrivando ad una «indigestione intellettiva», con conseguente nausea di tutto. E grande insoddisfazione. E – come ultimo stadio – frustrazione e curiose forme di auto-lesionismo (leggasi dialogo interno del tipo: «non sei capace, rassegnati»).

Ed in questo ultimo anno molto intenso, grazie a (o «a causa di», come preferisci) un’attività di volontariato che mi ha assorbito nella sua totalità, e che mi ha dato e mi sta dando tanto, dove le cose che ho fatto (e che sto facendo) le ho fatte (e le faccio) per pura passione, ho visto in modo ancor più evidente quanto l’ossessione (e la frustrazione) per il business abbia lavorato molto male su di me.


Può essere che questi ragionamenti siano frutto dell’approssimarsi dei 50 anni (con tutto il bagaglio fisiologico, ormonale e psichico che questo comporta), ma questo è.

E qualche settimana fa, in occasione di un momento nel quale ho detto no ad una cosa perché non ce la facevo a sostenerla (paradossalmente legata all’attività di volontariato che sto facendo), ho pensato e ho percepito un disagio da obbligo e da privazione.

Ho pensato che dovevo fermarmi, ripensare e riprender(mi) tempi, spazi e reali interessi.

Voglio leggere libri per il puro gusto di farlo, voglio tornare a viaggiare per il puro di gusto di farlo, voglio andare ad ascoltare persone per il puro gusto di farlo.

Qualcuno potrebbe dire: «Ma se salta il banco? [leggasi: perdi il lavoro, n.d.r]? Se le cose iniziano ad andare storte? Tu che fai?»

Risposta? Non lo so.

Se dovesse succedere, mi porrò il problema. Ma adesso ho ben poco da farmi venire il mal di testa pensando costantemente al «…e se?…». Non avendo la palla di cristallo, non posso correre il rischio di non godere del ciò che faccio perché bisogna programmare, pianificare, intuire, analizzare…

Perché in questa era ad alta fluidità (concetto caro al compianto Zygmunt Baumann), pregna di paradossi, dove la previsione, la proiezione e la progettazione a media/lunga scadenza è pressoché nulla (è già tanto se riesci ad avere una vaga idea di cosa farai fra un anno), è quasi inutile fare programmi bi-tri-quadri-quinquennali (anche se forse sarebbe necessario…).


E forse questa riflessione si è rinforzata conoscendo ed ascoltando storie di persone che – proprio in questa era ad alta instabilità – si sono licenziate [follia!, si può pensare] perché arrivate al limite, e che si sono messe alla ricerca di altro che desse loro maggiore soddisfazione. Iniettando ulteriore instabilità personale alla già alta instabilità del presente. Ma vedendo anche aprirsi insospettate opportunità.

Forse conviene vivere e coltivare i propri interessi. Quegli interessi che ci arricchiscono come persone.

Che poi – magari – il tuo bagaglio personale si arricchisce inconsapevolmente di strumenti che potrebbero attivare risorse inaspettate in caso di emergenza (ma questa – forse – è un’altra storia).

[Immagini tratte dal web]

Di Leadership femminile

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Tempo fa condividevo su Facebook una riflessione sulla leadership declinata al femminile che sintetizzo qui sotto:

“[sto pensando] a quello che leggo su leadership maschile e leadership femminile. E più vado avanti e più provo “disagio” davanti a questa differenziazione. Perché? Perché per me non esiste leadership declinata al maschile o leadership declinata al femminile. Per me esiste la leadership. Asessuata. Per me la leadership (per come la concepisco e la sperimento in continuazione su me stessa) è qualcosa che non è legato al sesso della persona. Bensì è legato alla persona, come individuo, e alle sue peculiarità. È legata al suo carattere, al suo essere, ai suoi valori. Quando leggo di leadership femminile e di programmi ed eventi di formazione al femminile, giuro che mi scorre un brivido lungo la schiena.  E non è un brivido di piacere. Perché? Perché vedo degli stereotipi da auto-incaprettamento. Vedo leadership femminile espressa attraverso i tacchi alti… Attraverso capelli fluenti, rossetti,…Tutti canoni che rischiano di diventare degli stereotipi che cristallizzano in codici che possono trasformarsi in griglie di valutazione. E non va bene. Secondo me. Finché ognuno di noi – uomo o donna che sia – non sarà in grado di capire che la leadership non è legata a canoni estetici, a “status symbol”, a “dress code”, bensì è fortemente individuale (inteso come “individuo”, persona), e parte da dentro, continueremo a raccontarci tante belle teorie che spingeranno a incasellamenti forzati e a sviluppare ulteriori griglie. Quelle stesse griglie dalle quali soprattutto le donne in cerca di “identità di leadership” tentano di uscire.”

Con questo post si sollevò un dibattito abbastanza vivace. E dovetti spiegare un po’ di più cosa intendevo dire, specificando che la mia non era una riflessione offensiva nei confronti del genere femminile. Tutt’altro: era (ed è tuttora) un invito a non cadere nella trappola delle categorizzazioni. E – nello specifico – era (ed è tuttora) un invito ad essere prima di tutto leader e poi donna o uomo.

All’interno della discussione mi colpì un commento che offriva una chiave di lettura interessante: la leadership maschile viene vista più “impositiva”, la leadership femminile viene vista più “inclusiva”.

Questa osservazione mi diede la possibilità di ampliare il campo della discussione, facendolo uscire dal concetto di “etichette” e “recinti” (su cui stavo ragionando), per portarlo ad un altro livello, espandendolo e contribuendo ad una operazione di chunk up(è possibile leggere una definizione di chunk e chunking in questi articoli: Chunking up and downChunk su Wikipedia).

Ora, ragionando sull’inclusivo (donna) e sull’impositivo (uomo), sappiamo che numerosi studi scientifici hanno dimostrato che il modo di ragionare maschile è diverso dal modo di ragionare femminile. (Un dei numerosi articoli di riferimento, da cui è tratta la foto qui sotto: Brain Connectivity Study Reveals Striking Differences Between Men and Women)

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L’immagine mostra (in alto) le connessioni di un cervello maschile e (in basso) le connessione di un cervello femminile – ©Ragini Verna, PhD, Proceedings of the National Academy Sciences)

Ma penso che le due modalità di leadership menzionate sopra non siano necessariamente legate al genere. Ho una convinzione profonda che le modalità legate alla persona, al suo carattere e – cosa non meno importante – alla sua formazione culturale, sociale ed educativa hanno comunque importanza.

Faccio un passo in più.

Lo scorso weekend ho seguito via streaming l’evento benefico Dire Fare ed uno dei relatori presenti era il Generale Franco Angioni, che ha parlato di leadership. Senza menzionare donna o uomo, bensì affrontandolo come un concetto alto sganciato da qualsiasi categorizzazione. E due punti hanno richiamato alla memoria riflessioni che mi era capitato di fare in autonomia:

  • autorità e autorevolezza non sono la stessa cosa (l’autorità ti viene conferita da cariche, l’autorevolezza ti viene riconosciuta da altri)
  • comando non è necessariamente leadership (chi comanda dà ordini, chi è leader conduce il gruppo e non sempre le due variabili coesistono).

Ora mettendo insieme tutto ciò in modo sequenziale, e semplificando, emerge secondo me un equivoco di interpretazione:

genere (uomo/donna) –> biologia/neurologia–> modalità di pensiero –> tipo di leadership (impositiva per uomo; inclusiva per donna)

generando quella che io chiamerei una equazione complessa: “siccome è così, allora il risultato è questo”. Categorizzando un concetto che personalmente vedo molto più ampio ed influenzabile da molti più fattori esogeni ed endogeni.

Sono conscia che essere donna non facilita certi percorsi. Ma sono anche intimamente convinta che se si inizia:

  • a pensare alla leadership come ad una capacità (o visione)
  • a sganciarsi dalle etichette e dalle categorizzazioni
  • ad anteporre la comprensione del concetto alto per poi calarlo su di sé (in un processo di top-down che ti trasforma)

forse si riescono ad aggirare preconcetti che portano alla creazione di iniziative dedicate che – anziché aiutare nella creazione di una identità – rischiano di creare quei recinti di cui parlavo in apertura, e nei quali si finisce per rinchiudersi da soli (da sole, nello specifico).

Nota finale:

La leadership è un tema che mi è molto caro. Lo sento particolarmente in virtù della mia natura introversa che mi fa guardare con curiosità coloro che conducono e guidano gruppi. Di seguito riporto i link ad altri post che ho scritto, durante il mio percorso di studio, sperimentazione e apprendimento (tra parentesi ho messo le date di pubblicazione, per dare anche una connotazione temporale alla questione), uniti ad un paio di considerazioni sull’universo femminile e manageriale:

[Articolo pubblicato in data odierna sul profilo personale di LinkedIn]

Spunti e stimoli “laterali”

Non so se capita anche a voi, di prendere consapevolezza (finalmente…) di qualcosa dopo averne letto tanto sui libri e nelle riviste del settore.

A cosa mi riferisco?
Mi riferisco a quelle che chiamo “rotture di schema” (o anche – più propriamente – “interruzioni di schema”) e ai loro benefici.

“Interruzione di schema” è una definizione che ho conosciuto e appreso diversi anni fa in ambito PNL e coaching. E via-via è diventato un termine che ho usato sempre più per identificare quelle azioni introdotte volontariamente (anche in autonomia) per dare una sterzata e spostare il focus (o il punto di vista) di situazioni che si arrotolano ed aggrovigliano su se stesse e mi impediscono di proseguire.

E la mia recente ed inaspettata “interruzione di schema” è stata la visitata di alcune mostre durante lo scorso weekend (lungo). Durante il quale ne ho concentrato un numero discreto in un breve lasso di tempo.

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Biglietteria della Triennale

Di solito prediligo visite culturali ad intervalli di tempo più ampi, per poterne assaporare e goderne i “frutti” anche a distanza di giorni. Ma questa volta – complice una certa fatica intellettiva di cui andrò a raccontare a breve – mi sono sottoposta ad una dose intensiva di “acculturamento”.

Perché questo?

Perché nei giorni scorsi (complice le festività) mi ero prefissata di lavorare a tempo pieno sulla preparazione di alcuni speech ed educational dedicati a prossime iniziative formative del Toastmasters.

Invece mi sono resa conto che più ci lavoravo e peggiore era la resa.
Più mi impegnavo e più mi arenavo.
Distratta e confusa, mi rendevo conto che stavo alimentando un involontario rigetto a scapito della progettazione di un prodotto di qualità.

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Questa fatica intellettuale è coincisa – casualmente – con una visita pianificata da tempo con WAAM Tours ad uno spazio espositivo: il Labirinto di Pomodoro (ospitato all’interno della sede Fendi a Milano, in zona Tortona).

La visita fatta il giovedì sera (alla vigilia del weekend della Epifania) è stata una bellissima sorpresa (qui uno dei numerosi articoli sull’argomento: Il sottosuolo di Fendi. Nell’ex Fondazione Pomodoro, a Milano) ed è stato anche un momento immersivo. Dove – per quanto mi riguarda – lo stupore l’ha fatta da padrone, facendomi dimenticare pensieri e incombenze varie.

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Dettaglio della Porta di ingresso al Labirinto

Portandomi fisicamente all’interno di uno spazio onirico e a-temporale, che sospende tempo e spazio.
Facendomi percorrere una successione di ambienti che concentrano in un solo spazio ed in un solo momento, suggestioni ed ispirazioni provenienti dai quattro angoli del tempo e della storia dell’uomo. Senza indentificarcisi in modo univoco.

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E l’effetto visita si è protratto ben oltre il momento della iniziativa.
Lasciando(mi), consapevolmente o meno, una traccia anche nella giornata successiva, quando (davanti all’ennesima “crisi di rigetto”) ho deciso di continuare a distrarmi.
Di continuare con questa interruzione di schema.

Approfittandone per visitare gli spazi della Triennale ed, in articolare, la mostra dedicata ad Antonio Marras (ma non solo).

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Uno scorcio della esposizione nell’atrio della Triennale “Lumi di Channukah”

Ed in quella occasione mi sono ritrovata a fare alcune ulteriori considerazioni nate da ciò che stavo vedendo (e visitando).

Percorrendo la mostra su Antonio Marras mi sono accorta che – a parte un pannello all’ingresso, che raccontava brevemente il motivo della mostra – lo spazio ospitava oggetti, disegni, installazioni senza nessuna spiegazione.
Come se l’interpretazione e l’interazione tra visitatore e autore fossero lasciate alla libertà assoluta di esperienza di ognuno.

Una cosa (per me) molto interessante.
Che mi ha consentito di vivere e percepire “l’insieme” in modo insolito.
Senza contagio didascalico.
Facendomi oscillare tra divertimento, curiosità, smarrimento in alcuni dettagli, emozioni…

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Stimolando la curiosità e la creatività.
In modo “laterale” e non così codificabile.

Un modo apparentemente incomprensibile da un punto di vista formativo manageriale.
Ma invece molto utile per sperimentare come una stimolo che arriva da un ambiente così lontano (professionalmente) dal tuo, può impiantarti un piccolo seme (producendo un piccolo insight) che può generare quello che gli psicologi chiamano l’Effetto a-ha (l’espressione tipica che usiamo quando troviamo la soluzione del problema).

Condizione fondamentale è però quella di sospendere il giudizio.
Cercando di muoversi al di fuori dei propri schemi sicuri.
Superando il disagio (e l’imbarazzo) iniziale del trovarsi davanti a qualcosa di così diverso.

La seconda considerazione è nata visitando la mostra “W. Women design”.

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Percorrendo lo spazio “invaso” da oggetti prodotti da designer, grafiche e creative, ho pensato una cosa: “Sto sbagliando approccio. Devo vedere la cosa da un altro lato.”

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Inquinata (io) da una categorizzazione femminile (creata – ahimè – anche delle stesse donne, come ho scritto qualche tempo fa su Facebook, in merito alla “leadership” e ad altri argomenti), ho perso di vista cose silenti e ben più fondamentali (dinamiche di percezione, neurologia, processi creativi,… ) che vanno oltre qualsiasi classificazione.

Ragionamenti inaspettati, arrivati facendo e vedendo altro.
Ragionamenti che si sono intersecati e contaminati con argomenti sui quali sto ragionando e che si sono rivelati utili.
Stimoli e spunti laterali.

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Link utili:

Un libro che ho acquistato di recente (ma che devo ancora leggere): “L’arte per il management. Un nuovo modello d’incontro basato sullo storytelling.”, di Viola Giacometti e Sara Mazzocchi – Edizioni Franco Angeli

Gallery da cui ho tratto le foto per questo post (dal mio account Flickr):

  • Labirinto di Arnaldo Pomodoro – gallery
  • Antonio Marras in Triennale – gallery
  • Venerdì in Triennale – gallery