Avere cura del proprio capitale

Avere cura del proprio capitale.
Questo pensavo questa mattina, dopo un sopralluogo dei muratori nel condominio in cui abito (sopralluogo per piccole opere di manutenzione.)

Un pensiero che – nel contesto – può apparire per certi aspetti un po’ stravagante, ma che credo abbia un senso.

Soprattutto se per “capitale” non si intende solo l’accezione monetaria del termine (quanti soldi ho, per intenderci), bensì lo si legge in modo più ampio (Treccani ne dà un significato abbastanza esteso a questo link).

Ed è a questo significato a cui pensavo:

  • capitale di competenze;
  • capitale di conoscenza;
  • capitale di beni immobili;
  • capitale finanziario (piccolo o grande che sia);
  • capitale fisico.

E avere cura del proprio capitale significa anche (direttamente o indirettamente) farlo fruttare.

Che non significa “faccio lavorare i soldi per me” (concetto parecchio ascoltato in tempi recenti, anche a supporto di business talvolta non chiari e/o che nascondono – nel peggiore dei casi – forme di speculazione di cui ne godono i frutti solo alcuni).
Bensì significa dargli valore attraverso operazioni di cura.

Una valorizzazione che passa attraverso attenzione, informazione, osservazione e valutazione.
Con ponderatezza.
Con oculatezza (intesa come “oculatus ” – fornito di occhi – ossia fondato su una visione diretta).

Avere cura del proprio capitale (intellettuale, fisico, di beni mobili ed immobili) credo sia la strada migliore per salvaguardare ciò che si ha, crescere alla giusta velocità e delle giuste dimensioni.
Ed è un mestiere – questo – che richiede presenza e capacità.
Capacità che si possono tranquillamente acquisire.
Presenza che comporta scegliere su cosa direzionare la propria attenzione e dove investire le proprie energie.

[Foto di Towfiqu barbhuiya su Unsplash]

Punto nave

1 Gennaio 2021
Primo giorno dell’anno.
Dopo un anno molto diverso, come ben sappiamo.

Di solito la ritualità quasi propiziatoria prevede bilanci, liste dei desideri, buoni propositi, obiettivi…

Una ritualità che ho sempre fatto un po’ fatica a seguire, che ho assecondato per una sorta di “dovere sociale” e rispetto delle “regole”.
Ma quest’anno la condizione è diversa.
Molto diversa.

Una condizione figlia di eventi che ci hanno rovesciato come dei calzini.
E fatto salvo alcune macrovoci da esplorare, da approfondire e da proseguire, ho fatto delle riflessioni che condivido qui (anche per mia futura memoria).

Passi cauti e il più possibile precisi.

Questo mi sento di scrivere.

Stando – nel contempo – con un occhio alla strada ed uno all’orizzonte, con un orecchio teso a cogliere i segnali deboli e l’altro teso all’ascolto attivo.
In una sorta di “strabismo ottico e uditivo funzionale”.

Facile? No, non lo è.
Ma è necessario (secondo me).

Unendo il sano pragmatismo (che mi è tanto caro).
Imparando a negoziare con le proprie emozioni (che non è neanche tanto salutare tenere “stoppate”; filtrate sì ma stoppate sarebbe preferibile di no, altrimenti finisci come le tubazioni in pressione).

Personalmente il 2021 non lo vedo come l’anno risolutivo. No.
Lo vedo come un anno di grande transizione.
Se il 2020 ha sbriciolato e spazzato via, accelerando alcuni processi, il 2021 è un traghettamento verso altro.
Quindi, pragmatismo e strabismo (ottico e uditivo).
Muovendosi a passi cauti e il più possibile precisi.

Il video qui sopra – “Uno sguardo al 2020” – l’ho creato ieri mattina in alternativa al rituale “Best Nine”. Ho avuto difficoltà a selezionare nove foto rappresentative dei momenti importanti dell’anno. Così ho optato per un video, selezionando alcune foto che ho scattato in momenti cardine del 2020, montandole in rigoroso ordine temporale. Nel costruirlo, mi sono resa conto di quante cose sono accadute avendo la netta sensazione che questi 364 giorni siano stati vissuti a velocità doppia.

E proprio ripercorrendo il 2020, un paio di giorni fa ho ritrovato un elenco di cui mi ero completamente dimenticata.
Lo avevo scritto durante il primo lockdown.
Un elenco delle cose che stavo facendo perché – ad un certo punto – mi ero resa conto che ero finita a piè pari dentro una “centrifuga in fuga” e non avevo più il polso di quello che stavo facendo.

L’ho riletto e ho constatato che – nel frattempo – alcune cose le ho chiuse, altre sospese, altre ancora abbandonate.
In una sorta di autorganizzazione più o meno consapevole.

È una operazione che rifarò nelle prossime ore.
Un punto della situazione a chiusura, gettando metaforicamente l’ancora e facendo il “punto nave”.

Se vi va, anziché scrivere solo gli obiettivi del 2021, provate a ripercorrere il 2020 cercando di ricordare cosa avete fatto.
Può essere un buon esercizio per ricucire, fare mente locale e capire come proseguire, cogliendo tracce che magari non si ha avuto la lucidità di vedere nel mentre si navigava in questo anno che ci stiamo lasciando alle spalle.

Photo by Erol Ahmed on Unsplash

Un altro “rito” a cavallo dell’anno è quello di scegliere cosa lasciare nel vecchio anno e cosa portare nel nuovo (in termini di abitudini, atteggiamenti, pensieri…).
Ho riflettuto anche su questo (stimolata da post condivisi sui social media da vari amici, che invitavano a farlo) e – inaspettatamente, ma forse neanche così tanto – ho scelto di portare tutto con me, nel nuovo anno.
Tutto quello che ho vissuto e sperimentato.
Tutto quello che ho imparato.
Per due ragioni:

  1. La prima – perché mi rendo conto che l’eccezionalità di questo anno che ci siamo da pochissime ore lasciati alle spalle, e ci ha messo davanti ad una serie di “variabili” da gestire, è stato veicolo di una quantità di informazioni e uno strumento di acquisizione di competenze tecniche ed emotive non da poco.
  2. La seconda – perché (purtroppo, ahimè) si impara di più dalle esperienze negative che da quelle positive. Penso sia proprio una questione legata alle difficoltà emotive e logistiche: uno stress test che ti può piegare ma può anche temprarti e farti passare dall’altra parte diverso, magari anche più adulto (come mi è accaduto due anni fa), più efficiente e anche più positivamente egoista.

E queste considerazioni possono emergere proprio grazie al punto nave di cui ho riflettuto nelle righe precedenti e che da’ anche il titolo a questo articolo.
Ecco perché invito a guardare indietro e a fare l’elenco delle cose fatte, sentite e vissute.

Buon Anno e Buon Punto Nave.

[La foto in evidenza è di cottonbro da Pexels]

Leadership e storie personali

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Foto rawpixel.com da Pexels

The most effective business leaders don’t pretend to have all the answers; the world is just too complicated for that. They understand that their job is to get the best ideas from the right people, whomever and wherever those people may be.

La frase qui sopra è tratta dall’articolo pubblicato sulla Harvard Business Review: If Humility Is So Important Why Are Leaders So Arrogant?

Articolo che tratta dell’ancora esistente stile di leadership aggressivo e arrogante.

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Foto rawpixel.com da Pexels

Il messaggio fondamentale che passa dalle parole di Bill Taylor (che ho colto) è della importanza del riconoscere del “non sapere”.
Un atteggiamento di umiltà intellettuale che non è sinonimo di debolezza e di mancanza di capacità di leadership.
Tutt’altro.

È nell’immaginario collettivo che la parola “umiltà” ha assunto – nel tempo – una accezione negativa, da perdente (inteso come colui/colei privo di risorse e quindi privo di potere).
Ma il suo significato è ben più profondo e alto.

Infatti una delle tante definizioni di “umiltà” che si trovano in rete è quella riportata qui sotto.

Virtù per la quale l’uomo riconosce i propri limiti, rifuggendo da ogni forma d’orgoglio, di superbia, di emulazione o sopraffazione.

Una definizione che cela tra le righe una descrizione di Leadership (proprio con “L” maiuscola) di grande spessore.
Accompagnata da una parola importante: virtù.

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Foto di Amber Lamoreaux su Pexels

Quanto letto nell’articolo mi ha richiamato alla memoria un altro post letto di recente: Storie di leader che sbroccano.
Titolo un po’ particolare, ma che tratta di un argomento non così scontato.

Infatti Luca D’Ammando (autore del post) riflette sulla possibile fine dell’era dei CEO dall’Ego molto forte, alcuni dei quali al limite del sociopatico (pare infatti che un’alta percentuale di CEO abbia caratteristiche comportamentali orientate in tal senso).

(Tra i casi eccellenti viene menzionato Elon Musk, autore di recenti esternazioni  “insolite” su Tesla e la sua quotazione in Borsa che hanno portato successivamente ad un rapido dietrofront con relativa multa da parte delle autorità [ma non solo, perché nel frattempo si è reso protagonista di altre stravaganze]).

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Elon Musk – © Art Streiber

E tutto ciò mi ha fatto riflettere su due libri letti di recente: la biografia di Elon Musk scritta da Ashlee Vance (edita in Italia da Hoepli) e “Hit Refresh” scritto da Satya Nadella, CEO di Microsoft (edito in Italia da ROI Edizioni).

Due libri che raccontano due storie (due modalità di pensiero), tratteggiando il carattere dei due protagonisti. Carattere che si esplica attraverso le loro gesta e che individua due stili direttivi molto diversi.

Il primo profondamente egoico (nella sua genialità) e autoreferenziale (al limite del dispotico).
Il secondo più condiviso, aperto e di ascolto.

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Satya Nadella – Foto tratta da Windows Central

Procedendo nella osservazione/riflessione, mi è venuto spontaneo fare una ulteriore considerazione legata alla nazionalità (intesa come Paese di origine) e alla loro storia personale, che penso abbiano inciso ed incidano sullo stile di conduzione e dialogo con l’altro.

Sudafricano e con una storia personale e familiare complessa (il primo), indiano e con trascorsi di vita molto diversi (il secondo), entrambe comunque accomunati da drammi familiari, suggeriscono la formazione e sviluppo di due caratterialità profondamente diverse.
Che hanno portato la costruzione di due professionalità e carriere diverse.

E la personale convinzione che nutro è che quanto noi acquisiamo e viviamo nelle prime fasi formative della nostra vita (derivanti dalla famiglia e dall’ambiente sociale e culturale nel quale cresciamo), lasci tracce che daranno una impronta al nostro stile di leadership.

Con questo però non voglio dire che si tratta di un processo irreversibile ed impermeabile a possibili cambiamenti.
Tutt’altro.

Si può cambiare lungo la strada.
Se si vuole.

Va presa coscienza di quello che si è e della strada che si è percorsa.
Di quello che si è vissuto e si è acquisito.
Della propria storia personale.
Utilizzando il bagaglio di esperienza come punto di partenza per possibili cambiamenti.

 

[Fonti immagini:
http://www.pexels.com
http://www.windowscentral.com
http://www.artstreiber.com]

Volate in solitaria

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Stamattina – in auto, in coda – riflettevo sulla leadership e sulla sua solitudine.

Questo pensiero mi è venuto in mente a seguito di alcune recenti esperienze non immediatamente collegabili tra loro, ma che hanno – a mio avviso – un comune denominatore.
Vado ad elencare.

Ieri ho intercettato nella timeline di Facebook questo articolo del sito Toastmasters:
“Creative Leadership – Why it’s an essential skill in today’s changing workplace.”

Scritto in inglese, l’autore condivide della importanza del binomio leadership+creatività per stimolare ed invitare al cambiamento e alla sperimentazione (Creative Leadership è uno dei Pathways [programmi educativi] di Toastmasters International e il post è funzionale a stimolare curiosità e interesse per il percorso dedicato).
Alcuni passi hanno attirato la mia attenzione:

“Leaders don’t just have an official leadership title or position; they often contribute the most and have the most influence.”
[…]
“A person with a more rounded understanding and experience of a whole organization will understand that organization better and be in a better position to contribute creatively. ”
[…]
“Leaders can ensure their organizations thrive in a creative environment by understanding the creative process and using it to nurture creative ideas and establish a creative environment.”
[…]
“[…] leaders and individuals can use their creativity to help shape the future.”

In sintesi, viene suggerito – sì –  ai leader di iniettare e stimolare la creatività per far crescere persone ed organizzazioni, per restare al passo con l’evoluzione rapida del mondo professionale (e non solo). E – nel contempo – invita ad usare la creatività per diventare, esercitare ed essere dei buoni leader. (Senza dimenticare una cosa importante: i leader non sono necessariamente coloro che hanno dei titoli – delle investiture ufficiali – bensì sono [anche e forse soprattutto] coloro che contribuiscono attivamente, influenzando gruppi e situazioni.)

art-board-game-challenge-163064Recentemente – durante uno speech aziendale – ho parlato di comunicazione, di leadership e di feedback.
Analizzando e commentando queste tre variabili, strettamente interconnesse tra loro, uno dei partecipanti ha riflettuto che la leadership non è sempre e solo conduzione di gruppi (come spesso si pensa) ma è anche leadership di se stessi: spesso accade di dover condurre noi stessi verso un obiettivo e capita che questo lo si faccia (per scelta o per necessità) da soli. Diventando eventualmente poi (in un secondo tempo) un esempio per gli altri, che possono decidere di seguire le nostre orme.

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E qui mi sovviene alla memoria un motto celebre:

“Non fare mai del bene se non sei preparato all’ingratitudine.” [Enzo Ferrari]

Motto che mi ha fatto ripensare ad un recente “sfogo” che mi è stato espresso da una persona che si rammaricava di non avere avuto riscontri, di non avere avuto séguito, su un percorso di innovazione che aveva iniziato con l’intento di condividere, informare e stimolare altri ad intraprenderlo.

Tutto ciò mi ha fatto riflettere sulla leadership come volata in solitaria.

Mi ha fatto riflettere sul fatto che quando si decide di intraprendere una azione (una innovazione, o il perseguimento di un obiettivo, o che dir si voglia) per prima cosa si deve essere convinti in prima persona.
Non ci si deve aspettare un plauso dagli altri (che possono non essere interessati o – nella peggiore delle ipotesi – anche essere appollaiati sul ramo, aspettando un nostro fallimento).
L’aspettativa di plauso può essere la manifestazione inconsapevole di una nostra necessità di conferma e di approvazione che – se non arriva – può compromettere la nostra convinzione, rivelandone le radici molto deboli (“Lo faccio perché sono realmente convinto o perché voglio dimostrare quanto sono bravo?”, è bene chiedersi).

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La leadership è guida, è ascolto, è osservazione, è mentoring, è servizio (ed è anche potere).
Ma è anche “situazione solitaria”.
Nel bene e nel male: le persone guardano a te come guida, aspettando talvolta indicazioni su come procedere, nel mentre cerchi (e trovi) appoggio e forza su te stesso per trovare e mantenere la motivazione ad andare avanti (e oltre).

[Immagini tratte da Pexels]

Dualismi

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Immagine tratta dall’account Twitter di Federica Rovati

“Avere ragione o essere felici?”
“Mentalità rigida vs mentalità di crescita”

Bianco o nero…?

Dualismi.
Semplificazioni.

Che hanno un senso per intravedere il bandolo in una matassa aggrovigliata, per cercare di intravedere macro-famiglie in mezzo a tante particolarità, per fornire qualche primo elemento utile a capire situazioni complesse.

Ma che non possono – secondo me – essere la Guida (con la “G” maiuscola) utile per leggere la realtà “in toto” e non posso essere usati come strumenti validi per tutte le soluzioni (come quelle chiavi universali, quei passepartout che aprono tutte le porte).

Non è così semplice.

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Immagine tratta da Tumblr

La realtà è troppo complessa e multiforme per poter essere categorizzata.
La categorizzazione va bene per vendere istant-book.
Va bene per vendere rimedi rapidi e palliativi effimeri.
Ma la realtà là fuori è altro. Ben altro.

“Aspiriamo a una soluzione, aspiriamo alla serenità, ma non abbiamo tempo, non abbiamo la pazienza, non abbiamo la tenacia per cercarla e ingoiamo riconoscenti soluzioni veloci, cibo veloce, sesso veloce, tutto ciò che promette un rimedio rapido, viviamo nel tempo dell’accelerazione. I manuali di auto aiuto ci promettono una vita migliore, dieci modi per smettere di bere, di ingrassare, di rimpiangere, di aver paura, dieci modi per vivere, raramente sono più di dieci, non ce la faremmo ad assimilarne di più, dieci come le dita, dieci come comandamenti. Dieci modi per vivere.” [Jón Kalman Stefánsson, “I pesci non hanno gambe”, Ed. Iperborea]

Stamattina leggendo un post di una pagina Facebook (“preferisci avere ragione o essere felice?”), mi sono fermata a pensare.
E ho riflettuto su questo dualismo.

Pensavo che spesso per me avere ragione equivale a (mi provoca) soddisfazione.

Ma non la ragione che si dà per il “contentino”, bensì il riconoscimento della ragione altrui. (Un riconoscimento della altrui intelligenza e identità. Un processo che può essere lungo e faticoso.)

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Dal sito chiaradinotte.wordpress.com

Per come la percepisco, per come la intendo, la felicità (il suo concetto, la sua idea) è troppo “lontana”. Irreale e staccata dalla quotidianità.

Anch’essa venduta in libricini che spacciano sogni e che fanno leva su dolore e piacere per iniettarti una idea, un bisogno, che forse non esiste (o non esiste nella forma in cui te la raccontano) e che – proprio per questo – può innescare disagio ed una sua ricerca spasmodica, inseguendo una chimera.

Lecite le domande che mi potrebbero essere poste a questo punto:

Sei mai stata soddisfatta? Sì, qualche volta.
Sei mai stata contenta? Sì, qualche volta.
Sei mai stata serena? Sì, qualche volta.
Sei mai stata felice? Non lo so, non lo ricordo.

Soddisfazione, essere contenti (che lo sento diverso dall’essere felice), serenità, sono secondo me stati raggiungibili (con scelte, dialoghi, esperienze e – talvolta – immense fatiche).

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© Stephen Clough – dal sito di Nicola D’Ardiè

Felicità (essere felici) è uno stato che dubito sia raggiungibile così come viene codificato e interpretato dal linguaggio corrente:

Stato d’animo di chi è sereno, non turbato da dolori o preoccupazioni e gode di questo suo stato. L’aspirazione alla f. è caratteristica dell’etica classica, che la chiamò eudaimonia (➔ eudemonismo). Trascurata nella filosofia moderna in seguito alla posizione rigoristica assunta da I. Kant, la nozione di f. è rimasta viva nella tradizione culturale anglosassone, ispirando il pensiero filosofico, sociale e politico. A questa tradizione si ricollega la difesa che del concetto compie B. Russel nel suo The conquest of happiness (1930). [Da Treccani – voce Felicità]

Ed il suo spaccio (come una droga a cui tutti aspiriamo) attraverso induzioni ricoperte di glassa, lascia sgradevoli tracce collose ed appiccicose, una volta che lo strato si scioglie al sole della realtà.

“The Leader Who Had No Title”

20121103-012236.jpgNon avevo mai sentito parlare di Robin Sharma, fino a quando non sono andata al seminario di William Ury sul “No Positivo” lo scorso 12 ottobre a Vicenza.

Lì, in una pausa del seminario, è stato presentato il prossimo evento del Club Mondiale della Formazione: una giornata sulla leadership proprio con lui.
Ed in quella occasione è stato proiettato un video dello stesso trainer, che si presentava e salutava i partecipanti, rimandandoli al prossimo evento del 24 maggio 2013, sempre a Vicenza.

Confesso che, essendo “settata” sui modi eleganti e misurati di William Ury, ascoltare (e vedere) il video di Sharma mi mise l’ansia. Il suo modo di parlare era troppo impositivo ed energetico.
Rimasi perplessa.
Spinta però dalla curiosità, e dall’annuncio dal palco di Mirco Gasparotto e Nello Acampora, mi ripromisi di leggere il libro “The Leader Who Had No Title” (uno dei suoi testi più noti).
Libro che – visto che c’ero – ho acquistato in inglese, in versione e-book (“Così mi esercito un po’ con la lingua e mi abituo ai formati digitali”, mi sono detta).
Nel frattempo ho dato una occhiata al suo canale You Tube, guardando qualche suo video.
Con la perplessità che cresceva sempre più.
“Troppo adrenalinico, troppo autocelebrativo!”, mi ripetevo tra me e me.
È stato quindi con grande scetticismo che ho iniziato a leggere il libro, ricevendo anche un feedback entusiasta da una amica che – invece – apprezza molto l’autore e ha letto quasi tutto quello che lui ha scritto.

L’inizio è stato abbastanza tiepido.
Leggevo cose a me abbastanza note.
E mi ritrovavo a ripetermi che, sì, sono cose interessanti, sono approcci alla vita abbastanza innovativi, sono regole valide, ma… Ma sono cose che si sentono dire da più parti, da tempo, nel mondo della formazione.
Insomma, “nulla di nuovo, nulla di stravolgente”, mi dicevo (proseguendo nella lettura).

Ed invece, ad un certo punto, o sono stata io che ho cambiato atteggiamento, o è stato il libro che ha avuto un impercettibile ma inesorabile cambio di marcia, fatto sta che sono entrata in “risonanza” coi contenuti che via-via incontravo.

Fino ad arrivare, alle ultime battute, ad un imprevedibile sblocco emotivo.
Non mi succedeva dai tempi di “Bianca come il latte, rossa come il sangue” di ritrovarmi con le lacrime agli occhi.
Se poi considero che, negli ultimi tempi, i libri di “crescita personale” mi erano venuti a nausea…

Probabilmente questo semplice testo deve essere andato (quatto-quatto) a toccare delle corde profonde.

Non è un libro complesso ed inavvicinabile.
È un libro gradevole, che si lascia leggere in modo scorrevole.
In forma di storia trasmette dei concetti che (se applicati) possono effettivamente operare dei cambiamenti.
Nulla di miracoloso.
Bensì una serie di sistemi di approccio e di modi di vita, che vanno applicati con costanza, ogni giorno. Proprio perché nessuna ti regala nulla. E nulla piove dal cielo.
Infatti è utile tenere bene a mente che, per conquistare qualcosa, si deve fare sempre un po’ di fatica, assumendosi le proprie responsabilità delle proprie azioni.

[Immagine di copertina tratta da www.learn2things.com]

Umiltà vs. Autostima

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Quanti di noi (della mia età, quindi attorno ai 40 anni) hanno ricevuto una educazione orientata all’umiltà, alla fatica, allo studio, alla non-ostentazione e alla serietà?
E quanti di noi (sempre della mia età) hanno ricevuto una educazione orientata al riconoscimento dei meriti, e dei traguardi raggiunti?

Io appartengo alla prima categoria.
Mio padre mi ha trasmesso la serietà nella applicazione allo studio, al metodo e al lavoro. Facendomi comprendere che per conquistare le “cose” bisogna fare fatica ed impegnarsi (arrivato dalla Puglia negli anni 60, con la valigia di cartone, ha fatto tutta la gavetta possibile ed immaginabile, ingoiando anche tanti cucchiai di “roba amara”).
Mia madre (di origini venete, con papà carabiniere di cui conservo un bellissimo ricordo) mi ha educato facendomi anch’essa comprendere l’importanza dello studio, dell’impegno, della serietà valorizzando e assecondando ciò che realmente volevo fare ed eventualmente correggendo un po’ la rotta.

Tutto bene. Tutto perfetto. Tutto sequenziale e logico.

Peccato che oggi – nel mondo di oggi – io stia accusando alcune difficoltà di gestione della realtà odierna: una realtà ben nota a tutti. Dove la meritocrazia sembra (e sottolineo “sembra”) scomparsa. Dove la serietà (non seriosità) sembra una caratteristica tipica degli stupidi e dei noiosi. Dove per emergere devi far vedere (e strombazzare ai quattro venti) che tu sei il migliore, altrimenti non vieni notato. E vieni sorpassato da chi sa vendersi meglio.
Potrei andare avanti ad elencare, ma sono fattori ben noti a tutti…

Io non sono stata educata a coltivare la mia autostima. Sono stata educata a coltivare la cultura, il sapere e la professionalità, nella (presunta) certezza che questo fosse più che sufficiente per emerge e progredire, nel rispetto degli altri, e con umiltà.
Ed iniziare a coltivare oggi la propria autostima (a 44 anni suonati) non è una cosa semplice; soprattutto se sei timido e riservato. E sei cresciuto percorrendo e perseguendo un determinato stile di vita.

Qualche giorno fa un amico (Eugenio), ha commentato il mio precedente post di questo blog, facendomi un discorso sulla autostima. Mi ha fatto molto piacere leggere le sue riflessioni e mi ha instillato un po’ di fiducia nei miei mezzi e nelle mie capacità. Contemporaneamente però devo continuare a convivere con una impostazione educativa e mentale di un certo tipo, consolidata in anni e anni di vita.

Che fare, quindi?
Non ho la soluzione in tasca: vado avanti per tentativi-ed-errori, con difficoltà, continuando a studiare, informarmi, approfondendo argomenti e facendo parlare il mio lavoro; cercando strumenti adatti a me per comunicare con il mondo (in questo mi sono venuti in aiuto i social network, che rappresentano un canale di diffusione dei propri pensieri ed idee, ed un interessante strumento aggregatore di menti affini).
Continuo…
Continuo a cercare ciò che può essere consono, combattendo la stanchezza, la rassegnazione ed i momenti di sconforto (quando manderesti tutto e tutti al diavolo).
Nutrendo la speranza e la convinzione che alla fine si riesce a trovare il modo di comunicare e di valorizzarsi più consono a sé stessi.

I Master e gli alti costi di formazione

Qualche giorno fa ho ricevuto una newsletter che annuncia la presentazione di un MBA (Master of  Business Administration) serale, della durata di 20 mesi. I costi indicati sono:

  • 26.000 Euro (per il singolo),
  • 30.000 Euro (per l’azienda).

E lo slogan di presentazione focalizza l’attenzione sulla “forte motivazione alla crescita”.

Dire che ho alzato un sopracciglio, leggendo la presentazione, è dire poco. Infatti – slogan a parte – quello che a me è balzato immediatamente all’occhio è il costo: facendo un rapidissimo calcolo (senza l’ausilio di una calcolatrice scientifica), 26.000 Euro diviso 20 mesi fa la bellezza di 1.300 Euro/mese.

E si parla di costo di investimento di formazione del singolo individuo, quindi non supportato dall’azienda (che si accollerebbe il costo della formazione del proprio dipendente, sul quale vuole investire risorse per la sua crescita professionale).

Conoscendo un po’ l’ambiente della libera professione, ascoltando colleghi e informandomi in giro, mi domando chi possa accollarsi come individuo un corso il cui costo equivale quasi al compenso medio mensile che il professionista si porta a casa (de-tassato e sulla base di una media fatta di alti e bassi che il libero mercato quotidiano genera). Inoltre mi domando chi – come libero professionista – abbia questa cifra da investire se ha anche una famiglia da mantenere.

(Questa riflessione mi fa ricordare una chiacchierata con un collega in merito alle quote associative di alcuni enti normatori, ed i costi proibitivi delle norme tecniche vendute a peso d’oro; norme che dovrebbero essere di pubblica consultazione, anche on-line senza costringerti ad andare nelle loro sedi a consultare le copie cartacee con una discreta perdita di tempo).

Invece la domanda polemica che mi sorge spontanea è: possibile che per alzare il livello di professionalità (presunto) del corso, lo si debba fare pagare così tanto, selezionando l’utenza (non necessariamente intelligente solo perchè economicamente dotata)?

Sicuramente c’è l’intenzione (più che legittima, per carità!) di fare una sorta di selezione sulla utenza; ma i pianificatori di questi programmi di formazione sono sicuri di attrarre persone realmente brillanti? Non è detto che queste figure professionali sopra la media e dotate di reale voglia di crescere e formarsi, siano in grado di sopportare un impegno economico simile.

Inoltre – a mio avviso – nell’ambito della formazione (un diritto/dovere di tutti) il costo non dovrebbe avere un rapporto di crescita esponenziale con la qualità (maggiore costo – maggiore qualità [presunta]). Presenza di relatori prestigiosi e non.

Mi sembra una visione un po’ ottusa e forzatamente esclusivista della realtà.

Vuoi formare gente veramente in gamba? Fai un test di ammissione, selezionando la gente sulla loro reale capacità e motivazione, e fai pagare il giusto, supportando con finanziamenti ad-hoc se fosse necessario.

Mi ricordo i racconti di mio padre sui ragazzotti imbevuti di Master: arrivavano un azienda – pieni di sè e di tabelle e nozioni astratte (siamo sempre lì…) – e si scontravano con la dura realtà della giungla quotidiana da affrontare, crollando miseramente davanti alla prima oggettiva difficoltà da gestire e risolvere.

Più vado avanti (e di corsi di formazione ne ho fatti tanti anche io, non lo nascondo, ma non di questo tipo ed entità economica) più mi rendo conto che la formazione sul campo, resta l’unica valida alternativa a questa presunta formazione d’elite.

Inoltre ben venga la formazione da autodidatta supportata da validi testi, facilmente reperibili sul mercato.